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Insieme per lo ius soli
In questi giorni assistiamo con frequenza sempre maggiore a attacchi verbali e campagne di odio rivolte contro i cittadini di origine straniera.
Dalla nomina di Cecile Kyenge a Ministra per la cooperazione e l’integrazione, diverse forze politiche, Lega Nord e Forza Nuova in testa, stanno portando avanti iniziative per arginare e denigrare la proposta di riforma del diritto di cittadinanza, diffondendo un clima di paura e aggressività. Ultimo esempio, i banchetti con cui il Carroccio raccoglie firme contro la cittadinanza per le persone di origine straniera, e la campagna incredibilmente aggressiva lanciata da Forza Nuova (ne abbiamo parlato qui).
In questa situazione, entrare in contatto con la vita quotidiana di due persone che, pur nate in Italia, non hanno la cittadinanza italiana perchè figlie di genitori di origine straniera, può aiutare a far riflettere sulla negazione dei diritti dei cittadini di origine straniera nati in Italia o da anni residenti nel paese.
É questo l’obiettivo di Italeñas, la nuova “pillola video” con cui Za Lab dà il via all’iniziativa “Insieme per lo ius soli”: un appello alla società civile e alle associazioni per arginare e denunciare le campagne di odio, e un invito a unire gli sforzi per chiedere senza esitazioni una nuova legge sulla cittadinanza, per un paese più civile.
In sei minuti, Italeñas racconta la storia di Melina, una ragazza diciannovenne nata in Italia cui è stata rifiutata la cittadinanza perché è stata in Ecuador (il paese di origine dei suoi genitori) per meno di un anno quando ne aveva quattro. La sua storia è raccontata da Domenica, una giornalista peruviana che vive in Italia da 22 anni, che non può diventare direttrice di una testata perchè cittadina straniera.
Situazioni surreali se ascoltate, ma drammaticamente vere per chi le vive. Per questo, è importante prendere parte all’appello “Insieme per lo ius soli”, diffondendo il video di Italeñas e utilizzando il semplice claim comune INSIEME PER LO IUS SOLI (hashtag #proiussoli).
Noi abbiamo aderito. E tu?
Conferiti e sfruttati: una giornata di protesta in tutta Italia
Sono tornati a scioperare ieri, in tutta Italia, per 24 ore. E’ la lotta dei cosiddetti “conferiti”: persone addette alla logistica e al trasporto delle grandi aziende ma assunti dalle cooperative. Molto spesso sono persone straniere, anche se in Italia da una vita. E, ormai, alcuni di loro sono diventati i punti di riferimento per una lotta che non è antirazzista, ma prima di tutto operaia: rivendicano salari migliori, un comportamento lineare e trasparente da parte delle cooperative che li assumono ma anche delle grandi aziende che si servono di questi subappalti. Chiedono che venga riconosciuto loro un contratto nazionale. E, certo, sanno benissimo e lo denunciano che dietro al comportamento spesso umiliante loro riservato, c’è anche una buona dose di razzismo e inferiorizzazione del lavoratore straniero. Che, come dire, se lavora deve già ringraziare. Altrimenti: lo strappiamo il permesso di soggiorno? Viene da dire, ricordando una divertente interpretazione di Caterina Guzzanti. Il ricatto della regolarità in Italia legata al lavoro, qualunque esso sia, è insomma sempre dietro l’angolo.
Tanto più in settori come quello della logistica e del trasporto che praticamente rappresentano il “cuore nascosto” dell’intero sistema di produzione di qualsiasi comparto. Dall’alimentare al mobilio – coinvolta la “mitica” Ikea, che ha mostrato un volto molto poco sociale, in questo caso – non esiste un settore che non abbia, come premessa, qualche lavoratore che scarica le cose e qualcun altro che le porta a destinazione. Nella fumosa era della finanza immateriale, le merci impongono la loro fisicità. E chiamano corpi di lavoratori che si svegliano alle quattro, cinque di mattina, scaricano chili di cose, si ritrovano negli immensi magazzini di stoccaggio.
Ed è così che è nata una battaglia che ormai è diventata nazionale e comincia ad avere delle richieste unitarie. Quei lavoratori hanno cominciato a vedere che ciascuno di loro lavorava per una cooperativa diversa. Che chi protestava per quei salari da fame – 7,90 euro lordi all’ora – veniva lasciato a casa con la scusa che non c’era lavoro, “ma poi gli altri facevano gli straordinari”, hanno sempre denunciato i sindacalisti. Una minaccia, e una punizione. Ma non succedeva solo questo, perché il mondo delle cooperative sta disegnando nuovi spazi di sfruttamento e arricchimento illecito per qualcuno: a volte queste cooperative nascono, si aggiudicano appalti con grandi aziende, i capi si spartiscono i guadagni e poi spariscono in una notte.
Questa storia della sparizione in una notte non è una leggenda metropolitana: è noto nel settore quel che è accaduto a Modena dove due cooperative – la Fruit Logistic e la Ggroup – sono letteralmente scomparse dalla sera alla mattina. La sera prima c’erano gli uffici, gli addetti, gli amministrativi. La mattina dopo non c’era più nessuno.
Una situazione di completa illegalità che, scrive il sito Terrelibere.org che a lungo si è occupato della questione del caporalato osservando da vicino la storia di Rosarno “sempre più assume le caratteristiche dello sfruttamento del lavoro in agricoltura”.
Solo che qui parliamo di migliaia di lavoratori, soprattutto concentrati al nord che lavorano per grosse aziende da Ikea, alla Coop, alla Granarolo. Tutti i grandi marchi si servono dei subappalti e non si preoccupano di quali siano le condizioni dei lavoratori, nonostante aziende come Ikea abbiano anche adottato dei codici comportamentali che garantiscono come i prezzi bassi non siano legati allo sfruttamento dei lavoratori.
