dic
12

Passpartù on air: ‘Atene, i migranti chiedono la libertà di viaggiare’

20141206_Siria-800x500Come ogni settimana, torna Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.
Segnaliamo la nuova puntata:

‘Atene, i migranti chiedono la libertà di viaggiare’

Sono trecento migranti fuggiti dalla Siria quelli che dal 19 novembre scorso occupano Piazza Syntagma ad Atene, chiedono la libertà di movimento necessaria a lasciare la Grecia e presentare domanda d’asilo in altri Paesi europei, ma il regolamento Dublino III non lo permette. Tra i manifestanti i morti sono già due ma il governo di Atene continua a fare orecchie da mercante.

Per ascoltare la puntata:

Parallelamente in Italia l’Istat ha pubblicato i dati sulle migrazioni interne e internazionali della popolazione residente e così scopriamo che mentre molti politici e opinionisti di turno paventano un’invasione degli stranieri, in realtà il numero dei nuovi immigrati in Italia nel 2013 è diminuito di oltre 40.000 unità.

Tutto questo mentre crescono le fughe dal nostro Paese tanto dei cittadini italiani quanto di quelli stranieri che cercano altrove una propria sistemazione.
È Enrico Tucci dell’Istituto nazionale di statistica colui il quale ci aiuterà a orientarci tra questi numeri.

Ospiti della puntata:
Margherita Dean, Corrispondente da Atene per Radio Popolare
Enrico Tucci, Ricercatore area sociodemografica dell’ISTAT

Passpartù:
Per saperne di più
 sui dati pubblicati dall’ISTAT leggi il report
L’articolo che vi consigliamo questa settimana è di comune-info.net “Migranti nei piccoli comuni”
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

dic
09

Access to Protection: Bridges not Walls

CIR1Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) ha recentemente prodotto un rapporto e un video sul tema dell’accesso alla protezione in Europa, Nell’ambito del progetto “Access to Protection: a Human Right”.

Obiettivo del progetto, finanziato dal programma EPIM, è promuovere la conformità delle politiche e delle prassi nazionali e comunitarie con gli obblighi previsti dagli strumenti europei relativi ai diritti umani, in particolare a quelli stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia, del febbraio 2012, in merito all’accesso al territorio e alla protezione.
Il progetto mira a contribuire al raggiungimento di un “cambiamento culturale”, caratterizzato dal passaggio da una visione incentrata prevalentemente sulla sicurezza e sulle attività di contrasto all’immigrazione irregolare ad un approccio che riesca a bilanciare tali esigenze con il rispetto dei diritti umani, in particolare del principio di non-refoulement e dell’accesso alla protezione, attraverso la promozione di modifiche legislative a livello nazionale e comunitario e apposite linee guida e regolamenti.

La pubblicazione “Access to Protection: Bridges not Walls” – al momento disponibile in lingua inglese – è il risultato di una ricerca condotta dal CIR e dai partner di progetto in altri sei Paesi europei (Germania, Spagna, Portogallo, Malta, Grecia e Ungheria). Il rapporto rappresenta uno studio approfondito a livello europeo nel campo delle migrazioni e dell’asilo e fornisce un’analisi dei principali strumenti legali dell’Unione Europea e delle prassi seguite nei Paesi partner del progetto. Il rapporto contiene, altresì, rilevanti raccomandazioni rivolte alle Istituzioni europee e agli Stati Membri.

La pubblicazione è disponibile a questo link: http://bit.ly/ReportAccesstoProtectionCIR

Il breve documentario dal titolo “Maybe Tomorrow” (“Forse domani…”) è stato realizzato da Stefano Liberti e Mario Poeta. Il video si concentra solamente sul contesto italiano, sottolineando difetti e aspetti critici dell’accesso al nostro territorio e alla procedura di asilo. “Maybe tomorrow” mira a descrivere l’operazione Mare Nostrum e le condizioni di prima accoglienza dei migranti appena arrivati. Il video è stato girato lo scorso agosto al porto di Augusta e in due centri di accoglienza in Sicilia. I migranti ospitati in questi centri non hanno ricevuto alcuna informazione riguardo il loro status nè hanno incontrato un consulente legale per circa due mesi. “Forse domani” è la risposta che generalmente ricevono alle loro richieste.
Il video è disponibile a questo link: http://bit.ly/VideoMaybeTomorrowCIR

Per ulteriori informazioni:
Consiglio Italiano per i Rifugiati
Ufficio stampa e comunicazione
Yasmine Mittendorff
Via del Velabro, 5/a 00186 Roma
tel. 06 69200114 – 230
fax. 06 69200116
mittendorff@cir-onlus.org

www.cir-onlus.org

dic
05

Passpartù on air: ‘Che fine hanno fatto i migranti meridionali degli anni ’60?’

arrivi_2Come ogni settimana, segnaliamo la nuova puntata Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.

