
Sako Bakari è stato ucciso con una violenza inaudita a Taranto in piazza Fontana la notte tra il 9 Maggio e il 10 Maggio. Accerchiato, preso a calci e pugni; poi rincorso quando ha tentato di fuggire, raggiunto di nuovo e colpito con tre colpi all’addome e al torace che ne hanno provocato la morte. Secondo le notizie diffuse dagli organi di stampa, ad ucciderlo sarebbe stato un gruppo di giovani di età compresa tra i 15 e il 21 anni. Cinque sono stati identificati e fermati grazie alla visione delle immagini riprese da alcune telecamere presenti nella zona. Un ragazzo di quindici anni ha confessato di essere l’autore dell’omicidio e avrebbe consegnato anche l’arma del delitto. Il gruppo, secondo quanto dichiarato in conferenza stampa dagli inquirenti, avrebbe agito in modo coordinato e ci sarebbe stato nella stessa notte anche un altro tentativo di aggressione.
Sako Bakari, 35 anni e originario del Mali, viveva a Taranto dal 2022: dopo un primo periodo trascorso a Torino, si era trasferito nella città pugliese dove aveva lavorato come cameriere. Quando il locale aveva chiuso, lo scorso gennaio, era tornato in Mali per un breve periodo e poi aveva iniziato a lavorare come bracciante nella zona di Massafra, distante una ventina di chilometri dalla città tarantina. Viveva insieme ad altri lavoratori in un appartamento nella città vecchia e ogni mattina andava alla stazione in bicicletta per prendere l’autobus che lo portava al lavoro. Il 9 maggio alla stazione non è mai arrivato.
Le prime notizie pubblicate sulla sua morte hanno parlato di una “lite scoppiata in un bar nei pressi della piazza”. Secondo quanto riportato ieri da alcuni organi di stampa, in quel bar, Sako avrebbe in realtà cercato un rifugio. Il proprietario l’avrebbe però cacciato dal locale. Spetterà agli inquirenti fare luce su cosa sia successo. Noi però non possiamo sottrarci dal farci alcune domande.
Primo. Non è la prima volta che un’aggressione razzista viene inizialmente raccontata come l’esito di una “lite”. Accadde nel caso di Y.S. lo studente di origine gambiana che a Palermo, rimase in coma per due settimane, a seguito di un vile pestaggio subito in strada. In base alle informazioni diffuse sino ad oggi, a Taranto l’ipotesi di un movente razzista non è stata ancora presa in considerazione a livello ufficiale. Si è parlato di omicidio in concorso, di omicidio commesso “per futili motivi”, di omicidio “senza motivazione”.
Dunque alle 5,20 di un sabato mattina quattro (o cinque) “ragazzini” si sarebbero trovati “per caso” in centro città e “senza motivazione” in pochi minuti avrebbero cancellato la vita di un uomo? Oppure il movente c’è ed è quello razzista, ma si ha paura, come spesso succede, di nominarlo?
Non sarebbe la prima aggressione razzista di gruppo a Taranto. Il 27 gennaio 2025, ad esempio, un altro gruppo di sette minori avrebbe partecipato all’aggressione di un bracciante agricolo di origini nigeriane con sassi e bottiglie. In quel caso il movente razzista è stato riconosciuto.
Non dovrebbe essere necessario ricordare cosa scatenò la rivolta di Rosarno nel 2010, gli spari che hanno continuato a prendere di mira i braccianti stranieri nelle campagne della Piana o l’aggressione con cui a Bari nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre 2024 un lavoratore di origine straniera fu scaraventato a terra e preso a calci e pugni da un gruppo di sei ragazzi incappucciati in piazza Redentore, nel quartiere Libertà.
Lo abbiamo denunciato e ripetuto molte volte e non ci stanchiamo di ripeterlo: le violenze razziste non sono fatti isolati né incidenti casuali: fanno parte di una lunga storia di diseguaglianze, discriminazioni, abusi e sfruttamento di cui fatichiamo a riconoscere fino in fondo le radici profonde. E sono alimentate e incoraggiate da scelte e prassi istituzionali sbagliate. Che il problema non riguardi solo il Sud lo confermano purtroppo, ancora una volta, negli ultimi giorni i fatti di Milano.
Secondo. Supponiamo anche solo per un attimo che ci fosse stata una lite. Dovremmo considerare “normale” che una lite scoppiata “per futili motivi” possa provocare la morte di una persona? Il razzismo si sovrappone a una progressiva legittimazione della violenza che è di fatto una delle modalità di relazione praticate dagli adolescenti.
Che cosa stiamo facendo per impedire che questo avvenga? Quali sono le politiche di cura e gli interventi culturali, economici e sociali che stiamo attivando per impedire che una vita possa essere cancellata da un adolescente con la stessa noncuranza con cui si colpisce il bersaglio di un videogioco?
O pensiamo davvero che possano renderci più sicure/i leggi più repressive, sanzioni più severe, quartieri più pieni di forze dell’ordine o persino (come sta succedendo in alcune città) il ritorno di ronde che propagandano la giustizia fai da te?
Terzo. La morte di Sako Bakari ha suscitato subito grande solidarietà. E’ anche grazie a un post pubblicato da Babele associazione promozione sociale sabato sera che la notizia della sua morte non è rimasta confinata nei titoli della cronaca nera locale. “Un giovane lavoratore ucciso mentre aspettava di andare in campagna a guadagnare pochi soldi. Non uno straniero, ma un uomo con un nome e cognome, un lavoratore, incensurato, irreprensibile, che pagava tasse, affitto, e che manteneva la sua famiglia”, ha scritto Babele, facendo rimbalzare la notizia da un capo all’altro del paese, sollevando rabbia e indignazione. L’associazione Mediterranea SH di Taranto si è messa subito in contatto con i familiari e si è resa disponibile a supportare la famiglia per consentire il rimpatrio della salma nel paese di origine. Ma una scia di vergognosi e indegni commenti razzisti circolati online ha “accompagnato” la diffusione della notizia in rete.
Il fatto che nemmeno la morte di una persona fermi la violenza vigliacca e razzista dei leoni da tastiera, racconta molto del punto in cui (ancora) siamo.
Giovedì prossimo 14 maggio, le realtà locali hanno organizzato a Taranto un presidio in Piazza Fontana alle 17,30, “uno spazio aperto, plurale e condiviso, per ribadire insieme che nessuna vita è invisibile e che la violenza, il razzismo, l’odio e l’indifferenza non possono avere l’ultima parola.”
Ci auguriamo un’ampia partecipazione capace di esprimere solidarietà e vicinanza alla famiglia di Sako Bakari ferita così ingiustamente proprio nel paese in cui aveva cercato ciò che tutte/i noi cerchiamo: una vita degna di essere vissuta e un futuro migliore per sé e per i propri cari.