Ma aldilà delle ottime intenzioni, quando la lunga catena si perde in cooperative e micro-cooperative è molto difficile vigilare. Nel caso di Ikea i lavoratori del polo di Piacenza, che è uno dei più grandi magazzini europei, protestano da settembre, e a ottobre, durante uno sciopero in cui sono anche stati bloccati gli accessi, ci sono stati pesanti scontri con le forze dell’ordine che hanno causato cinque feriti tra i lavoratori.
La richiesta dei lavoratori è che Ikea assuma direttamente le persone, e non si affidi a dei subappalti che – ormai è conclamato – hanno tutte le caratteristiche dello sfruttamento. A questo proposito è stata anche lanciata una campagna di pressione su Change.org (http://www.change.org/ikeassumi) e da ieri il sito Terrelibere.org in occasione dello sciopero ha lanciato una “twitter bombing”. Tutti sono invitati a inviare via Twitter questo messaggio a Ikea, in modo che l’azienda prenda in considerazione le 12 mila firme già raccolte dall’appello: «@IKEAITALIA, assumi direttamente i lavoratori-migranti di Piacenza http://change.org/ikeassumi #ikeassumi via @ChangeItalia» .
Indagine Medu: Cie inadeguati, sono da chiudere
“Fallimentare” nel contrasto dell’immigrazione irregolare e nella garanzia della dignità e dei diritti fondamentali: questa, in sintesi, è la situazione dei Cie italiani, fotografata da Medici per i Diritti Umani nell’indagine “Arcipelago Cie”, presentato a Roma lunedì scorso.
Il rapporto è il risultato di un costante monitoraggio delle strutture di detenzione amministrativa e delle condizioni presenti al loro interno, possibile grazie alle visite sistematiche realizzate nell’arco di un anno dallo staff di Medu.
Visite attraverso le quali Medu ha evidenziato molte criticità, dividendole in modo organizzato in 19 punti.
Nel complesso, quello che rivela Medu è l’incapacità congenita dei Cie di “garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”. Inoltre, da un punto di vista utilitaristico, “a prescindere dall’alto costo umano che i Cie comportano, l’insieme dei costi economici necessari ad assicurare la gestione, la sorveglianza, il mantenimento e la riparazione di queste strutture non appare commisurato ai modesti risultati conseguiti nell’effettivo contrasto dell’immigrazione irregolare”.
Alla luce di quanto emerso, Medu chiede la chiusura di tutti i Cie, “in ragione della loro palese inadeguatezza strutturale e funzionale”, e la “riduzione a misura eccezionale del trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio”: due provvedimenti che secondo l’associazione devono avvenire “ contestualmente all’adozione di nuove misure di gestione dell’immigrazione irregolare”.
Ma Medu non si limita a indicare quale via prendere. Formula infatti “possibili proposte alternative all’attuale sistema dei Cie”, riferendosi ad alcune strategie di fondo già individuate dalla Commissione De Mistura” – istituita nel 2006 proprio per analizzare il sistema dei Cie -, come la “diversificazione delle risposte per categorie di persone, la gradualità e proporzionalità delle misure d’intervento, l’incentivazione della collaborazione tra l’immigrato e le autorità”.
Leggi la sintesi del rapporto.
Guarda la galleria fotografica
Il razzismo e noi
L’onorevole Magdi Cristiano Allam ha inviato ieri una lettera ai colleghi presenti nel parlamento europeo e in quello nazionale invitandoli a sottoscrivere una petizione che richiede le dimissioni della Ministra Cécile Kyenge. In quanto autodefinitasi italo-congolese, la Ministra non aderirebbe “all’identità nazionale italiana in modo integrale ed esclusivo” e dunque incarnerebbe “lo stravolgimento della nostra cultura e della nostra tradizione circa il concetto di cittadinanza, di società, di Patria e di nazione.”
Il contenuto della lettera che potete leggere qui è gravissimo ed è ancora più grave che sia stato scritto da una persona che riveste una carica istituzionale.
Sui concetti di identità, di cultura e di cittadinanza così come proposti da Allam (una sorta di monoliti inossidabili definiti una volta per tutte e considerati impermeabili ai mutamenti storici, politici e sociali) ci sarebbe molto da commentare, ma non è questo su cui qui voglio soffermarmi.
E’ invece ormai indispensabile qualche considerazione di contesto sul rigurgito di razzismo che si è scatenato in occasione della nomina della nuova ministra.
Un rigurgito assolutamente prevedibile, direi quasi scontato. Sorprende invece di più la tiepidezza delle dichiarazioni di solidarietà alla Ministra diffuse dai membri del Governo, per giunta accompagnate da pronunciamenti di carattere politico che hanno il sapore amaro di un ritorno del dibattito pubblico sulle migrazioni e la cittadinanza indietro nel tempo, come minimo di tre anni.
E allora la solidarietà alla ministra Kyenge, che va ribadita e condivisa il più possibile (uno dei molti modi per farlo lo trovate qui), rischia di ottenebrare alcuni elementi di fondo che dovrebbero invece essere tenuti ben presenti se, davvero, l’obiettivo è quello di estendere nel nostro paese una cultura diffusa dei diritti di cittadinanza universalistica e non discriminatoria.
1. Sin dalla fase di costituzione del comitato promotore della campagna “L’Italia sono anch’io” (maggio-giugno 2011), che ha raccolto più di 200.000 firme su due proposte di legge di iniziativa popolare per la riforma della legge sulla cittadinanza e per l’introduzione del diritto di voto amministrativo dei migranti provenienti da paesi terzi, autorevoli esponenti del Partito Democratico dichiararono che il primo atto del nuovo consiglio dei ministri sarebbe stato quello di sostenere l’approvazione di una riforma sulla cittadinanza. E’ evidente che la composizione del Governo in carica non è quella che immaginavano allora gli esponenti del PD. Ma è altrettanto chiaro che se il PD volesse potrebbe mantenere il suo impegno cercando in Parlamento i voti esterni alla maggioranza. PD, SEL, Lista Civica per Monti e M5S da soli potrebbero garantire l’approvazione di una legge sulla cittadinanza che non snaturi il significato di quelle 200.000 firme.
