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Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia: presentazione alla Casa dei diritti di Milano

CopertinaLunaria invita alla presentazione di Cronache di ordinario razzismo. Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia. Appuntamento giovedì 5 febbraio alle ore 18.00, presso la Casa dei diritti di Milano, in via De Amicis 10.

A distanza di quasi tre anni dal Secondo Libro Bianco, l’associazione Lunaria ripercorre le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese; questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste.

Proseguendo il lavoro avviato nel 2007, il testo racconta le discriminazioni e le violenze razziste quotidiane che attraversano i comportamenti sociali, i discorsi della politica, gli interventi delle istituzioni e i messaggi dei media, grazie all’analisi di duemilacinquecentosessantasei casi di discriminazioni e violenze razziste documentati in un database on-line tra l’1 settembre 2011 e il 31 luglio 2014. Casi di razzismo che riguardano tutti gli ambiti della società: perché lo spazio del razzismo quotidiano non ha confini e gli anticorpi culturali, sociali, politici e istituzionali per restringerlo sono ancora del tutto insufficienti e inadeguati.
Il lavoro di Lunaria si pone questo obiettivo: il Terzo Libro Bianco, concepito come uno strumento di lavoro a disposizione di tutte e tutti, vuole contribuire alla (ri)costruzione di una cultura diffusa dell’eguaglianza, basata sulla conoscenza, sul confronto, sull’analisi.
Contributi di: Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Guido Caldiron, Serena Chiodo, Daniela Consoli, Giuseppe Faso, Grazia Naletto, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Maurizia Russo Spena, Duccio Zola.

Durante la presentazione interverranno:
Edda Pando – fondatrice dell’Associazione Todo Cambia e responsabile Rete Sportelli Immigrati per Arci Milano
Giuseppe Faso – insegnante, tra i fondatori dell’associazione AfricaInsieme di Empoli, della Rete antirazzista e dell’associazione Straniamenti. E’ tra gli autori del volume.
Serena Chiodo – redattrice del sito www.cronachediordinariorazzismo.org. E’ tra le autrici del volume.

Ai partecipanti verrà distribuita copia del Libro Bianco.

L’appuntamento è per giovedì 5 febbraio, alle ore 18.00, presso la Casa dei diritti, via de Amicis 10, Milano.

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Terzo Libro Bianco sul razzismo: presentazione a Porto San Giorgio

CopertinaIl Terzo Libro Bianco sul razzismo, curato da Lunaria, arriva a Porto San Giorgio, nelle Marche. Appuntamento venerdì 6 febbraio alle ore 21.00.

A distanza di quasi tre anni, abbiamo ripercorso le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese; questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste. Proseguendo il lavoro avviato nel 2007, il testo racconta le discriminazioni e le violenze razziste quotidiane che attraversano i comportamenti sociali, i discorsi della politica, gli interventi delle istituzioni e i messaggi dei media, grazie all’analisi di duemilacinquecentosessantasei casi di discriminazioni e violenze razziste documentati in un database on-line. Casi di razzismo che riguardano tutti gli ambiti della società: perché lo spazio del razzismo quotidiano non ha confini e gli anticorpi culturali, sociali, politici e istituzionali per restringerlo sono ancora del tutto insufficienti e inadeguati.
Il lavoro di Lunaria si pone questo obiettivo: il Terzo Libro Bianco, concepito come uno strumento di lavoro a disposizione di tutte e tutti, vuole contribuire alla (ri)costruzione di una cultura diffusa dell’eguaglianza, basata sulla conoscenza, sul confronto, sull’analisi.

Ne discutiamo con gli organizzatori della presentazione: il progetto “Human Rights” dello Sprar di Porto San Giorgio, gestito dalla Coop. Nuova ricerca Agenzia Res; l’Università per la Pace Regione Marche e Progetto D/Striscio.

Durante la presentazione saranno presenti alcuni autori del volume: Anna Maria Rivera, saggista, per anni docente di etnologia e antropologia sociale dell’Università di Bari, antropologa e attivista antirazzista; Grazia Naletto, presidente dell’associazione Lunaria e  co-portavoce della campagna Sbilanciamoci!; Sergio Bontempelli, presidente dell’Associazione Africa Insieme. Modererà Alessandro Fulimeni, del Servizio Rifugiati SPRAR Coop.Soc. NuovaRicercaAgenziaRes.
L’evento è patrocinato dal Comune di Porto San Giorgio.
Ai partecipanti verrà distribuita copia del rapporto.

