Non è solo il mare il problema. Delle volte è anche la pioggia e il vento o il freddo che brucia la pelle. Delle volte a bruciare la pelle c’è anche il carburante che quando si mischia all’acqua salata rende quel liquido corrosivo. Delle volte per ripararsi dal bruciore del freddo e per non pensare al bruciore dei liquidi corrosivi, c’è il respiro, ma il calore si paga al prezzo dell’intossicazione: i fumi provenienti dal motore dell’imbarcazione vengono inalati con maggior facilità quando si respira a pieni polmoni. Non è solo il mare il problema, ma non lo sono nemmeno gli altri fattori: perché morire nel mare più controllato del mondo – come lo definisce Open Arms – non è mai una casualità. La scorsa notte sono morte 19 persone nel tentativo di raggiungere l’Europa, 58 i superstiti di cui 5 in gravi condizioni.
Secondo le prime ricostruzioni erano partiti lunedì, forse in 80, dal piccolo villaggio libico di Abu Kammash. Il tempo sembrava favorire la traversata e dunque sono partite. Dopo qualche ora il motore del gommone si è spento andando in avaria: l’imbarcazione ha iniziato ad andare alla deriva e le persone hanno perso l’orientamento allungando il viaggio, mentre le scorte di cibo iniziavano a terminare. Nel frattempo sono arrivate le condizioni meteorologiche a rendere il viaggio ancora più impossibile: vento, pioggia e infine il freddo. La situazione per le persone a bordo ha iniziato a farsi sempre più critica e – come purtroppo le vicende legate all’immigrazione ci hanno abituato – a questa criticità evidente si è risposto col silenzio. Un aereo della capitaneria di porto di Lampedusa, in pattugliamento del Mediterraneo, martedì sera ha avvistato il natante in acque SAR libiche. Immediatamente ha contattato le autorità vicine maltesi e tunisine: entrambe hanno risposto di non poter intervenire. Nega la possibilità di intervento anche la Libia, nonostante quelle acque fossero di sua competenza. Una decisione drammaticamente coerente con quella scelta politica di farsi confine esterno dell’Europa, dove gli abusi sulle persone migranti e rifugiate – secondo il recente report finale del Panel of Experts on Lybia dell’ONU – sembrano far parte non solo di un sistema criminale più ampio, ma sono costitutivi di un vero e proprio sistema economico e di sfruttamento. Le politiche internazionali hanno delle ricadute precise nella realtà, concretizzandosi nei vari “non possiamo salvarli” che non testimoniano una reale impossibilità, ma una scelta sistemica.
Si è cercata, allora, una soluzione tra chi il mare lo attraversa quotidianamente. Tuttavia in quel momento non erano presenti mercantili che potessero avvicinarsi all’imbarcazione. Non c’erano nemmeno le navi delle ONG, le quali ancora soffrono di fermi amministrativi – come il caso della Sea-Watch fermata per 20 giorni a Catania – o sono impegnate a raggiungere porti lontani dai luoghi in cui è necessario essere più presenti – come in quel tratto del Mediterraneo. Ad intervenire alla fine è stata una motovedetta da Lampedusa: otto ore di navigazione e poi il salvataggio. Le 58 persone sono state tratte in salvo, tra loro sette minori. Erano tutte in ipotermia, a fianco a loro 10 persone decedute per il freddo e la fame, altre 9 sono spirate proprio durante le operazioni di soccorso. Dopo l’arrivo al Molo Favaloro, i naufraghi sono stati tutti ricoverati per gli accertamenti, nella giornata di giovedì dovrebbero essere previste le procedure di identificazione delle salme a cui si guarda con il fiato sospeso: si sospetta che tra le vittime di questa ennesima strage vi sia la madre del bambino di un anno sopravvissuto al viaggio.
Quella descritta non è l’unica strage nel Mediterraneo avvenuta questa settimana: presso le coste greche in un altro naufragio hanno perso la vita circa 18 persone; a largo della Tunisia un’altra strage con 19 morti e 21 dispersi. Si alza dunque il bilancio delle vittime di chi attraversa il Mediterraneo: secondo Save The Children, sarebbero più di 800 le morti fino ad ora accertate dall’inizio dell’anno. Un anno nero aperto da un Ciclone Harry che ha messo a rischio il viaggio di tantissime persone migranti e che arriva fino ad oggi, quando in poche ore sono morte quasi 60 persone. Ma come detto all’inizio, non sono le condizioni atmosferiche il vero problema: se ancora si muore in un mare che è costantemente osservato dagli occhi delle istituzioni, tra cui Frontex, è perché qualcuno sceglie che quelle vite e quelle persone non contano. Che infatti sia i singoli stati europei che l’UE stessa siano responsabili, a causa delle loro politiche, del mutamento del Mar Mediterraneo in un cimitero a cielo aperto è una cosa che non dobbiamo smettere di ribadire.
Mentre assistiamo al rafforzamento delle frontiere interne ed esterne, rimuoviamo troppo facilmente quello che accade a chi quelle frontiere le sfida. Le 58 persone superstiti approdate al Molo Favaloro hanno attraversato il confine più sorvegliato del mondo portando con sé chi quel confine non lo vedrà mai. Non sappiamo ancora i nomi delle 19 vittime. Non sappiamo se tra loro ci sia la madre del bambino di un anno che nella notte ha dormito su un gommone alla deriva, tra le braccia di una donna sconosciuta che ora lo guarda chiedendo cosa ne sarà di lui. Non sappiamo nulla di un altro bambino superstite di due anni né da chi era accompagnato quando si è imbarcato.
Sono domande che restano aperte ogni volta che si contano le persone che muoiono in mare, si nominano le stragi, si distinguono le acque.
Nel frattempo qualcuno avrà già scelto di imbarcarsi di nuovo.
[Immagine in evidenza “Ogni vita è luce” di Flavia Bucci]