2. Se questo è vero, il rinvio a uno “ius culturae”, neologismo coniato dall’ex Ministro dell’Integrazione Riccardi e purtroppo adottato anche dal Presidente del Senato, privo di qualsiasi fondamento giuridico, o a uno “ius soli temperato”, preferito da Fini ma sempre più richiamato da vari esponenti del PD nelle ultime ore, non è un espediente indispensabile per consentire l’approvazione di una riforma attesa da ormai 20 anni e sulla quale, secondo gli ultimi sondaggi, sono d’accordo 8 italiani su 10. E’ semmai la cartina tornasole di quel sottofondo di “diffidenza e sospetto” che caratterizza ancora oggi larga parte del ceto politico quando si confronta con la presenza dei migranti nel nostro paese, partito democratico compreso. Ragion per cui la “cautela”, la “prudenza” e via dicendo “sono sempre d’obbligo” quando la politica si occupa dei migranti.
3. Esemplare da questo punto di vista la dichiarazione rilasciata dal Presidente del Senato Grasso durante una trasmissione radiofonica di grande ascolto: “Non possiamo fare in modo che l’Italia diventi un Paese dove sbarcano le puerpere per ottenere la cittadinanza italiana dei figli”. Una frase che richiama sin troppo bene il titolo di un articolo vergognoso pubblicato da Libero nel dicembre 2011, in cui sessismo e razzismo si tenevano per mano, e parole analoghe pronunciate in Parlamento contro l’approvazione di una tale riforma da parte di esponenti della Lega Nord e del PDL.
4. Ma il Presidente del Senato non è l’unico a richiamare la ministra all’”Integrazione” a una maggiore “prudenza”. Il Presidente del Consiglio Letta, sempre nel corso di una trasmissione di grande ascolto, questa volta televisiva, ha fatto capire che l’approvazione di una legge sulla cittadinanza non è nel programma di governo e che pur essendo questo “un tema che gli sta a cuore”, “non può fare miracoli”. In sintesi: sarà molto difficile trovare un accordo con il Pdl in Parlamento su questa materia né il Presidente del Consiglio intende fare forzature: “le emergenze sociali del paese sono altre”. Cambia la forma ma non la sostanza rispetto alla frase pronunciata dal suo predecessore alla vigilia di una conferenza organizzata alla Camera su questa materia dall’allora Presidente Fini in collaborazione con L’Italia sono anch’io nel giugno scorso. Monti rivolse un chiaro invito alle forze parlamentari favorevoli alla riforma a riflettere bene sui “rischi” che una tale discussione avrebbe potuto comportare sulla stabilità della maggioranza in Parlamento. Invito che contribuì, insieme all’ostruzionismo delle destre, a bloccare la discussione delle numerose proposte di legge giacenti in materia in Commissione Affari Costituzionali.
5. E qui veniamo al punto. La distanza ormai enorme tra chi riveste un ruolo istituzionale e il paese reale si esprime, per fortuna, anche con riguardo alla presenza dei migranti nelle nostre città. La società italiana è molto più avanzata di quanto non lo siano i suoi governanti. Siamo convinti che gli insulti alla Borghezio, le minacce alla Forza Nuova, gli attacchi sessisti e razzisti di cui sono vittime la Presidente della Camera e la Ministra Kyenge sono patrimonio di una minoranza, sia pure molto chiassosa. Il problema è quello di rendere visibile e di riuscire a far contare quella grandissima parte di opinione pubblica che rivendica i diritti di cittadinanza per tutti e che non trova in Parlamento una rappresentanza adeguata. Affinché questo avvenga è necessario su questo come su molti altri temi che la società civile si riorganizzi e torni, se necessario, anche a scendere in piazza e che parallelamente migranti, associazioni, sindacati e movimenti sociali, insieme agli intellettuali disponibili a mettersi in gioco, portino avanti un sistematico e capillare lavoro culturale (sul web, nelle scuole, nelle università, nei centri giovanili, nelle parrocchie, nelle case del popolo rimaste, nei comitati di quartiere, nelle fabbriche ecc, ecc,) per elaborare una “pedagogia antirazzista di massa” (il concetto non è mio ma è mutuato rovesciato da Annamaria Rivera “Regole e roghi, Edizioni Dedalo, 2009).
Post scriptum
Come non detto, la situazione è ancora peggiore di quella sopra descritta.
E’ di qualche minuto fa il post pubblicato da Grillo nel suo blog:
“In Europa non è presente, se non con alcune eccezioni estremamente regolamentate, lo ius soli. Dalle dichiarazioni della sinistra che la trionferà (ma sempre a spese degli italiani) non è chiaro quali siano le condizioni che permetterebbero a chi nasce in Italia di diventare ipso facto cittadino italiano. Lo ius soli se si è nati in Italia da genitori stranieri e si risiede ininterrottamente fino a 18 anni è già un fatto acquisito. Chi vuole al compimento del 18simo anno di età può decidere di diventare cittadino italiano. Questa regola può naturalmente essere cambiata, ma solo attraverso un referendum nel quale si spiegano gli effetti di uno ius soli dalla nascita. Una decisione che può cambiare nel tempo la geografia del Paese non può essere lasciata a un gruppetto di parlamentari e di politici in campagna elettorale permanente. Inoltre, ancor prima del referendum, lo ius soli dovrebbe essere materia di discussione e di concertazione con gli Stati della UE. Chi entra in Italia, infatti, entra in Europa”.
Grillo evidentemente non sa che è stata già promossa una legge di iniziativa popolare su questo tema l’anno scorso sulla quale sono state raccolte più di 100.000 firme. L’utilizzo dello strumento referendario su materie delicate e complesse come queste a noi sembra assolutamente inappropriato.
Il punto 5 di cui sopra assume una rilevanza ancora maggiore.
