La foto della pagliuzza

04/12/2014

download (1)di Giuseppe Faso

Il segretario del PD della Toscana è intervenuto ieri sul significato di una foto, con un sermone sui doveri. In molti immagineranno: una delle tante che sono girate nelle medesime ore? Quella, per esempio, del ministro Poletti, fotograto in una cena col fior fiore della delinquenza politica e mafiosa protagonista dell’epopea “Mondo di mezzo”?
No. Nel giorno delle travi sicure, si parla delle presunte pagliuzze. Si distrae, soprattutto, si parla di altro; ma si insiste sulle pagliuzze.

In Toscana, si voterà nella prossima primavera per le Regionali, per la quarta volta con un sistema (liste bloccate, dopo avere aumentato il numero dei consiglieri) che ha fatto da apripista per i successivi pasticci elettorali, dichiarati incostituzionali anche per questo elemento di somiglianza. Quanto influirà sul progressivo estendersi del non-voto, e del non voto al Partito da sempre di maggioranza in Regione? Anche se conosco moltissime persone che ritengono tale elemento un ostacolo rilevante alla propria libertà di voto, si tratta forse di un quesito di troppo difficile soluzione per le agenzie di sondaggi, e perciò non ci si pone il problema. E si procede in un percorso che esclude forme di scelta e partecipazione – sostituite dall’abracadabra magico sulle primarie.

In cambio, si discute animatamente, dentro il PD toscano, della foto che il Presidente della Regione uscente e ricandidato, Enrico Rossi, ha fatto con un gruppo di Rom. Per molti, non è opportuna. Tra le reazioni alla foto di Rossi, emerge nella stampa di ieri quella del segretario regionale del PD in Toscana, Dario Parrini (il commento si può leggere qui). La pagina fiorentina della “Repubblica” assegna un titolo intempestivo alle dichiarazioni di Parrini: “Parrini: parola “doveri” di sinistra come “diritti”. Lo slogan è desunto dalla pagina facebook del deputato: “Per me razzismo e xenofobia sono mali tremendi e se vogliamo sconfiggere chi li cavalca politicamente senza ritegno, dobbiamo ribadire con chiarezza che la parola ‘doveri’ è di sinistra quanto la parola ‘diritti’. E dire ‘chi sbaglia paga’ è di sinistra quanto dire ‘nessuno deve restare indietro’”. Non sono un utente facebook e non so dire se la punteggiatura zoppicante sia da attribuire alla fonte o al giornale. Anche la logica, sarà magari da facebook, ma è difficilmente condivisibile: che c’entra il discorso sui doveri con la foto di Rossi? Si capisce che a forza di ripetere certe banalità poi le si dà per presupposte, ma non sarà il caso di verificare i presupposti indebiti? Non fa parte dei doveri del politico?

Parrini dovrebbe sapere che – se è legittimo e anzi doveroso ridefinire lessico e valori delle parti politiche – non sono neutri il momento in cui si fanno queste dichiarazioni, il contesto, il co-testo, la situazione e le presupposizioni cui si richiama l’interlocutore. E non è neutro che tali presupposizioni vengano chiarite o ci si esprima in maniera allusiva, lasciando desumere le conclusioni all’ascoltatore o al lettore. In questo caso, si possono insinuare messaggi che autorevoli scienziati del discorso definiscono “subdoli” (così Oswald Ducrot, Enciclopedia Einaudi, ad vocem “Presupposizione e allusione”). In questo caso, infatti, il lettore per comprendere è costretto a riconoscere la presupposizione semantica implicita nella congiunzione-opposizione del termine doveri con quello di diritti, e dell’espressione “chi sbaglia paga” con quella “nessuno deve restare indietro”. E sarà perciò indotto a completare, concordi o no con essa, una affermazione che non è una dichiarazione valoriale, ma un’allusione polemica e una forzatura della declinazione di “diritti” e “doveri” nella Costituzione della Repubblica italiana.
Cerco di esplicitare senza nessuna allusione: Parrini prima (1) afferma che il razzismo e la xenofobia diminuiranno se la “sinistra” declinerà insieme doveri a diritti: manca qualsiasi argomentazione di questa efficacia, che non sia la magia, l’abracadabra tanto utile in TV (anche su facebook?); poi (2) propone all’interlocutore un solo campo specifico in cui avrebbe senso questo vincolo tra diritti e doveri, nelle ore in cui si è saputo clamorosamente che anche suoi compagni di partito e altri rappresentanti politici – a quanto pare in affari con mafiosi e fasciocriminali conclamati – si sono dimenticati di precisi doveri implicati dai loro ruoli amministrativi o anche solo politici. E’ una gran bella gaffe, cui Parrini è stato indotto dalla ripetizione a sproposito di uno slogan di cui è difficile immaginare un’applicazione a proposito.
Vedremo quando Parrini applicherà le sue attenzioni alle foto con le travi, e si esprimerà sui doveri dei suoi compagni di partito (non solo quelli collusi, ma anche chi, pur avendo dei doveri di vigilanza, non ha visto né sentito né immaginato), ma soprattutto quando farà qualcosa per evitare comportamenti simili, a lui molto vicini (fino a prova giudiziaria contraria), come è suo preciso dovere.

