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Cronache di ordinario razzismo

Cronache di ordinario razzismo

Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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L’uccisione di Abderrahim Mansouri: i fatti e le narrazioni fuorvianti

4 Marzo 2026

Il 26 gennaio Abderrahim Mansouri, cittadino straniero di 28 anni, è stato ucciso con dei colpi di pistola da un poliziotto vicino alla stazione di Rogoredo, quartiere di Milano. 

Il caso ha avuto una grande eco mediatica. Le prime ricostruzioni delineavano un caso di cronaca “ordinario”: uno spacciatore avrebbe puntato una pistola contro l’agente, il quale quindi avrebbe sparato per difendersi. 

Un tipo di narrazione che aderisce perfettamente a una determinata visione del mondo, proposta dalla politica populista quando si parla di temi relativi alla sicurezza. Qualche ora dopo l’uccisione di Abderrahim, la vicenda viene fin da subito politicizzata: il vicepresidente del Consiglio e attuale Ministro dei Trasporti dichiara sui social network di “stare col poliziotto senza sé e senza ma” e fa partire una raccolta firme chiamata “Io sto col poliziotto” in solidarietà all’agente, in cui Abderrahim viene definito “un nordafricano irregolare e con diversi precedenti”. 

Le indagini devono ancora cominciare, ma si è già deciso chi è il colpevole e chi è la vittima, chi è “il cattivo” e, invece, chi è “l’eroe”. La persona uccisa è deumanizzata, privata del proprio nome e utilizzata per rafforzare un discorso, in sottotesto, contro le persone migranti e con background migratorio. Si evoca un presunto stato di irregolarità per giustificare la morte di una persona, come se la mancanza di documenti sia una sorta di attenuante. 

Tuttavia, già nelle ore seguenti, questa narrazione scricchiola: la pistola trovata accanto al cadavere non solo era finta, ma conteneva tracce genetiche dell’agente, mentre non è stata trovata alcuna impronta di Abderrahim. Inoltre l’autopsia fa emergere come quest’ultimo, al momento dello sparo, non fosse girato verso il poliziotto e che i soccorsi sarebbero stati chiamati 23 minuti dopo lo sparo. Ventitré minuti in cui gli altri quattro agenti sul posto avrebbero contaminato la scena del crimine, spostando lo zaino della vittima e posizionando la pistola giocattolo accanto al cadavere. 

Per queste ragioni il 23 febbraio la Procura dispone l’arresto dell’agente per omicidio volontario, mentre per gli altri quattro colleghi parte un’indagine per favoreggiamento e omissione di soccorso. Inoltre la Procura comunica l’intenzione di chiedere la convalida del fermo al giudice delle indagini preliminari, perché ritiene che l’agente sia socialmente pericoloso e rischierebbe di inquinare le prove e reiterare il reato. 

Non sarebbe la prima volta che l’agente arrestato ha avuto problemi con la legge: nel 2024 è stata aperta su di lui un’indagine per falso, mentre a fine gennaio è emersa un’altra informativa, arrivata in Procura da una fonte anonima considerata affidabile, che, a fronte di diverse prove fotografiche e messaggi online, lo ha indicato come protettore di due spacciatori della zona e  avrebbe anche richiesto “alcune migliaia di euro” a un altro pusher interessato a inserirsi nella zona. 

Un background che risulta coerente con le testimonianze raccolte, tra cui anche quelle dei parenti della vittima, che avrebbero parlato di precedenti contrasti tra i due. 

La narrazione, dunque, non è più così lineare. Saranno le autorità giudiziarie a chiarire le dinamiche dell’accaduto. 

Quello che in questa sede possiamo analizzare, è come in casi come questi, tanto la narrazione mediatica, quanto quella politica, sia distorta e fuorviante.

L’associazione delle migrazioni al tema della sicurezza è oggetto di dibattito pubblico da anni e spesso funge da punto di partenza per alimentare discorsi razzisti e xenofobi. È un’associazione che non ha un reale riscontro a livello statistico e che banalizza fenomeni complessi. 

In uno Stato democratico, il controllo dell’operato delle forze dell’ordine non solo è doveroso, ma è necessario per mantenere lo stato di diritto: il ricorso all’uso delle armi di ordinanza dovrebbe essere raro ed effettuato solo in situazioni di reale pericolo per l’agente stesso o per i cittadini presenti nell’area. 