Cie come Alcatraz: la linea del Viminale sui centri di detenzione
Sessantotto pagine dal titolo pomposo: “Documento programmatico sui centri di identificazione e espulsione”. Una sfilza di proposte operative per “reimpostare” il funzionamento dei Cie, le galere per i migranti che devono essere espulsi dal nostro paese.
Se quello firmato dal Sottosegretario di Stato Saverio Ruperto non è la proposta operativa del “pool” messo in piedi qualche mese fa dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri per “ristrutturare” questi centri, qualcuno dovrà spiegare che cos’è.
Quando lunedì scorso la deputata del Pd Sandra Zampa aveva dato notizia dell’esistenza di questo documento, il Viminale aveva assicurato che si trattava di “notizie distorte” a proposito di un “dossier conoscitivo” volto a “fotografare” la situazione dei centri, nell’ottica di “migliorare le condizioni dei detenuti”.
Ma da ieri quelle 68 pagine hanno cominciato a circolare tra le associazioni che si occupano da anni di diritti degli immigrati, quasi tutte ormai attivamente impegnate nella campagna nazionale LasciateCIEntrare: una campagna che da due anni monitora i Cie, e che proprio alla fine del 2012 è giunta alla conclusione che l’unico modo per “ristrutturarli” sia chiuderli, senza se e senza ma. Troppe violazioni dei diritti umani, totale inefficacia per la stessa politica dei rimpatri, inefficienza nei costi e nella gestione: secondo la campagna non esiste un modo per far funzionare queste strutture, che si basano tra l’altro sull’assunto che una persona che non ha commesso alcun reato possa essere privata della libertà personale.
Il documento parte dalla tesi opposta, e cioè che i centri non possano neanche essere messi in discussione. E fa delle proposte molto precise, nella maggior parte dei casi inasprendo le condizioni di vita delle persone trattenute e proponendo l’adozione a livello nazionale di alcune pratiche già denunciate dalle associazioni – come ad esempio la “messa in isolamento” di chi viene considerato un elemento di disturbo – e che invece secondo il Ministero sono evidentemente “best practices” da esportare.
La task force – composta dal Sottosegretario e da alcuni prefetti (Gelati, Pria, Ronconi, Lavina, Zito, Ammendola e Pomponio, quest’ultimo reggente del servizio immigrazione alla Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia di frontiera) – era stata messa in piedi da Cancellieri nel giugno del 2012, con l’obiettivo – come spiega lo stesso documento – di elaborare delle proposte che consentissero una gestione efficace e uniforme dei centri, su tutto il territorio nazionale.
Il documento programmatico, dunque, può essere a tutti gli effetti considerato la linea guida del Viminale per la gestione dei Cie: se i ministri passano con il cambiare delle maggioranze politiche (o dei governi tecnici), queste proposte sono state elaborate e messe nero su bianco dalla struttura amministrativa del Ministero.
Chiarito che la “administrative detention”, cioè la detenzione amministrativa, viene applicata “negli altri paesi europei da secoli (in Francia addirittura dal 1810)”, la task force precisa che “i Cie fanno ormai stabilmente parte dell’ordinamento e risultano indispensabili per un’efficiente gestione dell’immigrazione irregolare“. Questo è stato l’atteggiamento con cui i prefetti e il Sottosegretario si sono apprestati a fare una fotografia dei Cie e a proporre delle modifiche: la possibilità di sperimentare nuovi modi per gestire l’immigrazione irregolare, dopo quindici anni di fallimenti conclamati, non è stata neanche presa in considerazione.
I Cie, secondo il Ministero, sono ormai strutture “stabili”, inestirpabili verrebbe da dire, e “indispensabili”.
Quale allora lo scopo delle “visite” di Ruperto?
Tentare, per l’ennesima volta, di far quadrare la gestione. L’organizzazione di queste strutture, spiega il documento, “deve essere basata su standard di qualità che siano elevati, omogenei e verificabili, e improntata a criteri di economicità e efficienza”, visto anche che il tema dei Cie è stato “sovraesposto” causa “l’interesse manifestato da più parti della politica, la costante vigilanza degli organismi internazionali, e una spiccata sensibilità dell’opinione pubblica”. Insomma, un po’ perché i problemi ci sono e certo il Ministero non li può negare – di standard elevati con tutta onestà non si può parlare – un po’ perché l’opinione pubblica preme, ai prefetti va l’arduo compito di trovare la quadra.
Come vedremo, la soluzione può essere solo una: fare un po’ di make up ai capitolati d’appalto per cercare di risparmiare. Ma sul fronte dell’ordine interno la risposta è netta: chiudere i centri a occhi indiscreti e applicare il pugno duro contro chiunque voglia protestare.
La gestione amministrativa: La task force, al fine di improntare la gestione dei centri a criteri di economicità, uniformità e efficienza, individua la soluzione nella soluzione del gestore unico di impres: in pratica, l’appalto sarebbe unico a livello nazionale, a evidenza pubblica, e affidato a un solo ente, eventualmente strutturato in un raggruppamento temporaneo di imprese. Ma il Viminale pensa anche alla possibilità di creare un “corpo di operatori professionali”, una specie di esercito civile: da quel che si capisce, infatti, si tratterebbe di figure a metà strada tra le forze dell’ordine – cui resterebbe affidata la sicurezza – e gli operatori degli enti. Formati e “addestrati” anche con il contributo della polizia penitenziaria, avrebbero il compito di essere “figure di contatto” diretto con gli ospiti. Un’altra riforma suggerita dalla task force è quella che riguarda i tempi di permanenza, attualmente fissata a 18 mesi, il tempo massimo concesso dalla direttiva rimpatri dell’Unione europea, che però identifica anche il trattenimento come “extrema ratio”. Il documento certifica che nel 2012 il tempo di permanenza medio degli stranieri è stato di 38 giorni, a fronte di un 50,6% di espulsi dopo il trattenimento. Eppure i prefetti arrivano alla conclusione che la durata massima del trattenimento andrebbe “tagliata” solo di sei mesi, portandola a un anno. Scelta abbastanza incomprensibile, considerato che la legge prevede che, trascorsi i primi sei mesi, il giudice di pace possa concedere ulteriori 12 mesi di trattenimento solo a fronte di ritardi dovuti alla burocrazia delle ambasciate o di una evidente mancata collaborazione dello straniero alla propria identificazione.
