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Cronache di ordinario razzismo

Cronache di ordinario razzismo

Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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La strumentalizzazione delle donne iraniane al corteo dell’8 Marzo

12 Marzo 2026

All’indomani del weekend lungo delle manifestazioni dell’8 Marzo organizzate dai movimenti transfemministi, sembra ormai una tradizione cogliere quest’occasione per parlare di narrazioni, intersezionalità e decolonialità. Le manifestazioni in occasione della Giornata Internazionale per i diritti della donna – seguite in tutta Italia da una giornata di sciopero – si inseriscono in un quadro più ampio a livello internazionale, in cui lo spettro della guerra tra Iran e USA-Israele sembra ogni giorno avvicinarsi sempre di più anche all’Europa. Per questo le mobilitazioni si sono mosse connettendo le istanze non solo femministe e transfemministe, ma anche antimilitariste. Tuttavia la narrazione messa in campo da alcuni media e da alcune forze politiche ha voluto apporre una frattura su quella connessione, strumentalizzando il corpo e la condizione delle donne iraniane: l’8 Marzo un gruppo di donne e uomini iraniani sono stati allontanati dal corteo a Roma, chiamato da Non Una di Meno. La notizia si è diffusa a macchia d’olio e, come spesso accade, i fatti sono ben più complessi di come sono stati raccontati.

Il fatto

All’inizio della manifestazione a Roma dell’8 Marzo, mentre il corteo inizia a muoversi, un gruppo di persone iraniane – seguite da alcune telecamere – si è avvicinato alla coda. Hanno bandiere pro-shà – il regime precedente a quello della Rivoluzione islamica del 1979 -, cartelli che inneggiano alla guerra come strumento di liberazione degli iraniani e delle iraniane e i volti delle donne morte durante il regime di Ayatollah Khomeini. Immediatamente alcune attiviste della piazza iniziano a discutere con loro, problematizzando la loro presenza a una manifestazione che chiede il disarmo tanto del patriarcato quanto della guerra. Da lì la discussione degenera: i toni si alzano mentre le telecamere continuano la loro ripresa,  intervengono le attiviste di Non Una Di Meno Roma, le quali chiedono l’allontanamento dei giornalisti e, infine, arrivano le Forze dell’Ordine che hanno poi separato quelli che di fatto erano diventati due gruppi. Con questa separazione il corteo riparte, senza la partecipazione del gruppo iraniano. Il giorno successivo esce un servizio in televisione, poi ripreso dal telegiornale della stessa emittente e da altri quotidiani: “Le femministe allontanano donne iraniane dal corteo dell’8 Marzo”. La reazione è immediata da parte di vari esponenti politici di destra che, riprendendo immediatamente il servizio, iniziano ad attaccare nuovamente il movimento transfemminista. Un’europarlamentare scrive “Durante il corteo delle femministe di “Non una di meno” cacciate le iraniane che volevano ricordare le donne perseguitate dal regime islamico. Altro che femminismo… VERGOGNA!”, un senatore invece su Facebook scrive “Un episodio imbarazzante che fa riflettere sull’ipocrisia di queste “paladine”: prontissime a parlare di patriarcato e diritti in Europa, ma, quando si tratta di difendere le donne che davvero rischiano la vita per la libertà, si arriva perfino a impedirgli di manifestare. Ancora una volta alcune femministe italiane dimostrano che, per loro, esistono donne di serie A e donne di serie B.”. Sostanzialmente, come si legge tra le righe dei vari post diffusi, il movimento transfemminista è reo di essere silente quando si parla delle donne che subiscono le conseguenze del cosiddetto “patriarcato islamico”, di cui il regime di Khomeini, che ha attaccato in maniera sistematica la libertà delle donne in Iran, diventa simbolo. 

Una narrazione distorta 

Ciò che i servizi televisivi e i post dei politici di destra hanno messo in scena non è una cronaca neutra, è una precisa ricostruzione. Il dissidio presentatosi al corteo viene descritto come la prova di una frattura insanabile: da una parte le donne iraniane, simbolo della lotta “vera” contro un patriarcato riconoscibile e nominabile, dall’altra le femministe occidentali di Non Una di Meno, che “si lamentano” invece di un patriarcato sistemico “inesistente” incapaci di riconoscere chi combatte davvero per la libertà.

Questa lettura decontestualizza deliberatamente la presenza del gruppo iraniano al corteo – un gruppo con un preciso orientamento politico – e ignora completamente il motivo reale del dissidio: non il patriarcato, non le donne iraniane vittime del regime di Khomeini, ma la guerra. Quel “Fuori la guerra dal corteo”, urlato nei video che stanno ancora circolando in rete, non è uno slogan contro le iraniane. È una posizione politica antimilitarista coerente con l’impianto dell’intera manifestazione.

