
Sono circa le ore 16.30 quando da Largo Garibaldi una Citroen C3 Grigia si lancia a velocità altissima nella zona a traffico limitato di Via Emilia, nel pieno centro storico di Modena. Vengono investite otto persone, quattro subiscono lesioni gravissime.
Quello che è accaduto a Modena il pomeriggio del 16 maggio è ormai noto, come è nota l’identità dell’automobilista, Salim El Koudri. Abbiamo avuto modo di analizzare il meccanismo che si è innestato dopo, in cui un gesto – deprecabile – è stato prima collettivizzato e poi è divenuto prova di una minaccia. In questa sede vale la pena fare un ulteriore affondo su due cornici narrative specifiche attraverso cui quella pericolosità è stata costruita e alimentata: quella legata alla revoca della cittadinanza e quella psichiatrica con l’accentuazione di una diagnosi di disturbo di personalità. Due cornici apparentemente distinte, ma che convergono producendo lo stesso effetto: la vita di El Koudri viene usata per incarnare un certo tipo di soggettività la cui pericolosità è data non da ciò che ha fatto, ma da ciò che è, o da ciò che gli viene attribuito di essere.
La revoca della cittadinanza per i soggetti pericolosi
Abbiamo visto come una volta scoperta l’identità dell’assalitore, l’attenzione si è immediatamente spostata sulle origini. Ma Salim El Koudri, nato da genitori marocchini, ha ottenuto la cittadinanza a 14 anni. Proprio questo diritto acquisito – e non ereditato alla nascita – è diventato un bersaglio.
Ad oggi la legge italiana, dopo le modifiche introdotte dalla Legge 132/2018 (Il Decreto Sicurezza del 2018), prevede la revoca della cittadinanza qualora la persona che l’ha acquisita tramite matrimonio, naturalizzazione o richiesta al compimento dei 18 anni abbia compiuto dei reati legati al terrorismo, fattispecie di reati aumentati anche con la Legge 90/2025 (il Decreto Sicurezza del 2025, su cui abbiamo già avuto modo di tornare proprio in relazione agli stessi reati a cui facciamo riferimento qui). Già nel 2018 questa modifica è stata pesantemente contestata per la creazione de facto di cittadini di serie a – chi ha la cittadinanza dalla nascita – e cittadini e cittadine di serie b – le persone con background migratorio. Inoltre la questione cittadinanza si è indissolubilmente legata non solo al concetto di identità, ma anche alla questione di sicurezza e pericolosità. Le vicende gravissime accadute a Modena hanno fatto da sfondo a questa cornice narrativa con una ricaduta politica sul diritto: non è un caso che ritorni in auge la proposta di restringere le possibilità di ottenimento della cittadinanza per persone straniere e di rimando ampliare le casistiche di revoca. Proposta che, è necessario ricordare, è già stata avanzata proprio dalla Lega lo scorso autunno – dopo i risultati negativi del Referendum sulla cittadinanza – paventando la possibilità di revoca della cittadinanza per altre fattispecie di reato, come la violenza di genere o i cosiddetti “reati culturalmente orientati” – di cui abbiamo parlato anche nell’ultimo Libro Bianco.
Sovrapporre il caso di Modena a questa cornice narrativa è funzionale a connettere l’idea posticcia di pericolosità generalizzata ad una categoria di persone con un diritto come premio da concedere per merito e revocare per punizione. Il risultato è l’esclusione legittimata tramite il diritto, una revoca formale dell’appartenenza.
L’intersezione fra malattia mentale e razzializzazione come elemento di pericolosità
Quando l’ipotesi terrorismo ha perso centralità per assenza di prove e l’attenzione sulla questione della revoca della cittadinanza è andata scemando, la diagnosi di disturbo schizoide che Salim ha ricevuto nel 2022 ha alimentato una nuova caccia all’indizio di pericolosità generalizzata. Si sa infatti che il giovane nel 2022, dopo aver interrotto gli studi Magistrali in Economia all’Università di Modena, si è fatto seguire dal centro di salute mentale di Castelfranco Emilia fino al 2024. Non sono note nel dettaglio le ragioni dietro l’interruzione delle cure: in caso di assenza di situazioni gravi in cui è a rischio l’incolumità della persona, in cui è necessario un intervento forzato, prevale l’autodeterminazione del soggetto, il quale può decidere di interrompere il percorso. Di quello che è successo tra quel periodo ed oggi si sa poco: gli articoli sono costellati delle mail e dei messaggi che El Koudri ha mandato anche precedentemente all’inizio delle cure, spesso ponendo l’accento su quelli più violenti e che potessero legittimare retoriche islamofobe. Ma dalle mail il cui contenuto è rimbalzato da una testata ad un’altra – molte volte con noncuranza e in maniera decontestualizzata – si evince il ritratto di un ragazzo profondamente insoddisfatto della propria condizione di precarietà, che si vede costretto a fare il magazziniere nonostante la sua laurea. Questo, prima ancora di raccontare del reato commesso lo scorso sabato, mostra un disagio sociale strutturale più che fornire un’unica spiegazione a quanto accaduto in via Emilia. Nel dibattito mediatico queste cause strutturali spesso non sono state approfondite. Ad aver preso maggiormente spazio, invece, è stata la malattia mentale, subentrata e poi sovrapposta alla razzializzazione nella costruzione di un soggetto da escludere. Questa sovrapposizione non è incidentale.
Le logiche dietro i due stigmi si alimentano e rafforzano: il razzismo aveva già incarnato un corpo considerato estraneo, la logica abilista con cui si guarda la malattia mentale ha fornito una spiegazione biologica e individualizzata di un’estraneità che diventa minaccia.
Entrambe le logiche sottraggono il caso alla dimensione sociale e strutturale per restituirlo come un destino individualizzato rispetto alle responsabilità politiche e sociali da un lato, e generalizzato rispetto alla categoria delle persone con background migratorio dall’altro. Così si costruisce una fantomatica pericolosità, attribuendola ora alle origini, ora alla psicosi, ora a una fragilità sistemica che espone alla radicalizzazione: categorie diverse, stesso meccanismo di esclusione e stigma.
Salim El Koudri rimarrà in carcere, il gip per il momento ha escluso che il suo disturbo possa aver determinato l’aggressione, mentre il legale del ragazzo ha richiesto una perizia psichiatrica per ulteriori accertamenti. Se ci sono altre cause strutturali dietro un gesto che fatica a trovare una logica si scoprirà in seguito. Il dibattito pubblico, però dovrà assumersi l’onere di nominare anche la radice strutturale di quelle cause. E nel frattempo bisogna ripartire anche da quelle vittime e da una comunità cittadina rimasta segnata, mentre in questo rumore assordante rischiano di fare solo da sfondo.