L’accesso ai centri: Quello dell’accesso ai centri di detenzione da parte delle associazioni e dei giornalisti è stato il problema che ha dato il via alla campagna LasciateCientrare, quando il 1 aprile del 2011 con la “famigerata” circolare 1305 il ministro dell’Interno – allora Roberto Maroni – decise di consentire l’accesso nei Cie solo a poche figure (gli organismi internazionali e alcune ong come Amnesty International). Fuori sia i consiglieri regionali, che prima avevano le stesse prerogative dei parlamentari, sia il privato sociale e i giornalisti.
Il ministro Cancellieri ha riportato le lancette dell’orologio ante 1 aprile 2011: possono entrare giornalisti, privato sociale, sindaci, presidenti di provincia, giunta e consiglio regionale, chiedendo il permesso ai prefetti che a loro volta devono comunicare la propria decisione, motivandola, al Dipartimento per le Libertà civili.
La proposta sembra quindi quella di mantenere le cose come sono, solo ritornando a dare “maggiore autonomia” alle Prefetture. Che potranno decidere da sole, semplicemente comunicando al Dipartimento centrale la decisione presa.
Standard sanitari: E’ uno dei capitoli che certamente troverà maggiore contestazione tra le associazioni e le realtà politiche che si sono occupate di questo tema.
Il documento infatti, con molta freddezza, osserva che “uno dei metodi maggiormente utilizzati dai trattenuti per tentare di fuggire dai centri consiste di provocare, anche con atti di autolesionismo, le condizioni per essere ricoverati in strutture sanitarie esterne”, da cui poi è più semplice “allontanarsi”.
I prefetti non si premurano di verificare – come è nei fatti – se gli atti di autolesionismo siano aumentati con l’aumentare dei tempi di trattenimento, quasi sempre considerati ingiustificati e comunque insopportabili dalle persone rinchiuse nei Cie. Ingoiano la lametta? La soluzione è dotare i Cie di “un servizio di assistenza efficiente e completo”, che preveda la presenza costante di un medico con responsabilità direzionali, alcuni specialisti, la possibilità, ad esempio, di prelevare sangue da analizzare all’esterno di quelli che diventerebbero a tutti gli effetti delle specie di bunker. Unica concessione – si fa per dire – l’auspicio che vengano stabilite delle convenzioni con le Asl per valutare la salute di una persona prima di condannarla al trattenimento. Nell’ultima riga si osserva che “alla stregua dei parametri di compatibilità economica” si valuta la possibilità di aumentare le ore di assistenza medica e psicologica.
Eterogeneità degli standard giuridici e “pacifica convivenza”: E’ questo un altro dei capitoli che scateneranno molte polemiche. La task force affronta un tema delicatissimo: le numerose rivolte che si verificano all’interno delle strutture, portando al danneggiamernto delle stesse e alla conseguente riduzione della capienza. I prefetti riconoscono nella “eterogeneità degli status giuridici”, ma anche nella “promiscuità delle etnie di provenienza”, un problema. Ma affrontano concretamente solo la parte riguardante la convivenza, dentro i centri, di incensurati e persone che escono dal circuito penale. L’auspicio è di riuscire a applicare la circolare del 2007 – emanata dall’allora ministro della Giustizia Manconi – che prevedeva la possibilità di identificare direttamente in carcere lo straniero condannato, anche al fine di non sottoporlo ad altri mesi di ingiusta detenzione. Per questo vengono individuate varie soluzioni che dovrebbero garantire un maggiore coordinamento tra le strutture del Ministero dell’Interno e quello della Giustizia. E veniamo alla “pacifica convivenza”. I prefetti usano parole durissime contro chi, in questi anni, ha messo in piedi vigorose proteste dentro i Cie: parlano di episodi di “sedizione e rivolta”, di “condotte violente e antisociali”. E a questo proposito lodano le misure già applicate in alcuni centri, volte a “frazionare i gruppi di stranieri” rivoltosi e a trasferirli in altre strutture “mediante l’apposita creazione all’interno di ogni Cie di moduli idonei ad ospitare persone dall’indole non pacifica”. Insomma, persone che si sono ribellate contro una condizione che lo stesso Viminale valuta inefficiente e piena di problemi, sono marchiati a fuoco come gente “dall’indole non pacifica”, e come soluzione si ritiene opportuno isolarli immaginando una specie di circuito da 41 bis –la detenzione di massima sicurezza prevista nelle carceri per i mafiosi – dentro i Cie. Non solo: secondo i prefetti bisogna rivedere anche la normativa, prevedendo nel Testo unico sull’immigrazione addirittura “una aggravante per i reati commessi all’interno dei Cie”. Si tratterebbe di una “norma di rango primario”, quindi di una vera e propria fonte normativa, che attribuirebbe a questori e prefetti, o a “consigli di disciplina”, il potere di disporre, come punizione per i rivoltosi – attenzione: si parla di episodi “attuali o potenziali” – il trattenimento in queste strutture “differenziate”. Decisione amministrativa che andrebbe “sottoposta al controllo di legittimità” del giudice di pace. Salta agli occhi che, come effetto immediato, questa decisione espellerebbe l’autorità giudiziaria ordinaria – cioè i tribunali – dall’ultimo “pezzetto” dell’iter della detenzione amministrativa su cui possono mettere bocca. Chi danneggia, infatti, viene denunciato e processato. Alcuni di questi processo hanno portato all’assoluzione degli autori dei danneggiamenti e, nel caso di un recente pronunciamento del tribunale di Crotone, gli autori della rivolta sono stati addirittura giustificati nella loro condotta dal magistrato, vista la condizione di totale privazione a cui erano stati sottoposti. Il loro atto di rivolta, secondo il giudice, era “legittima difesa”. I prefetti osservano che tentativi di fuga e rivolta avvengono anche a causa del nulla che impera nei centri, e quindi si suggerisce di implementare le attività ricreative. La task force auspica, inoltre, la possibilità per i giudici di pace di avere una stanza predisposta all’interno di ciascun centro ove svolgere le udienze di convalida.
