Distacco comunitario
Oggi una serie di flash mob, in Italia e in Europa. E poi, il 22 giugno, una manifestazione europea a Strasburgo. Sotto la sede del parlamento. I sindacati europei lanciano l’allarme: c’è una mina sotterrata sotto le discussioni un po’ difficili da seguire dell’assemblea europea, sotto codici, codicilli, procedure di approvazione complicatissime. Eppure la direttiva di applicazione che dovrebbe finalmente dare regole stringenti a quella approvata nel 1996 sul distacco comunitario, rischia di far esplodere il mercato del lavoro, già in gravissime difficoltà a causa della crisi economica. E a farne le spese saranno i lavoratori dell’est, anche se visti dall’Italia potrebbero essere considerati i “nemici”. Quelli che attraversano le frontiere e fanno dumping sociale. Ma sono prima di tutto i loro diritti ad essere calpestati. Ora, si teme, con l’ok delle leggi europee.
Il problema si chiama “distacco comunitario”. Ed è ben noto ai sindacalisti e agli ispettori del Lavoro. Si tratta di questo: qualsiasi ditta europea può partecipare a un appalto o svolgere un lavoro in un altro paese Ue. Ma come funziona con i lavoratori? Questi mantengono il loro contratto del paese di origine, ma la direttiva del ’96 specifica che il salario deve essere equiparato a quello del paese ospitante: un lavoratore rumeno assunto in Romania che viene a lavorare per un appalto in Italia deve guadagnare tanto quanto un lavoratore italiano. Bene, ma c’è un ma. E sono i contributi: questi, infatti, vengono versati nel paese di origine. “E già questo è un bel risparmio per una azienda italiana – spiega Romano Baldo, che per la Fillea Cgil segue i contratti – ma la direttiva compensa questa ‘differenza di prezzo’ con l’obbligo per l’azienda di assicurare al lavoratore vitto, alloggio e trasporto. Il problema è che si tratta di cose difficilmente controllabili, e che le segnalazioni che piovono sui sindacati sono ormai migliaia: i lavoratori sono costretti a dormire nei capannoni, non c’è alcun rimborso. Ma non solo: succede che partono dal paese di origine con i contratti, e poi vengono licenziati continuando a lavorare al nero. Come si fa a controllare tutto questo? E’ impossibile”.
Così succede che un muratore rumeno viene ingaggiato per fare un lavoro in Italia ed è costretto ad accettare condizioni durissime: si dorme in cantiere. E se sul contratto c’è scritta una cifra, corrispondente al “salario” italiano, da quella cifra vengono trattenuti i costi di vitto e alloggio che secondo la legge dovrebbe pagare in aggiunta l’azienda. All’uopo sono nate anche agenzie del lavoro, come raccontava un’inchiesta dell’Espresso la scorsa settimana, che hanno come scopo proprio quello di offrire “pacchetti di lavoratori” a prezzi bassissimi alle aziende italiane.
Proprio per evitare questi abusi, da parte dei sindacati era arrivata forte la pressione affinché la direttiva fosse rivista, imponendo regole più rigide, controlli più capillari, sanzioni più severe per chi “sgarrasse”.
Paradossalmente le cose stanno andando proprio all’inverso: la direttiva di applicazione in discussione tende a liberalizzare ancora di più le possibilità di impiego, come sempre facendo leva sull’illusione che minori controlli e più “libertà” porteranno alla creazione di chissà quanti posti di lavoro. Il giudizio dei sindacati, forti peraltro di quanto accaduto finora, è l’opposto: “La nuova direttiva rischia di creare un dumping sociale insostenibile – osserva Baldo – esportando in tutti i paesi europei condizioni di lavoro da fame e sfruttamento”. Insomma, invece di creare un’Europa che si contagia reciprocamente con le migliori esperienze di ciascun paese, il contagio è al ribasso. “Basti dire – prosegue Baldo – che la nuova direttiva prevede come sanzione per chi sgarra di ‘scalare’ di trattato. Cosa significa? Che quell’azienda non potrà più approfittare del distacco comunitario. Tradotto: potrà tranquillamente esportare lavoratori mantenendo pure il salario rumeno. Figurarsi: non vedono l’ora. Praticamente è un’incitazione a violare le regole del distacco”.