Sono passati quasi 60 anni dalle migrazioni interne del secolo scorso ma ancora il divario tra emigranti meridionali e società ospite è grande e le seconde generazioni italiane hanno difficoltà più simili a quelle dei loro coetanei stranieri che a quelle dei giovani piemontesi. Passpartù tenta di comprendere le motivazioni di questa situazione e le aspettative per il futuro?

Che fine hanno fatto i migranti meridionali degli anni ’60?

Ascolta la puntata:


Il nostro viaggio comincia da Torino dove con l’aiuto di Anna Badino capiremo come le difficoltà dei figli degli emigrati degli anni ’60 si ripercuotono soprattutto sul piano scolastico, con tutto quello che questo determina: abbandono degli studi, disaffezione al sistema scuola, bassi di livello di istruzione.

Parallelamente però faremo un discorso più ampio cercando di raccontare un fenomeno, quello della mobilità delle persone interna all’Italia, che il più delle volte pensiamo confinato alla metà del secolo scorso. Scopriremo invece che le persone continuano a spostarsi ancora oggi all’interno dei confini nazionali e Michele Colucci, ricercatore presso il CNR, ci spiegherà le caratteristiche di questo movimento che non si è mai veramente esaurito.

Ospiti della puntata:
Michele Colucci, Ricercatore del CNR
Anna Badino, Ricercatrice Università di Torino

Passpartù:
Per saperne di più sulle migrazioni interne consultate il sito migrazioninterne.it
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

dic
02

Passpartù on air: ‘I rom raccontano se stessi. Storie per superare i pregiudizi’

rom2Come ogni settimana torna Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.
Segnaliamo la nuova puntata:

I rom raccontano se stessi. Storie per superare i pregiudizi

È il 2005 quando Silvia vede sgomberare il campo rom nel quale viveva da anni, quello di vicolo Savini a Roma, il più grande d’Europa con le sue 770 persone. Da quel momento decide di cambiare vita, di rinunciare ad un container nel campo attrezzato di via Pontina e provare, da sola, a costruire la propria autonomia. Passpartù vi racconta la sua storia.

I rom raccontano se stessi. Storie per superare i pregiudizi Hide Player | Download
Nei suoi ricordi le immagini di un’Italia, quella degli anni ’70, più accogliente nei confronti dei Rom si accostano al lento dilagare della xenofobia, della criminalizzazione di un popolo additato, nella sua totalità, come un insieme di ladri e rapitori di bambini.
Silvia si farà madre e poi nonna e intanto, negli anni, continuerà a lavorare per mantenere la propria indipendenza, accentuando ogni giorno di più quella frattura che la allontana dalla vita nel campo.
Quando siamo andati a trovarla nella casa in cui vive oramai da anni nel quartiere San Paolo ci ha salutato dicendo “essere Rom significa avere nella famiglia la più grande ricchezza e possedere la cultura della condivisione, perché noi siamo felici anche sotto un albero”.

Per ascoltare la puntata:

 

Ospiti della puntata:

Silvia, Rom ex abitante del campo nomadi di Vicolo Savini
Sergio Bontempelli, Attivista esperto della questione Rom

Passpartù:
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

nov
25

Passpartù on air: ‘Messico au revoir: la migrazione, i cartelli, i desaparecidos’

10497367_473279722815696_4092492180447613444_oSegnaliamo la nuova puntata di Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet :

Quale accoglienza? Spunti di riflessione sul sistema Italia

Sono centinaia di migliaia i migranti che ogni anno lasciano i Paesi dell’America Centrale per tentare di raggiungere gli Stati Uniti, in tantissimi sono preda dei cartelli che li sequestrano per renderli schiavi o per chiedere un riscatto alle famiglie, ma molti scompaiono per sempre e ogni anno le loro madri si mettono in marcia per chiedere verità e giustizia.

Il tema delle migrazioni in Centro America è attuale quanto lo è qui da noi. Per molte cose i due continenti sono addirittura simili: l’importanza della criminalità organizzata per l’organizzazione e il buon esito del viaggio, la noncuranza dei Governi nazionali, lo sfruttamento lavorativo al quale i migranti sono sottoposti una volta arrivati negli Stati Uniti o in Europa, la morte o la scomparsa di molti di quei migranti che hanno intrapreso il viaggio.