Modalità di trattenimento: I prefetti riconoscono che esiste una disomogeneità tra i vari centri, anche se colpisce che riconoscano come “buona prassi” – che auspicano essere estesa a tutti i Cie – “di comunicare agli interessati cosa prevedono le procedure di espulsione e quali saranno i provvedimenti che li riguardano direttamente”: un’informazione che dovrebbe essere scontata.
Tra gli altri aspetti che andrebbero maggiormente curati, i prefetti citano la libertà di circolazione, di colloquio, di religione e in generale una rigorosa tutela “dei diritti umani”. Paragrafo a parte quello sui telefonini: secondo la task force del ministero va garantito il loro uso “ma solo se non muniti di videocamera” (cosa che già avviene in molti casi) e in ogni caso si ritiene che sia giusto impedire l’uso del telefono cellulare qualora ci sia “un abuso” o possano essere utilizzati per organizzare “tentativi di rivolta”. Si auspica quindi che venga stilata una vera e propria “disciplina dell’uso dei telefoni cellulari”. Anche sul fronte dell’assistenza legale, i prefetti intervengono: ritengono opportuno stringere accordi con i Consigli locali degli ordini degli avvocati per “garantire maggiore trasparenza e regolarità” nel rapporto con l’immigrato e “non alterare la concorrenza”.
Le forze di polizia: I prefetti auspicano una maggiore valorizzazione dell’ente gestore e dei suoi operatori, sostengono di aver ricevuto richieste dagli enti su un maggiore impiego delle forze dell’ordine, ma non la ritengono una scelta di per sé efficace. Meglio le “difese passive”.
Ricollocazione dei Cie: Come si sa uno dei principali problemi da sempre riscontrati a proposito dei Centri di identificazione è proprio la bassa efficacia dimostrata persino sul fronte delle espulsioni, la ragione stessa, a detta del Ministero, della loro esistenza. La task force liquida questo aspetto in modo celere: “Uno degli strumenti più efficaci per ridurre il tempo di identificazione degli stranieri è il ricorso alla collaborazione delle autorità consolari”. Dunque? Semplice: basta concentrare i Cie laddove esistano rappresentanze consolari. Il che, se da un lato potrebbe lasciar intendere un velato invito a diminuire il numero dei Cie, dall’altro senza dubbio lascia spazio a un modello di “mega centro”, che certo non pare essere una soluzione opportuna.
Discriminazione, una proposta (di legge)
Quindici anni di residenza continuativa per accedere agli alloggi popolari, agli asili nido, alle borse di studio: è quanto richiede il gruppo consigliare lombardo della Lega Nord.
Il Carroccio ha infatti depositato al Pirellone, sede del Consiglio regionale della Lombardia, una proposta di legge relativa all’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare Aler. Obiettivo: elevare gli anni di residenza continuativa necessari per accedere a un alloggio pubblico, che oggi sono cinque, e che la Lega Nord vorrebbe diventassero ben quindici. E prevedere una quota massima del 5% per l’assegnazione degli alloggi ai cittadini di Stati non aderenti all’Unione Europea.
Tradotto, sembrerebbe ipotizzare una via preferenziale per i cittadini italiani, escludendo tante persone di origine straniera.
Lo stesso requisito viene previsto, nella proposta, per accedere alle borse di studio e agli asili nido comunali.
Un modo per “riequilibrare una situazione assurda che fino a oggi ha visto premiare gli ultimi arrivati a scapito di chi risiede da sempre in Lombardia e si trova paradossalmente scavalcato in graduatoria”, secondo il vicepresidente del Consiglio regionale leghista Fabrizio Cecchetti, primo firmatario della proposta di legge.
Una manovra di “sterile ideologia, che discrimina la gran parte delle persone che hanno deciso di stabilirsi in Lombardia, pagano le tasse e rispettano le leggi, siano essi cittadini italiani, europei e extracomunitari”, secondo il capogruppo del Pd in Regione, Alessandro Alfieri.
Non è la prima volta che il Carroccio propone corsie preferenziali per i soli cittadini italiani, a scapito dei cittadini stranieri, in merito all’accesso alle prestazioni sociali: e la residenzialità è stata più volte elevata a criterio per l’accesso a tali servizi. Nello specifico, nel dicembre 2011, il gruppo leghista presente nel Consiglio regionale della Lombardia avanzava la stessa, identica proposta (ne abbiamo parlato qui).
“Proposte legislative per introdurre criteri che premino coloro che risiedono da più tempo sul territorio della nostra regione, dando loro la possibilità di avere accesso ad alcuni servizi”, le definisce Cecchetti, che prosegue: “Considerato il periodo di forte crisi economica e la necessità di migliorare la gestione delle risorse finanziarie disponibili, riteniamo doveroso intervenire in questo senso”.
L’antitesi noi-loro è da sempre cavalcata dal Carroccio, che in questo caso sembra stia facendo leva anche sull’attuale crisi economica.
Ma, proprio in una situazione di crisi, è doveroso non perdere di vista il diritto. In questo caso, “la parità di trattamento tra lo straniero e il cittadino italiano”, assicurata dal capito V del Testo unico sull’immigrazione.
La crisi spariglia le carte
Petty ha 38 anni, una figlia di dieci anni, un marito e un lavoro come collaboratrice domestica a Roma. Lavora “fissa” come si dice da una famiglia benestante che abita sulla Nomentana: significa che vive lì, anche se ha un giorno libero a settimana da passare con la sua famiglia, che invece ha affittato un piccolo appartamento nella zona di Rebibbia. Un menage non semplice, ma che Petty ha affrontato a cuor leggero: sempre meglio avere figlia e marito vicini piuttosto che dall’altra parte del mondo, in Perù.