La Confederazione europea dei sindacati ha inviato una lettera ai deputati del Parlamento europeo e ai ministri del Lavoro dei paesi Ue mettendoli sull’avviso: “Se non fermiamo questa direttiva ora la direttiva di attuazione diventerà una direttiva Bolkenstein!”. I sindacati spiegano quali sono i punti che vanno chiariti “inequivocabilmente”, al fine di evitare “truffe”. Il primo è che ci sono solo due possibilità: o il lavoratore è distaccato, e allora per lui devono valere i diritti prescritti dalla direttiva, oppure sono lavoratori emigranti, e quindi per loro valgono gli stessi identici diritti dei lavoratori del paese ospitate, compreso il versamento dei contributi presso l’Istituto di previdenza di quel paese. Il secondo è che il datore di lavoro deve pagare direttamente al lavoratore tutti i costi legati a vitto, alloggio e trasporto per tutto il tempo del distacco all’estero. Il terzo punto è che i paesi ospitanti devono poter effettuare tutti i controlli che vogliono, senza alcun tipo di limitazione. L’ultimo punto è che le aziende a capo dell’appalto vanno considerate responsabili di tutto ciò che accade nei subappalti, e in alcun modo il subappalto può essere considerato un modo per evitare di avere responsabilità dirette. Pena, come vuole il buon senso, l’incentivazione della pratica del subappalto. Non si tratta di richieste gravose, ma solo in linea con la legge e i diritti dei lavoratori. Eppure bisognerà andarlo a gridare a Strasburgo sotto le finestre del Parlamento europeo.
Indagine Medu: Cie inadeguati, sono da chiudere
“Fallimentare” nel contrasto dell’immigrazione irregolare e nella garanzia della dignità e dei diritti fondamentali: questa, in sintesi, è la situazione dei Cie italiani, fotografata da Medici per i Diritti Umani nell’indagine “Arcipelago Cie”, presentato a Roma lunedì scorso.
Il rapporto è il risultato di un costante monitoraggio delle strutture di detenzione amministrativa e delle condizioni presenti al loro interno, possibile grazie alle visite sistematiche realizzate nell’arco di un anno dallo staff di Medu.
Visite attraverso le quali Medu ha evidenziato molte criticità, dividendole in modo organizzato in 19 punti.
Nel complesso, quello che rivela Medu è l’incapacità congenita dei Cie di “garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona”. Inoltre, da un punto di vista utilitaristico, “a prescindere dall’alto costo umano che i Cie comportano, l’insieme dei costi economici necessari ad assicurare la gestione, la sorveglianza, il mantenimento e la riparazione di queste strutture non appare commisurato ai modesti risultati conseguiti nell’effettivo contrasto dell’immigrazione irregolare”.
Alla luce di quanto emerso, Medu chiede la chiusura di tutti i Cie, “in ragione della loro palese inadeguatezza strutturale e funzionale”, e la “riduzione a misura eccezionale del trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio”: due provvedimenti che secondo l’associazione devono avvenire “ contestualmente all’adozione di nuove misure di gestione dell’immigrazione irregolare”.
Ma Medu non si limita a indicare quale via prendere. Formula infatti “possibili proposte alternative all’attuale sistema dei Cie”, riferendosi ad alcune strategie di fondo già individuate dalla Commissione De Mistura” – istituita nel 2006 proprio per analizzare il sistema dei Cie -, come la “diversificazione delle risposte per categorie di persone, la gradualità e proporzionalità delle misure d’intervento, l’incentivazione della collaborazione tra l’immigrato e le autorità”.
Leggi la sintesi del rapporto.
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Se dico rom..
“Anche attraverso la stampa si costruisce un’immagine sociale negativa dei rom e sinti. Abbiamo analizzato gli articoli per descrivere alcuni dei meccanismi attraverso i quali questo processo avviene e per capire quale sia il nesso tra rappresentazione negativa e discriminazione”.
Parte da questo presupposto, descritto da una volontaria, l’indagine “Se dico Rom”, presentata dall’associazione Naga ieri a Milano.
Per 10 mesi, da giugno 2012 a marzo 2013, i volontari dell’associazione hanno analizzato gli articoli relativi a cittadini rom e sinti, o che vi facessero solo riferimento, pubblicati su 9 testate giornalistiche nazionali e locali: Corriere della Sera; La Repubblica; La Stampa; Il Sole 24 ore; Il Giornale; Libero Quotidiano; La Padania; La Prealpina; Leggo.
“Ci aspettavamo di riscontrare una visibilità marcata per episodi negativi di cui qualche rom si è reso protagonista, ma non abbiamo trovato solo questo. Dall’analisi svolta emerge anche l’associazione sistematica dei rom con fatti negativi che non li vedono direttamente coinvolti”, affermano i volontari che hanno partecipato all’indagine. “Un’altra modalità riscontrata nel trattamento dei rom nella stampa è quella di creare una separazione, un noi e un loro, i ‘cittadini’ e i rom: due gruppi divisi, diversi ontologicamente, che non si intersecano e il cui benessere è alternativo”.
A breve, un’analisi del documento
Amnesty: l’UE non fa abbastanza per tutelare i rom
“L’Unione europea non sta facendo abbastanza per porre fine alla discriminazione dei rom negli stati membri”. Alla vigilia della Giornata internazionale dei rom e sinti, che si celebrerà l’8 aprile, Amnesty International lancia una pesante accusa agli stati membri dell’UE, diffondendo il documento “Diritti umani qui, diritti dei rom adesso”.
