
Sunil Tamang è la seconda vittima della malfunzionante burocrazia della Questura di Trieste: cittadino nepalese di 43 anni, è deceduto il 13 gennaio per un arresto cardiaco all’ospedale di Cattinara, generato da un’embolia polmonare che lo ha colpito durante la notte di sabato 10 dicembre. Tamang era in attesa di poter fare richiesta di permesso di soggiorno alla Questura di Trieste e, non potendo accedere al sistema di accoglienza, la sera dormiva nei magazzini abbandonati della zona di Porto Vecchio.
Gli stessi magazzini in cui, a inizio dicembre, durante uno sgombero da parte delle forze dell’Ordine, è stato ritrovato il corpo di un altro cittadino straniero: Hichem Billal Malgoura, 32 anni, di origine algerina, anche lui era in attesa di poter formalizzare il permesso di soggiorno. È probabilmente morto nel sonno a causa del freddo.
Abbiamo parlato anche in passato della mancata accoglienza dei cittadini stranieri a Trieste, spesso costretti a cercare alloggi di fortuna come i magazzini ed esposti ai continui sgomberi degli stessi. Dopo quello avvenuto a giugno 2024 nel Silos, il sindaco aveva promesso la costruzione di nuovi alloggi per le persone in attesa di permesso di soggiorno, convertendo un’ex-base scout nel nord della città.
Tuttavia, a novembre 2024, dopo l’ennesimo sgombero, l’associazione Linea d’Ombra, che si occupa dal 2019 di fornire supporto alle persone con background migratorio di Trieste, aveva sottolineato come i lavori promessi alla suddetta struttura dovessero ancora iniziare, con la conseguenza che le persone continuavano a dormire in strutture fatiscenti e abbandonate, senza acqua corrente o elettricità. Inoltre, nel comunicato aveva definito questa gestione della prima accoglienza alle persone con background migratorio come “un persistente fallimento”. Infatti lo sgombero e il trasferimento delle persone in centri di accoglienza in altre città offrono solo “un sollievo temporaneo alle persone coinvolte”, visto il rischio che “in poche settimane, si ripresentino gli stessi fenomeni di abbandono, perpetuando un ciclo di inadempienze istituzionali apparentemente senza fine.”
E, infatti, nel 2025 non solo la situazione non è migliorata, ma è anzi peggiorata: ad agosto 2025 il Consorzio Italiano di Solidarietà segnala che nella zona del Porto Vecchio dormono circa 180 persone, tra cui anche bambini, in situazioni igieniche e di sicurezza precarie, senza aver accesso a elettricità e acqua corrente.
Inoltre, in un articolo il Manifesto denuncia anche che, in uno sgombero avvenuto il 22 luglio, a seguito di molte segnalazioni per occupazione abusiva di suolo pubblico, le forze di Polizia, con tanto di cani antidroga, hanno bruciato le coperte con cui le persone si scaldavano di notte.
Le morti di Tamang e Magoura non sono, quindi, casi isolati o incidenti, ma il risultato della pessima gestione della Questura di Trieste delle richieste di formalizzazione dei permessi di soggiorno e di un totale abbandono, da parte delle istituzioni, dei cittadini stranieri.
La Questura di Trieste secondo il report “Accesso Negato”
Il report “Accesso Negato”, redatto da International Rescue Commitee in collaborazione con No Name Kitchen, Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS), Comitato per i diritti civili delle prostitute (CDCP) e la Diaconia Valdese, fa un’analisi approfondita di tutte le criticità delle prassi e delle procedure che la Questura di Trieste sta mettendo in atto.
La legge italiana e la normativa europea definiscono precisamente quali sono le modalità previste per l’accesso al diritto di asilo (che, ricordiamo, è garantito dall’articolo 10 della Costituzione): si esercita mediante manifesta volontà, presso le autorità di frontiera o del territorio. Non sono, dunque, previsti altri requisiti da parte della persona richiedente. La Questura è tenuta alla formalizzazione di tale volontà entro 3 giorni lavorativi, per un massimo estendibile di 10 giorni, in caso di “un elevato numero di domande in conseguenza di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”.
Secondo il report, invece, la Questura di Trieste impiega una media di ben tre settimane dal primo tentativo per formalizzare la richiesta, mentre i tempi di attesa per la presentazione della domanda stessa raggiungono anche i 60 giorni.
La lentezza di questa procedura burocratica si vede anche nelle difficoltà di accesso fisico all’Ufficio Immigrazione: ogni giorno si presentano in media tra le 70 e le 140 persone, ma solo una dozzina riescono a entrare fisicamente nell’edificio e, di queste, solo la metà riesce effettivamente a formalizzare la richiesta.
E con le richieste tramite PEC i risultati non sono migliori: sempre secondo il report, le segnalazioni fatte con il supporto delle organizzazioni per 1494 persone, sono state quasi tutte ignorate.
