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04

Carta di Roma: sanzioni economiche per i razzisti in tv

imagesdi Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma

La vergognosa affermazione fatta dall’eurodeputato Gianluca Buonanno durante “Piazzapulita” è stata subito condannata da Corrado Formigli (per info vedi qui). Ma, secondo noi, quella dissociazione non chiude il problema se non dal punto di vista strettamente formale.

C’è un aspetto sostanziale su cui invitiamo a riflettere. E cioè se non costituirebbe in qualche modo “connivenza” il fatto di ospitare nuovamente una persona che si esprime in questo modo. E se non ci sia un modo per evitare che – dietro lo schermo di un mandato politico – si faccia sulle reti televisive propaganda dell’odio razziale. Per esempio obbligando gli ospiti a sottoscrivere – con sanzione economica in caso di violazione – l’impegno a non utilizzare espressioni xenofobe e razziste.

Ma sarebbe già qualcosa se si cominciasse a ragionare del problema. Francamente e laicamente. Domandandoci, per esempio, se le ragioni dell’audience possono spingersi fino al punto di invitare personaggi che non possono offrire al Paese altro che il loro veleno.

L’articolo è pubblicato sul sito dell’associazione Carta di Roma.

mar
04

Donne migranti: lo sfruttamento è doppio

We are workers not slaves - lebanonIl Governo italiano sembra disinteressato, impegnato come è nel jobs act, figuriamoci cosa gliene importa delle donne immigrate sfruttate e violentate nelle nostre campagne. E infatti, continuano le denunce, i convegni, gli articoli sui giornali, le interrogazioni parlamentari ma di provvedimenti per salvare quelle lavoratrici non se ne vedono“. Lo scrivono Marco Omizzolo e Roberto Lessio, in un articolo pubblicato su Zeroviolenza.it. Un articolo che denuncia la situazione in cui versano molte donne di origine straniera, costrette a subire violenze e soprusi in silenzio, per non perdere il lavoro e, conseguentemente, il permesso di soggiorno.
Segnaliamo l’articolo.

Donne migranti: lo sfruttamento è doppio
di Marco Omizzolo e Roberto Lessio

“Amal avrebbe voluto guardare meglio negli occhi del soldato, ma la bocca del fucile automatico contro la fronte non glielo permetteva. Era sufficientemente vicina per vedere che portava le lenti a contatto. Si immaginò il soldato curvo su uno specchio che si infilava le lenti negli occhi prima di vestirsi e andare a uccidere. Che strano, pensò, quello che ti viene in mente tra la vita e la morte.

Si domandò se i soldati si sarebbero dichiarati pentiti dell’uccisione “accidentale” di una cittadina americana. O se la sua vita sarebbe semplicemente finita nel marasma del “danno collaterale”.

Così inizia Ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa, uno dei libri più appassionanti degli ultimi anni, la cui lettura insegna più di ogni altra il dramma dell’abbandono della propria casa, della violenza, della persecuzione ma anche della fiera resistenza contro un mondo che ancora troppo spesso dimentica la sua umanità. In questo caso si tratta di una famiglia palestinese, popolo perseguitato dalla illegittima occupazione israeliana.

Potrebbe però benissimo essere la storia di una donna eritrea, costretta a fuggire dalla feroce dittatura di Afewerki, come Aster Yohannes che insieme a suo marito Petros Solomon ha fatto perdere le sue tracce, probabilmente perché massacrati dalle guardie “ammaestrate” di quel regime. Oppure Asabe, donna nigeriana costretta a venire in Italia e a prostituirsi sul ciglio delle nostre strade, nell’indifferenza generale.

O ancora Chau, che lavora come badante di un anziano signore romano guadagnando appena 400 euro al mese a nero, costretta a vivere un lavoro totalizzante, privo di occasioni di svago, socializzazione, riposo. O Anca, venuta in Italia per cercare lavoro per ritrovatasi a lavorare come schiava nei campi agricoli di Ragusa dove guadagna appena 600 euro al mese e sistematicamente viene violentata da un padrone italiano che puzza di alcool e di vigliaccheria.

Quanto è emerso lo scorso anno a Ragusa, come è stato già sopra ricordato, racconta di un paese che è in caduta libera, dal punto di vista etico e politico. A distanza di poco meno di un anno non si sono presi provvedimenti utili per sconfiggere quella forma di riduzione in schiavitù e doppio sfruttamento, sessuale e lavorativo.

Donne usate per fare soldi e fare sesso. Il Governo italiano sembra disinteressato, impegnato come è nel jobs act, figuriamoci cosa gliene importa delle donne immigrate sfruttate e violentate nelle nostre campagne. E infatti, continuano le denunce, i convegni, gli articoli sui giornali, le interrogazioni parlamentari ma di provvedimenti per salvare quelle lavoratrici non se ne vedono.

Nel mentre molte donne rumene continuano ogni giorno ad essere costrette a prostituirsi con il datore di lavoro che le ricatta di licenziamento se non si concedono alle sue perversioni. Abusi e sfruttamenti si perpetuano nelle campagne siciliane, tra le serre e i campi aperti. Se ti rivolti perdi il lavoro, l’alloggio, la possibilità di inviare pochi soldi a casa, ovunque essa sia, di mantenere i figli.