Secondo il rapporto, i circa sei milioni di rom presenti nei paesi dell’Unione Europea si trovano “al di sotto di quasi tutti gli indici di sviluppo sui diritti umani: otto su dieci sono a rischio povertà e solo uno su sette ha terminato le scuole di secondo grado”.
Amnesty punta l’indice contro i continui sgomberi forzati, una costante in molto paesi tra cui Francia, Italia e Romania, e contro l’istruzione “segregata”, la prassi esistente in paesi come Grecia, Repubblica Ceca e Slovacchia, nonostante l’esistenza della Direttiva sull’uguaglianza, adottata dall’Ue nel 2000, che vieta la discriminazione sui luoghi di lavoro, nell’educazione, nell’accesso ai beni e ai servizi.
“Tra il gennaio 2008 e il luglio 2012 – spiega il documento – in Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sono stati registrati oltre 120 gravi attacchi contro i rom e le loro proprietà. Le autorità, comprese le forze di polizia, non hanno prevenuto molte di queste aggressioni e, in seguito, non hanno compiuto indagini approfondite”.
Una situazione su cui l’Unione potrebbe – e dovrebbe – intervenire, visto anche il nobel per la pace assegnatole l’anno scorso, e considerati i “principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani su cui è stata fondata”, ricordati dal direttore del programma Europa e Asia centrale di Amensty, John Dalhuisen.
Secondo Dalhuisen, “l’Ue deve attuare immediatamente le numerose misure a sua disposizione per sanzionare i governi che non contrastano la discriminazione e la violenza ai danni dei rom”.
Uno degli strumenti con cui l’Ue potrebbe intervenire è la Commissione Europea, che “può produrre un impatto duraturo sulle vite delle comunità emarginate e discriminate in Europa, compresi i rom”, prosegue Dalhuisen, commentando: “Purtroppo, finora ha esitato ad agire contro gli stati che violano i diritti umani dei rom. Osserviamo la Commissione sanzionare stati membri su questioni tecniche relative ai settori dei trasporti e delle tasse, ma non su quelle che sono d’importanza vitale per milioni di persone”.
Oltre al documento, Amnesty International ha presentato un appello, indirizzandolo a Viviane Reding, Commissaria europea per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, in cui si chiede all’Ue di assumere “un’azione determinante e giocare un ruolo di primo piano per porre fine alla discriminazione dei rom in Europa”.
L’azione di Amnesty International si inserisce nella campagna globale “Io pretendo dignità“, lanciata nel 2009, per chiedere a tutti i governi di vietare gli sgomberi forzati, tutelare il diritto a un alloggio adeguato e assicurare che tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani, inclusi i diritti economici, sociali e culturali, ottengano forme efficaci di rimedio a livello nazionale e internazionale.
Il portale del Viminale: “dettagli” che contano
Attraverso il Portale Immigrazione del Viminale ogni giorno vengono generate centinaia di pratiche per il rinnovo e il rilascio dei permessi di soggiorno degli immigrati che vivono in Italia. Il Portale esiste dal 2006, ed è stata una bella novità perché ha reso tutto più uniforme e veloce. Peccato che contenga alcuni errori – segnalati e denunciati dai Comuni e dai Patronati – che non vengono corretti, complicando la vita agli operatori, alle questure e agli immigrati. E pensare che basterebbe solo qualche ritocco.
Per entrare nel Portale bisogna essere un ente accreditato, abbiamo dato una sbirciata grazie a Sergio Bontempelli, operatore dell’associazione Africa Insieme, che ha una convenzione con un Patronato di Pisa. Inventiamo la pratica del signor Mohammed Ali, nato in Marocco il 1/1/1962 lavoratore domestico, arrivato in Italia nel 2006 grazie al ricongiungimento col proprio figlio. Mohammed chiede il rilascio di un permesso per lungo soggiornanti. Primo intoppo: il sito chiama ancora questo tipo di permesso “carta di soggiorno”, come all’epoca della legge Turco Napolitano (nel lontano 1998). Nel frattempo sono passate ere geologiche, i nomi sono cambiati e la carta di soggiorno oggi è il documento che si consegna ai parenti dei cittadini comunitari. Per chi invece vive in Italia da almeno cinque anni con un contratto di lavoro regolare e ha un alloggio adeguato esiste il “permesso CE per lungo soggiornanti”. Ma al Ministero dell’Interno hanno dimenticato di aggiornare il Portale, dove oltre alla denominazione sbagliata compare una schermata (la cui compilazione non è obbligatoria) che recita “il richiedente dichiara di soggiornare da sei anni in provincia di…”. Infatti, nel 2002 la legge Bossi-Fini aveva allungato il requisito del soggiorno regolare e ininterrotto in Italia fino a sei anni. Poi la normativa europea lo ha accorciato a cinque. Niente, il Portale rimane “fedele alla linea”. Ma fin qui siamo in presenza di trascuratezza.