L’appuntamento è per venerdì 6 febbraio, alle ore 21.00, presso la sala Imperatori in via Oberdan. 
Clicca qui per info. 

Clicca qui per scaricare gratuitamente il Terzo libro bianco sul razzismo
Qui la versione inglese
Qui le precedenti edizioni

 

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Femminismi musulmani

femDomani, venerdì 30 gennaio, la Casa Internazionale delle donne invita alla presentazione del libro ‘Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihād‘, a cura di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci, Maria Paola Patuelli (Fernandel Editore).
Oltre alle curatrici del volume, parteciperanno al dibattito Maria Luisa Boccia, Renata Pepicelli, Annamaria Rivera. Coordina Nadia Pizzuti.

L’appuntamento è per domeni, venerdì 30 gennaio, presso la Casa Internazionale delle donne, via della Lungara 19, 00165 Roma.

Per info clicca qui.

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“Clandestini”, musulmani, quindi terroristi? Carta di Roma: media tra strumentalizzazione e confusione

download (1)‘A seguito dei fatti di Parigi numerose segnalazioni ci sono arrivate da colleghi e utenti: sono diversi i casi di testate che hanno alluso, in maniera più o meno diretta ai possibili legami non verificati di gruppi di persone o singoli individui (talvolta pubblicando nomi e foto) col terrorismo di matrice islamica, senza affiancare alle tesi sostenute alcuna prova. Legami che in alcuni casi si sono rivelati inesistenti‘. Lo scrive l’associazione Carta di Roma, denunciando la ‘strumentalizzazione del termine “clandestino”, spesso associata all’aggettivo “musulmano: sulle pagine e sui siti web di molti quotidiani, infatti, in questi giorni ‘il richiedente asilo, il rifugiato è stato a volte trasformato in “clandestino musulmano” e associato, senza alcun fondamento, al terrorismo jihadista’.

Un atteggiamento su cui Liana Vita ha proposto una riflessione, pubblicata su Il Manifesto. «I “clandestini musulmani” di cui si parla – scrive Vita, giornalista autrice del pezzo – sarebbero alcuni delle migliaia di profughi siriani arrivati in Italia nel corso degli ultimi mesi dopo aver attraversato il Mediterraneo rischiando la vita sui barconi partiti dalla Libia o dall’Egitto. […] Profughi, dunque, richiedenti asilo, potenziali rifugiati. E probabilmente, se a qualcuno l’informazione risultasse preziosa, musulmani, è vero».

Segnalando l’articolo – che si può leggere qui - Carta di Roma richiama i giornalisti ‘a una maggiore attenzione e responsabilità affinché si faccia uso di una terminologia corretta e appropriata, e si evitino facili strumentalizzazioni alle quali raramente corrisponde un’informazione accurata e basata su fatti e dati reali’.

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Riconoscere e tutelare il Romanès: proposta di legge di iniziativa popolare

romUna proposta di legge di iniziativa popolare chiede il ‘riconoscimento’ dei rom e dei sinti come minoranza e del romanès come lingua da tutelare. Cosa cambierebbe se la legge fosse approvata?Lo spiega Sergio Bontempelli questo articolo, pubblicato su Corriere delle Migrazioni. Buona lettura!

«Ai cittadini italiani appartenenti alla minoranza dei Rom e dei Sinti si applicano le disposizioni della legge 15 dicembre 1999, n. 482». Recita così uno dei primi articoli della proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalle associazioni rom, e presentata alla stampa pochi giorni fa. Alla maggior parte dei nostri lettori dirà poco il riferimento a quella norma del 1999, ma per chi si occupa di cose rom, la citazione è chiara. E provoca, bisogna dirlo, un sospiro di sollievo…
La «482», infatti, è legge che tutela le cosiddette «minoranze linguistiche storiche», cioè le comunità che – pur essendo italiane a tutti gli effetti – parlano una lingua diversa dall’italiano: il caso forse più conosciuto è quello dei tedeschi dell’Alto Adige, ma ve ne sono molti altri sparsi per la penisola. Già, ma che c’entrano gli «zingari» con gli altoatesini? E perché mai un gruppo così nutrito di associazioni chiede di applicare ai rom una legge pensata per gli sloveni del Friuli, per i tedeschi di Bolzano o per gli arberesh del Sud Italia, che parlano un antico dialetto albanese?
Il fatto è che i rom e i sinti hanno una propria lingua, il romanès (ne abbiamo parlato in uno dei primi articoli della rubrica «Rom-anzi», sempre su Corriere delle Migrazioni). Tra l’altro – contrariamente a un diffuso pregiudizio – gran parte dei cosiddetti «zingari» sono cittadini italiani, e lo sono spesso da molte generazioni. Insomma, i rom sono a tutti gli effetti una minoranza linguistica: e però la legge 482 non li ha riconosciuti. «La Repubblica italiana», recita l’art. 2, «tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il francoprovenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo».
Come si vede, in questo nutrito elenco di lingue manca proprio il romanès. E a questo punto dobbiamo fermarci un attimo, per provare a rispondere ad alcune domande: perché la legge sulle minoranze linguistiche storiche non hariconosciuto i rom e i sinti? Cosa significa, dal punto di vista giuridico, «riconoscere una lingua»? Che beneficio potrebbero trarre le comunità rom da questo riconoscimento?