Ma la crisi economica ha sparigliato le carte, e rimesso tutto in gioco: suo marito, operaio edile, non lavorava ormai da più di un anno. La bambina, arrivata in Italia quando era già grandicella, cinque anni, non si era mai adattata completamente alla vita in Italia, almeno secondo la madre. Alla fine, la decisione: “non potevo continuare a lavorare per pagare l’affitto della casa di Rebibbia”, dice Petty. Padre e figlia tornano in Perù. La madre resta in Italia a lavorare.
E’ una delle conseguenze della crisi economica che attanaglia tutti i lavoratori, compresi, ovviamente, anche quelli immigrati. Che però nel “tagliare” e nello “stringere la cinghia” hanno – forse – un’opportunità in più. Anche se è un po’ difficile considerare una “opportunità” il fatto di dover fare a meno dei propri affetti, di “tornare indietro” in una situazione di “prima migrazione”, anche quando si era riusciti a creare una situazione di stabilità affettiva e familiare. Ma secondo Petty “meglio così” perché, spiega, i problemi economici inevitabilmente creano anche tensioni familiari, e non c’è dubbio che per un uomo essere mantenuto dalla moglie crea ancora problemi psicologici, a tutte le latitudini.
Anche se la crisi economica ha comportato proprio questo, e di nuovo tornano a crearsi delle differenze molto nette tra il mondo al femminile “autoctono” e quello delle donne migranti. Perché la mancanza di lavoro, il mercato fermo, l’assenza di investimenti per le italiane comporta come immediata conseguenza la diminuzione delle opportunità lavorative. Lo dicono i primi studi su questo tema, che sono stati resi noti in occasione degli Stati generali del lavoro delle donne organizzati dal Cnel (http://www.cnel.it/29?shadow_ultimi_aggiornamenti=3381). Qui si può trovare un utile riassunto. Comunque basti dire che, dopo anni di aumento dell’occupazione femminile in Italia, è arrivato lo stop: dal 2008 al 2010 l’occupazione femminile è diminuita di 103mila unità (-1,1%), mentre il 2011 segna un ulteriore peggioramento della situazione delle giovani, con 45mila occupate in meno nei primi tre trimestri dell’anno. Il tasso di occupazione femminile resta al penultimo posto in Europa: al 46,1% nel 2010, appena sopra Malta.
Ma per i migranti, e soprattutto per le migranti, il discorso cambia completamente: sono loro che, in un periodo di crisi come quello attuale, diventano i “capisaldi” della famiglia.
La condizione giuridica dei cittadini stranieri: al via un corso Asgi
Si terrà a Perugia, dal 10 al 31 maggio,un nuovo corso di formazione organizzato dall’Asgi.
Il fenomeno migratorio è in costante e rapida evoluzione, e con esso anche la normativa e la giurisprudenza ad esso legate, mentre sentenze interpretative e provvedimenti amministrativi si inseriscono nel quadro giuridico di riferimento. Tutto ciò rischia di rendere frammentarie le conoscenze riguardo la condizione giuridica dei cittadini non italiani presenti sul territorio nazionale.
Con questa iniziativa, l’Asgi si propone proprio di venire incontro alle persone che lavorano in questo campo: fornendo un quadro aggiornato della legislazione, da la possibilità di districarsi in questa complessa realtà.
Il corso si compone di sei moduli formativi, ciascuno relativo a tematiche rilevanti giornalmente affrontate da chi si occupa di immigrazione: dalla disciplina sulle espulsioni al diritto di asilo, dall’accesso ai servizi sociali alla tutela dei minori, dalla condizione giuridica dei cittadini comunitari alla disciplina concernente i rinnovi dei permessi di soggiorno.
Gli interventi saranno tenuti dagli avvocati dell’Asgi, che con un approccio pratico presenteranno le ultime novità normative e giurisprudenziali, attraverso le esperienze sul campo e la presentazione di alcuni casi seguiti.
L’iniziativa è aperta a tutti.
Per gli avvocati e i praticanti legali è prevista l’ attribuzione di 3 crediti per ciascun incontro.
E’ stato richiesto l’accreditamento anche all’Ordine degli assistenti sociali della regione Umbria.
Per iscriversi è necessario pagare una quota di partecipazione e compilare una scheda on line , da inviare entro il 2 maggio.
Per info: http://www.asgi.it/public/parser_download/save/perugia_brochure_052013.pdf
Giù le mani dai giovani migranti! Manifestazione a Roma
E’ ormai da diverse settimane che il Comune di Roma ha dato il via a un’operazione di polizia nei confronti delle persone presenti nei centri per minori stranieri non accompagnati. Collegandosi a un’indagine della Procura di Roma, finalizzata a combattere la tratta e lo sfruttamento dei migranti, il Comune porta avanti controlli sommari sull’età dei minori, sottoponendoli a una visita medica che hanno già effettuato. Per chi si è dichiarato minorenne ma viene certificato come maggiorenne, sono previste tre denunce penali e l’espulsione dal territorio italiano. Il tutto viene portato avanti con una procedura i cui aspetti di illegittimità sono stati denunciati da diverse associazioni. (ne abbiamo parlato qui e qui)
Per portare alla luce questa situazione, è stata organizzata una manifestazione, prevista per domani, venerdì 12 aprile, alle ore 15.00 sotto al Campidoglio.
Di seguito pubblichiamo il comunicato
GIÙ LE MANI DAI GIOVANI MIGRANTI DI ROMA!