Il problema per l’operatore arriva nella sezione in cui viene chiesto il tipo di permesso di soggiorno dell’immigrato. Si apre una tendina con alcune opzioni: peccato che ne manchino diverse, ad esempio non c’è quello per motivi umanitari. E allora? Si inventa. Sperando che le questure, ormai abituate a questi problemi, lascino passare. Altra magagna arriva quando viene chiesta una scadenza per la carta di soggiorno: ma dal 2008 è un permesso senza scadenza! “Siccome è un passaggio obbligatorio – spiega Bontempelli – qualcuno inserisce una scadenza a cinque anni, come funzionava prima del 2008. Io metto sempre la data massima: scadenza 1 gennaio 2050”. Della serie, prendiamola a ridere. Ma non è finita: quando si arriva a dover specificare se l’immigrato è presente in Italia in seguito a un ricongiungimento famigliare, per motivi arcani appaiono solo due opzioni: coniuge o genitore. Ma uno straniero può ricongiungersi anche a suo figlio – come è capitato al nostro Mohammed Alì – e allora? “E’ stato chiesto moltissime volte di aggiungere questa opzione, senza risultati – dice Bontempelli- quindi si barra la casella ‘genitore’”. Anche qui, ci si affida alla “consuetudine” con le questure. L’ingegnosità degli operatori viene messa alla prova in altri passaggi – come la richiesta di un “numero di protocollo”del contratto di lavoro di cui spesso il lavoratore non è in possesso. Senza contare che, una volta salvata la pratica, nonostante si viaggi nel magico mondo di internet e non si sia più schiavi del cartaceo, non si possono correggere gli errori. Il numero di passaporto è sbagliato? Rifare tutto da capo. Per rendere la vita più semplice agli operatori e agli immigrati, basterebbero una spesa e un impegno minimi. “Non hanno neanche corretto quel ‘numero di celulare’ invece di ‘cellulare’. Non per niente, ma è proprio brutto da vedere”, osserva Bontempelli. Come direbbe l’architetto Meis van der Rohe, Dio è nei dettagli.
La crisi incentiva il “ritorno volontario”?
Quando dieci anni fa si parlava di “ritorno volontario assistito” veniva considerato uno strumento piuttosto subdolo per spingere l’acceleratore sulle espulsioni. E sono state, nel corso degli anni, anche molte le polemiche sull’opportunità di cercare da parte degli Stati una strada per “togliersi dai piedi” soggetti giudicati scomodi, come accadde nel 2008 con i rom rumeni.
Ma ora la storia del rimpatrio volontario assistito ha cambiato di segno: prima con l’approvazione della Direttiva rimpatri da parte dell’Unione europea, e poi con la grande crisi economica che ha compito l’Europa, e che ha oggettivamente aumentato la platea dei migranti che vorrebbero sul serio avere l’opportunità di tornare nel proprio paese di origine, ma mancano di strumenti sia – a volte – persino per pagare il biglietto aereo, sia dei fondi necessari per provare a ripartire.
Oggi parte in Italia la campagna informativa sul rimpatrio volontario, dopo tre anni di sperimentazione che hanno portato a un numero crescente di persone rimpatriate volontariamente – nel 2009 erano solo 162 e sono diventate 474 nel 2012, per un totale di 1.276 persone nel triennio. Spot televisivi in Rai, richiesta ai vari siti internet di pubblicare il banner, opuscoli e volantini plurilingue. La Rete RIRVA fa appello a tutte le realtà di contatto con i migranti affinché il materiale informativo sia diffuso il più possibile.
La Direttiva Rimpatri europea approvata nel 2008 ha rappresentato un po’ uno spartiacque in Europa, a cui l’Italia si è adeguata faticosamente e non è ancora del tutto “in marcia”. Se da una parte, infatti, quella Direttiva ha aumentato il periodo massimo di trattenimento del migrante irregolare a 18 mesi nei centri di espulsione, dall’altra ha chiarito una volta per tutte che la reclusione è solo l’extrema ratio nel trattamento delle espulsioni. E che gli Stati devono impegnarsi il più possibile nel favorire un ritorno volontario, investendo anche dei fondi a questo scopo. E’ stato d’altronde dimostrato che espellere una persona in modo coatto costa quattro volte di più che inserirla in un rimpatrio volontario, e più sono le risorse – anche umane – messe a disposizione, più il progetto di reinserimento può avere successo.