Fare una stima del numero delle donne che vivono queste continue violazioni è impossibile. Molte lavorano in nero e non denunciano per paura delle conseguenze, subiscono in silenzio le violenze e addirittura arrivano anche al concepimento. L’emergenza riguarda anche gli aborti. Secondo stime approssimative si tratta di circa 5 o 6 interruzioni alla settimana, a cui si aggiungono gli aborti clandestini sul territorio e quelli effettuati in altre strutture provinciali.

Le donne migranti braccianti dell’Est Europa, non solo rumene ma anche ucraine e, in passato, polacche, insediatesi soprattutto nel meridione d’Italia sono quasi pari a quella degli uomini. Si tratta però di lavoratrici vulnerabili, sottopagate, soggette a ricatti sessuali e occupazionali che mostrano la natura paraschiavistica e sessista del capitalismo moderno. Donne che mediamente percepiscono 25-35 euro giornaliere per otto e più ore di lavoro, mentre i loro compagni di lavoro uomini arrivano ai 45–55 euro; spesso costrette a prostituirsi per 15–20 euro con il loro datore di lavoro.

Le prestazioni sessuali derivano dal ricatto della miseria, dovuto a salari miseri, alla mancanza di strumenti adeguati per uscire dallo sfruttamento lavorativo e dal ricatto occupazionale. Senza dimenticare che il passo dalla prostituzione indotta alla violenza sessuale è davvero breve. Se ci stai prendi 20 euro, altrimenti ti prendo uguale altrimenti ti licenzio. Così ragionano alcuni padroni italiani. Secondo Medici senza Frontiere, oltre la metà degli stranieri impiegati come braccianti agricoli non ha un permesso di soggiorno, a cui si aggiunge un 25% di persone con un regolare permesso per richiesta d’asilo, alle quali, ai sensi della legge italiana, non è consentito lavorare.

Per una donna, essere irregolare vuol dire essere soggetta alla minaccia di essere denunciata e di conseguenza spesso rimpatriata se non si accettano i rapporti sessuali. Pochi si occupano del tema. Se c’è un doppio sfruttamento (in quanto donna e in quanto straniera), se ciò si manifesta ancora in modo duplice soprattutto nelle nostre campagne (in quanto sfruttata lavorativamente e sessualmente), si manifesta di contro una sorta di quasi impenetrabile pregiudizio: in quanto donne, braccianti, straniere risultano le più invisibili tra gli invisibili. E si sa dei fantasmi non si occupa mai nessuno.

Semplicemente non esistono.

Fantasmi, donne trasparenti, vittime della nostra colpevole ignavia e di una fame di profitto e di potere che ricorda gli anni bui del fascismo. Qualcuno diceva “lavoratori di tutti il mondo unitevi”, si riferiva agli uomini e anche alle donne. Iniziare ad aggregare, a tenere insieme, a unire le migliaia di lavoratrici schiavizzate nei nostri campi e spesso costrette a forme varie di violenza genererebbe un passo in avanti che sconvolgerebbe i piani dei padroni e di questo Governo. Vale la pena provarci, anche a costo di rischiare di essere classificati tra “i danni collaterali”. Meglio combattere questa battaglie che essere parte di questo sistema.

Fonte: www.zeroviolenza.it

mar
02

Fuori Campo

823Dopo le anteprime del 30 e 31 gennaio, il film documentario “Fuori Campo” comincia a girare l’Italia. Fuori Campo è un esperimento di “co-ricerca” di un gruppo di documentaristi, giuristi, antropologi, attivisti rom e non rom, che racconta “l’altra realtà” dei rom in Italia – quella di cui i giornali non parlano e di cui la politica non si occupa –, raccogliendo storie di vita di donne e uomini rom che non hanno mai vissuto in un campo o hanno scelto di uscirne. Il regista Sergio Panariello, supportato da attivisti rom residenti in diverse città italiane (Bolzano, Rovigo, Firenze, Cosenza), ha realizzato il documentario, che sarà proiettato in diverse città: nelle scuole, e durante festival cinematografici ed  eventi organizzati da associazioni locali. Fuori Campo è prodotto da Figli del Bronx con le associazioni OsservAzione e Compare/Mammut, realtà impegnate da anni sul tema dei diritti di rom e sinti in Italia.

A questo proposito, vi segnaliamo l’articolo di Sergio Bontempelli, uscito qualche giorno fa sul Corriere delle Migrazioni.

Le storie dei rom che non abitano nei campi, ma nelle case, raccontate in un film documentario uscito in questi giorni

«Se io non dico che sono rom», dice un signore che abita a Cosenza, «nessuno se ne accorge… non è che ho scritto in fronte la parola “zingaro”…». «Io sono nato in una casa normale, nella ex Jugoslavia», incalza un rom di Firenze, «da noi non esistevano campi… poi sono venuto in Italia, a quindici anni, ed è qui che sono diventato zingaro: mi hanno fatto abitare in una roulotte, e poi in una baracca…».

Sono alcune frasi del film Fuori Campo, prodotto dal regista Sergio Panariello per conto delle associazioni OsservAzione, Figli del Bronx e Compare, con la collaborazione di Amalipé Romanò e Open Society Foundation. Una pellicola – è stato detto – che «sposta lo sguardo», assumendo la prospettiva dei rom che non abitano nei campi, e che vivono una vita “normale” all’interno di case in muratura: cioè con pareti di cemento, porte, finestre, cucine, bagni, camere da letto…

Quattro storie “normali”
Nella pellicola di Sergio Panariello si incrociano quattro storie di altrettanti rom. C’è Sead, kosovaro, arrivato in Italia ancora bambino assieme alla sua famiglia di profughi: oggi vive a Rovigo, lavora in fabbrica e fa il delegato sindacale. «Io capisco che c’è la crisi e la gente ha paura», dice ad un collega marocchino, «però spesso chi lavora non difende la propria dignità, i propri diritti… e a volte tocca a noi – a noi rom, a noi immigrati – cercare di migliorare le cose, sia per noi stessi che per gli italiani… perché in fondo in fabbrica siamo tutti lavoratori, tutti uguali».