Cosa prevede la legge sulle minoranze linguistiche
Partiamo dalla seconda domanda: quali vantaggi derivano dall’essere riconosciuti come minoranza? Torniamo all’esempio di prima, e pensiamo a un cittadino dell’Alto Adige, appartenente alla minoranza tedesca, e residente in un Comune con una forte presenza di germanofoni. Quando questo cittadino si reca all’anagrafe per fare la carta di identità, ha il diritto di rivolgersi in tedesco all’impiegato dello sportello: se quest’ultimo parla solo italiano, si dovrà chiamare un interprete fornito dall’ufficio (ovviamente a spese del Comune).
Gli atti pubblici (ad esempio le delibere comunali, i bandi di concorso, i documenti all’albo pretorio e così via) saranno tradotti anche nella «lingua minoritaria», e il nostro cittadino potrà tranquillamente leggerli in tedesco. A scuola, il figlio seguirà lezioni in italiano e in tedesco, e al ritorno a casa la famiglia potrà ascoltare il TG regionale in edizione bilingue. Se eletto in consiglio comunale, il nostro cittadino potrà fare interventi parlando la sua lingua.
Non basta. La legge 482 prevede anche specifiche «provvidenze per l’editoria e per gli organi di stampa», oltre che finanziamenti per istituti e associazioni culturali. Un gruppo di cittadini tedeschi, dunque, potrà organizzare un convegno, aprire una biblioteca, fondare un giornale o un’emittente radiotelevisiva, usufruendo di fondi statali e regionali per le lingue minoritarie.

L’esclusione dei rom e dei sinti
Perché mai i rom e i sinti non sono stati riconosciuti come minoranza, nel senso appena descritto? Nel dibattito parlamentare che portò all’approvazione delle legge 482, molti deputati dissero che i rom mancano di un «radicamento territoriale». Detto in termini meno tecnici: i tedeschi sono concentrati in alcune zone dell’Alto Adige, i friulani abitano in Friuli, i sardi in Sardegna, gli arberesh in alcune aree del Sud Italia, e così via. Ogni «minoranza» ha un «suo» territorio, dove è presente in numeri significativi (o addirittura maggioritari).
Gli «zingari», invece, non hanno una loro zona di elezione: sono dappertutto, e dappertutto rappresentano un’esigua minoranza. Mal si adattano, dunque, ad una norma che tutela le minoranze «concentrate»: è questo il motivo «ufficiale» che ha spinto il Parlamento a non includere il romanès tra le lingue tutelate. Certo, a pensar male si fa peccato – diceva un politico della Prima Repubblica – ma spesso ci si indovina: viene perciò il sospetto che accanto alla motivazione «ufficiale» ve ne fossero altre meno nobili, diciamo così, che attengono alla secolare ostilità nei confronti dei rom.
Comunque, almeno formalmente, il Parlamento si impegnò ad esaminare il caso del romanès, e a farne oggetto di una specifica legge. Poi, come spesso accade in Italia, deputati e senatori si «dimenticarono» dell’impegno preso, e la cosa finì in cavalleria. Così, da quasi venti anni le associazioni rom e sinti chiedono, inascoltate, una legge che tuteli la loro lingua e le loro culture.