Manifestazione sotto al Campidoglio per fermare l’operazione del Comune di Roma contro i ragazzi ospiti dei centri per minori stranieri non accompagnati
VENERDI’ 12 APRILE 2013 – ore 15
Roma, Manifestazione sotto al Campidoglio
Il Comune di Roma sta procedendo con i controlli sommari dei giovani e giovanissimi migranti ospiti dei centri per minori non accompagnati, nonostante le molte denunce di giuristi, medici e associazioni e le proteste dei ragazzi ospiti dei centri. La procedura messa in atto dal Comune di Roma ed eseguita dalla Polizia Locale di Roma Capitale, senza alcuna autorizzazione caso per caso della magistratura, è del tutto illegittima e in poche settimane ha subito diversi stop.
Lo scorso 28 marzo tre minorenni sono stati trasferiti al Cie di Ponte Galeria, in violazione di ogni legge e diritto umano, tanto che, dopo ulteriori visite di accertamento, ne è stato disposto il rilascio e i ragazzi sono stati riaffidati al centro per minori che li aveva in carico.
L’operazione sta producendo gravissimi effetti diretti e indiretti, mettendo a rischio il futuro di migliaia di giovani migranti. Nonostante il panico e l’insicurezza diffusa i ragazzi stanno reagendo con grande dignità e determinazione. L’8 e il 9 Aprile hanno protestato in modo spontaneo in centinaia contro il Comune di Roma, davanti la sede del V Dipartimento dell’Assessorato alle Politiche sociali di viale Manzoni. Nonostante gli incontri tra gli avvocati e i responsabili del Dipartimento, visite ed espulsioni stanno procedendo a tappeto.
Su richiesta dei giovani migranti, e per porre l’attenzione sulla vergognosa situazione dell’accoglienza a Roma, diverse associazioni promuovono per venerdì 12 alle ore 15 sotto al Campidoglio una manifestazione di protesta.
Parteciperanno gli ospiti ed ex ospiti dei centri per minori non accompagnati, gli studenti delle scuole di italiano e alcuni ospiti dei centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Sono invitati associazioni, rappresentanti istituzionali, cittadini.
- Per l’immediata sospensione della procedura arbitraria messa in atto dal Comune di Roma nei centri per minori
- Per politiche di tutela e accoglienza a Roma degne di una capitale euromediterranea
Prime adesioni:
Ass. Yo Migro, Laboratorio 53 Onlus, Binario 15 Onlus, Servizio Civile Internazionale, Cooperativa sociale BeFree, Sportello legale diritti dei migranti Università di Roma Tre, ZeroViolenzaDonne.it, Esc Infomigrante, Centro di orientamento sanitario “Ambulanti”, Ass. InsensINverso, Action, Scuola di italiano Forte Prenestino, Scuola di italiano Astra 19, R.a.p. – Gruppo Inchiesta, Ass. Senza Confine, Laboratorio Arti Civiche, Scuola di italiano Coop. Sociale COTRAD
Per informazioni e adesioni: segreteria@yomigro.org
Controlli nei centri per minori: troppe domande senza risposta
Nelle ultime settimane, alcuni centri di accoglienza per minori di origine straniera presenti sul territorio romano stanno ricevendo dei fax dal Comune di Roma. Sui fax, i nomi di alcuni cittadini stranieri, convocati presso gli uffici comunali. Il motivo di queste convocazioni? Assicurarsi che questi minori siano effettivamente tali.
La strategia per farlo è la seguente: vengono chieste al minore le generalità, specificando la possibilità di dichiararsi maggiorenne (se nel caso). All’autodichiarazione corrisponderebbe un allontamento dalla struttura di accoglienza, senza alcun tipo di conseguenza penale. Al contrario, se la persona si dichiara minorenne, viene sottoposta a una visita medica di accertamento presso l’Ospedale militare Celio. Se questa visita rivela la maggiore età dell’interessato, per lui scattano diversi provvedimenti: decreto di espulsione, denuncia per uso di documenti falsi, falsa generalità e truffa aggravata ai danni dello Stato.
Cosa c’è che non va in tutto questo? Diverse cose.
La prima, è che queste persone sono già state sottoposte ad accertamenti medici, prima di entrare nelle strutture di accoglienza. Accertamenti effettuate da strutture pubbliche, statali. Sostanzialmente, è lo Stato che controlla il suo stesso operato.
La seconda, è che esiste la possibilità che le persone controllate erano minorenni quando sono entrate nelle strutture, e abbiano compiuto la maggiore età dopo.
La terza, è il motivo per cui viene effettuata questa operazione. Alle associazioni e ai centri che hanno sollevato critiche sulla pratica in atto, le Forze dell’Ordine e il Comune di Roma avrebbero spiegato che questa prassi farebbe parte di una indagine penale volta a contrastare il traffico dei migranti e il loro sfruttamento. Ma allora perchè le uniche vittime di questa procedura sembrano essere proprio coloro che, visto lo scopo dell’indagine, dovrebbero essere tutelati, ossia i cittadini migranti? A questa procedura non segue alcun tipo di controllo, interrogatorio o accertamento. Al contrario, chi viene identificato come maggiorenne riceve un decreto di espulsione e tre denunce molto pesanti. Cosa che non sembra propriamente una pratica di protezione o contrasto allo sfruttamento.
Una vicenda piena di punti di domanda e aspetti poco chiari, su cui è necessario fare luce. Ma che, nel frattempo, sta creando non pochi problemi alle persone convocate. Spaventati da questa operazione, sono in pochi a capire quello che sta succedendo.
Non lo capiscono gli operatori dei centri, che si chiedono perchè, dopo tanto lavoro con queste persone – e molti soldi spesi per la loro accoglienza – si metta in pericolo la loro presenza sul territorio, tra l’altro rovinando la fiducia che si è faticosamente andata creando, cisto che i minori devono essere accompagnati ai controlli dai responsabili delle strutture di accoglienza.
E non lo capiscono i migranti che, dopo essere già stati sottoposti a una visita medica, si ritrovano esattamente al punto di partenza. E con molta paura di perdere tutto.
Qui la denuncia dell’associazione YoMigro e le testimonianze video raccolte in collaborazione con Esc Infomigrante: http://www.dinamopress.it/news/perche-giocano-con-le-nostre-vite