Poi c’è Luigi, rom italiano, che vive a Cosenza e di mestiere fa il netturbino. Anche Luigi ha una casa – una casa “normale” – ma vive in un quartiere di soli rom. «Prima stavamo in un campo», racconta ad un amico, «poi hanno fatto lo sgombero, e ci hanno portato tutti qua, in questa strada: in questo modo si è formato un quartiere rom. Le abitazioni sono migliorate, questo è innegabile, ma le problematiche sono rimaste le stesse: siamo isolati, viviamo in un ghetto…».

C’è Canija, giovane ragazza macedone, che vive a Bolzano con i suoi tre figli, con il marito italiano in carcere: cerca disperatamente una casa propria per separarsi dal coniuge, ma l’impresa non è semplice. La sua storia si dipana tra la ricerca di un affitto e il tentativo di accedere ad alloggi comunali di emergenza abitativa.

Infine, c’è la vicenda dei rom di Firenze, raccontata a più voci in un conversazione da salotto: e non è un modo di dire, perché tutta la storia si dipana attraverso la narrazione di quattro attivisti rom, condotta nel divano di una casa. Ed è una storia lunga e complessa: di Comuni che promuovono progetti di integrazione abitativa, dei primi successi, poi del cambio di politiche locali e del fallimento di alcuni percorsi virtuosi. E tra i “narratori” c’è Demir Mustafa, figura storica dell’associazionismo rom in Toscana.

Un mondo “dimenticato”
Quattro biografie di rom, quattro storie “normali”: quelle di chi non vive in un “campo”, non sembra “nomade”, e perciò non si porta addosso lo stigma del pregiudizio. Perché in fondo questo significa abitare in container, baracche, tende, roulotte, in insediamenti precari ai bordi delle autostrade: apparire diverso, e quindi – spesso – essere bersaglio di stereotipi.

Ma quanti sono i rom e i sinti che vivono in case normali? Le stime parlano di circa 170.000 persone appartenenti alla minoranza romanì: di questi, circa 40mila vivrebbero in situazioni di disagio abitativo, cioè in insediamenti più o meno autorizzati, oppure in case occupate e fatiscenti. Tutti gli altri – la stragrande maggioranza, dunque – abitano in alloggi convenzionali e in muratura: un mondo troppo spesso dimenticato, perché il senso comune associa i rom al nomadismo, e dunque alla forma-campo.

I campi: una forma di violenza
A dare il senso alle storie raccontate nel film sono le parole di Piero Colacicchi, fondatore di OsservAzione, uno dei più autorevoli studiosi di “questioni rom”, scomparso prematuramente l’estate scorsa.

«I rom stranieri che vivono in Italia», dice Colacicchi in una vecchia intervista, riportata alla fine del film di Panariello, «vengono da zone della ex Jugoslavia dove i campi non esistevano: le famiglie rom vivevano nelle case, e lavoravano regolarmente. Quindi il campo non è una risposta adeguata a una cultura particolare: è invece unanostra violenza, che imponiamo ai rom».

«Apparentemente», conclude Colacicchi, «il campo è la soluzione più semplice, e anche più economica per gli enti locali. In realtà le cose non stanno così: perché i costi di questi insediamenti sono quasi sempre altissimi. E si tratta di soldi sprecati…». Sono parole pronunciate nel lontano 1999. Che oggi, dopo le inchieste di Mafia Capitale, suonano quasi profetiche…

L’articolo è pubblicato da Corriere delle Migrazioni

mar
02

Il fallimento di Matteo Salvini

imagesdi Alessandro Leogrande

Non erano poi tanti i leghisti e i loro compagni di strada raccolti ieri, 28 febbraio 2015, a piazza del Popolo, in un sabato romano di fine febbraio insolitamente caldo. Saranno stati venticinquemila.
Il palco è stato costruito sotto la terrazza del Pincio, ma sull’altro versante, alle spalle dell’obelisco, la piazza aveva ampie zone vuote. Insomma, l’arrivo in massa nella “Roma da incendiare”, come si poteva leggere su un cartello portato a mano, non c’è stato.
E chi ci è arrivato, in buona parte apparteneva al popolo storico della Lega. Tante bandiere della Lega nord, tantissime della Liga veneta. Gente di Gallarà, di Caronno Varesino, della valle Cerina, della provincia lombarda e veneta. Tanto che viene da pensare che il principale intento di Salvini sia stato innanzitutto quello di rinsaldare le file del suo popolo.

Quando arrivo in piazza, sono già cominciati i primi discorsi dal palco. Tutti sembrano ascoltare in silenzio. Tra la folla, ci sono le magliette bianche “Renzi a casa”, che riproducono la stessa scritta a caratteri cubitali alle spalle del palco. E ci sono le felpe care al nuovo leader. Molte felpe verdi, rosse, azzurre, con su scritto: Romagna, Piemonte, Liguria. Non sono invece tante le bandiere di “Noi con Salvini”, il movimento che la Lega sta provando a lanciare al sud contando, come ripetono in continuazione i suoi dirigenti, sul senso dell’autonomia di siciliani, calabresi, salentini.
Ci sono sparuti gruppi di Anzio, Nettuno, Andria, Barletta, Catania (i più numerosi). Ma per lo più, da ultimi arrivati e da meno organizzati, si tengono ai bordi della piazza.

