
Per quattro anni la morte di J. K. dentro il CPR, per quanto conosciuta, non è mai stata comunicata dove avrebbe dovuto esserlo. Non nei registri della struttura; non all’ufficio del Garante, che avrebbe dovuto ricevere comunicazione immediata. Mai, fino ad oggi, entrata nel dibattito pubblico.
J. K., 33enne originario del Bangladesh è morto il 22 agosto del 2022 all’interno del CPR di Ponte Galeria, Roma. Come scrive Marika Ikonomu in un editoriale per il Domani, J. K. è deceduto per grave insufficienza cardiovascolare. Al momento in cui scriviamo sappiamo pochissimo di lui, sappiamo però qualcosa su ciò che gli è successo mentre era detenuto nel CPR di Ponte Galeria dove gli è stato prescritto del metadone ad un dosaggio superiore rispetto al range terapeutico. Forse anche lui – seguendo un’ipotesi avanzata dai pm – si è scontrato con la negligenza di chi doveva prendersi cura di lui. Queste poche informazioni, oggetto d’indagine, non ne spiegano la morte, né come questa sia potuta passare sottotraccia. Quanto accaduto a J.K non è stato trascritto nei registri degli eventi critici, di lui non è arrivata nessuna comunicazione all’ufficio del Garante. Mauro Palma, all’epoca Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale, saprà di J. K. solo grazie alle segnalazioni delle realtà della società civile che hanno saputo di una persona deceduta il 22 agosto del 2022 sotto uno pseudonimo. Tuttavia, nei documenti in mano all’ufficio presieduto da Palma non compariva né quel nome falso, né alcuna altra informazione sull’accaduto: è dopo la scoperta della vicenda e della mancata comunicazione che il Garante ha presentato un esposto alla Procura di Roma.
Invisibilizzazione delle persone migranti. I CPR come buchi neri. Sembrano oramai delle formule che stanno assumendo sempre più la forma di una tautologia e meno di metafore esplicative del reale. Tuttavia, la storia di J. K. rivela come queste espressioni non siano solo retorica, ma la dura e cruda realtà.
È un copione già scritto: mancanza di cure adeguate e abuso di psicofarmaci; di nuovo una morte che non è un’eccezione in un sistema funzionante, ma il prodotto di un’architettura basata sul governo di determinate vite secondo la logica di chi è degno e chi meno degno. Il CPR, infatti può essere considerato un dispositivo di necropolitica, riprendendo la definizione di Achille Mbembe, in cui le vite delle persone migranti sono amministrate secondo una logica che determina chi può vivere e chi può essere lasciato morire.
Come Wissem Abdel Latif morto il 28 novembre del 2021 all’Ospedale San Camillo di Roma dopo la detenzione nel CPR di Roma, come Ousmane Sylla, suicidatosi il 4 febbraio 2024 a Ponte Galeria, anche J. K. è stato ritenuto una persona che potesse essere lasciata morire. E poi la sua morte è stata invisibilizzata. L’invisibilizzazione ha agito sull’archivio, sulla memoria istituzionale, sulla narrazione impedendo di fatto che, anche il culmine di un’ingiustizia, diventasse un fatto pubblico. J. K., prima ancora di morire, era stato già reso invisibile da un sistema basato sulla logica del confine che produce irregolarità amministrativa e dalla violenza del CPR in cui è stato detenuto senza aver commesso nessun reato. Il silenzio delle istituzioni sulla sua morte ha voluto rendere la sua storia non degna di essere pianta.
Quel silenzio, tuttavia, è stato subito rotto dalle segnalazioni della società civile, dal Garante stesso ed ora che si sa di più sulle indagini in corso, anche i media possono contribuire ad alzare il volume.
I CPR sono dei buchi neri, in cui tutto tace, le persone diventano numeri e i numeri possono sparire. J. K. ora non è più un numero in meno, ha un nome, una storia di cui sappiamo ancora troppo poco. Ora si deve chiedere giustizia.
Rest in Power.