Tuttavia la presenza degli e delle esuli dall’Iran diventa grimaldello per polarizzare l’opinione pubblica, distorcendo il significato di quella stessa manifestazione.

Il risultato è un messaggio semplice e potente nella sua falsità: le femministe sono ipocrite, selettive e soprattutto non sono in grado di riconoscere e solidarizzare con le donne che lottano veramente per la libertà, ovvero le donne islamiche di cui le iraniane sono diventate simbolo. 

Questo tipo di delegittimazione non è nuova: questo discorso si adagia perfettamente alla struttura narrativa dello scontro tra Oriente e Occidente riproponendo un immaginario in cui le donne dei territori SWANA  (South West Asia and North Africa, un’alternativa non eurocentrica e decoloniale al termine Medio Oriente) esistono o come vittime da salvare o – in questo caso – simboli da usare. Una narrazione che si mostra con una pretesa solidarietà quando, invece, nasconde una visione islamofoba ed eurocentrica della lotta femminista delle donne provenienti da contesti non occidentali. Si aggiunge poi un’ulteriore contraddizione: proprio chi strumentalizza la presenza delle persone iraniane al corteo ne omette il posizionamento politico specifico, trattandole come un gruppo omogeneo, privo di differenze interne, di dibattito, di pluralità. È ciò che si nasconde dietro quel “Donne iraniane” che ricorre tra titoli di giornale e post sui social media. Ed è il contrario esatto della solidarietà che si vuole invocare.

La necessità di una postura decoloniale e intersezionale

C’è però una tensione reale dentro al transfemminismo, e vale la pena nominarla proprio per non lasciarla in mano a chi la usa in maniera strumentale.

Il transfemminismo italiano è stato criticato, soprattutto da donne e persone non binarie razzializzate, per un approccio che resta eurocentrico: una difficoltà a tematizzare il patriarcato tenendo conto delle specificità vissute da chi ha un background migratorio o chi vive esperienze di razzializzazione. In un contesto sempre più polarizzato anche a causa dei conflitti in corso nel lato orientale del Mediterraneo, il discorso femminista deve districarsi nella complessità di condannare ogni forma di patriarcato, incluso quello che si esplica al di fuori dell’Occidente, senza tuttavia riproporre uno sguardo stigmatizzante. Ciononostante, è in questa complessità e in queste contraddizioni che si alimenta un dibattito interno ricco sull’intersezionalità – situando la teoria su una realtà in cui la relazione fra le varie forme di disuguaglianze impatta e purtroppo definisce l’esperienza della singola persona. La riflessione approfondisce anche il concetto di decolonialità che mette in discussione lo sguardo con cui si legge il patriarcato, incluso quello che si dipana al di fuori dall’Occidente, spesso considerato “altro”.

Questo dibattito non produce femminismi in contrapposizione, ma in rapporto dialettico. Esiste un movimento attraversato da tensioni e che proprio attraverso quelle tensioni si evolve, si corregge e si rafforza. La dialettica interna, del resto, non è un sintomo di debolezza, è la condizione della sua vitalità.

Usare quella tensione per dipingere il movimento come radicalmente spaccato in due, assegnando a ciascun pezzo un’etichetta di comodo, non è un’analisi neutra. È frutto di una narrazione con un intento non informativo, ma politico. Ed è esattamente quello che è successo l’8 marzo. 

E’ bene ricordare, però, che questo tipo di distorsione narrativa non riguarda solo il femminismo e il transfemminismo. Questo caso mostra come le persone iraniane – e più in generale le persone con background migratorio e razzializzate – vengono rappresentate nel discorso pubblico. Non sono soggetti politici complessi, con posizionamenti interni, dibattiti, pluralità, ma diventano simboli intercambiabili, da evocare o da silenziare a seconda di quanto tornano utili.

La domanda che resta aperta, allora, non riguarda solo il transfemminismo, ma chiunque porti avanti una lotta per l’uguaglianza e la garanzia dei diritti: quando una comunità diasporica viene citata, chi parla davvero? Chi sceglie quale voce amplificare e quale ignorare? E soprattutto – quella solidarietà che viene invocata, a chi serve davvero? Sicuramente non è servito a mettere in evidenza la necessità di tematizzare l’antimilitarismo. E non è servito nemmeno a parlare del tema principale dell’8 Marzo: i diritti delle donne.

Stefania N’Kombo José Teresa

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Filed Under: News, Primo piano Tagged With: 8 marzo, antirazzista, donne iraniane, eurocentrismo, femminismo, giornalismo, islamofobia, manifestazione, non una di meno, razzismo, televisione

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