A formare una macchia nera alla destra del palco ci sono i fascisti di Casa Pound: stretti, compatti, con i loro anfibi paramilitari e i bomber neri, i cappelli di lana e gli occhiali da sole, le celtiche e i tricolori. Il blocco nero è ben riconoscibile anche perché ai suoi lati i militanti del servizio d’ordine indossano una canotta rossa con la tartaruga, simbolo del movimento.

Accanto a loro spuntano, numerose e immacolate, le bandiere di “Sovranità-Prima gli italiani”, blu con delle spighe di grano gialle. È il nuovo contenitore politico lanciato da Casa Pound per allargare la propria base e venire incontro al nuovo leghismo nazionale. Insieme alle bandiere hanno issato una foto alta due metri del fuciliere Massimiliano Latorre, uno degli eroi indiscussi della giornata.

Ma per quanto i fascisti vadano verso la Lega (riconoscendo in Salvini l’unico leader) e per quanto Salvini non batta ciglio quando Di Stefano, numero due di Casa Pound, dice alla stampa “Noi siamo forti della nostra identità, non facciamo un passo indietro. È quello che ci lega alla Repubblica sociale”, in questa piazza non gremita che sembra mettere insieme vari segmenti della destra estrema e anti-sistema le parti non si mescolano più di tanto.

Si riconoscono nel no all’immigrazione (“Non c’è più posto per nessuno”, “Ci sono vecchi che rovistano nei cassonetti e noi ancora li accogliamo”, “Con le ruspe, i campi rom si abbattono con le ruspe”), nel no all’euro (“Ci stanno affamando”), nel solito anticomunismo (“Le zecche non volevano farci manifestare”). Ma sono davvero pochi i passaggi dei discorsi fatti dal palco dallo stesso Di Stefano, da Giorgia Meloni, da Marine Le Pen (un videomessaggio contro il multiculturalismo cavallo di Troia del gruppo Stato islamico) e dal governatore Luca Zaia che riescono ad accendere interamente la piazza.

Il boato per Graziano Stacchio.
Anche quando parla Matteo Salvini, il nuovo leader supremo (e nazionale) annunciato da uno speaker esaltato e da tre minuti buoni di musiche celtiche, gli applausi esplodono fragorosi solo 5-6 volte in un’ora di anatemi lanciati a braccio.

Succede quando manda a fare in culo Matteo Renzi e Elsa Fornero, quando guida un coretto da stadio (“Chi non salta comunista è”), quando parla di rimandare indietro i barconi dei profughi perché in un paese in calo demografico è in atto un processo di “sostituzione etnica”, quando dice che bisogna riportare i marò a casa e mandare in India al loro posto Renzi e Alfano.

Tuttavia l’unico vero momento in cui la piazza esplode è quando Salvini urla i nomi di Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nanto che il 4 febbraio ha ucciso con cinque colpi di fucile un rom, e di Antonio Monella, imprenditore di Arzago d’Adda condannato per aver ucciso un ladro nel 2006. Entrambi sono accusati di eccesso di legittima difesa, un concetto del tutto estraneo al modo di ragionare della piazza e del suo leader. Che di fatti, sentendo il vento in poppa, si lancia nello slogan: “Se entri in casa mia in piedi, puoi uscire steso”.

Qui esplode il boato in un tripudio di bandiere bianche e verdi, bianche rosso e verdi, gialloblu e nere, solo nere. Tanto che si ha l’impressione che le sparate contro l’eccesso di legittima difesa e il ritornello “padroni a casa nostra/prima gli italiani” costituiscano davvero l’unica coppia di idee su cui la Lega e Casa Pound si sono aperti una breccia culturale al di là dei propri confini e hanno incontrato un sentire diffuso.

Note di colore.
Ci sono anche i vecchi leghisti, quelli vestiti interamente di verde, con cappello di pelliccia di marmotta e lunga coda dell’animale annessa, nonostante i 16 gradi all’ombra. Due ragazzi distribuiscono centomila lire false col faccione di Salvini al posto di quello del Caravaggio, e davanti alla facciata di santa Maria del popolo (la chiesa che contiene due straordinari capolavori di Caravaggio) alcuni militanti della Liga veneta contemplano il luogo dove le “zecche comuniste” il giorno prima hanno inscenato la protesta che avrebbe voluto far saltare la loro manifestazione.

In un angolo della piazza ci sono poi i militanti dei movimenti di estrema destra venuti da fuori: quelli di Bloc Identitaire dalla Francia, e quelli di Pegida dalla Germania. Qua e là sventolano delle bandiere della Russia imperiale, ma dal palco nessuno dice una parola sull’omicidio del leader dell’opposizione antiputiniana Boris Nemtsov, avvenuto a Mosca poche ore prima.

Girone, Latorre, Stacchio, Monella sono allora gli unici eroi che possono amalgamare la piazza fascioleghista, insieme alla retorica del Piave e del non passa lo straniero declinata in tutte le forme possibili e immaginabili.