È proprio quest’ultimo punto che spinge le madri dei migranti a mettersi in marcia da tutto il Centro America alla volta di Città del Messico nella cosiddetta Caravana de Madres che cerca, da oramai dieci anni, di chiedere giustizia per i figli scomparsi delle madri americane.
Quest’anno per cercare di supportare la Caravana e gettare finalmente un ponte tra Italia e Messico è nato il progetto Carovane Migranti, perché, se i problemi del Centro America non sono poi così diversi da quelli dell’Europa forse vale la pena camminare insieme.

Per ascoltare la puntata:

Ospiti della puntata:

Gianfranco Crua, Carovane Migranti
Nino Quaresima, Blogger

Passpartù:
Visita il sito di crowd funding per supportare Carovane Migranti
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

nov
17

Passpartù on air: ‘Quale accoglienza? Spunti di riflessione sul sistema Italia’

pezz_1

Come ogni settimana torna Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.
Segnaliamo la nuova puntata:

Quale accoglienza? Spunti di riflessione sul sistema Italia

Il 4 novembre scorso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo affermava, con la sentenza Tarakhel l’inadeguatezza del sistema d’accoglienza italiano. Questa settimana Passpartù inizia una sua indagine su questo mondo con l’aiuto di ospiti e operatori dei centri SPRAR di Roma.

Tra visioni idilliache e scenari catastrofici la percezione che si ha dei centri d’accoglienza per richiedenti asilo è estremamente eterogenea e così mentre c’è chi pensa che ogni immigrato ottenga, grazie al sistema Italia, 800 € al mese per la sua permanenza nel Paese, chi i centri li vive dal di dentro, i migranti appunti, si lamenta di problemi quotidiani come i bagni luridi o l’assenza dei servizi di assistenza psicologica e di mediazione.

Dove sta la verità? Probabilmente, come spesso accade, nel mezzo dato che la stessa Corte europea per i diritti umani prende atto dell’enorme differenza nel livello dell’accoglienza tra i centri italiani per cui, in una stessa città, possono anche convivere esempi pessimi e virtuosi di accoglienza.
Nel frattempo, mentre un omogenizzazione del sistema sembra ancora lontana, nella periferia romana, a Tor Sapienza, è scoppiato in questi giorni un vero e proprio pogrom contro i richiedenti asilo ospitati nel quartiere accusati di essere la causa primaria del degrado del rione così come di una serie di episodi criminali susseguitisi nelle ultime settimane.
Sono tutti questi aspetti che cercheremo di affrontare in questa puntata di Passaprtù che si propone di abbozzare un quadro del sistema d’accoglienza italiano.

Per ascoltare la puntata:

Ospiti della puntata:
Maria Cristina Romano, Avvocato
Laji Yamadou, Ospite di un centro d’accoglienza
Jamali, Operatore di un centro d’accoglienza

Passpartù:
Le voci degli abitanti di Tor Sapienza sono state raccolte dalla redazione del programma durante la manifestazione di martedì 11 Novembre
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

nov
10

Passpartù on air: ‘Sfrattati. Cronache di vita dal campo rom di Via Salviati’

sgombero-rom-salviati-1Come ogni settimana torna Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.
Segnaliamo la nuova puntata:

Sfrattati. Cronache di vita dal campo rom di Via Salviati. 

È la mattina del 16 ottobre quando la polizia di Roma Capitale entrano, con una ruspa, nel campo rom di via Salviati a Roma iniziando le operazioni di sgombero dei cosiddetti “rom ricchi” che, a seguito della distruzione dei prefabbricati nei quali vivevano, vengono allontanati dal campo. Ma chi sono questi “rom ricchi”? Passpartù prova a raccontarlo.

Nel campo rom di via Salviati, creato oramai venti anni fa dall’amministrazione Rutelli, in molti vivono con paura un eventuale trasferimento (peggio ancora uno sgombero) e non solo perché tanti qui ci sono cresciuti o addirittura nati, ma perché in tutto questo tempo gli abitanti del campo rom tollerato di via Salviati hanno intessuto relazioni col vicinato e bambini e ragazzi in obbligo scolastico frequentano gli istituti della zona.
Gli sgomberi degli ultimi giorni hanno perciò creato nuove preoccupazioni tra le baracche del campo ma c’è ancora chi sogna, nonostante tutto, che il Comune di Roma assegni ai rom casolari abbandonati o vecchie fabbriche in periferia da recuperare e dalle quali partire per progettare, finalmente, un futuro più certo.

