
Ha dovuto viaggiare 1500 km, da Torino a Caltanissetta, una lettera di auguri di buon compleanno per il papà, dal 24 novembre detenuto all’interno del CPR siciliano. Nella lettera anche le parole della moglie, che si augura di rivederlo ricomparire alla porta di casa così come lo ha visto uscire. E presto potrebbe ritornare: finalmente, dopo 21 giorni di detenzione, la Corte d’Appello di Torino ha annullato la convalida del trattenimento. Mohamed Shahin può tornare a casa.
Le vicende di Shahin sono purtroppo note: imam di Torino, da 21 anni in Italia e da sempre impegnato per il dialogo religioso e il coinvolgimento dei giovani nel quartiere San Salvario del capoluogo piemontese. La sua quotidianità cambia radicalmente a partire dal 9 novembre, quando in una manifestazione l’imam afferma che «quel che è successo il 7 ottobre 2023 non è una violenza», salvo poi precisare immediatamente che intendeva che si trattasse di «una reazione ad anni di oppressione». Nonostante la precisazione, a seguito di quella frase, che nel frattempo ha fatto il giro del web, si è scatenato un dibattito che ha anche indotto una deputata della maggioranza a presentare un’interrogazione parlamentare proprio sulle parole dell’imam. Il 24 novembre, dopo aver accompagnato la figlia a scuola, Shahin viene fermato dalla polizia e portato in questura. Lì gli notificano la revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo e il decreto di espulsione emanato dal Ministero dell’Interno “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello stato”; viene quindi convalidato il trattenimento all’interno del CPR di Caltanissetta, dove rimane in stato di detenzione amministrativa fino al 15 dicembre, data in cui è annullata la convalida del trattenimento.
La decisione della Corte d’appello di Torino si basa sulla precedente archiviazione da parte della Procura di Torino del fascicolo relativo alle frasi pronunciate durante il presidio di Piazza castello del 9 Novembre, oltre che sul fatto che Shahin è incensurato. Rispetto ai presunti rapporti con alcuni membri di realtà legate alle frange dell’Islam più radicale – relazioni negate dallo stesso imam – la Corte ha valutato che anche queste non costituiscono ragioni di rischio per la sicurezza dello Stato e pertanto non sussistono motivi per la sua detenzione all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio.
La storia di Shahin purtroppo ha un precedente molto simile. Già nel 2024 Seif Bensouibat è stato detenuto nel CPR di Ponte Galeria a seguito della diffusione di un messaggio in solidarietà alla resistenza Palestinese su un gruppo Whatsapp dell’istituto in cui lavorava, lo Chateaubriand di Roma. Nonostante la vicenda di Bensouibat si sia conclusa anche in quel caso con una liberazione, rimane preoccupante che la detenzione amministrativa sia utilizzata come strumento di controllo e criminalizzazione delle persone migranti, anche in relazione alle opinioni e posizionamenti politici. I due casi sono il sintomo di una vulnerabilizzazione strutturale che vede le persone di origine straniera in Italia costantemente esposte al rischio di vedere messa in discussione la liceità della loro presenza nel paese.
In questo quadro anche il diritto di esprimere la propria opinione politica diventa un ennesimo privilegio a cui le persone con background migratorio non hanno accesso. La partecipazione al dibattito pubblico – in qualunque forma, anche attraverso una manifestazione – per alcune persone si trasforma in un fattore di rischio e le loro posizioni vengono rilette come una questione di ordine pubblico. In questo slittamento che deriva da un evidente doppio standard, il CPR assume una funzione ulteriore: diventa uno strumento per disciplinare, intimidire e, in qualche modo, silenziare, ponendosi come dispositivo simbolico che traccia il confine tra chi può esprimersi senza conseguenze e chi, per una frase, può vedere cambiare il proprio status giuridico.
Del resto, per quanto possa essere condivisibile o meno a seconda della sensibilità o posizionamento della persona, quella di Mohamed Shahin rimane una semplice opinione che non costituisce reato. Eppure una frase è riuscita a diventare un problema di ordine pubblico, ha tracciato un profilo di rischio che alimenta ancora una volta la serie di narrazioni polarizzanti che contrappongono un presunto noi e un presunto loro, alimentando stereotipi islamofobi. Soprattutto, una frase ha scatenato conseguenze che hanno bloccato per 21 giorni la vita dell’uomo e che ancora oggi lo lasciano in una condizione precaria. Nonostante, infatti, la Corte d’Appello di Torino abbia accolto il ricorso presentato tramite gli avvocati Hamed Jama Fairus e Gianluca Vitale, questa si è espressa solo sulla detenzione all’interno del CPR e non sul decreto di espulsione sul quale dovrà esprimersi il TAR del Lazio. Arriva però una buona notizia dal Tribunale di Caltanissetta, la quale ha sospeso il diniego alla richiesta di protezione internazionale, allontanando momentaneamente il rischio di un’espulsione immediata.
Adesso Shahin è titolare di un permesso di soggiorno temporaneo. Pur rimanendo ancora in attesa di conoscere gli ulteriori sviluppi, non possiamo che tirare un sospiro di sollievo per la fine della sua detenzione ed attendere, come i suoi famigliari, che torni finalmente a casa.