Più fredda si dimostra invece la miscellanea nero-verde quando Salvini s’improvvisa intellettuale. E abbastanza sorprendentemente verso l’inizio del suo discorso propone i suoi consigli di lettura: i libri che i buoni militanti dovrebbero leggere.

Innanzitutto La masseria delle allodole di Antonia Arslan “per capire cosa è stato il genocidio armeno, fatto da quelli – i turchi – che a Bruxelles vogliono far entrare in Europa”. Poi i testi di Marco Paolini e Mauro Corona sul Vajont. E ovviamente Oriana Fallaci. Ma non la Fallaci della Rabbia e l’orgoglio. No, non quella, dice Salvini. Dovete leggere Un uomo, il libro in cui racconta la storia di Alekos Panagulis.

Ma qui i suoi, e ancor meno i fascisti, non sembrano seguirlo più. Non sanno che farsene di Alekos, viene da pensare istintivamente. Probabilmente in pochi lo hanno sentito nominare, e chi ne ha sentito davvero parlare (laggiù, alla destra del palco) pensa semplicemente che stava dall’altra parte e – probabilmente – che non era molto dissimile dalle “zecche” che nel frattempo stanno sfilando a qualche chilometro di distanza per una Roma democratica e antifascista.

Ma dove Salvini spiazza davvero un po’ tutti è quando, per ben tre volte, evoca L’obbedienza non è più una virtù di don Milani, “perché è giusto disobbedire”. Ma a cosa? A cosa, secondo Salvini? Alle leggi fiscali, all’Europa, all’euro, a chi ti impone gli immigrati e i rom. A chi altri, se no? Non credo di aver mai assistito prima d’ora a una tale uso perverso del testo di don Milani, a un tale ribaltamento di senso, da apparire perfino privo di ogni minimo senso logico, se perpetrato accanto a chi non ha pensato un solo secondo di smettere di inneggiare al fascismo.

Molte cose nel minestrone ideologico della nuova Lega risultano contraddittorie. Ma questi elementi tra loro incombinabili vengono giustapposti l’uno accanto all’altro con una buona dose di ingenua incoerenza, o con un calcolo più o meno spregiudicato?

Certo, quando si vede Salvini dire che per lui fascismo e comunismo sono roba vecchia, che non esistono destra e sinistra ma solo produttori e parassiti, dopo aver sdoganato quelli di Casa Pound e averli fatti parlare dal palco, dopo aver accarezzato tanti temi cari alla destra post e neofascista e aver guidato il coretto berlusconiano “Chi non salta comunista è”, viene da pensare che il calcolo prevalga sull’ingenua incoerenza.

Del resto è scontato che Salvini non sarebbe mai disposto a leggere in una pubblica piazza questo brano dell’Obbedienza non è più una virtù:
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

Tutto questo, bel al di là del mezzo flop di ieri pomeriggio, ci porta a un altro ordine di riflessioni. In che modo, in che forme, con quali alleati, toccando quali tasti ed evitando quali altri, Salvini sta tentando la calata verso Roma e il vasto meridione, tanto necessaria in termini elettorali per scalzare Forza Italia?

È sempre sembrato evidente che il leghismo al sud incontrasse un limite strutturale. Non tanto quello del pregiudizio antimeridionale, delle sparate lombrosiane, del ritornello costante sulla mafia quale fenomeno endemico o su Roma ladrona (in fondo vista come una grande Babilonia meridionale, se non addirittura nordafricana). C’è qualcosa di più politico. Il partito contro le tasse e contro la spesa pubblica (che oggi chiede una tassazione al 15 per cento, proprio come in Bulgaria o in Albania) difficilmente è riuscito a solleticare gli istinti più profondi di chi chiede più assistenzialismo, più intervento, più aiuti specifici. In una parola: più spesa pubblica.

Ogni leghismo meridionale (e in passato qualche tentativo autoctono c’è anche stato) ha sempre cercato di porsi come nuovo mediatore tra il disagio locale e lo stato centrale al posto di coloro i quali, “tutti gli altri”, finora si sono dimostrati sistematicamente “corrotti”. Per questo le esperienze localistiche sono sempre andate a sbattere contro un evidente paradosso: a spingere il tasto della demagogia si finisce per chiedere esattamente quelle cose (più soldi, piani speciali, più attenzione da parte del governo centrale…) che ogni federalismo dovrebbe rifiutare, o quanto meno arginare.

Parlare d’altro.
C’è modo di evitare questo paradosso? Sì, c’è, e lo stesso Salvini lo ha intuito. È quello di parlare d’altro. Sostituire al ritornello di Roma ladrona (che al sud e al nord sarebbe inteso in modo diverso) quello di Bruxelles ladrona e Berlino imperiale, e ladrona. E, soprattutto, sparigliare le carte: indicando alle genti del sud un sud ancora più sud da stigmatizzare di comune accordo con le genti del nord: l’immaginario popolo dei barconi invasori.

Non è immaginario, ovviamente, il dramma dei viaggi dei migranti. È immaginaria la descrizione che il leghismo di Salvini ne offre. E razzista, oltre che omicida la sua soluzione: lasciamoli in mezzo al mare dopo avergli dato una bottiglia d’acqua, quando proprio non riusciamo a rimandarli sulle coste libiche da cui scappano.

Ma quelle stesse coste non sono in buona parte controllate dalle stesse truppe dello Stato islamico?

Non si tratta solo di questo, però.

Il recente successo di Salvini al sud (limitato, ma pur sempre consistente a stare a sentire i nostri maggiori sondaggisti) non deve sorprendere. Per almeno due motivi.

