
Situato a Milano, nel quartiere Lima, il ristorante Baobab è diventato negli anni un punto di riferimento e di ritrovo per moltissime persone con background migratorio, in particolare afrodiscendenti. Così è anche per un orafo italiano di origini senegalesi, che dal 2013 gestisce la propria attività a Milano. Da un po’ di tempo davanti al ristorante spesso si radunano le forze dell’ordine. Per controlli di routine, dicono. L’orafo, testimone di questi controlli periodici, si avvicina a chiedere informazioni. La notizia di ciò che accade subito dopo è rimbalzata rapidamente sui social network, grazie ai video condivisi anche dal ristorante stesso: vengono chiesti prima i documenti e subito dopo l’uomo viene ammanettato, sbattuto a terra e portato via in commissariato. L’accusa è di resistenza a pubblico ufficiale. Tutto questo davanti agli occhi in lacrime dei figli, con cui era andato al ristorante per passare una normale serata a cena. Dal commissariato uscirà dopo dodici ore, la mattina del giorno dopo.
Il racconto dell’orafo
Dopo essere stato rilasciato, l’uomo è stato contattato da una nota content creator milanese afrodiscendente e, tramite i canali social di quest’ultima, ha potuto raccontare la sua versione dei fatti. Racconta di essersi recato al ristorante con i suoi figli dopo aver finito la giornata lavorativa. Giunto al Baobab ha trovato nuovamente le forze dell’ordine, impegnate a eseguire dei controlli al locale. Trovando oramai la presenza della polizia davanti al ristorante una cosa abitudinaria si avvicina per chiedere spiegazioni, «Perché gli altri ristoranti nel quartiere non vengono controllati?». Alla richiesta di spiegazioni i poliziotti chiedono all’uomo di esibire i documenti, il quale dopo aver mostrato la sua carta d’identità incalza facendo notare che il loro comportamento è discriminatorio, non solo per la scelta di chi controllare, ma per le modalità e il linguaggio adottati, spesso violenti. «Gli ho detto: “Tu ce l’hai con i neri, perché vedo come ti comporti con i neri e le parole che usi”, parole molto forti che non voglio neanche ripetere», racconta l’uomo.
In seguito, viene ammanettato, sbattuto a terra e portato in caserma. Sono le otto di sera quando entra in commissariato. L’orafo racconta di essere stato tenuto lì per 12 ore, in uno spazio sporco, senza cibo o acqua. Lo accusano di resistenza a pubblico ufficiale, ma ribadisce – come mostrano anche le immagini circolate – di non aver mai opposto resistenza, neanche quando è stato sbattuto a terra. Proprio per questo l’uomo si rifiuta di firmare il verbale. Uscirà da lì dopo dodici ore, alle 8.00 del giorno seguente. La content creator poi rivelerà la battuta finale con cui le Forze dell’Ordine lo hanno congedato: «Non avevamo visto che fossi italiano».
Un problema sistemico
Stando alle ricostruzioni pubblicate in un articolo di Fanpage, la questura di Milano sta eseguendo degli accertamenti per verificare le dinamiche dell’episodio. Nel frattempo, soprattutto tra chi commenta i video sui social, si fa sempre più forte il sospetto che quanto accaduto la sera del 9 maggio sia un ennesimo episodio di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine.
Abbiamo più volte raccontato, infatti, episodi del genere che coinvolgono proprio le forze dell’ordine tra fermi violenti e controlli selettivi nei confronti delle persone razzializzate. Questi casi non sono parte di un’eccezione, ma di un pattern strutturale che si costituisce proprio nella natura sistemica del razzismo. Ma c’è anche un piano meno visibile, che va al di là della cronaca e racconta anche come questi fenomeni vengono visti.
Nei commenti si rimarca spesso come l’uomo non meritasse quel trattamento, perché “integrato”, perché cittadino italiano, perché professionista. Tuttavia, anche questo sposta il focus del problema sul lato sbagliato, contribuendo a lasciare intatta l’idea che esistano persone verso le quali un comportamento violento e di fatto razzializzante – soprattutto rispetto alla profilazione – possa essere legittimo.
Dal racconto si evince che nel momento in cui la polizia ha compreso che l’uomo fosse cittadino italiano c’è un cambio di atteggiamento. L’invisibilità della dicitura “italiana” vicino alla voce “cittadinanza” mostra la matrice razzista di uno sguardo che associa – nuovamente – l’idea dell’essere straniero con la persona razzializzata, pericolosa, criminale, una questione di ordine pubblico da gestire con la forza. Se un documento non permette di sfuggire a questa sovrapposizione di stereotipi è perché le dinamiche di questo caso si strutturano nella dimensione sistemica del razzismo, riproponendo un’idea di società divisa tra chi ha le caratteristiche per essere titolato a farne parte e chi no.
«Mi hanno fatto sentire fuori posto, per quanto cerco di adeguarmi. Non ho parole», ha concluso l’orafo nel suo racconto, sintetizzando in poche battute lo sforzo continuo e sistemico di chi è costretto costantemente a dimostrare di appartenere ad un posto, di non essere una minaccia. È un peso che molte persone si portano dietro, prima e dopo un fermo, prima di una denuncia, prima che ci sia l’esito di un’indagine. Il razzismo fa anche questo.
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