Gli addetti all’ingresso della Questura allontanano chi non riesce ad accedere secondo criteri non trasparenti e comunicazioni informali, che in alcuni casi sembrano violare apertamente la legge.
Per esempio, si fanno controlli informali degli smartphone, senza che la persona sia informata dei propri diritti in merito e senza che l’azione sia verbalizzata al giudice di pace, oppure invitano i cittadini stranieri a recarsi alla Questura di Gorizia, ma sempre e solo tramite comunicazioni orali e non formali, quando invece la normativa stabilisce che il trasferimento di competenza deve essere espresso tramite un atto scritto.
Viene allontanato anche chi è sprovvisto di un documento di identità, motivando con la necessità di denunciarne lo smarrimento, mentre sembrerebbe che chi ha un passaporto usufruisca di un “accesso privilegiato” e gli sia facilitato l’ingresso alla Questura. Chi è minorenne (e, in particolare, minore straniero non accompagnato) deve dimostrare la sua età tramite un documento, visto che molti sono stati allontanati solo sulla base di una “valutazione visiva dell’età”.
La situazione è critica anche per alcune persone che, nel presentare la domanda di protezione internazionale, si sono viste invece notificare un provvedimento di espulsione, dando avvio a un ulteriore esame da parte dei tribunali competenti.
Anche in questi casi, si tratta di pratiche in contrasto con la normativa vigente (art.D.Lgs. 25/2009 e art.8 Direttiva 2013/32/UE), visto che, come spiegato in precedenza, per la formalizzazione basta solo manifestare la volontà, non è richiesto di mostrare alcun documento di identità, e, di conseguenza, deve essere considerato richiedente asilo chiunque ne manifesti la volontà.
Chi attende il visto vive in un vuoto giuridico
Tutte queste difficoltà di accesso agli uffici e le lunghe attese hanno un impatto più forte sulle persone in situazioni di fragilità e vulnerabilità. Anche perché, senza permesso di soggiorno, non si può nemmeno accedere al Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso di Tamang, per esempio, il Consorzio italiano di Solidarietà ha dichiarato che l’uomo era già malato da giorni, con forti dolori al petto e che il giorno prima della sua morte “aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area di Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata”.
Non sembra nemmeno esserci una particolare attenzione ai minori stranieri non accompagnati, che vengono allontanati solo sulla base di una “valutazione visiva dell’età”.
Queste lunghe attese e il continuo utilizzo di prassi informali, costringono persone come Malgoura e Tamang a vivere in un vuoto giuridico, in uno stato di incertezza che non solo non permette una regolarizzazione dal punto di vista burocratico, ma preclude anche l’inizio del percorso di accoglienza.
Non un caso isolato: le difficoltà nelle altre Questure
A Trieste la situazione è particolarmente grave, ma purtroppo non si può dire che sia un caso isolato in Italia, tutt’altro.
Diverse testate giornalistiche hanno evidenziato situazioni simili a quella di Trieste in diverse città italiane: a Bologna la situazione sembra peggiorare di mese in mese, così come alla Questura di Tor Sapienza a Roma, ma anche a Reggio-Emilia e a Cosenza e Crotone, in cui Asgi e venti organizzazioni locali hanno “inviato due lettere al Ministero dell’Interno, alla Prefettura e Questura di Cosenza, alla Commissione Nazionale Asilo e alla Commissione territoriale di Crotone, oltre che al locale Consiglio dell’Ordine degli avvocati per denunciare mancata trasparenza e prassi illegittime.” A Milano, nell’ottobre 2025, Naga e Asgi hanno presentato un ricorso collettivo al Tar Lombardia contro la Questura di Milano, accusata di ritardi sistematici (fino a 5 mesi) nell’accesso alla procedura di protezione internazionale.
La situazione della Questura di Torino, similmente a quella di Trieste, è un’altra che nel corso del 2025 è rientrata ciclicamente nelle cronache nazionali per la cattiva gestione nel rilascio dei permessi di soggiorno. Ad agosto, è stato lo stesso Tribunale di Torino, dopo una denuncia fatta da Asgi, a condannare le prassi adottate dalla Questura come discriminanti ed ha ordinato di ristrutturare l’intero sistema entro quattro mesi dalla pubblicazione della sentenza.
In tutti questi casi, le problematiche evidenziate sono simili a quelle relative alla Questura di Trieste: tempi di attesa molto più lunghi di quelli previsti dalla legge e richiesta di documenti non necessari per la finalizzazione della richiesta; mancanza di soluzioni abitative per chi è in attesa del permesso di soggiorno; pratiche informali discriminatorie.
La gestione del rilascio dei permessi di soggiorno è, quindi, un problema diffuso e sistemico, sintomo di una più generale cattiva gestione dei flussi migratori, in cui non si tengono in conto le esigenze reali e pratiche delle persone richiedenti asilo, con risvolti che possono essere anche tragici. Tamang e Malgoura non sono solo vittime della burocrazia, ma di un razzismo istituzionale che li rende invisibili.