Dal punto di vista legislativo l’Italia si è adeguata alla normativa europea: possibili candidati a un rimpatrio volontario, infatti, non sono più soltanto i soggetti vulnerabili – madri sole, anziani, persone con problemi di salute – o donne vittime di tratta, ma anche persone irregolari, o che stanno per diventarlo, e richiedenti asilo che – viste mutate le condizioni politiche nel proprio paese – decidono di rinunciare allo status di rifugiato o alle protezione umanitaria, e scommettono su un rientro in patria (in questo caso, però, vengono prima fatte delle analisi anche dall’Alto Commissariato per i Rifugiati).
Ma in realtà esistono ancora dei “buchi” procedurali che rendono difficile il coinvolgimento nel rimpatrio assistito delle persone che hanno subito una espulsione e che – ad esempio – sono rinchiuse nei centri di detenzione. La questione è legata proprio all’espulsione, che secondo la legge Bossi-Fini impedisce il rientro in Italia per cinque anni (la legge italiana prevedeva il divieto per dieci anni, ma è stata proprio la Direttiva a riaccorciare il tempo). Chi accede al rimpatrio assistito, invece può rientrare in Italia in qualsiasi momento.
Il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha già inviato una circolare, su sollecitazione della Questura di Milano che poneva interrogativi su questo punto, dando delle indicazioni circa il fatto che – se la persona non è stata espulsa per motivi gravi e chiede di entrare in un progetto di rimpatrio – l’espulsione va annullata, e anche le precedenti. Ma una circolare non basta: è necessario che il Dipartimento delle Libertà Civili emetta delle precise linee guida che uniformino la situazione a livello nazionale. Nonostante le sollecitazioni della Rete, però, per adesso il Dipartimento tace.
Le persone che hanno perso o stanno per perdere il permesso di soggiorno, o che addirittura sono già state espulse e sono rinchiuse in un Cie, inoltre, per ora non possono accedere al rimpatrio assistito anche per un altro motivo: non esistono progetti a loro rivolti. Per essere rimpatriati in questa modalità, infatti, bisogna entrare a far parte di uno specifico progetto, finanziato dal Fondo europeo per i rimpatri. L’ultimo bando riguarda il rimpatrio di circa 1000 persone, ed è valido fino a giugno dell’anno prossimo. All’inizio dell’estate usciranno i bandi per poter avviare rimpatri volontari da giugno 2014. Chiaro che, però, l’emergenza è adesso: nel 2014 è molto più probabile, con l’economia che – si spera – in ripresa, diminuirà la platea di chi vuole tornare nel proprio paese di origine.
Per quanto una cosa è certa: alcuni paesi non comunitari hanno, in molti casi, un tasso di crescita superiore a quelli europei. Dunque, in questi casi, il “ritorno volontario”, sempre di più, potrebbe essere una opportunità per rispondere in modo positivo a un processo migratorio fallito.
L’importante è che il programma di rimpatrio volontario non perda la sua finalità originaria e sia utilizzato per facilitare il ritorno delle persone che per diversi motivi desiderano tornare nel paese di origine. E non per incentivarlo.
Quando dieci anni fa si parlava di “ritorno volontario assistito” veniva considerato uno strumento piuttosto subdolo per spingere l’acceleratore sulle espulsioni. E sono state, nel corso degli anni, anche molte le polemiche sull’opportunità di cercare da parte degli Stati una strada per “togliersi dai piedi” soggetti giudicati scomodi, come accadde nel 2008 con i rom rumeni.
Ma ora la storia del rimpatrio volontario assistito ha cambiato di segno: prima con l’approvazione della Direttiva rimpatri da parte dell’Unione europea, e poi con la grande crisi economica che ha compito l’Europa, e che ha oggettivamente aumentato la platea dei migranti che vorrebbero sul serio avere l’opportunità di tornare nel proprio paese di origine, ma mancano di strumenti sia – a volte – persino per pagare il biglietto aereo, sia dei fondi necessari per provare a ripartire.
Oggi parte in Italia la campagna informativa sul rimpatrio volontario, dopo tre anni di sperimentazione che hanno portato a un numero crescente di persone rimpatriate volontariamente – nel 2009 erano solo 162 e sono diventate 474 nel 2012, per un totale di 1.276 persone nel triennio. Spot televisivi in Rai, richiesta ai vari siti internet di pubblicare il banner, opuscoli e volantini plurilingue. La Rete RIRVA fa appello a tutte le realtà di contatto con i migranti affinché il materiale informativo sia diffuso il più possibile.