La proposta di iniziativa popolare
Adesso, un nutrito gruppo di associazioni lancia una proposta di iniziativa popolare, per «costringere» il Parlamento ad occuparsi della questione. Il testo è molto lungo e complesso, e per la verità non parla solo del riconoscimento linguistico: nei 45 articoli di cui si compone, si trovano riferimenti ai «campi nomadi», agli sgomberi, al diritto alla casa, al lavoro, alla non discriminazione e alla parità di trattamento.
Si tratta di una scelta precisa, su cui non tutti gli attivisti sono concordi: alcuni fanno notare, ad esempio, che il diritto a un’abitazione dignitosa non dovrebbe essere inserito in una norma «per i rom e i sinti», perché si tratta di un diritto universale, valido per tutti. In effetti, in passato si erano fatte scelte diverse: il testo presentato anni fa da un nutrito gruppo di deputati – tra i quali la storica attivista antirazzista Mercedes Frias e l’attuale Sindaco di Palermo Leoluca Orlando – si limitava ad esempio ad emendare la legge 482, includendo il romanès tra le lingue tutelate. Ma questo è un altro dibattito, e un’altra storia.

Sergio Bontempelli

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“Fuori Campo”, storie di rom nell’Italia di oggi

locandina fuori campoChi sono i rom che vivono oggi in Italia? Quanti sono? Come vivono le loro giornate? Che storie hanno da raccontare? C’è questo, e molto altro, in “Fuori Campo“, film documentario che debutterà il 30 gennaio nelle sale del cineclub Detour di Roma. 

Secondo le stime, sarebbero meno di 200.000 i rom residenti in Italia. Di questi circa 40.000 vivrebbero in situazioni di “disagio abitativo”, che siano baracche, container, “centri d’accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati. E tutti gli altri? “Fuori Campo” racconta le loro storie, diverse tra loro, ma tutte con una unica cornice: l’Italia di oggi. Un documentario che, come dice il titolo, si pone fuori dal campo: tanto da quello visuale classico che circonda i cittadini rom, fatto di pregiudizi e stereotipi, quanto dal luogo fisico dove, secondo il pensiero generale, vivono i rom, ossia il “campo nomadi”. Con un lavoro collettivo di ricerca e documentazione, il documentario prova a scardinare i pregiudizi radicati nell’opinione pubblica e nelle amministrazioni e, anche, a spronare i rom a credere nelle proprie forze e nella possibilità di un cambiamento. Con l’intento di rovesciare il registro del dibattito attuale.

Da Cosenza a Bolzano, passando per Firenze e Rovigo, la telecamera del regista Sergio Panariello segue le vite dei protagonisti (Sead Dobreva, Kjanija Asan, Leonardo Landi, Luigi Bevilacqua) svelandone a poco a poco la loro quotidianità.

Fuori campo è prodotto da Figli del Bronx con le associazioni OsservAzione e Compare, realtà impegnate da anni sul tema dei diritti di rom e sinti in Italia. Da febbraio il film sarà proiettato in diverse città italiane.
La presentazione per la stampa si terrà il 30 gennaio alle 10.00 presso il cineclub Detour in via Urbana 107. Seguirà un dibattito con il regista e i protagonisti.
Lo stesso giorno, alle 20.45, è prevista la proiezione aperta al pubblico.
Entrambe le proiezione saranno a ingresso libero al Cineclub Detour, in via Urbana 107, Roma.

Per Info e approfondimenti:

http://www.osservazione.org/

fuoricampo@osservazione.org

Immagine anteprima YouTube

 

 

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Una radio in valigia: lo studio mobile di Amisnet!

downloadUna radio in valigia: è questo il nome del nuovo progetto di Amisnet. In concreto, uno studio radiofonico itinerante: compatto, leggero e realizzato con materiale di riciclo, grazie al sostegno di Wwoof Italia, associazione da sempre sensibile ai temi dell’ambiente. Una radio trasportabile dentro uno zaino, per arrivare facilmente ovunque ci sia qualcosa da vedere, ascoltare, e raccontare. Mixer, microfoni, cuffie, pc e telefono: tutto in una valigia, e tutto collegato ad un pannello solare con relativo sistema elettrico per l’autosufficienza energetica. Un nuovo modo di fare comunicazione e aprire nuovi spazi di partecipazione.
L’involucro sarà ideato insieme ad Officine Zero, la fabbrica romana riconvertita in centro di riciclo e riuso, i microfoni saranno quelli riparati e modificati dal laboratorio di microfoni artigianali Braingasm, e per l’informatica si farà ricorso alle doti di Reware, cooperativa che si occupa del recupero di materiale elettronico.
Per realizzare tutto questo, Amisnet ha bisogno del sostegno di tutti. E’ possibile sostenere il progetto tramite produzionidalbasso.com, o effettuando un bonifico. 
Info su Facebook o sul sito internet.

