
Non era un fermo, non era un controllo. Ieri, domenica 19 luglio, Abderrahim Fakir, uomo di 42 anni di origine marocchina, è morto mentre era immobilizzato da tre uomini, tra cui due agenti della polizia, i quali erano giunti sul luogo dopo una segnalazione da parte di un abitante del quartiere di Pilastro, Bologna.
Il video dell’accaduto è rapidamente rimbalzato su molti canali social: quattro minuti e tredici secondi di una sequenza tremenda. Dalle immagini riprese da chi in quel momento era affacciato da un balcone si vedono due sanitari della Croce Rossa, che non intervengono. Fakir, nel video, urlava. Chiedeva aiuto, forse si stava sentendo male.
Se è presto per parlare subito di violenza da parte delle forze dell’ordine, rimane la gravità della morte di un uomo mentre era nelle mani di rappresentanti dello Stato.
I fatti fino ad ora
I fatti sono ancora oggetto di ricostruzione. Come riporta Alessandra Arini per La Repubblica, Abderrahim Fakir era un uomo di 42 anni, arrivato in Italia a 7 anni con tutta la famiglia, e lavorava come facchino nella logistica. Chi lo conosceva lo descrive come una persona affabile: Fakir, infatti, era noto nel quartiere di Pilastro in cui vi si recava spesso per visitare gli amici residenti nella periferia bolognese. Ieri probabilmente era lì per le stesse ragioni, ma su quanto accaduto ci sono ancora molti dubbi. Sembra esserci stato un malore – pare che infatti Fakir soffrisse d’asma e fosse cardiopatico -, una richiesta di aiuto accompagnata da uno stato di agitazione secondo alcuni, un dare in escandescenza secondo altri; le persone affacciate sul cortile interno che dà su via Svevo decidono di chiamare il 112. Sul posto arrivano due agenti della Polizia i quali, trovandosi un uomo presumibilmente affetto da una crisi psichiatrica, chiamano a loro volta il 118. Giungono allora anche i sanitari della Croce Rossa. Stando alle ricostruzioni attuali, gli agenti intervengono prima spruzzando uno spray urticante nei confronti dell’uomo, poi lo immobilizzano con l’aiuto di un civile: i due agenti gli bloccano la testa e la schiena per ammanettarlo, il civile le caviglie. Quanto accade successivamente è purtroppo noto: l’automedica arriverà quando per l’uomo non ci sarà nulla da fare. Subito esplodono la rabbia, lo sconcerto e la disperazione dei familiari che ricondividono i video sui social. Sentimenti che accomunano anche il resto del quartiere, sceso la sera in piazza in solidarietà alla famiglia di Fakir, chiedendo verità e giustizia e che scenderà nuovamente in presidio quest’oggi a Piazza Nettuno, in contemporanea con altre città italiane tra cui Torino e Roma.
La violenza dietro la prassi
La magistratura sta acquisendo i video e le testimonianze di chi ha visto quanto accaduto in via Svevo e le immagini registrate dalle bodycam degli agenti coinvolti. Parallelamente anche l’AUSL di Bologna sta eseguendo delle indagini interne per verificare l’operato dei quattro sanitari presenti – nel video se ne vedono solo due – in via Svevo, cercando di far luce sulle responsabilità per la morte di Fakir. Si attende, nel frattempo i risultati dell’esame medico-legale sull’effettiva causa del decesso.
Si stanno effettuando gli opportuni accertamenti, ma i quesiti restano molti. Fra tutti ci si interroga sulle modalità di intervento. Le immagini circolate mostrano un uomo bloccato a terra da tre persone: una seduta sul suo fondoschiena, una che gli teneva la testa contro l’asfalto. Secondo alcune ricostruzioni, l’obiettivo era permettere ai sanitari di sedarlo e tranquillizzarlo.
È un tipo di violenza non nuovo nei confronti delle persone razzializzate. E se trova una giustificazione formale nel concetto di “prassi”, resta da chiedersi perché una prassi debba essere così violenta nei confronti di un uomo che manifestava un’evidente condizione di fragilità, come conferma la sua richiesta d’aiuto, ripetuta per minuti.
Uno Stato che tutela i cittadini
Mentre una parte della società civile era a Genova a ribadire che oggi come 25 anni fa un altro mondo sia ancora possibile, ricordando anche la violenza che lo Stato ha esercitato nei confronti dei manifestanti pacifici, un altro uomo è morto, mentre chiedeva aiuto a quello stesso Stato. Viene da chiedersi come si costruisca il rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini soprattutto nel momento in cui quest’ultimi si rivolgono ad esso, che sia per chiedere aiuto o per contestarne le scelte.
Questo rapporto è stato messo progressivamente in crisi con norme – come i vari Decreti e Pacchetti Sicurezza promulgati negli ultimi anni – sempre a tutela delle forze dell’ordine e a scapito troppe volte dei diritti dei cittadini. Esempio di ciò è l’applicazione da parte della procura di Bologna di una norma del pacchetto Sicurezza varato lo scorso febbraio che garantisce una sorta di scudo penale: i due agenti e i quattro sanitari coinvolti sono stati iscritti al Registro Mod. 45 bis, diverso da quello degli indagati. Con l’applicazione di questa norma si amplifica il divario tra uno Stato, che si autotutela, e i cittadini, che rimangono inascoltati – come in questo caso – quando chiedono protezione.
Fakir chiedeva aiuto e chi rappresentava lo Stato in quel momento, lo teneva immobilizzato a terra. Non ci sono colpevoli ancora, ma questa morte chiama certamente a precise responsabilità.