La Direttiva Rimpatri europea approvata nel 2008 ha rappresentato un po’ uno spartiacque in Europa, a cui l’Italia si è adeguata faticosamente e non è ancora del tutto “in marcia”. Se da una parte, infatti, quella Direttiva ha aumentato il periodo massimo di trattenimento del migrante irregolare a 18 mesi nei centri di espulsione, dall’altra ha chiarito una volta per tutte che la reclusione è solo l’extrema ratio nel trattamento delle espulsioni. E che gli Stati devono impegnarsi il più possibile nel favorire un ritorno volontario, investendo anche dei fondi a questo scopo. E’ stato d’altronde dimostrato che espellere una persona in modo coatto costa quattro volte di più che inserirla in un rimpatrio volontario, e più sono le risorse – anche umane – messe a disposizione, più il progetto di reinserimento può avere successo.
Dal punto di vista legislativo l’Italia si è adeguata alla normativa europea: possibili candidati a un rimpatrio volontario, infatti, non sono più soltanto i soggetti vulnerabili – madri sole, anziani, persone con problemi di salute – o donne vittime di tratta, ma anche persone irregolari, o che stanno per diventarlo, e richiedenti asilo che – viste mutate le condizioni politiche nel proprio paese – decidono di rinunciare allo status di rifugiato o alle protezione umanitaria, e scommettono su un rientro in patria (in questo caso, però, vengono prima fatte delle analisi anche dall’Alto Commissariato per i Rifugiati).
Ma in realtà esistono ancora dei “buchi” procedurali che rendono difficile il coinvolgimento nel rimpatrio assistito delle persone che hanno subito una espulsione e che – ad esempio – sono rinchiuse nei centri di detenzione. La questione è legata proprio all’espulsione, che secondo la legge Bossi-Fini impedisce il rientro in Italia per cinque anni (la legge italiana prevedeva il divieto per dieci anni, ma è stata proprio la Direttiva a riaccorciare il tempo). Chi accede al rimpatrio assistito, invece può rientrare in Italia in qualsiasi momento.
Il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha già inviato una circolare, su sollecitazione della Questura di Milano che poneva interrogativi su questo punto, dando delle indicazioni circa il fatto che – se la persona non è stata espulsa per motivi gravi e chiede di entrare in un progetto di rimpatrio – l’espulsione va annullata, e anche le precedenti. Ma una circolare non basta: è necessario che il Dipartimento delle Libertà Civili emetta delle precise linee guida che uniformino la situazione a livello nazionale. Nonostante le sollecitazioni della Rete, però, per adesso il Dipartimento tace.
Le persone che hanno perso o stanno per perdere il permesso di soggiorno, o che addirittura sono già state espulse e sono rinchiuse in un Cie, inoltre, per ora non possono accedere al rimpatrio assistito anche per un altro motivo: non esistono progetti a loro rivolti. Per essere rimpatriati in questa modalità, infatti, bisogna entrare a far parte di uno specifico progetto, finanziato dal Fondo europeo per i rimpatri. L’ultimo bando riguarda il rimpatrio di circa 1000 persone, ed è valido fino a giugno dell’anno prossimo. All’inizio dell’estate usciranno i bandi per poter avviare rimpatri volontari da giugno 2014. Chiaro che, però, l’emergenza è adesso: nel 2014 è molto più probabile, con l’economia che – si spera – in ripresa, diminuirà la platea di chi vuole tornare nel proprio paese di origine.
Per quanto una cosa è certa: alcuni paesi non comunitari hanno, in molti casi, un tasso di crescita superiore a quelli europei. Dunque, in questi casi, il “ritorno volontario”, sempre di più, potrebbe essere una opportunità per rispondere in modo positivo a un processo migratorio fallito.
L’importante è che il programma di rimpatrio volontario non perda la sua finalità originaria e sia utilizzato per facilitare il ritorno delle persone che per diversi motivi desiderano tornare nel paese di origine. E non per incentivarlo.
Di seguito, un’intervista a Cristopher Hein, direttore del Consiglio Italiano dei Rifugiati, sul rimpatrio volontario: http://www.youtube.com/watch?v=CFwEwMaBMyc&feature=youtu.be
Unhcr: aumentate le domande d’asilo, ma non in Italia
“Nuovi e vecchi conflitti – tra i quali quelli in Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia – hanno contribuito lo scorso anno all’aumento dell’8% nel numero di domande d’asilo presentate nei paesi industrializzati durante il 2012, con l’incremento più deciso registrato tra le domande d’asilo inoltrate da cittadini siriani”: lo afferma il rapporto pubblicato oggi dall’Unhcr “Asylum Levels and Trends in Industrialized Countries 2012”.
Secondo i dati diffusi dall’Unhcr, sono state complessivamente 479.300 le richieste d’asilo registrate nei 44 paesi presi in esame: si tratta del totale annuale più alto dal 2003. Una cifra che, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, conferma una generale tendenza in aumento, legata ai numerosi conflitti presenti a livello mondiale. “Le guerre costringono sempre più persone a cercare asilo” ha affermato l’Alto Commissario per i Rifugiati António Guterres, che ha esortato i paesi a “mantenere aperte le frontiere a chi fugge per mettere in salvo la propria vita”, sottolineando inoltre l’urgente necessità di “sostenere il sistema internazionale d’asilo”.