Il primo è che oggi ciò che accomuna un abitante di Palermo, Bari, Reggio Calabria, Napoli, così come – mettiamo – un abitante di Palermo, Napoli, Vicenza e Cuneo è, ancora una volta, solo la televisione.

Il sud non è mai stato un’entità unitaria. Men che meno lo è ora, dopo decenni di assenza di una riflessione politica meridionalista di qualche peso. E poiché l’unica koiné politica rinvenibile è quella dei talk-show, chi spopola sui loro schermi – che sia Renzi o Salvini – riesce a costituire brandelli di discorso unitario.

Salvini può farlo riproponendo un mantra semplificato, che ridotto all’osso ha due nemici buoni per tutte le regioni e tutte le stagioni, in comune accordo con l’estrema destra di molti paesi europei.

Uno rivolto verso l’alto: l’Europa, la finanza, il complotto plutocratico.

L’altro rivolto verso il basso: i rom irredimibili e irriducibili ai “nostri” costumi, i profughi da lasciare in mezzo al mare, dal momento che se arrivassero si beccherebbero tutti – indistintamente – 40 euro a testa.

Renzi, posto nel mezzo, è solo un “servo sciocco” dei primi che apre la porta ai secondi.

La relativa novità di questo discorso, nel momento in cui viene proposto al sud, è che supera a pie’ pari un secolo e mezzo di meridionalismo. Salvini non sa niente della questione meridionale, di come questa si sia dipanata storicamente, non sa nulla di nulla dei suoi testi di riferimento, delle sue polemiche, delle sue stesse involuzioni.

E anche il movimento paraleghista meridionale “Noi con Salvini”, che è comparso in piazza del Popolo in gruppi sparuti, si mostra alquanto scarso sulla materia. Sul loro sito non c’è una sola parola, una sola proposta, una sola analisi per il sud.

Un po’ poco, si potrebbe concludere.

In tutto questo, non solo viene saltato a pie’ pari il meridionalismo storico di Fortunato, Salvemini, Dorso, Gramsci, Rossi-Doria eccetera, la riflessione sulla Cassa del Mezzogiorno e sulla sua fine, e così via. (Quando Salvini di sfuggita cita Sturzo, non si capisce davvero cosa voglia dire.)

Ma viene saltato a pie’ pari anche quella sorta di neoborbonismo meridionale emerso negli ultimi anni, e riconducibile al successo editoriale dei libri di Pino Aprile. Un neoborbonismo, diametralmente opposto al meridionalismo democratico e di derivazione illuminista, che rivendica i pregi del vecchio Regno di Franceschiello e vede l’unità d’Italia come processo criminale.

Anche di tutto questo Salvini se ne frega. Traccia una linea e dice: i veri nemici – per tutti – sono riconducibili a quei due poli lì. Tanto di Franceschiello quanto di Salvemini non so che farmene.

Ma queste parole suonano davvero radicalmente nuove? Per certi versi sì, per altri no.

I fantasmi dell’Uomo qualunque

E qui veniamo al secondo punto. Perché fin dai tempi dalla prima repubblica in alcune consistenti sacche della società meridionale l’intreccio tra antipolitica, destra anti-antifascista e razzismo più o meno crudo aveva già preso piede. In varie forme e in vari modi, spesso non assimilabili.

Partiamo dalla preistoria. L’Uomo qualunque ebbe proprio in Napoli una delle sue roccaforti (e oggi tra i tanti motivi per cui andrebbe riletto L’Orologio di Carlo Levi, grande affresco della nascita della nostra repubblica e dell’avvitamento su se stesso delle sue principali forze politiche, vi è anche l’acuta descrizione che fa del popolo e della piccola borghesia napoletana sedotta da Giannini).

Il vecchio Movimento sociale ebbe proprio in città come Catania i suoi maggiori successi.

E poi ci sono due fenomeni che andrebbero ricordati in queste ore: la rivolta di Reggio Calabria per il capoluogo di regione guidata dai “Boia chi molla” di Ciccio Franco negli anni settanta, e i successi elettorali del telepredicatore xenofobo e fascista di Taranto Giancarlo Cito negli anni novanta.

Più che a generici spazi lasciati vuoti dalla crisi di Forza Italia, è proprio a questi specifici settori di una destra meridionale tradizionalmente anti-sistema che il nuovo leghismo guarda.

È un territorio sostanzialmente rimasto orfano negli ultimi anni, solo con le sue pulsioni e il suo rancore. Per un breve lasso di tempo alcuni suoi settori sono stati intercettati dal Movimento 5 stelle. Ma oggi anche i pentastellati sono in crisi; e non è un caso che, per esempio, a Canicattì tutti i dirigenti del grillismo locale siano passati nello spazio di una notte nelle file di “Noi con Salvini”.

Accanto ai fantasmi dell’Uomo qualunque e di Ciccio Franco non va però sottovalutata la capacità del leghismo di imbarcare anche altri gattopardi dell’autonomismo locale (specie in Sicilia), reduci di quelle esperienze politiche come quelle sorte intorno l’ex governatore Raffaele Lombardo, e di farli sfilare accanto ai camerati di Casa Pound.

Tutto ciò spiega in fondo come Salvini sia riuscito a raggiungere in poche settimane il 6-8 per cento nei sondaggi elettorali nelle regioni meridionali.