La prima uscita pubblica di “Una radio in valigia” avverrà sabato 24 gennaio al CSOA Corto Circuito di Roma per il lancio della campagna NO EXPO.

 

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Laboratorio Teatrale Multiculturale da InsensINverso.

insensoinversologoQuinta edizione del Laboratorio Teatrale Multiculturale organizzato dall’associazione InsensINverso. Pensato come un luogo di condivisione e creatività, il laboratorio è aperto sia a chi ha già fatto teatro, sia a coloro che vogliono fare per la prima volta questa esperienza.
La prima lezione si terrà giovedì 29 gennaio, dalle ore 19.00 alle ore 22.00, presso le Officine Culturali INsensINverso, via Vaiano 7 (Magliana, Roma). Il laboratorio si concluderà a giugno.

Per info e contatti:
www.insensinverso.org 
evento facebook

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Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia: presentazione a Roma

locandinaAction Diritti in Movimento e Spin Time Lab invitano alla presentazione del Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia, curato dall’associazione Lunaria. Appuntamento lunedì 26 gennaio alle ore 17.00, presso l’Auditorium Santa Croce, in via Statilia 15, Roma.

A distanza di quasi tre anni, abbiamo ripercorso le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese; questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste. Proseguendo il lavoro avviato nel 2007, il testo racconta le discriminazioni e le violenze razziste quotidiane che attraversano i comportamenti sociali, i discorsi della politica, gli interventi delle istituzioni e i messaggi dei media, grazie all’analisi di duemilacinquecentosessantasei casi di discriminazioni e violenze razziste documentati in un database on-line. Casi di razzismo che riguardano tutti gli ambiti della società: perché lo spazio del razzismo quotidiano non ha confini e gli anticorpi culturali, sociali, politici e istituzionali per restringerlo sono ancora del tutto insufficienti e inadeguati.
Il lavoro di Lunaria si pone questo obiettivo: il Terzo Libro Bianco, concepito come uno strumento di lavoro a disposizione di tutte e tutti, vuole contribuire alla (ri)costruzione di una cultura diffusa dell’eguaglianza, basata sulla conoscenza, sul confronto, sull’analisi.

Durante la presentazione gli autori del volume si confronteranno con storie di razzismo raccontate dai cittadini e dalle cittadine protagonisti di alcune importanti battaglie per i diritti e contro le discriminazioni: dal percorso del Social Pride alla Barca dei diritti e al progetto Mandela, per arrivare a parlare di Castelvolturno, di Rosarno e del lavoro nero, della accoglienza e delle mafie che ne fanno un business, e ancora di come la speculazione politica crea diritti di serie A e di serie B.
Alla presentazione parteciperanno Movimento immigrati e rifugiati di Caserta, Madiba Mandela Project, Social Pride, Barca dei Diritti, Arci Roma, Asinitas.
Ai partecipanti verrà distribuita copia del rapporto.

L’appuntamento è per lunedì 26 gennaio, alle ore 17.00, presso l’Auditorium Santa Croce, in via Statilia 15, Roma. 
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Invisibili tra gli invisibili al CARA di Crotone

Crotone“Alcuni ci dicono che non possono parlare con i giornalisti, perché altrimenti il rischio è quello di non avere il permesso di soggiorno. Qui non vogliono che loro parlino e loro preferiscono non farlo. Siamo qui, intanto. Siamo obbligati ad accettare tutto. Voi uscirete e noi resteremo con loro”.
Una delegazione della campagna LasciateCIEntrare ha visitato il CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Crotone, una delle “strutture-mostro che fagocitano esseri umani e macinano soldi“. 

Pubblichiamo di seguito il resoconto della visita, invitando alla sua diffusione. 

L’INGRESSO

Una delegazione di LasciateCIEntrare accede al CARA di Crotone il 22 Dicembre alle ore 10.30. E’ composta da Francesco Noto, Ahmed Baraou e Yasmine Accardo. Dopo aver presentato documenti e foglio di autorizzazione all’entrata ci lasciano entrare senza scorta. Restiamo straniti, abituati ad entrare sempre scortati da poliziotti ed addetti. Immaginiamo che il sistema di sorveglianza sia qui, probabilmente, molto sicuro. Ci guardiamo intorno alla ricerca delle telecamere. Effettivamente ce ne sono molte.