Ospiti della puntata:
Slajan, Abitante del campo di via Salviati
Misada, Abitante del campo di via Salviati
Behara, Abitante del campo di via Salviati
Fabio, Abitante del campo di via Salviati
Marco Brazzoduro, Associazione Cittadinanza e Minoranze

Passpartù:
Il consiglio di lettura di questa settimana è “La tela di Penelope” monitoraggio 2012/2013 sull’attuazione della strategia d’inclusione di rom, sinti e caminanti
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

nov
04

Perché demonizzate l’apertheid? (non si supera soglia che Dio non voglia…)

images (5)Si fa fatica, sempre di più, a cercare di ragionare pacatamente su gesti, decisioni, scelte particolarmente delicate. E’ il caso del doppio bus preannunciato dal sindaco di Borgaro.

Se un sito come questo ospita decine e decine di lettere di dissenso ragionato senza un solo insulto rivolto al sindaco, e una intelligente giornalista della Rai ospita uno dei promotori di questa piccola campagna civile, i partecipanti alla discussione vengono qualificati come inadeguati, “buonisti”, e simili fandonie prima ancora che parlino dalla solita email franca tiratrice. Né manca chi, senza discutere le proposte e i ragionamenti presenti in quelle lettere, squalifica sotto le etichette di “moralismo” e “buonismo” persone prima ancora di ascoltarle, e di “astrattezza” la Carta costituzionale stessa, ricordata al sindaco in questione da una esperta come Francesca Rigotti.
Il record della velocità nello squalificare chi si azzarda a proporre di ragionarci sopra lo tocca Gramellini, sulla “stampa” il 24 ottobre

I precedenti: un titolo di cui si è ammesso il carattere “razzista”
“La stampa” per la verità su questri temi dovrebbe cercare di essere un po’ cauta. Qualcuno ricorda ancora cosa scriveva il raffinato quotidiano torinese l’11 dicembre 2011, giorno del corteo finito col rogo del campo rom della Continassa: “Nel mirino l’area della Continassa, dove vivono una cinquantina di rom. «Sappiamo dove si ritrovano. La situazione è insostenibile»”. Il titolo dell’articolo, come scrivemmo allora,
era davvero sbilanciato: “Mette in fuga i due rom che violentano la sorella”. Eppure l’autore, Massimiliano Peggio, avrebbe potuto essere meno perentorio, visto che delle indagini dei Carabinieri scriveva, all’interno dell’articolo: “I militari adesso stanno cercando di ricostruire la vicenda con grande cautela”. Cautela. Chiedemmo: “Perché la prudenza, che è virtù degli investigatori, non viene praticata da chi maneggia dichiarazioni così pesanti? Non bastano tanti precedenti orribili e dolorosi a consigliare di pensarci prima?”
Il giorno dopo, e dopo il rogo, si seppe che della violenza sessuale dei titoli cubitali della Stampa non era vero nulla. Il caporedattore Guido Tiberga intervenne con un breve pezzo, “Il titolo sbagliato”, in cui ammetteva la gravità dell’errore e anzi parlava di “razzismo” (del proprio giornale, intendeva Tiberga).
“Un titolo che non lasciava spazio ad altre possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi, a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi.”
In molti ricordiamo con qualche sgomento queste dichiarazioni di Tiberga, che vengono riprese da Paola Andrisani nell’ultimo rapporto di “Cronache di ordinario razzismo”, alle pp.123-127 da una parte perché l’ammissione di “razzismo” da parte di Tiberga non fu imitata da nessun altro giornale, dall’altra perché le scuse Tiberga le rivolgeva a tutti tranne che alle vittime del pogrom, i rom della Continassa cui erano stati messi a fuoco gli alloggi – e che, subito dopo, vennero esplusi dal campo. Ci sembrava, e ci sembra tuttora, che la meritoria ammissione di Tiberga e della “Stampa” in fondo finisse per confermare la deumanizzazione delle vittime di quel bel gesto. Con pazienza, si conclude, in questi casi: non hanno chiesto scusa ai rom, ma hanno definito “razzista” un proprio titolo. Servirà, in futuro. Non è stato così.

