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Cronache di ordinario razzismo

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Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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CPR: Simo Said e la natura sistemica di queste morti istituzionali

24 Febbraio 2026

E’ successo di nuovo, l’11 Febbraio. Hanno parlato di morte naturale all’inizio, riferendosi a quanto successo a Simo Said, che a soli 26 anni è morto nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari. Ma come sottolinea la Rete Mai più Lager – No ai CPR, quando si muore sotto la custodia dello stato, bisognerebbe parlare per lo più di morte istituzionale.

Il ragazzo è finito nel CPR pugliese dopo un periodo di detenzione nel carcere di Piacenza; secondo la moglie Augustine, arrivata dalla Francia per far luce sulla scomparsa del marito, Said finché si trovava in carcere non è mai stato male. Le cose sono cambiate non appena è stato trasferito nella struttura di detenzione amministrativa. Arrivato a Bari sono iniziati i problemi di insonnia e nervosismo. Secondo quanto riportato da FanPage.it, un detenuto del CPR – deportato recentemente in Albania -, che si trovava nella sezione 5, la stessa di Said, ha dichiarato che per il suo stato ha continuato a chiedere agli operatori della struttura dei farmaci, tra questi probabilmente anche l’antiepilettico Lyrica, menzionato dalla moglie. Dopo l’assunzione il giovane di origine marocchina sarebbe stato trovato nella sua cella in isolamento da un altro detenuto, privo di sensi a terra, – sempre secondo le dichiarazioni riportate – in uno stato simile a quello di chi si trova in uno stato di overdose. I soccorsi sono stati vani, ma la notizia della morte di Simo Said è stata seguita dalle proteste delle persone detenute nel Cpr.

La lista delle persone che muoiono all’interno dei CPR sta diventando sempre più lunga. Una fine che non è da considerarsi tragica, ma purtroppo frutto di un sistema di necropolitica che agisce anche sulle frontiere interne rappresentate dalle mura dei CPR e che attraversano tutte le politiche migratorie. Necropolitica che emerge in tutta la sua sistemicità proprio nelle 48 ore attorno alla morte di Simo Said.

Il 12 Febbraio, sei medici del reparto malattie infettive dell’Ospedale di Ravenna sono stati perquisiti. Attualmente sono indagati per la firma di falsi certificati che non hanno permesso la convalida al trattenimento all’interno dei CPR di alcune persone migranti. L’accusa, tuttavia, come fa notare la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni non tiene conto di come i medici abbiano agito in piena conformità all’art. 32 della Costituzione che oltre al diritto alla salute garantisce l’autonomia medica: il che vuol dire che un medico potrebbe ritenere inidonea una persona alla detenzione all’interno di un CPR giacché – come denunciato anche dall’ World Health Organization oltre che dalle organizzazioni antirazziste – “la detenzione amministrativa delle persone migranti è la causa diretta del proliferarsi di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi”. 

Nel frattempo, il giorno prima, l’11 febbraio, il Consiglio dei Ministri ha discusso un nuovo Disegno di Legge sull’immigrazione annunciando “una riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori”. 

Il disegno di legge, secondo quanto anticipato sino ad oggi, interviene sulla disciplina che regola il trattenimento delle persone straniere, limita i poteri di ispezione dei parlamentari prevedendo che possano solo parlare con le persone “trattenute” e introduce la possibilità di vietare temporaneamente l’attraversamento del limite delle acque territoriali in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, fino a trenta giorni prorogabili per un massimo di sei mesi. Nella seconda parte, contiene una delega al governo a dare attuazione al Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo approvato il 14 maggio 2024 la cui entrata in vigore è prevista per il prossimo giugno. 

Chi migra continuerà, dunque, ad essere trattato come un problema di ordine pubblico, un corpo estraneo da espellere. Sono proprio le esperienze e la vita di chi migra a mostrare con chiarezza ciò che Achille Mbembe definisce necropolitica: il potere di decidere chi può vivere e chi può essere lasciato morire. Non si tratta soltanto della morte fisica, ma dell’esposizione sistematica di alcune vite a condizioni di vulnerabilità estrema, di sospensione dei diritti, di abbandono istituzionale.

I CPR rappresentano una di queste zone di sospensione. Spazi in cui la legge si applica nella forma della privazione, dove la detenzione non è pena ma amministrazione dei corpi, e dove la salute diventa compatibile solo finché non ostacola il meccanismo dell’espulsione. In questo senso, la morte di Simo Said, il quale lascia una moglie e un figlio di nove anni, non è un incidente né una tragica fatalità: è l’esito di un dispositivo strutturale che produce sofferenza come strumento di governo.

Rispetto a questo sistema, tuttavia, bisogna ricordare che è ancora possibile ottenere una qualche forma di giustizia: il 12 Febbraio il Tribunale di Torino ha condannato a un anno di reclusione la direttrice del CPR di Torino in quanto responsabile della morte di Moussa Balde, giovane guineano che si è tolto la vita nel 2021, mentre era in isolamento nel cosiddetto Ospedaletto del CPR di Torino. Inoltre, l’imputata, insieme ai responsabili GESPA, è stata condannata ad un risarcimento ai familiari di Balde e al Garante Comunale, ad ASGI e all’Associazione Frantz Fanon; questi ultimi costituitisi parti civili nel processo. 

Il fratello di Moussa Balde, Hamidou Balde, che ha raggiunto lo scorso settembre gli attivisti antirazzisti nella tappa romana del viaggio di Marco Cavallo, ha definito suo fratello e le persone detenute all’interno dei CPR dei “combattenti di frontiera”. È un’espressione che restituisce dignità e agency a chi viene ridotto a numero, pratica, pratica di espulsione.
Vogliamo ricordare così anche Simo Said: non come vittima di una fatalità, ma come una vita attraversata da una frontiera interna che non avrebbe dovuto esistere. In attesa che si faccia piena luce sul suo caso, resta una domanda politica che riguarda tutte e tutti: quante morti devono ancora essere archiviate come naturali prima di essere riconosciute come il prodotto di un sistema?

Rest in Power!

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Filed Under: News, Primo piano Tagged With: bari palese, cpr, migranti, razzismo

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