Il suo blocco non è molto simile da quel blocco “preistorico” della destra meridionale anti-sistema, con l’aggiunta di qualche riciclato beccato qua e là.

Ma, per converso, tutto ciò indica anche la difficoltà di andare al di là di quella soglia. Se il discorso rimane quello fatto in questa piazza, la discesa meridionale rimarrà unicamente ancorata a queste sacche, tanto quanto quella romana non andrà al di là dell’intesa con l’eterno neofascismo capitolino.

Flavio Tosi è forse l’unico dirigente leghista di qualche peso che lo ha capito. Più che di una “deriva lepenista”, il vero rischio per la Lega è quello di una sorta di “contenimento lepenista”. In questo guazzabuglio di idee che vanno dalle nuove destre xenofobe europee (il Fronte di Marine Le Pen) a segmenti del vecchio neofascismo italiano (romano e meridionale), Salvini sguazza come un pesce. Il problema, per lui, è che la riva del lago è solo pochi metri più in là.

L’articolo è pubblicato da L’Internazionale. 

mar
02

Riapriamo Mare Nostrum

1712683956La Cild (Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili) ha scritto una lettera al Presidente del Consiglio affinché prenda in considerazione l’ipotesi di riattivare l’operazione Mare Nostrum. Segnaliamo di seguito la lettera aperta.

Al Presidente del Consiglio

Il Mediterraneo ancora una volta ci restituisce corpi di uomini, donne, ragazzi morti   assiderati o annegati. Una tragedia che non può essere attribuita soltanto al cinismo di chi ha costretto queste persone a imbarcarsi, nonostante il freddo invernale e le condizioni avverse del mare.

Dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 il governo italiano aveva lanciato l’operazione Mare Nostrum, che, attraverso un’attività di ricerca e soccorso in mare, ha avuto il grande pregio di mettere in salvo 170.000 persone durante tutto il periodo in cui è stata in vigore. L’iniziativa con cui l’Unione Europea è subentrata tramite Frontex – l’operazione Triton – non ha più svolto questa funzione di ricerca e salvataggio ma di solo controllo delle frontiere, portando al ripetersi di tragedie.

La CILD – Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili e le Associazioni che ne fanno parte – si unisce a coloro che, organizzazioni della società civile e singoli cittadini, si sono già rivolti al governo per sollecitare un intervento in difesa della vita delle persone costrette ad attraversare il Mediterraneo per sfuggire a guerre e persecuzioni con mezzi di fortuna.

Chiediamo al governo italiano, al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, di  riattivare l’operazione Mare Nostrum e parallelamente premere sull’Unione Europea per la condivisione di questa responsabilità che riguarda le frontiere comuni dell’Unione.

Crediamo sia fuorviante indicare quale problema principale alle morti nel Mediterraneo quello dell’attuale situazione politica in Libia, spostando l’attenzione su questioni diplomatiche e tralasciando così l’urgenza di un intervento immediato che consenta di salvare vite umane.

Ci rivolgiamo al Governo italiano affinché scelga la protezione delle persone anziché quella delle frontiere, unica via efficace per contrastare i trafficanti di esseri umani e impedire la sofferenza collegata alle loro attività.

 

mar
02

Terzo Libro Bianco a Ravenna!

download (1)Il Terzo libro bianco sul razzismo in Italia arriva a Ravenna: verrà infatti presentato domenica 15 marzo, nell’ambito della Settimana di azione contro il razzismo.

Tanti gli appuntamenti previsti, tra presentazioni di libri, proiezione, incontri e dibattiti.

Qui la locandina con tutte le iniziative.
L’appuntamento con il Libro Bianco è domenica 15 marzo, alle ore 17.00, presso il circolo Mama’s in via S. Mama 75, Ravenna.

feb
27

Salvateci prima che sia troppo tardi

downloadRiceviamo da Resistenze Meticce una lettera scritta dai rifugiati e richiedenti asilo del centro A.S.T.R.A. (Accogliere, Sostenere, Tutelare i Richiedenti Asilo, Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale), e indirizzata alla Presidente della Camere Laura Boldrini, al responsabile dell’unità Dublino del Ministero dell’Interno, al responsabile italiano dell’UNHCR, al responsabile del servizio centrale dello SPRAR. Domani 28 febbraio, questi 50 migranti, provenienti da zone di guerra come la Siria, la Somalia, l’Eritrea, il Sudan, saranno trasferiti dal centro in cui vivono perdendo in un solo colpo i pochi diritti finora acquisiti.

Salvateci prima che sia troppo tardi

Al Ministro dell’Interno, al Dirigente dell’Unità Dublino, al responsabile del Servizio Centrale Sprar, al responsabile dell’UNHCR Italia, al Presidente della Camera Laura Boldrini

Siamo un gruppo di richiedenti asilo e dublinanti ospitati nel centro A.S.T.R.A in via di Rebibbia 18 gestito da tre cooperative “Un sorriso”, “Eriches29” e “Inopera”. Veniamo da paesi dilaniati dai conflitti come la Siria, l’Eritrea la Somalia e il Sudan. Una volta arrivati qui siamo passati attraverso le ingiuste leggi di Bruxelles che impediscono la libera circolazione, volevamo raggiungere i nostri amici e parenti nel nord Europa ma ci hanno rispedito di nuovo in Italia. Vi scriviamo perchè il nostro centro il 28 febbraio chiuderà, il Ministero dell’Interno ha deciso di revocare il progetto alle cooperativa per le condizioni degradanti della struttura. Ad un giorno dalla scadenza ancora non sappiamo nulla sul nostro futuro.