Biondo era e bello
Il 28 settembre 2014 “La Stampa” è stata tra le protagoniste di un altro allarme falso, che ha rischiato di portare a un altro rogo. Anche stavolta, alla cautela degli inquirenti non è corrisposta un’analoga cautela della stampa, e della “Stampa” in particolare.
Ecco il titolo dell’articolo a firma Nadia Bergamini, Gianni Giacomini del 28 settembre, privo di qualsiasi forma di cautela, nonostante tutti i precedenti, e nonostante le scuse esplicite:
Borgaro sotto choc, un uomo tenta di rapire due bimbi di 2 anni sul passeggino

E questo è l’inizio:
“Due bimbi di 2 anni hanno rischiato di essere rapiti, questo pomeriggio a Borgaro, durante la festa patronale. Uno dei due piccoli era sul passeggino, quando un uomo ha cercato di prenderlo in braccio e fuggire. Solo la prontezza del papà di questo bambino – in quell’istante distratto dalla confusione dei festeggiamenti – ha evitato il peggio: «Gli sono corso incontro e l’ho colpito con un pugno». Tutto è avvenuto sotto gli occhi di alcuni testimoni, e la notizia si è sparsa rapidamente. Poco prima lo stesso uomo aveva cercato di prendere in braccio un altro bimbo che si è subito messo a piangere.”
Qui i due cronisti non solo prendono per buona la versione del padre mitomane, non solo eludono i richiami alla cautela, che pure ci sono stati, come si saprà due giorni dopo, ma si inventano “alcuni testimoni” (credibili quanto quelli che avevano visto scappare “gli slavi” la notte di Novi Ligure) , e reduplicano fantasiosamente il tentativo di ratto. Tutto fanno, insomma, tranne che valutare la qualità delle voci, del tutto coincidenti con quanto si sa da anni sulla leggenda metropolitan dei rom che rubano i bambini.

Il giorno dopo, Nadia Bergamini firma il suo pezzo da sola:
“Volevano rapire un bambino di 2 anni 
Un uomo e una donna cercano di portarlo via dal passeggino durante la festa patronale di Borgaro
Enrico – il nome è di fantasia – è un bellissimo bimbo biondo di appena due anni e mezzo di Borgaro, che ieri pomeriggio ha rischiato di essere strappato ai suoi genitori. Strappato e portato chissà dove, come tanti altri bimbi che scompaiono e non si trovano più.  (……) Secondo gli inquirenti il tentativo di rapimento sarebbe stato pianificato. I due malviventi, infatti, si sarebbero appostati, proprio in via Santa Cristina nell’unico tratto aperto al transito delle auto per avere una sicura via di fuga e alle 17, ora in cui solitamente si registra il maggior flusso di folla.”
Qui Bergamini scrive qualcosa di cui non sembra che un redattore le abbia chiesto conto: “Secondo gli inquirenti il tentativo di rapimento sarebbe stato pianificato.” E chi glielo ha detto, a Bergamini? In quelle ore, sembra proprio che gli inquirenti si siano comportati in maniera seria, visionando filmati da cui risultava la totale invenzione dell’evento: possibile che abbiano detto a una cronista: “il tentativo di rapimento è stato pianificato”? sarebbe bello saperlo. La logica tenderebbe a escluderlo, ma tutto è possibile.