I CAMPI DOVE SI COLTIVANO SOLDI

Ci dirigiamo subito verso il Campo A, la Baraccopoli di container gialli e blu dove i migranti stanno svolgendo le loro attività quotidiane: mercatini improvvisati, vendita al dettaglio di bibite, lavaggio vestiti che appendono sulle funi montate tra un container e l’altro. Abbiamo modo di parlare con diversi di loro. Alcuni sono arrivati da poco altri sono qui da oltre un anno. Nessuno inizialmente vuole parlarci. Sono guardinghi e si girano intorno come a valutare la presenza di altri. Gli diciamo che rappresentiamo una campagna che si pone l’obiettivo di salvaguardi dei diritti. Non si fidano e molti restano in silenzio. Alcuni ci dicono che non possono parlare con i giornalisti, perché altrimenti il rischio è quello di non avere il permesso di soggiorno. Qui non vogliono che loro parlino e loro preferiscono non farlo. “Siamo qui, intanto. Siamo obbligati ad accettare tutto. Voi uscirete e noi resteremo con loro”. Nei container dormono fino ad otto persone. In ognuno c’è un fornelletto, che i migranti comprano da se. I container sono sporchi e malmessi. Ci chiediamo come si riscaldino lì dentro. Un container ha la porta aperta e mostra macerie di un incendio. C’è un gatto dentro che si lava. Molti dei migranti sono in città dove si recano anche per cercare un piccolo lavoretto o per fare una passeggiata. Ci raccontano che con i crotonesi, però, non hanno alcun contatto. Ci avviciniamo ai bagni dove alcuni addetti hanno appena terminato le pulizie. Le docce sono otturate e quindi l’acqua ristagna alla base e le pareti sono quindi ammuffite. Cambiamo area e cui dirigiamo al campo B, per la strada incontriamo altri migranti. Loro ci salutano e riusciamo a scambiare qualche parola in più. La scena è sempre la stessa: si guardano intorno preoccupati. Qualcuno di loro ci incalza dicendoci che lì non sono trattati bene: vanno dal medico e non vengono assistiti. Uno di loro ha un problema agli occhi e continua ripetutamente a chiedere assistenza, ma gli viene detto che non ha niente e non ha bisogno di nessuna terapia. Eppure lui continua a non vedere bene. Si strofina gli occhi e si chiede se sia giusto essere trattati così. Il suo compagno ha dolori alterni all’addome ma anche per lui la risposta è stata la stessa: non hai niente. Vogliamo sperare che sia davvero così. Continua a parlarci dicendoci che nessuno qui riceve soldi. Hanno soltanto un pacchetto di sigarette a settimana. Internet lo pagano due euro all’ora e se lo sono fatti da se. Esiste anche il barbiere, dato che quello del campo non deve funzionare un granchè, un euro il taglio capelli, cinquanta centesimi la barba. Mentre parliamo con alcuni migranti, altri a gruppi ci guardano da lontano. Vorrebbero probabilmente avvicinarci ma non lo fanno.

GLI AVVOCATI SCIACALLI

Proseguiamo verso l’area B, dove c’è anche una moschea. le abitazioni non sono baracche ma moduli abitativi bianchi. Più migranti ci si avvicinano qui. Confermano tutti quanto ci hanno già detto altri. In particolare ci raccontano che nel caso qualcuno ricevesse negativo dalla commissione, un avvocato dell’interno li manda da un collega a Crotone, che si prende 200 euro per i ricorsi. Non tutti hanno questa cifra. E devono averla però entro 15 giorni dal diniego. Altrimenti niente ricorso e nessun documento. Quindi devono procurarsi soldi e lo fanno cercando piccoli lavoretti a Crotone, facendo l’elemosina ai supermercati o cercando vestiti nei rifiuti da rivendere una volta puliti. Soldi anche per telefonare ai propri cari. Perché non gli danno nemmeno le schede telefoniche.

