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Cronache di ordinario razzismo

Cronache di ordinario razzismo

Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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Puniti per aver avere rivendicato i propri diritti. La strage di Amendolara

5 Giugno 2026

Ullah Ismat Qiem, Wassem Khan, Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad; avevano rispettivamente 19 anni, 29 anni, 28 anni e 27 anni quando il due giugno sono morti bruciati vivi all’interno di un’automobile. La loro colpa? Stando al racconto di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto a quella strage – che è riuscito a fuggire rompendo il vetro del finestrino posteriore del veicolo – è quella di non aver pagato la quota del trasporto per arrivare ai campi in cui lavoravano. 
L’uomo di origine afghana ha raccontato di come i cinque vivevano a Villapiana, insieme ad altri colleghi. Tutti i giorni lavoravano insieme nei campi raccogliendo fragole – uno dei tanti prodotti che riempiono gli scaffali dei nostri supermercati. Come in altre situazioni simili di sfruttamento lavorativo venivano assicurati una casa, da mangiare e un lavoro, ma non una retribuzione e in aggiunta veniva richiesto il pagamento di quel pedaggio. Gli uomini più volte hanno richiesto una paga e che fossero rispettati i loro diritti di lavoratori, ma davanti alle loro legittime istanze, hanno trovato il silenzio da parte dei caporali. Nel momento in cui si sono rifiutati di cedere a quella vera e propria estorsione nel tragitto dalla casa ai campi, si è scatenato prima un violento diverbio e poi è arrivata la punizione: in pieno giorno, in un distributore lungo la statale 106 tra Amendolara, quattro dei cinque lavoratori agricoli sono stati arsi vivi.  Al momento sono stati identificati e arrestati i presunti caporali autori del delitto con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato, mentre intanto la procura di Castrovillari indaga, non escludendo altre piste rispetto a quella del caporalato. Nel frattempo si è riacceso il dibattito sullo sfruttamento lavorativo delle persone migranti e sul caporalato, un tema che riaffiora proprio nel giorno in cui si celebra la Repubblica fondata sul lavoro.

Sono passati dieci anni dalla legge 199/2016, per il contrasto al caporalato, la quale prevede condanne fino a otto anni per caporali e datori di lavoro che si avvalgono di queste figure come intermediari, multe e confische, istituzione di un fondo antitratta e il controllo giudiziario dell’azienda coinvolta. Tuttavia, la segretaria della FLAI CGIL Calabria Caterina Vaiti – che scenderà in piazza il 6 Giugno alle ore 16.00 ad Amendolara per una mobilitazione nazionale – commentando la strage dei quattro braccianti ai microfoni di Radio Onda d’Urto, ha sottolineato come questa legge ha una funzione prettamente punitiva, ma non preventiva. L’attenzione posta esclusivamente sulla figura del caporale e dunque sul livello locale, non tiene conto di una filiera produttiva che vede come attori altrettanto importanti sia l’azienda agricola, che si avvale dei caporali come intermediari per ottenere manodopera a bassisimo costo, che di una grande distribuzione che acquista i prodotti a prezzi minimi e li propone a noi consumatori a prezzi altrettanto esigui, facendo pagare quel costo ai lavoratori.

Inoltre, quanto accaduto non può non ricordarci come il contrasto al caporalato – che ricordiamo non riguarda solo il settore agricolo, ma anche quello tessile, edile e quello legato alla consegna dei beni – deve tenere conto di come lo sfruttamento lavorativo si intersechi con la condizione migratoria caratterizzata da un diffuso precariato anche nello status giuridico.  

I settori sopra citati, infatti, spesso sfruttano la manodopera proveniente da altri paesi, con persone che vivono una condizione di insicurezza anche a causa della difficoltà dell’ottenimento dei documenti di soggiorno, dipendenti proprio dall’avere un lavoro. Il settore agricolo è quello che spesso riesce a ricevere maggior attenzione mediatica, rivelando un livello di precarietà che non riguarda solo le condizioni lavorative – come la morte di Satnam Singh nel 2024 o più recentemente quella di Paul Neeraj nella Piana del Sele hanno evidenziato – ma si mostra nell’insicurezza abitativa – le vite spezzate di Queen e Ibrahim nel 2023 e le condizioni in cui è stato ritrovato il corpo di Alagie Singathe ne sono un triste esempio. Un’esistenza che rende invisibili, in cui se non si muore nel ghetto in cui si vive o nel luogo di lavoro, anche il tragitto tra casa e lavoro ricorderà uno status di invisibilità, come accaduto a Gassama Gora nel 2020 e in qualche modo anche a Bakari Sako a Taranto. 

Quelle richiamate qui sono tutte morti avvenute a causa di una condizione di invisibilità costruita su vari livelli di ricatto, che ha il suo punto di caduta nella dipendenza di chi lavora nei confronti dei caporali. I caporali – i quali spesso si propongono alle aziende – di sovente diventano il mezzo più immediato attraverso cui molti lavoratori migranti entrano nel mercato del lavoro poiché questi offrono un’intermediazione conoscendo sia la lingua di chi lavora, sia la lingua del datore di lavoro. I caporali offrono ai braccianti i servizi di alloggio, vitto e trasporto decurtando il costo direttamente dallo stipendio, con un margine di guadagno che va a scapito dei lavoratori e delle lavoratrici. In un sistema così, in cui bisogna ricordare che spesso le persone coinvolte non sempre hanno uno status giuridico che possa tutelarle, ribellarsi, denunciare, far valere i propri diritti sembra impossibile. Eppure i 5 uomini, tre afghani e due pachistani, lo hanno fatto. Hanno rivendicato il loro diritto a quel salario di 45 euro al giorno che era stato loro promesso, si erano rifiutati di pagare quei 5 euro pro capite per il trasporto e per questo quattro di loro hanno perso la vita. Non si tratta di un’eccezione, ma è l’effetto di una logica di un sistema in cui le persone che sfruttano sono quelle da cui si dipende per lavorare, avere un tetto, per esistere in un paese in cui i documenti arrivano anche attraverso un lavoro. Una trappola costruita su misura dall’indebolimento delle politiche di “integrazione” da un lato e dall’altro da una filiera produttiva che guarda solo al profitto. Finché non si interverrà su questa architettura ribellarsi continuerà a costare tutto, altri lavoratori si troveranno davanti alla stessa scelta impossibile. E nessuno dovrebbe più pagare un prezzo così alto per averla fatta.

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