Gli Stati Uniti sono il paese che ha ricevuto il più alto numero di richieste (83.400 domande, 7.400 in più rispetto al 2011). Nel Vecchio Continente le domande sono state 355.500 (327.600 nel 2011). La Germania ha avuto il più alto numero di richieste (64.500, il 41% in più rispetto al 2011), seguita da Francia (54.900 domande, +5%) e Svezia (43.900 domande, +48%).
Opposta la situazione in Italia, dove ci sono sono state 15.700 domande, meno della metà rispetto al 2011. Una diminuzione dovuta, secondo l’Unhcr, al ridotto numero di arrivi via mare.
E’ proprio il dato italiano che contribuisce ad abbassare il numero di domande di asilo in Europa meridionale del 27% (48.600 domande).
Per quanto riguarda i paesi di provenienza delle domande, l’Afghanistan risulta essere, come nel 2011, il paese da cui arrivano il maggior numero di richieste (36.600 domande nel 2012, 36.200 nel 2011), seguito dalla Siria. In particolare, il conflitto siriano ha provocato un aumento del 191% nel numero di domande presentate (24.800).
Come sottolineato dall’Unhcr, il numero di domande d’asilo non corrisponde a quello delle persone a cui viene effettivamente riconosciuto lo status di rifugiato, né può essere considerato un indicatore dell’immigrazione: nella maggior parte dei casi, le persone che fuggono da un conflitto cercano di rimanere nei paesi limitrofi, sperando di poter tornare a casa. Un esempio di questa tendenza si può ritrovare proprio nella situazione siriana: 24.800 persone hanno presentato domanda d’asilo nei paesi industrializzati, mentre oltre 1,1 milioni di rifugiati siriani si trovano nei paesi circostanti.
Clicca qui per scaricare il rapporto.
Miur: rapporto sugli alunni non italiani. “Stranieri” fino a quando?
Quadruplicati, in dieci anni. Le nostre scuole, come ormai sappiamo bene, sono cambiate a vista d’occhio in questi ultimi anni. Oggi a Milano è stato presentato il Rapporto “Alunni con cittadinanza non italiana”: ormai è diventato un appuntamento annuale molto interessante, perché permette di fotografare uno degli aspetti di più forte innovazione e “rottura” all’interno del sistema scolastico italiano: quello della presenza tra i banchi di scuola di bambini e ragazzi che hanno un background culturale straniero. Una realtà a cui finora – per la verità – non è mai seguita una politica nazionale di supporto. Dal punto di vista della rilevazione dei dati, e dell’analisi degli stessi, va però dato atto al Ministero dell’Istruzione di prestare ormai da anni una grande attenzione. Tant’è che il Rapporto ha fatto un passo avanti, aggiungendo alla consueta rilevazione tre capitoli di approfondimento e analisi: uno sugli alunni nati in Italia, uno sui risultati degli studenti di origine rom e uno sulle scuole a più alta frequenza di ragazzi di origine straniera. Il Rapporto, come già l’anno scorso, è curato dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con l’Ismu. Le due persone che fanno da capofila al progetto sono Vinicio Ongini per il Miur e Mariagrazia Santagati per l’Ismu.
Qualche numero. Intanto qualche numero: nel 2001/2002, quindi dieci anni fa, gli alunni stranieri in Italia erano solo il 2,2% sul totale. Ovvero 196.414 persone. Oggi sono l’8,4%: 755.939 persone. Il maggior aumento si rileva sia nelle scuole superiori che nelle scuole dell’infanzia. Ragazzi “ricongiunti”? Che cioè raggiungono i propri genitori dall’estero? Sì, ma non solo. Perché il fenomeno è spiegabile da un lato con la conclusione del ciclo scolastico da parte di una “generazione” – che fa pensare anche a una minore dispersione scolastica rispetto al passato – dall’altra, come vedremo, il dato delle scuole dell’infanzia nasconde una sorpresa rispetto al passato: cresce in modo significativo, infatti, l’incidenza di chi è nato in Italia. E, dunque, può essere considerato “straniero” solo per legge. Una legge che appare sempre più vetusta.
Le diverse scelte scolastiche. Un dato interessante riguarda le diverse scelte scolastiche degli alunni con origine straniera. Intanto per quanto riguarda la scuola statale e non statale: nell’anno scolastico 2011/2012, l’89,8% degli stranieri e l’85,9% degli italiani frequenta le scuole statali, mentre il 10,2% degli stranieri e il 14,1% degli italiani frequenta le scuole non statali. Quindi, per le persone di origine straniera è più probabile scegliere di frequentare una scuola pubblica, rispetto a un alunno italiano. Tuttavia, rispetto all’anno scorso, rileva il Rapporto che “si assiste a un lieve incremento nella scelta della scuola non statale sia per gli italiani sia per gli stranieri”.