COSI’ DOVREBBERO ESSERE LE VISITE NEI CENTRI DI DETENZIONE

In quest’area c’è una donna che ha partorito da poco, dentro al centro. Dice che non hanno voluto portarla in ospedale e che ha sofferto pene indicibili. Avrebbe voluto fare il parto cesareo. Ma niente da fare ha partorito lì. Siamo al campo da circa due ore e mezza. Nessuno a parte i migranti si è avvicinato a noi. Entriamo nelle palazzine dove ci sono gli ambulatori per le visite, i saloni dove si fa scuola. Giriamo tutto l’edificio e ridiscendiamo. Stanno chiamando i migranti al pranzo ed assistiamo alla distribuzione. Le porzioni di cibo sono minuscole: Riso e carne, di cui non si conosce la provenienza. Molti qui sono musulmani, lamentano che vorrebbero carne halal, ma ci hanno rinunciato: o questo o niente. Il pasto è composto da: una fettina di carne, una porzione di riso, una mela, una bottiglia d’acqua. Mentre siamo lì, avremmo potuto fare la fila per prendere il cibo, ma non avevamo la tessera. Qui non ti guardano nemmeno in faccia.

IL CAPANNONE DEL BENVENUTO

Verso le 13 e 15 arriva un autobus ed un folto gruppo di poliziotti e militari. Ci avviciniamo al capannone. Salutiamo poliziotti e militari ed entriamo senza alcun tipo di ostacolo. Nel capannone ci sono circa 50 migranti, siriani, appena arrivati. Sono seduti sui letti e gli viene dato il pasto, che consumano in maniera poco dignitosa, mentre un mediatore di lingua araba spiega in fare piuttosto severo qualcosa. Ci avviciniamo ai migranti per sapere da dove vengono: dalla Turchia. Ci sono donne e bambini. Lasciamo un nostro contatto telefonico. Mentre parliamo ad un tratto il mediatore punta il dito verso Ahmed.” Lui non l’ho identificato”. Ahmed risponde dicendo che lui ha già i documenti. C’è il responsabile della prefettura che comincia ad urlare, dicendo lui lì cosa ci fa e chi l’ha autorizzato ad entrare. Rispondiamo tutti insieme che siamo la delegazione di LasciateCIEntrare. E siamo autorizzati dalla prefettura, cioè da lui. Continua ad urlare e ci ordina di uscire. Vuole sapere da dove siamo entrati: “dalla porta centrale. Abbiamo lasciato i documenti e mostrato l’autorizzazione”: Non ci crede e continua a sbraitare. Arrivano i poliziotti cui mostriamo il foglio di autorizzazione. Ci guardano sgomenti: non sapevano che fossimo lì!

IL BUONSENSO

Ci invitano ad uscire, dicendoci che comunque noi lì non possiamo stare, perché ci sono migranti appena arrivati. Gli diciamo che proprio da Crotone, ci erano giunte segnalazioni su pestaggi ai migranti per prendere le impronte. E che l’on Intrieri ne fece un’interrogazione parlamentare. Ci accompagnano verso l’uscita, mentre continuiamo ad incalzarli su quanto accaduto a Crotone pochi mesi fa. Ci assicurano che loro accolgono i migranti e li trattano bene. Il poliziotto ci chiede se abbiamo scattato foto, confida nel nostro buon senso. Gli diciamo che ci opponiamo al non prendere foto all’interno. E quindi ci lascia all’uscita.

Dopo un’ora riceviamo una telefonata da un siriano all’interno: vogliono costringerli a prendere le impronte. Diamo loro nome di avvocato e numero di telefono. Cominciano uno sciopero della fame. Chiamiamo l’avvocato, che si dirige verso il cara. Proviamo a rientrare. Ce lo permettono. Incontriamo nuovamente il poliziotto che ci aveva accompagnato all’uscita. Incalziamo nuovamente . chiedendo di poter entrare lì dove sono i siriani, per garantire il diritto di non rilasciare le impronte, con procedura indicata da documento ASGI (che inviamo per mail). Il poliziotto telefona ci lascia a lungo in attesa. Dopo una mezz’oretta torna. Ci dice che non possiamo andare ma che ai migranti non prenderanno le impronte. Gli diciamo che c’è un avvocato e che la parola “Forzate” non significa a suon di botte. Ci accompagna nuovamente all’uscita. Più tardi entrerà nuovamente un’altra persona, Simona Martini, sempre come LasciateCIEntrare per assicurarsi delle condizioni dei migranti: i bambini giocano e non ci sono problemi. I migranti siriani se ne andranno il giorno dopo. Noi per tre ore siamo stati invisibili tra gli invisibili.

