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Cronache di ordinario razzismo

Cronache di ordinario razzismo

Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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Parole, titoli, media: alcune cornici narrative del razzismo nel 2025

16 Settembre 2026

Stefania N’Kombo José Teresa

Il titolo che urla l’origine dell’aggressore, aggettivi sostantivati; volti errati che vengono sbattuti in prima pagina solo perché arabi. Programmi televisivi e radiofonici che ospitano interventi apertamente razzisti senza contraddittorio. Il razzismo è un fenomeno complesso e il suo carattere sistemico si costruisce anche attraverso il lavoro dei media tradizionali. Questi hanno un ruolo fondamentale nella costruzione della cornice narrativa attraverso cui si interpretano i fatti di cronaca.

Nel lavoro di monitoraggio degli episodi di razzismo avvenuti nel 2025, abbiamo individuato ventisei momenti in cui il razzismo ha attraversato il mondo dei media in varie forme. Quanto raccolto dal nostro database sul razzismo quotidiano, ovviamente, non può fornire gli elementi per fare un’analisi quantitativa o statistica. Tuttavia mostra, in maniera parziale, come il 2025 si caratterizzi con degli specifici frame narrativi a cui alcuni episodi si ascrivono. Cornici che spesso danno forma anche al discorso politico e alle nuove articolazioni normative. Di queste cornici narrative ne analizzeremo tre: quella legata alla criminalizzazione delle persone con background migratorio in particolare quella giovane, quella che si basa sulla tecnica del ribaltamento utilizzata per rimettere in campo un presunto razzismo al contrario e quella sul cosiddetto rischio di un’islamizzazione del paese.

Il parossismo della criminalizzazione: il “maranza”

Che i media contribuiscano a creare una narrazione criminalizzante nei confronti delle persone con background migratorio, purtroppo, non è cosa nuova. La scelta di specificare l’origine di chi compie crimini, argomentazioni che si focalizzano su abitudini personali volutamente interpretabili in chiave etnicizzante, sono tra i metodi che alimentano di un certo tipo di stigmatizzazione. Come testimoniano anche gli ultimi rapporti di Carta di Roma (2024 e 2025), permane anche l’utilizzo soprattutto nei titoli di termini come “clandestino” in riferimento alle persone migranti, parola in particolare che ricordiamo essere stata dichiarata dalla Corte di Cassazione come discriminatoria.

Ma c’è un nuovo termine ad essere infaustamente sempre più normalizzato nei media. Negli ultimi due anni e in particolare nel 2025, in parallelo all’acuirsi di un discorso islamofobo, è aumentato sempre di più l’utilizzo del termine “maranza”.
Come abbiamo scritto nel Glossario Critico realizzato nell’ambito del Training del Progetto MILD (si veda qui), questa parola dall’indicare giovani delle periferie delle grandi metropoli che ascoltano musica dei sottogeneri rap e vestono appariscenti, “gradualmente è stata usata (anche in forma di auto-definizione) per identificare i gruppi di giovani di origine Nord-africana che vivono nelle grandi città che condividono stili di vita, gusti musicali e comportamenti sociali (anche violenti).” Oggi questo termine, in maniera analoga alla locuzione “baby-gang”, viene utilizzato spesso per inquadrare inevitabilmente i giovani con background migratorio in un contesto criminogeno, soprattutto quando provenienti dalle periferie. Lo legittimazione di questa parola – arrivata addirittura nelle prove di accesso all’ordine dei giornalisti – non solo si pone in continuità con la tendenza ad utilizzare la categoria della criminalità per stigmatizzare le persone con background migratorio e razzializzate, ma fa da preciso contraltare ad un certo tipo di narrazione in realtà positiva – pur non essendo priva di problematicità – delle persone italiane di cosiddetta “seconda generazione”.

La prima metà del 2025 è stata caratterizzata dalla campagna sul referendum sulla cittadinanza, tenutosi a giugno dello stesso anno e conclusosi con il mancato quorum. Anche in questo periodo, le persone di cosiddetta seconda generazione sono state presentate come il baluardo dell’”integrazione”, per una presunta condivisione di valori ( una narrazione ricorrente non priva di rischi come ha osservato Sergio Bontempelli qui e qui), utilizzando “L’Italiano” di Toto Cutugno come colonna sonora di molti contenuti social. La figura del maranza – e la narrazione che la costruisce – spezza questa immagine patinata e altrettanto stereotipata, dipingendo con un’ulteriore semplificazione i giovani italiani nati da genitori stranieri come criminali esattamente come accade per le persone migranti adulte. Non a caso il 2025 si apre con un post di Fratelli d’Italia che cavalca un trend virale del momento, due immagini a confronto, “con filtro” e “senza filtro”: la prima con il logo della campagna per il referendum sulla cittadinanza, la seconda con un frame di giovani tunisini che a Capodanno vandalizzano il centro di Milano.