Certo che “doveri” è di sinistra, e che bisogna costruire nuovi doveri, e più alti. Ma non in cambio del riconoscimento di diritti inalienabili, come si fa da anni solo negli abracadabra volgari sui Rom, gli immigrati, i richedenti asilo. E i Rom di Roma avevano il diritto che su di loro non si costruisse una macchina criminale di profitti. Non ha affatto il diritto, perciò, la sinistra di governo, in questa situazione e in questo contesto, di continuare a ripetere in maniera ebete la implicazione-opposizione tra diritti e doveri, come fa da anni parlando di rom, di immigrati e di richiedenti asilo, contribuendo oltre tutto ad accomunare questi tre gruppi ben distinti di individui, portatori di diritti non negoziabili e oppressi. Ma è libero il cittadino di mandare a quel paese messaggi allusivi e subdoli, e rifarsi alla Costituzione. Che non propone mai uno scambio, o anche solo un accostamento, tra diritti e doveri.

In giorni segnati dall’esplosione di un caso giudiziario con la rivelazione (ma solo per chi non se ne fosse accorto prima, ministro o esponente di rilievo del PD che fosse) di un intreccio fra criminalità, affarismo e politica pericolosissimo per la democrazia italiana, è un dovere civico quello di distinguere il più possibile – ma non strumentalmente – tra il grano e il loglio; ma è dovere, sancito dalla Costituzione, di chi amministra e si occupa per delega della cosa pubblca di contribuire alla chiarezza, e non di alzare segnali di fumo, che – indipendentemente da qualsiasi intenzione – coprono quanto invece c’è da vedere. E che sembra che non è possibile che solo i politici, anche di sinistra, non abbiano visto. Anche coloro che si siedono raramente davanti alla TV e non usano facebook si chiedono da anni quando sarebbe scoppiato lo “scandalo” romano. A tacere di molte altre tracce, nel 2009, nel corso di una inchiesta per la trasmissione “Un mondo a colori” , al giornalista che, riportando un’obiezione dei cittadini Rom, gli chiedeva come mai con quel mare di milioni di euro (di cui un milione duecentomila per la sola recinzione di un solo “campo”), non si costruivano case popolari, l’allora vicecapo di gabinetto della giunta Veltroni, Luca Odevaine dichiarava testualmente : “quando noi abbiamo chiesto formalmente che si iscrivessero nelle liste nessuno l’ha fatto…nessuna famiglia ha mai chiesto di andare in un alloggio del comune”; intanto in video passavano le immagini di alcune delle centinaia e centinaia di domande trascurate e irrise da tali amministratori. Oggi Odevaine, passato al tavolo del “Coordinamento nazionale sull’accoglienza dei richiedenti asilo”, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta. Il vice dell’ex-terrorista fascista Carmignati, Buzzi, in una delle intercettazioni, si lamenta del fatto di dovergli dare 5000 euro al mese, mentre lui si deve accontentare di 4000. Speriamo che Odovaine, come chiunque altro, possa esercitare nel migliore e più corretto dei modi il suo diritto alla difesa (in cambio del quale non va richiesto alcun dovere, e Parrini sarà d’accordo con questo); e che l’inchiesta segni una svolta sugli affari criminali che da tempo e non solo a Roma si svolgono sulla pelle di persone che vengono sottoposte all’esame dei doveri prima di riconoscerne diritti inalienabili e non scambiabili, ripetendo come burattini incapaci di riflessione la formuletta sui diritti ei doveri, mentre li si affida alle mani di questo miscuglio di business-men.

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