
Plasmati all’osservanza. E’ questo il destino che ci attende se non reagiamo in modo tempestivo ai suoni delle sirene che celebrano le magnifiche sorti e progressive del ritorno all’ordine; il potere di imporre nuove “regole” o di rendere più stringenti (e crudeli) quelle esistenti; l’autorità come principio fondante di organizzazione del vivere civile e del funzionamento dello stato ai diversi livelli.
Che cosa debba intendersi per “regole”, chi debba definirle e chi debba invece supinamente subirle, per i nuovi cantori dell’autorità ad ogni costo, sembra essere chiaro. Lo stanno mostrando in ogni modo involgarendo e polarizzando il dibattito pubblico con retoriche violente e roboanti, svuotando i poteri del Parlamento, esibendo la forza contro i più deboli e contro qualsiasi forma di dissenso, inasprendo la legislazione sulla sicurezza e sui diritti dei cittadini stranieri, delegittimando qualsiasi forma di organizzazione civica e di rappresentanza collettiva intermedia non disponibile a piegarsi ai precetti che richiamano all’ordine e all’obbedienza.
Un libro appena uscito ci aiuta a ragionare su tutto questo offrendo un prezioso esempio di straniamento, parlandoci di un preciso sistema di “regole”, le regole grammaticali che ci vengono insegnate a scuola, e del tentativo reazionario dell’attuale ministro “del Merito” di trasformarle in un modello da replicare altrove. In Le regole non piovono dal cielo. Grammatiche immaginarie, Pungitopo Editore, 2026, Giuseppe Faso racconta, a partire dalla condivisione della sua esperienza pluridecennale di insegnante e di facilitatore dell’apprendimento della lingua italiana, le contraddizioni di una scuola ancorata a un insegnamento prescrittivo della lingua e della grammatica.
In realtà, ci racconta molto altro.
La grammatica e l’ossessione per la cultura delle regole
Tutte e tutti noi lo sappiamo (o lo dovremmo sapere): molte delle “regole” di grammatica che siamo stati costretti a memorizzare a scuola, non ci hanno aiutato davvero a comprendere, a parlare e a scrivere meglio la lingua italiana. Perché, scrive Faso, la lingua e la grammatica non si apprendono imparando a memoria in modo meccanico le regole che leggiamo nei libri di testo, ma esplorando la lingua “reale” che parliamo nella nostra quotidianità a casa, a scuola, con gli amici, al mercato. E soprattutto sperimentando in modo collettivo. Perché la lingua è (o dovrebbe essere) innanzitutto un fatto di dialogo e di relazione.
“Il punto è che la cosiddetta “grammatica” può essere tante cose: può essere costrizione o invenzione, prescrizione o riconoscimento, sofferenza o gioia”, aggiunge Faso. Non c’è dubbio che per molte e molti di noi, studiare grammatica a scuola sia stata una sofferenza, una costrizione, una noia e, a volte, un’umiliazione. Le correzioni vergate con la penna rossa su lui al posto di egli, gli al posto di loro, i congiuntivi sbagliati, le doppie dimenticate o mal poste, i verbi “irregolari” declinati in modo scorretto, le ricordiamo molto bene. E quando si trattava di portare alla cattedra per primi le pagine dei verbi coniugati per esteso, alla gioia del vincitore o della vincitrice della gara si accompagnava inevitabilmente l’umiliazione di chi consegnava per ultimo e con molti “errori”. Si poteva e si può evitare? Giuseppe ci mostra, raccontando esperienze di insegnamento, che sarebbe stato ed è possibile.
Dunque, l’ossessione per la prescrizione di regole di grammatica ha una genesi precisa e ben altri fini.
Sofferenza, costrizione, regole e ordine sembrano per l’appunto essere auspicati dagli autori delle nuove “Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione”, i cui contenuti sono stati diffusi nel marzo 2025 e che dovrebbero entrare in vigore a partire dal settembre 2026. Vi si legge che:
“La lingua scritta, in particolare, rappresenta un mezzo decisivo per l’esplorazione del mondo, per l’organizzazione del pensiero e per la riflessione sull’esperienza e sul sapere tramandato di generazione in generazione. La scuola ha il compito di valorizzare questo patrimonio, trasmettendo nelle forme riconosciute come legittime dalla comunità colta, comunicando il valore e il significato dello strumento linguistico e la necessità della correttezza, richiesta dalla sua stessa funzione sociale, pur in un mondo caratterizzato dalla pluralità linguistica e dall’uso strumentale dell’inglese internazionale” (p.36).
E ancora:
“Si deve trasmettere all’allievo, prima ancora delle regole, e assieme ad esse, il sentimento dell’importanza della correttezza linguistica e formale in contesti diversi. Questa attenzione alla buona comunicazione si trasforma in maniera spontanea in un positivo autocontrollo che perdura per tutta la vita.” (p.37).
In sintesi, secondo gli autori delle indicazioni, dobbiamo imparare la grammatica perché a) la lingua scritta, privilegio dei colti, è quella che conta; b) le regole della lingua scritta ci predispongono “a un positivo autocontrollo che perdura per tutta la vita”. Una concezione assai gerarchica e autoritaria della lingua, la definizione delle cui regole è affidata a una non meglio definita comunità colta. “Disciplinare gli allievi per plasmarli”: è ciò che invece Faso invita esattamente a non fare ricordandoci che c’è stata “una costruzione sociale della scrittura, che ha contribuito a produrne un’immagine distorta”.
La lingua, la grammatica e il razzismo
La lingua può essere anche usata come dispositivo di esclusione, di rifiuto, di discriminazione, di respingimento, ricorda Faso, raccontando vari aneddoti. C’è il dialogo intessuto da un cittadino toscano usando i verbi all’infinito con un cittadino afrodiscendente che parla perfettamente l’italiano; c’è il “di niente” pronunciato da una signora francese corretto in “di nulla” da una signora toscana; c’è il “voi” che scatta non appena l’italiano vero ascolta un accento diverso. E c’è il bo, bi, be declinato per il verbo bere da una ragazza dodicenne, sulla base di una regola appresa meccanicamente, che rifiuta di correggere sperando in questo modo di farsi accettare dalla docente che ha impartito il dispositivo errato e poi, distratta, non ha rilevato l’errore. Ci sono le difficoltà presunte di utilizzare il futuro da parte degli studenti cinesi o l’articolo da parte delle studentesse georgiane. Ma l’autore ricorda che il processo di apprendimento della lingua in realtà segue percorsi identici e non ha nazionalità; si tratta di facilitarlo instaurando un dialogo, una relazione, interesse e curiosità negli apprendenti. Partendo dalla grammatica, Faso propone di immaginare e costruire nella quotidianità, una scuola e una società aperte alla relazione rispettosa e paritaria con gli studenti, anche provenienti da altrove, offrendo un ottimo contributo alla costruzione di anticorpi solidi contro il razzismo. A scuola e fuori della scuola.
Il nuovo libro di Giuseppe Faso verrà presentato giovedì 5 Febbraio a Roma: scopri maggiori dettagli.