Passa un giorno ancora, e veniamo a sapere ( da Gianni Giacomino e Nadia Bergamini):
Bimbo rapito, il papà ha inventato tutto 
La confessione: “Si era perso alla festa, ho avuto paura che mi togliessero la patria potestà”. Aveva anche “riconosciuto” un rom nelle foto segnaletiche: ora è accusato anche di calunnia”
Ci aspetteremmo, se non delle scuse per averci fornito elementi immaginari, almeno qualche cautelosa ammissione di esserci caduti. Non è così: evidentemente i cronisti sono convinti di non avere contribuito alla costruzione sociale del mostro, che a loro avviso percorre altre vie; infatti, scrivono Giacomino e Bergamini: “E così sui social network si è scatenata la caccia al mostro, con dei commenti a sfondo razziale davvero spietati. Con qualcuno che tentava di arginare le posizioni più esasperate, anche ricordando quello che successe due anni fa”.
Qualcuno tentava di arginare le posizioni più esasperate, ma questo non era bastato per essere più cauti nei titoli e nei servizi. La caccia al mostro NON c’entra niente con il titolo (anche) della “Stampa”, ma è confinata ai balordi che fanno “commenti a sfondo razziale davvero spietati”. Giacomini e Bergamini (in questo caso, in altri casi altri cronisti o commentatori) si mostrano preoccupati dei commenti eccessivi; non gli interessa quanto possano avere a che fare con i loro titoli, con l’accreditamento (in cui non sono caduti gli investigatori) di testimoni fasulli, con la duplicazione del rapimento, con le omissioni.
Le omissioni: le indicano senza volerlo Giacomini e Bergamini, quando ricordano che “qualcuno … tentava di arginare le posizioni più esasperate, anche ricordando quello che successe due anni fa”. Tentava, non oggi, ma al passato: e come mai i due cronisti ne tengono conto solo oggi, e non due giorni fa e ieri? Due anni fa (tre per l’esattezza) il redattore della “Stampa” ammise una mancanza di cautela che aveva portato, diceva lui, a “un titolo razzista”. Era invece innocente il titolo di due giorni prima? Solo perché non c’era scritto “rom”, ma c’era tutto il resto degli ingredienti della leggenda sugli zingari che rubano i bambini? E’ questo, che si è imparato dal mea culpa di Tiberga di tre anni fa? Come se il razzismo fosse un virus, che colpisce inaspettato le intenzioni, le anime delle persone, e non un fenomeno sociale che molto deve all’effetto di una serie combinata di discorsi, più e meno accreditati. E alle campagne di panico morale, cui sarebbe bene non accodarsi anche quando non richiamano nei titoli i presunti (perchè leggendari) autori.
Lo stesso giorno, il terzo, su “Repubblica” ci sono informazioni minime ma interessanti ;
veniamo infatti a sapere che “Il magistrato ha lodato l’operato dei carabinieri “che in sole 24 ore sono arrivati alla verità” e ha avvertito: “Serve calma, cautela e professionalità nel dare la notizia altrimenti si rischia un effetto boomerang”. ”La professionalità nel dare la notizia”, invocata dal magistrato, è una frase che non viene riportata sulla “Stampa”. Chissà come mai è stata ritenuta irrilevante, meno rilevante dei capelli biondi del bambino mai rapito.
Sollevato, ci dice “Repubblica”, anche il sindaco di Borgaro Claudio Gambino: “Il mio primo pensiero – dice – è quello di ringraziare i miei concittadini. C’è stato davvero il forte rischio che sull’onda dell’isteria collettiva potessero svilupparsi degenerazioni violente come successo alla Continassa due anni fa. Invece gli abitanti di Borgaro hanno saputo tenere i nervi saldi.”
Tutti contenti e pacificati. Ma stavolta non si chiede scusa, né tanto meno la si chiede ai rom sospettati, additati, accusati, “visti rapire”. Non c’è stato nessun tentativo di rapimento, dice con sollievo il sindaco. Ma c’è stata una pratica che conduceva alla psicosi collettiva, un cedimento al gusto del panico. Non si può chiedere più cautela a chi ha contribuito a cercare di rivitalizzare la leggenda metropolitana dello zingaro rapitore di bambini biondi? “Un genio”, assicurano Giacomino e Bergamini del padre che si è inventato tutto. E loro? Quanto si sono attenuti, loro, rispetto alle informazioni degli inquirenti, alla cautela che la tipologia del presunto fattaccio avrebbe dovuto imporre?

Che novità: vogliono Barabba libero!
Ritroviamo la medesima giornalista della “Stampa”, pochi giorni fa, dopo la dichiarazione del sindaco di Borgaro protagonista di un cosiddetto sondaggio, dal titolo
Sondaggio: Bus separati per i rom: siete d’accordo con la decisione del comune di Borgaro?

Prevedibile il plebiscito: la stragrande maggioranza di chi risponde è per il sì. Come nella scelta tra Cristo e Barabba (a proposito: chi ha vinto, quella volta?), o per la morte di Socrate, o per assistere al rogo di Giordano Bruno, si costituiscono velocemente resse e maggioranze su poche parole, non c’è bisogno di informarsi, si clicca in un attimo e senza esporsi a quei seccatori che ci vogliono ragionare sopra: anzi, li si mette a tacere, con un click. “Buonisti” e pusillanimi, se li tengano loro in casa, quei ladruncoli (e rapitori di bambini soprattutto biondi, come quello descritto da Bergamini tre settimane fa).