Questo ha permesso da un lato di richiamare altre cornici narrative già collaudate – come quello dello scontro tra culture per depotenziare ogni aspirazione alla coabitazione di persone con diversi background – e aumentare la percezione di insicurezza nelle grandi città con la creazione di un nuovo nemico. Soprattutto ha creato una sovrapposizione narrativa che ha avuto un grande risvolto nelle politiche securitarie adottate tra la fine del 2024 e la prima metà del 2026 che sono andate a colpire soprattutto i giovani – inevitabilmente adultizzati dal panpenalismo dell’iperattivismo normativo del governo -, in particolar modo quelli che si sono attivati politicamente per la Palestina, di cui molti hanno proprio background migratorio.

La paura dentro la psicosi dell’islamizzazione

Il tema della criminalizzazione dei giovani si accompagna in maniera molto stretta, come anticipato, ad una generale crescita soprattutto nel racconto mediatico dell’islamofobia. Il genocidio in Palestina e le proteste sviluppatesi in tutta Europa, che spesso sono state teatro di momenti fortemente conflittuali, hanno riportato al centro della narrazione alcune vecchie cornici narrative come quello dello scontro fra culture – uno dei pilastri della propaganda sionista.
Sono molti, infatti, gli articoli, i titoli e  i servizi che utilizzano un linguaggio islamofobo, anche recuperando la retorica di alcuni politici attraverso le loro dichiarazioni, come nel caso di una manifestazione per il festeggiamento del rito dell’Ashura svoltasi a Milano a Luglio nel 2025: alcuni esponenti della Lega hanno parlato di “un segnale di islamizzazione sempre più marcata” e prontamente un quotidiano ha assunto quella cornice interpretativa titolando “Milano, caos in centro e invasione islamica. Musulmani riuniti per l’Ashura”. Non manca poi il tentativo di far emergere presunte incompatibilità interne al mondo attivista: dall’espressione “islamo-femminista”, usata contro l’assessora alle politiche giovanili di Reggio Emilia, alla denuncia di una scissione tra istanze del movimento LGBTQIA+ e sostegno alla Palestina nella galassia della Global Sumud Flotilla. 

Il modo in cui l’islam viene tematizzato nel dibattito mediatico, con declinazioni sempre diverse, è un vizio di sostanza che sembra consolidarsi sempre di più negli ultimi anni, in conformità tanto al dibattito politico, quanto a quello che sta accadendo sul piano internazionale. Proprio l’islamofobia sembra quasi caratterizzarsi come una vera e propria psicosi rispetto ad una presunta “islamizzazione della cultura”. Questa ossessione si basa su un’idea di Islam non tanto come religione o “cultura”, ma come categoria discorsiva che si pone da contraltare ad un’idea identitaria di Occidente, o per dirla alla Said, come sua alterità costitutiva. La retorica che sfrutta il campo semantico aperto da termini come “invasione” o espressioni come “sostituzione etnica/culturale” porta anche a legittimare una forma di islamofobia anche più esplicita: prima fra tutte le frasi islamofobe del direttore de Il Giornale ospite a La Zanzara o l’atteggiamento di un’eurodeputata della Lega nei confronti di una donna con indosso un niqab.

Questa impostazione stigmatizzante e coloniale, ripetuta a più riprese, ha come effetto un’accentuazione di un dibattito estremamente polarizzato, con la costruzione da un lato di un nemico che assume di volta in volta connotati diversi, e dall’altro con la riaffermazione di un discorso identitario ancorato all’idea di una bianchezza da tutelare.

Il razzismo al contrario 2.0: il ruolo della tecnica del ribaltamento

Se la cornice legata alla presunta islamizzazione della società presta il fianco alla legittimazione del tema della “sostituzione etnica”, questa stessa retorica dell’invasione si trasforma in una ripresa del cosiddetto razzismo al contrario (usato tra il 2013 e il 2014 contro la Ministra Cecile Kyenge), sfruttando una tecnica discorsiva che ribalta il discorso utilizzando gli stessi termini della grammatica dell’antidiscriminazione.  

Un’atleta viene definita in chiave polemica da un giornalista come “troppo italiana, troppo normale” poiché la medaglia d’oro ottenuta nel salto triplo nella categoria under 20 non ha raggiunto la stessa copertura mediatica rispetto a risultati di altre atlete afrodiscendenti. Un articolo su un omicidio compiuto ad opera di un afroamericano allude a come spesso la notizia venga “tumulata” se la “vittima è bianca”. Ancora ad ottobre un settimanale pubblica un articolo titolando “Quando è l’uomo bianco la vittima del razzismo” offrendo una chiave di lettura – molto semplicistica – sulle fratture sociali e relazionali che esistono in determinati quartieri e contesti francesi in cui sono presenti molte persone con background migratorio. Non manca, ovviamente, in questo quadro, la ripresa della teoria della sostituzione etnica in un articolo pubblicato a settembre da un quotidiano.

