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Cronache di ordinario razzismo

Cronache di ordinario razzismo

Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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Venezia. Se il razzismo attraversa la campagna elettorale

13 Maggio 2026

Il 24 e il 25 maggio Venezia è chiamata al voto per le elezioni comunali. Il dibattito locale come spesso accade è infiammato dalla contrapposizione dei diversi schieramenti politici che si candidano a governare la città. Ma quest’anno l’islamofobia e il razzismo hanno attraversato la campagna elettorale. La presenza nelle liste elettorali di candidati e candidate con background migratorio e di membri della comunità bangladese, che lotta da tempo per avere in città un luogo di preghiera, è divenuta uno dei principali bersagli delle destre.

Gli attacchi ai candidati italiani di origine bangladese

Le prime polemiche iniziano tra marzo e aprile, quando comincia a circolare la lista di candidati del centrosinistra: sono presenti sette cittadini e cittadine italiani di origine bangladese, di cui due, un uomo e una donna, sono anche candidati al consiglio comunale. 

In particolare, verso la fine di aprile, ad accendere lo scontro della campagna elettorale è un volantino divulgato nella municipalità di Marghera, scritto in lingua bengalese, contenente un riferimento ad Allah. 

Alcuni esponenti nel consiglio regionale e candidati del centrodestra attaccano il volantino parlando di un “contrasto con i principi fondamentali del nostro Paese”.

La comunità bangladese veneziana compone un corpo elettorale di quasi quattromila persone, che vivono nella Laguna da decenni – o ci sono nate – e che sono parte viva e attiva nella società locale. Come spiega una candidata al consiglio comunale, cittadina italiana di 30 anni di origine bangladese, in un’intervista a VeneziaToday, non c’è niente di strano nel volersi rivolgere anche specificatamente a una delle comunità che si sente di rappresentare. La scelta di scrivere in bengalese, infatti, è dettata da un bisogno tecnico di informare i cittadini. Il presunto richiamo ad Allah, che secondo le destre darebbe una connotazione religiosa alla candidatura, sarebbe semplicemente un’espressione linguistica, priva di un vero significato religioso. 

I due candidati bengalesi sono anche al centro di diversi commenti ostili sui social. Tra queste, le dichiarazioni di un senatore veneziano: “Se le persone vogliono integrarsi e diventare nostri cittadini, nel percorso della legge, non ci sono problemi, ma i problemi nascono invece se si vuole solo rivendicare la propria diversità, di costumi, usanze e tradizioni che a volte confliggono con quello che caratterizza invece la nostra cultura, la nostra identità.”

Ancora una volta si considerano le persone con background migratorio come “soggetti esterni”, non riconoscendo la pluralità della società italiana composta da cittadini e cittadine con diversi background, i quali tutti e tutte hanno la facoltà di esercitare il loro diritto alla partecipazione politica. In poche parole, le persone con background migratorio sarebbero destinati, secondo le destre (non solo veneziane), a rimanere soggetti passivi invisibili nella città in cui vivono stabilmente. Per sempre stranieri, anche se sono nati in Italia e hanno la cittadinanza italiana. 

Nonostante le polemiche pelose, vale la pena ricordare che il centrosinistra non è l’unico partito ad aver presentato candidati politici della comunità bengalese. A inizio 2026, il presidente dell’associazione Giovani per l’Umanità, italiano di origine bangladese, si era iscritto nella lista di Fratelli d’Italia. Ė stato rimosso solo il 6 marzo, in seguito a uno scontro verbale con alcuni esponenti di Forza Nuova, avvenuto davanti all’ex-segheria in via Giustizia, su cui è in corso un progetto per la costruzione di un centro culturale islamico.

I manifesti della Lega “No alla moschea, Vota Lega”  

Sempre nel corso di questa campagna elettorale, nel mese di aprile sono stati affissi dei manifesti politici su circa 70 autobus, con lo slogan “No alla moschea, Vota Lega” affiancato da un’immagine del Duomo di Venezia modificato per assomigliare a una moschea. 

Un messaggio che è arrivato, sotto forma di segnalazione, anche a diverse associazioni che si occupano di diritti umani, tra cui noi di Lunaria.
In passato abbiamo già parlato delle difficoltà della comunità bangladese di Venezia a ottenere un proprio luogo di culto e preghiera tra scontri burocratici e attacchi islamofobi da parte di esponenti politici, nonostante sia un diritto di tutti e tutte, sancito anche dall’art. 19 della Costituzione, poter esercitare la propria fede in maniera collettiva  e pubblica. 

Il manifesto in questione non fa eccezione: contribuisce a creare un clima ostile nei confronti delle persone di fede musulmana e, invece di assolvere a una funzione informativa, compromette il corretto svolgimento del dibattito politico, polarizzandolo.

Lo slogan contenuto nel manifesto viene recepito, difatti, come un attacco alla comunità bangladese e delle persone con fede musulmana e spinge una delle candidate alla municipalità di Magrera a segnalare questa pubblicità come veicolante “odio razziale e culturale”. 

La diffusione dei manifesti viene poi ripresa e condannata anche sui social network. La comunità islamica Veneziana invia una lettera al prefetto e, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia presenta un esposto alla Procura.

Con la pressione generata dall’attivazione collettiva, i manifesti vengono rimossi due giorni dopo dalla società concessionaria della pubblicità sui mezzi di trasporto pubblico, che motiva, però, la scelta facendo riferimento non al contenuto discriminatorio del messaggio contenuto nei manifesti, ma con l’incompatibilità con il codice etico aziendale: i manifesti presentano contenuti di natura religiosa che sono vietati sui mezzi di trasporto pubblico. 

A seguito di questa decisione, la Lega annuncia che farà ricorso, mentre un consigliere parla di censura e dichiara che “le moschee aperte sul territorio nazionale sono abusive”, evocando anche il danneggiamento alla “libertà di espressione e il diritto dei cittadini a essere informati”. 

Istanze che diventano ridicole, quando si analizza l’intero contesto più nel dettaglio. È vero che la comunità bangladese richiede da anni la costruzione di una moschea a Venezia, ma il progetto al centro del dibattito riguarda l’apertura di un centro culturale, adibito anche a luogo di preghiera. 

È chiaro che il dibattito politico portato avanti si muove all’interno della cornice retorica dello scontro culturale – su cui siamo tornati più volte all’interno dei Libri Bianchi. Non è un caso che un senatore veneziano abbia attaccato i candidati sostenendo l’esistenza di una presunta incompatibilità religiosa e culturale sui temi relativi alla parità di genere e con riferimento alla concezione della donna “lontana anni luce dai principi della nostra Costituzione”. 

L’eccessiva semplificazione di questioni così complesse contribuisce ad abbassare il livello e la qualità del discorso politico generale e a presentare le persone di origine bengalese e di fede musulmana come un nemico comune, senza considerare che si tratta di cittadini e cittadine che stanno esercitando il proprio diritto di rappresentare ed essere rappresentati. 

La pluralità della società veneziana e italiana è un fatto reale e concreto e alimenta il dibattito democratico, che però non può essere davvero tale senza una corretta informazione a tutti i cittadini e cittadine.

Foto in copertina: Mariordo (Mario Roberto Durán Ortiz) CC BY-SA 4.0 [https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Actv_tram_Venezia_07_2017_4166.jpg]

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Filed Under: News, Primo piano Tagged With: accoglienza, antirazzismo, bangladesi, migranti, razzismo

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