LA PUZZA DEI SOLDI

Ovviamente rimane l’amaro in bocca, per la nostra impotenza di fronte a queste strutture-mostro che fagocitano esseri umani e macinano soldi. Ma lo Stato e il parastato sa dove piazzarle. Tutto il tempo della visita ha spirato un vento che oltre ad abbassare le temperature profumava l’aria di quel tanfo che senti quando sei vicino ad una discarica. Sono le discariche dei Vrenna. Qui tutto intorno è un via vai continuo di camion che trasportano, smistano, triturano, trasformano i rifiuti in soldi. Esattamente con il Centro di Crotone, al posto dei rifiuti provenienti dagli oggetti, esseri umani.

AHMED

La mia visita lampo al”cara” di Crotone è stata una sorpresa per me Ahmed Berraou. Vivo in Italia da 20 anni e sono un imam. Sono stato presidente della comunità islamica dal 1997 fino al 2011 ed oggi sono presidente di un’ associazione di volontariato nel’ambito immigrazione oltre che mediatore culturale da anni e sindacalista nel direttivo della CGIL. Sono stato chiamato dalla Campagna LasciateCIEntrare per far parte della delegazione in visita al CARA il girono 22 Dicembre c.a. Siamo arrivati la mattina a Crotone, passando per una strada ben nota per il degrado ambientale e le discariche. Intorno alle 10.30 siamo arrivati al CARA di Santa’Anna io, Francesco e Yasmine. Abbiamo presentato l’autorizzazione ad entrare del prefetto, lasciato le nostre carte d’identità ed abbiamo percorso soli il lungo vialone che conduce all’interno. Ci siamo diretti verso il Campo A che da più di 10 anni si trova lì e si compone di container di ferro sistemati in fila al cui interno “dimorano” un minimo 8 persone per lo più asiatici e maliani in condizioni igieniche del tutto insane e dove il sistema elettrico non possiede alcun sistema di sicurezza..In alcuni containers sono stati allestiti anche dei negozietti fai da te di migranti che si trovano lì da oltre un anno. L’assistenza sanitaria è penosa, così mi riferiscono tutti i migranti con cui riesco a parlare, soprattutto perchè è difficilissimo incontrare i medici, visto che per lo più vengono visitati da infermieri o stagisti. Il cibo è insufficiente e senza né gusto nè sapore, oltre che non avere nessuna indicazione se sia o meno helal, nel caso si tratti di carne. Tutte le persone con cui ho parlato si lamentano di tutto ma sono costretti ad accettare le condizioni del campo per paura o per ricatto, visto che gli si dice. “o così o niente permesso di soggiorno”. La storia più triste è quella di una donna marocchina che ha partorito nel campo dopo una lunga sofferenza e che adesso ha una figlia malata di 4 mesi nata dopo un intervento dentro al cara e senza aver mai visto l’ospedale.

Continuando a visitare il campo siamo giunti al posto di prima identificazione dove abbiamo trovato più di 50 persone tra uomini, donne e bambini tutti siriani appena arrivati dalla sicilia. Stavano tutti dentro un capannone, un posto davvero poco degno per una prima accoglienza. Mi sono avvicinato a un giovanotto, che aveva la stanchezza tracciata pesantemente sul viso, a lui ho lasciato il mio biglietto da visita con numero di telefono per chiamare in caso di necessità. Stavamo scambiando due chiacchiere quando, dopo un po’, è arrivato un funzionario della polizia e dell’accoglienza che ha cominciato a gridare gridando e bestemmiare, usando parole molto volgari e senza motivo. Diceva che noi non potevamo stare lì e chiamato la polizia, l’esercito, i carabinieri e la guardia di finanza per impedirci di restare lì. Quindi siamo stati “scortati fuori” e dopo un po’ siamo stati richiamati dal siriano cui avevo lasciato il mio numero. Volevano costringerli a prendere le impronte con la forza. Così siamo entrati di nuovo, però la polizia ci ha impedito di parlare con loro, che all’interno erano già in sciopero della fame. Abbiamo però spiegato loro che non potevano prendere le impronte per forza e che esiste un’altra procedura e non solo, che già da l’ erano arrivate segnalazioni di “botte” ai siriani, nei mesi precedenti. Abbiamo chiamato un avvocato di zona perchè li potesse difendere, ma non è stato fatto entrare. Poi è arrivata un’altra ragazza del volontariato della zona, che aiuta molti siriani. E’ entrata anche lei, ma non le è stato permesso di vedere i siriani del gruppo. Comunque è proprio il campo della Vergogna!