Cambiare città per noi sarebbe una tragedia. Vorrebbe dire ricominciare da zero, allungando ulteriormente i tempi di attesa per ottenere l’asilo politico. Infatti, da mesi aspettiamo la convocazione della commissione per la valutazione della nostra richiesta, trasferire ora la nostra residenza ritarderebbe ulteriormente la procedura. Inoltre i pochi servizi che riceviamo verrebbero interotti, soprattuto significherebbe sospendere percorsi di assistenza sanitaria già avviati. La situazione è molto difficile, alcuni di noi sono in attesa di importanti visite mediche, rimandarle comprometterebbe la loro salute.

Con il dovuto rispetto, non siamo contrari al trasferimento, ma abbiamo anche diritti che Voi dovete prendere in considerazione; il sistema elettrico che era uno dei maggiori problemi è migliorato, sono stati riscontrati dei miglioramenti riguardo i pasti, l’acqua non è più troppo fredda e la buona notizia è che l’inverno sta per finire e arriverà presto l’estate. Tutti questi miglioramenti sono stati apportati in seguito al controllo degli ispettori del Ministero all’interno del centro.

Il progetto FER nel quale siamo inseriti verrà chiuso il 28 febbraio e inspiegabilmente gli altri due progetti (SPRAR e Prefettura) presenti nella stessa struttura rimarranno aperti.

Chiediamo:

– un incontro immediato con i responsabili del Ministero per avere risposte chiare sul nostro futuro. Cosa implica la chiusura del progetto?

– la continuità del progetto all’interno del quale siamo inseriti, migliorando le condizioni della struttura e la qualità dei servizi o il trasferimento in centri nel comune di Roma.

– di conoscere le ragioni della chiusura anticipata del progetto rispetto alla data prevista di giugno.

Non vogliamo essere trattati come “pacchi” e non vogliamo essere noi a pagare le conseguenze della gestione mafiosa dell’accoglienza a Roma.

Richiedenti asilo e rifugiati del centro A.S.T.R.A.

Fonte: dinamopress.it

feb
25

Teano, Forum dei Giovani e Biblioteca insieme per il nuovo progetto di alfabetizzazione per stranieri

images (1)E’ appena partito il progetto di alfabetizzazione linguistica e culturale per cittadini stranieri, a cura dell’ufficio della Biblioteca Comunale “Luigi Tansillo”. Un traguardo importante per il Forum dei Giovani di Teano, che insieme alla Biblioteca gestirà il corso. Saranno proprio i ragazzi e le ragazze del Forum dei Giovani a tenere le lezioni, che si svolgono presso i locali della Biblioteca il lunedì ed il giovedì. “Il nostro vuole essere un apprendimento condiviso, un interscambio delle conoscenze”, spiegano i membri del Forum, che, dopo il primo incontro, parlano di una “esperienza al di sopra di ogni aspettativa, ognuno impara qualcosa”.

Alla pagina Facebook del Forum info e contatti per le lezioni.

feb
25

Scuola del Sociale, seminario per operatori di servizi per l’immigrazione

imagesC’è tempo fino al 18 marzo per iscriversi al ‘seminario per operatori di servizi per l’immigrazione‘ organizzato dalla Scuola del Sociale, gestita dalla Provincia di Roma.

Il seminario, totalmente gratuito, avrà inizio il 23 marzo, e avrà l’obiettivo di aggiornare e ampliare le conoscenze dei partecipanti in merito alla tematica dell’immigrazione, con particolare riferimento all’aspetto pertinenza psicologico, giuridico e sociopsicologico.

Qui tutte le info.

feb
17

Spegni le discriminazioni, accendi i diritti

imagesL’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, lancia la campagna informativa “Spegni le discriminazioni, accendi i diritti” volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del contrasto alla discriminazione e a favorire la conoscenza da parte delle vittime e dei testimoni di discriminazioni degli strumenti di tutela esistenti. La campagna mira a divulgare il servizio offerto dal Contact Center Unar che, attraverso il numero verde 800901010 ed il sito www.unar.it, raccoglie denunce e segnalazioni da parte di vittime o testimoni di discriminazioni per origine etnica, età, credo religioso, disabilità, orientamento sessuale e/o identità di genere.
In un momento in cui si discute molto di dialogo interculturale e rispetto delle differenze, il messaggio chiave della campagna è che discriminare è vietato e che, per questo, il Contact center dell’ UNAR costituisce un presidio di garanzia ed uno strumento efficace per favorire l’emersione e la rimozione delle discriminazioni. Il claim della campagna è “Contact Center UNAR, spegne le discriminazioni, accende i diritti”. La copertura mediatica sarà assicurata per tutto il mese di febbraio, sulle reti televisive e radiofoniche RAI, Italia 1, Mtv, radio RTL, radio e tv locali e diversi quotidiani come la Gazzetta dello Sport, Metro, Leggo, settimanali come Tv sorrisi e canzoni, oltre che sui siti come la Repubblica.it, Corriere.it e Studenti.it. Capillare sarà la diffusione sul web anche in vista della XI edizione della Settimana contro il razzismo che si farà in tutte le scuole e i comuni di Italia dal 16 al 22 marzo. La campagna sarà diffusa anche in diverse stazioni ferroviarie come quelle di Milano e Roma, sui mezzi pubblici di alcune città e vari centri commerciali.

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