Una trovata linguistica: l’apartheid non razziale ma anti-illegale

E’ in queste ore che si muove Gramellini con un pezzo di cui è da condividere la pointe finale, sia per il suo senso civico che per le molte e varie implicazioni: “uno Stato dovrebbe provare a riunire le persone: in nome della legge. Smettendo di ignorare chi non la rispetta”; ma una conclusione così sensata convive con varie affermazioni preoccupanti.
Scrive Gramellini: “Di fatto la prima (linea n.69, ndr)  servirà i cittadini integrati e la seconda i nomadi. Un apartheid non legato a pregiudizi razziali ma a comportamenti illegali.” Lasciamo stare l’opposizione integrati-nomadi, su cui sarà bene però riflettere  altrove. Lasciamo stare il fatto che si chiamano “nomadi” cittadini stanziali, secondo un presunto eufemismo che da un ventennio viene indicato come uno stigma evitabile. E lasciamo stare il fatto che se volessimo discriminare nell’uso dei bus individui che vivono nell’illegalità meglio sarebbe istituire un servizio di taxi per tutti. Ma chi ha detto a Gramellini che legare l’apartheid (da lui ammesso) a “comportamenti illegali” attribuiti a tutt’intera una popolazione, qui definita nomade, possa esentare da “pregiudizi razziali”? Il problema del pregiudizio razziale, in questi casi, non riguarda tanto le intenzioni di chi decide (oltretutto, dal Ser Ciappelletto di Boccaccio in qua dovremmo avere imparato che le vicende e le sorti dell’anima non ci sono trasparenti), quanto gli effetti di ciò che viene deciso, che oltretutto hanno il vantaggio di essere analizzabili; per cui le intenzioni e le motivazioni spesso sono chiamate in causa per distrarre dagli effetti. Può darsi che ci sia chi rozzamente attribuisca  al sindaco di Borgaro, e a chi è d’accordo con lui, come Gramellini dichiara di essere, pregiudizi razziali. Ma dialettizzarsi con queste semplificazioni è una mossa diversiva.  Il punto è un altro, e lo ha esposto, mi pare, nitidamente Anna Scacchi in una delle lettere spedite al sindaco di Borgaro e pubblicate su Cronache: vedi quiil razzismo di una legge o scelta o delibera non si valuta nelle  intenzioni ma negli effetti. Se una legge apparentemente neutrale, o cosiddetta colorblind, ha un impatto negativo su un gruppo etnico, allora quella legge ha un contenuto razzista di cui tenere  conto.
E’ questa, la preoccupazione di molte persone, come scriveva sempre Anna Scacchi:
La segregazione sempre acuisce i conflitti, radicalizza le  differenze e fa aumentare gli episodi di razzismo, proprio ciò che mi pare lei si augura di  sconfiggere.
Gramellini si guarda bene dal confrontarsi con queste posizioni, e insiste invece sulle motivazioni, che è meglio non demonizzare: “mi guardo bene dal demonizzarne le motivazioni”.  Non si tratta di un ragionamento peregrino: anzi, è del tutto prevedibile; cioè banale, come ci ha insegnato a riconoscere la migliore epistemologa  del secolo appena finito. Il punto mi pare proprio questo. Che ce ne facciamo di una argomentazione banale, di un riflesso prevedibile, per affrontare una discussione delicata, dai complessi effetti pratici?
Capita sempre più spesso che  chi con la massima urbanità muove osservazioni, domande e dubbi su scelte delicate, venga richiamato a non demonizzare le persone che quelle scelte fanno, o addirittura, come qui fa Gramellini, le loro motivazioni. Se c’è chi si guarda dal demonizzare le motivazioni, segno è che per lui trattasi di tentazione diffusa e pericolosa. Ma così si preferisce ipotizzare avversari e interlocutori banali, e si gioca a dividere il mondo tra chi demonizza e chi no: cosa che sarebbe ridicola, se ci fosse da ridere.