Al contrario di quanto sostenuto da alcune parti politiche, l’uso delle armi non è sempre legittimo e avviare delle indagini quando un membro delle Forze dell’Ordine uccide una persona significa applicare il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Il caso di Rogoredo non è anomalo, ma avviene all’interno di un contesto in cui, negli ultimi anni, l’uso eccessivo della violenza da parte delle forze dell’Ordine su cittadini stranieri e razzializzati è ricorso più volte. 

Ad esempio, nella stessa zona, il 24 novembre 2024, è avvenuto anche l’incidente che ha portato alla morte di Ramy Elgaml, ragazzo diciannovenne di origine egiziane, per cui sono indagati sei carabinieri per falso e depistaggio delle indagini, con intimidazioni e minacce a un testimone che aveva filmato l’accaduto col proprio smartphone. 

Anche questo caso era stato politicizzato, con diversi politici di destra che avevano condannato le manifestazioni in solidarietà a Ramy ed espresso supporto agli agenti coinvolti, ora accusati di omicidio stradale “per eccesso colposo dell’adempimento del dovere” e di depistaggio e favoreggiamento, vista la presenza di presunti falsi nel verbale. 

Un altro evento simile, il cui processo è ancora in corso e che ha avuto una grossa eco mediatica, riguarda l’uccisione di Moussa Diarra, cittadino maliano di 26 anni con problemi psichiatrici, il 20 ottobre 2023, vicino alla stazione di Porta Nuova a Verona, per mano di un agente della polizia ferroviaria. Dopo più di due anni, ancora non sono chiare le dinamiche che hanno portato alla sua morte. In sede giudiziaria, gli avvocati della difesa contestano il riconoscimento della legittima difesa da parte dell’agente, il cui comportamento è ritenuto negligente e pericoloso, poiché non si sarebbe equipaggiato correttamente e avrebbe condotto azioni che hanno poi portato a un’escalation della violenza. 

Similmente a quanto accaduto a Milano, ci sarebbero stati anche qui tentativi di depistaggio e alterazioni delle dinamiche dell’omicidio: durante l’interrogatorio all’agente indagato, un ispettore gli avrebbe suggerito quali risposte dare circa la natura dei proiettili utilizzati e i suoi colleghi avrebbero visionato i filmati di videosorveglianza prima che venissero consegnati alla Procura. 

Anche in questo caso, poco dopo il fatto, la politica non ha tardato nel provare a orientare la narrazione. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri scrive sui social network “Con tutto il rispetto, non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere”. Ancora una volta, si esaltano le forze dell’Ordine a discapito della persona uccisa, la cui vita, tra l’altro, è stata l’emblema di tutti quei problemi che devono affrontare le persone migranti in Italia, tra precarietà, mancanza di supporto psicologico e infinite difficoltà burocratiche. 

Emblematico di questa ingerenza politica, è stato anche l’omicidio di Youns El Boussettaoui, cittadino marocchino senza fissa dimora, anche lui affetto da problemi psichiatrici, per cui a febbraio 2026 è stato condannato l’ex-assessore alla sicurezza di Voghera, nonché ex-agente di polizia, con 12 anni di reclusione. L’accusa iniziale, come nei casi precedenti, era stata di eccesso di legittima difesa, e la Lega non tardò a sostenere l’ex-assessore, utilizzando la retorica politica della “difesa sempre legittima”. 

I discorsi attorno a questi eventi spesso sfociano in discorsi razzisti e discriminatori, evidenziando come di fatto ci sia un problema sistemico in Italia sul razzismo, che era anche stato evidenziato dal rapporto Ecri del 2024, la cui pubblicazione aveva fatto discutere l’opinione pubblica. Come abbiamo visto, quando una persona razzializzata viene uccisa da un agente delle Forze dell’Ordine, tende a essere colpevolizzata con una narrazione che rievoca elementi del suo passato o la sua condizione sociale che consentano di etichettarla con uno stereotipo utile alla propaganda politica. 

Quando, poi, si giunge a una condanna o la situazione appare più complessa di come presentata inizialmente, il discorso cambia, ma raramente viene dato conto del razzismo sistemico e della cosiddetta profilazione “etnica” a cui le persone con background migratorio sono sottoposte: anzi si tende a minimizzare e a ricorrere alla retorica delle cosiddette “mele marce”. 
C’è, quindi, da chiedersi quante “mele marce” servano ancora per comprendere che all’interno delle Forze dell’Ordine c’è un problema di razzismo sistemico e istituzionale, che richiederebbe un intervento altrettanto strutturale per garantire l’effettiva sicurezza della popolazione.

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Filed Under: News, Primo piano

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