La retorica utilizzata in tutti questi casi sembra essere uno scimmiottamento della grammatica tradizionalmente utilizzata dal movimento antirazzista, attraverso un forte riduzionismo teorico che si rifà alla definizione più superficiale del razzismo come semplice discriminazione basata sul colore della pelle. 

Il colore della pelle viene costantemente accostato a termini, che non sono semplici parole, ma sono categorie semantiche con un preciso significato sociale. L’utilizzo quasi parossistico dei termini “vittima” e “minoranza” che ricorrono in quasi tutti gli articoli serve a far percepire in maniera legittima un determinato individuo o, in questo caso, un certo gruppo di persone come parte lesa rispetto ad un comportamento o come in condizione svantaggiosa rispetto ad alcune dinamiche sociali. Sebbene non si possa negare che in determinate situazioni vi siano delle effettive parti lese e delle reali situazioni di svantaggio, il riduzionismo tipico della tecnica del ribaltamento omette il carattere sistemico di fenomeni come quello del razzismo che non trova di certo la sua definizione nella semplice discriminazione sulla base del colore della pelle, ma sulle dinamiche di potere che lo alimentano. 

Questa retorica basata sulla tecnica del ribaltamento, allora, non è solo un errore argomentativo o un fraintendimento in buona fede della grammatica antirazzista: è un dispositivo che la svuota per riconvertirla. Prendere in prestito le parole, anche quelle dibattute, dei movimenti per i diritti – vittima, “minoranza”, discriminazione – e applicarle a chi occupa posizioni di potere non è un semplice scivolone semantico, ma una strategia che rende disponibile lo stesso linguaggio dei diritti come strumento identitario: la si può usare per rivendicare una presunta “minoranza bianca” sotto assedio con la stessa urgenza morale con cui si denuncia una discriminazione reale. È qui che il razzismo al contrario smette di essere una goffaggine giornalistica e diventa un grimaldello politico: prepara il terreno perché la sicurezza urbana e la difesa dei confini vengano presentate non come scelte ideologiche, ma come legittima autodifesa di un gruppo che si racconta come minacciato.

La responsabilità dei media

Questi frame narrativi, profondamente interconnessi tra loro, si fondano su parole d’ordine simili e contribuiscono allo stesso effetto: polarizzare il dibattito politico, aggravare le fratture sociali e relazionali, e legittimare una serie di politiche apertamente razziste. Dare spazio a determinati servizi che alternano cronaca nera e politica, dove quest’ultima assume la voce predominante nell’interpretazione della prima, contribuisce a costruire cornici narrative tutt’altro che neutre – come sottolinea Carta di Roma nell’ultimo rapporto -, ricalcanti dinamiche di potere già esistenti. Il ruolo della politica, infatti, rimane centrale nella costruzione di un orizzonte di senso che alimenta diverse forme di razzismo, valorizzando determinate narrazioni, orientando il dibattito pubblico e influenzando il lavoro dei media. La scelta di determinate parole e il modo in cui inevitabilmente vengono strumentalizzate nel dibattito, genera una grammatica discorsiva che chi fruisce dell’informazione fa propria, assumendo in maniera acritica un’interpretazione dei fatti spesso viziata da una visione stigmatizzante. Quando i media assecondano quell’orizzonte di senso costruito della politica si alimenta un circolo vizioso di razzismo e stigmatizzazione in cui a pagarne le spese, oltre alla qualità dell’informazione, sono soprattutto le persone. Lo dimostra il racconto sulla  recente crisi umanitaria a Ceuta, nonché la narrazione sulla presenza delle persone con background migratorio in Italia, ancora vista come transitoria, frutto di un’emergenza, pericolosa e indesiderata, anche quando quelle stesse persone sono nate qui.

Gli esempi riportati, tratti dai ventisei casi di razzismo nel mondo dei media che abbiamo documentato nel 2025, restituiscono la stessa gerarchia sotto forme diverse: il “maranza” da criminalizzare, il musulmano da temere, il “bianco” da riscattare. Riconoscere questi frame per quello che sono, scelte narrative che assecondano e normalizzano una precisa direzione di potere, è il primo passo per chiedere ai media un’informazione che non li riproduca in automatico, ma che sappia raccontare la complessità di chi vive in questo paese, e vi è nato, senza doverla ogni volta far combaciare con un’emergenza da scrivere in Caps Lock.

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Filed Under: News, Primo piano Tagged With: media, narrazioni, razzismo nei media

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