Responsabilità giuridiche attribuite a una costruzione simbolica
E’ però con l’affermazione successiva, che Gramellini  sembra non volersi soffermare a rispettare, se non le leggi (come ipotizza chi lo ha denunciato  per istigazione all’odio razziale: vedi qui)
per lo meno il buon senso e la plausibilità. Ecco cosa scrive il corsivista del quotidiano di Torino:
“Le leggi valgono per tutti ed è inaccettabile che la comunità rom si arroghi il diritto di violarle con sistematicità, adducendo il rispetto di tradizioni che giustificano il furto e l’accattonaggio infantile.”
Qui si succedono una figura retorica subdola e un’affermazione non provata, per attaccare una popolazione intera. Si personalizza una presunta “comunità rom”, attribuendole dichiarazioni e pretese odiose: nientemeno che di arrogarsi esplicitamente il diritto di violare sistematicamente le leggi, adducendo (sempre esplicitamente) tradizioni che giustificano il furto, etc. Altro che demonizzazione! Ma da quando in qua si accetta che si dica che un insieme costruito mentalmente e personalizzato si arroga dei diritti? E quand’è che Gramellini ha assistito a questa presa di posizione della “comunità Rom”? Trattandosi di un’accusa particolarmente grave, la può provare? Può portare qualcuno sul banco dei testimoni, che non sia  un’attribuzione di senso comune, cioè di livello assai basso e perciò condivisibile dai più per la sua banalità (evviva Barabba!), ma non provabile giuridicamente?
E’ su questa base, che Gramellini, pur consapevole del fatto che “la soluzione adottata sembra l’ennesima pezza appoggiata sopra la ferita: più per non vederla che per guarirla davvero”, si accoda alla tendenza a giudicare gli individui secondo elementi ascrittivi, tarati da immobilità fatale e gravati da vizi civili insuperabili: caratteri che renderebbero vana quella responsabilità di unire le persone da parte dello Stato, riconosciuta poco dopo.
Da anni, vediamo giornalisti rendersi responsabili di “poca professionalità nel dare le notizie”, come direbbe il magistrato piemontese. Tanti, spesso e con effetti devastanti sulla vita civile di questo sfortunato paese. Ma non ci salta in mente di scrivere che “la comunità dei giornalisti si arroga il diritto di violare con sistematicità il buon senso e i suoi doveri professionali, adducendo il rispetto di tradizioni che giustificano la stigmatizzazione e la discriminazione su basi razziali”. Non stiamo qui a raccontare favole. Ci guida la convinzione che se noi ci atteniamo al rispetto della logica e dell’umanità altrui, anche chi si è sbagliato prima o poi se ne accorgerà. Nonostante le debolezze, le incapacità, gli opportunismi, le pusillanimità che intridono – a quanto pare – la società in cui viviamo.-

ott
31

Rights are not an expense: english summary!

rightsPubblichiamo una sintesi in inglese delle informazioni e dei dati emersi nei rapporti Costi disumani, Segregare costa, I diritti non sono un costo, curati da Lunaria nell’ambito della campagna I diritti non sono un costo. 

Rights are not an expense campaign: find here the english summary, containing data and informations revealed by the dossier Inhuman cost, Segregation at a price, Rights are not an expense, edited by Lunaria.

Download the pdf document

ott
31

Passpartù on air: ‘Rimpatri illegali. Le procedure disumane di Italia e Spagna’

passSegnaliamo la nuova puntata di Passpartù, trasmissione radiofonica di Amisnet.

Rimpatri illegali: le procedure disumane di Italia e Spagna

È il 2009 quando l’avvocato Alessandra Ballerini presenta un ricorso alla Corte Europea di Strasburgo contro i respingimenti illegittimi dei migranti arrivati nei porti italiani dell’Adriatico e provenienti dalla Grecia. Dopo cinque anni, quando finalmente la sentenza arriva, a qualche centinaio di chilometri di distanza, a Melilla, qualcosa di simile continua ad accadere.

 Ecco allora che mentre i media guardano ai nuovi sbarchi in Sicilia, poco più in là a Bari, Ancona, Venezia, così come nell’enclave spagnola di Melilla, centinaia di persone vengono respinte illegalmente, ogni giorno, in Grecia o in Marocco, lontani dalla vista e lontani dal cuore.

E mentre l’Europa, nobel per la pace, spende per un verso fiumi di inchiostro dall’alto delle sue Corti per chiedere agli Stati membri il rispetto dei diritti umani, dall’altra parte un altro fiume scorre, sempre per merito dell’Unione, è il fiume di denaro che serve a finanziare le missioni Frontex nei porti italiani dell’Adriatico o le alte recinzioni di Melilla, proprio quelle aree dove il rispetto dei diritti umani viene messo da parte in nome di una ipotetica salvezza da un’invasione inesistente, un fenomeno che sarebbe più normale e coerente chiamare, semplicemente, migrazione.

Ospiti della puntata:
Alessandra Ballerini, Avvocato Terres des Hommes
Sara Creta, Giornalista

Passpartù:
Le storie di viaggio lette in puntata sono contenute nel rapporto Turned away di Human Rights Watch
Il canto dei migranti utilizzato in trasmissione è stato registrato da Sara Creta
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com