
A Modena il 16 maggio è stato compiuto un reato gravissimo. Otto persone sono state ferite, quattro in modo grave. Una donna non potrà più camminare. Che un’auto arrivi ad alta velocità in pieno centro e investa delle persone è un fatto che ha turbato profondamente tutte e tutti. E non potrebbe essere diversamente. Indipendentemente dall’identità dell’uomo che l’ha compiuto.
La persona responsabile è stata fermata grazie alla pronta reazione di alcune delle persone presenti, tra le quali un cittadino italiano e due cittadini egiziani. Si tratta di un giovane italiano di 31 anni. Fatti come questi lasciano ferite profonde non solo sulle persone direttamente colpite e sulla comunità locale coinvolta, ma anche sull’immaginario collettivo che viene plasmato dal dibattito pubblico che si scatena al loro verificarsi.
E’ molto importante che si parli di ciò che è successo. Il problema sono le direttrici viziate lungo le quali il dibattito collettivo, politico e mediatico, continua a svilupparsi.
L’attenzione è in primo luogo posta sulle origini marocchine dell’autore della tentata strage. E come ha osservato bene Maurizio Ambrosini, “quando in fatti di cronaca nera sono coinvolte persone riconducibili a un retroterra d’immigrazione, scatta fatalmente un meccanismo di collettivizzazione: il responsabile diventa espressione di un’intera popolazione, anzi la dimostrazione della minaccia rappresentata dall’immigrazione”. Un meccanismo che purtroppo conosciamo bene: restano ad esempio scolpite nella memoria le cronache dedicate all’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007, alla violenza sessuale subita da una ragazza quattordicenne nel parco della Caffarella nel 2009 e all’omicidio di Desirée Mariottini nel 2018: tutti casi in cui i presunti colpevoli sono stati trasformati in mostri con l’effetto di colpire e stigmatizzare l’intera comunità di appartenenza.
Di conseguenza, che Salim El Koudri sia nato a Bergamo, abbia studiato e sia laureato, sia sempre vissuto in Italia e abbia acquisito anche formalmente la cittadinanza all’età di quattordici anni, non basta ad evitare che il dibattito pubblico si concentri su quello che viene definito il problema di “integrazione” delle cosiddette seconde generazioni. Anche buona parte degli interventi ispirati dalla volontà di rispondere a certe dichiarazioni politiche, non riescono ad uscire da quella cornice culturale di sottofondo che porta a identificare la persona cittadina con quella di “sangue bianco”. Altrimenti non si spiegherebbe perché, pur in buona fede, una pluralità di servizi giornalistici e di interventi di “esperti” ha avuto come asse tematico principale quello delle politiche di “integrazione”.
E’ emerso che El Koudri ha sofferto di disturbi psichici, è stato seguito da un centro di salute mentale fino al 2024, poi ha interrotto le cure. Eppure, solo in alcuni casi ci si è preoccupati di approfondire e di contestualizzare la sua storia nel processo di erosione progressiva delle politiche welfare in corso da anni: i servizi per la salute mentale sono inadeguati e incapaci di far fronte a una crescita del bisogno di cura che riguarda, in particolare dal Covid in poi, trasversalmente tutta la popolazione.
Colpisce che pur evocando, a nostro parere impropriamente, le “seconde generazioni”, gran parte dei servizi non le interpelli. Ad eccezione di qualche intervista a giovani concittadini di El Koudri, gli interlocutori esterni privilegiati sono prevalentemente politici, psicologi o sociologi. E qui arriviamo al punto che resta, ormai da decenni, uno dei più dolenti:
l’utilizzo politico strumentale di fatti di cronaca nera da parte delle destre e l’assenza di una narrazione politica alternativa altrettanto efficace.
Le dichiarazioni repentine rilasciate dal leader della Lega e ministro della Repubblica non sorprendono: fanno parte di una strategia di comunicazione e di propaganda di lungo corso che gioca cinicamente con l’emozione che fatti come quelli di Modena suscitano nella popolazione.
Il problema è che tali messaggi, che per fortuna sembrano trovare meno consenso rispetto al passato, riescono a orientare l’agenda del dibattito pubblico: le dichiarazioni “chiamano” controdichiarazioni alimentando la polarizzazione del discorso politico all’interno di temi predefiniti (l’accesso alla cittadinanza, la sicurezza, l’“integrazione”, lo scontro culturale), ostacolando una riflessione collettiva informata, consapevole, critica, non emotiva e contestualizzata su quello che accade.
Viviamo in una società che tende a moltiplicare e a sovrapporre le fragilità individuali invece che a rafforzare gli anticorpi collettivi necessari per prenderne cura. Per questo è essenziale preservare e proteggere gli spazi sociali di solidarietà dagli attacchi di chi vorrebbe dissolverli, produrre un’informazione meno emotiva e più plurale e rivendicare un’agenda politica e sociale alternativa, che ponga al centro la garanzia dei diritti di tutte e tutti, nessuna e nessuno escluso.
Le semplificazioni sensazionalistiche e securitarie che speculano sulle sofferenze delle persone coinvolte, sono molto pericolose e non ci rendono più sicure e sicuri.
La cosa migliore è ignorarle e fare di tutto per scrivere e vivere un’altra storia.