Una differenza, piuttosto nota, tra italiani e “stranieri” riguarda poi la scelta delle scuole di secondo grado: come si sa – e il Rapporto lo conferma anche quest’anno – per i ragazzi di origine straniera è più probabile scegliere un percorso professionale o tecnico rispetto a un ragazzo italiano. Eppure anche su questo fronte le cose stanno lentamente cambiando. Dai dati del Rapporto, infatti, si evince che – da un lato – c’è una leggera crescita degli alunni con cittadinanza non italiana che scelgono il liceo (in un anno la percentuale è cresciuta di un punto). Ma è soprattutto interessante osservare le dinamiche che differenziano i ragazzi di origine straniera nati in Italia da chi è arrivato più tardi (i dati, purtroppo, mettono in uno stesso calderone chi è arrivato a dieci anni rispetto a chi è arrivato a tre): si osserva, ad esempio, che tra i primi ci si indirizza con più facilità verso i tecnici rispetto ai professionali, e con una percentuale maggiore verso i licei. L’elemento di essere nato in Italia, insomma, non è “superfluo” ma evidenzia una maggiore probabilità di adeguare le proprie scelte a quelle dei ragazzi italiani “da generazioni”.
Gli alunni “stranieri” nati in Italia. Uno dei capitoli senza dubbio più interessanti di questo Rapporto riguarda gli alunni con cittadinanza straniera nati in Italia o i “neo arrivati” perché – come rileva Vinicio Ongini nel capitolo da lui curato – si tratta di un argomento che ha molto fatto discutere perché la legge sulla cittadinanza del ’92 è considerata ormai antiquata e inadeguata. Tuttavia, per ora, le proposte sul tavolo sono diverse ma non si è mai giunti a una concreta azione. Eppure i “numeri” premono. Scrive Ongini: “Nell’anno scolastico 2011/2012, gli alunni stranieri ma nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila, il 34,7%. La crescita progressiva è di quasi dieci punti percentuali. È interessante notare – prosegue Ongini – che nelle scuole dell’infanzia i bambini nati in Italia sono l’80,4%, più di otto su dieci (cfr. Tab. 3.3), ma in alcune regioni la percentuale è ancora più alta e supera ad esempio l’87% in Veneto e l’85% nelle Marche, sfiora l’84% in Lombardia e l’83% in Emilia Romagna; mentre, al contrario, non raggiunge il 50% nel Molise e lo supera di poco in Calabria, Campania e Basilicata”. Quindi: la nuova Italia, quella “meticcia”, fatta di persone a tutti gli effetti italiane (tranne che per il passaporto, almeno per ora…) ma con un background culturale straniero sono ormai tantissimi, e lo si vede nelle scuole delle infanzia, quelle frequentate dai bambini dai 3 ai 5 anni, dove rappresentano 8 su 10 alunni “stranieri”. Si può quasi dire che non esistono quasi più “stranieri”, nonostante si debba aggiungere che – ovviamente – è più facile trovare alunni nati in Italia nella fascia d’età infantile: se una mamma ha deciso di venire a lavorare in Italia lasciando il figlio nel paese di origine non lo fa venire in Italia da piccolissimo, ma aspetta che sia più autonomo. Ma il trend esiste eccome, e lo si nota anche dai numeri delle scuole secondarie di secondo grado: “In generale – annota Ongini – negli ultimi cinque anni, ogni dodici mesi, la percentuale di nati in Italia fra gli stranieri è cresciuta di due o tre punti percentuali, dal 34,7% del 2007/2008 al 44,2% del 2011/2012; e, nei singoli ordini di scuola, in tale lasso di tempo è passata dal 71,2% all’80,4% nelle scuole dell’infanzia, dal 41,1% al 54,1% nelle primarie, dal 17,8% al 27,9% nelle secondarie di primo grado e dal 6,8% al 10,2% nelle secondarie di secondo grado. In altri termini, negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila)”.
Le scuole a “alto impatto”. In Italia esistono scuole dove la presenza degli alunni con cittadinanza non italiana supera quota 50%. Non sono molte, solo 400, ma il Rapporto quest’anno è andato a vedere chi sono e dove. “In generale negli ultimi cinque anni, ogni dodici mesi, la percentuale di nati in Italia fra gli stranieri è cresciuta di due o tre punti percentuali, dal 34,7% del 2007/2008 al 44,2% del 2011/2012; e, nei singoli ordini di scuola, in tale lasso di tempo è passata dal 71,2% all’80,4% nelle scuole dell’infanzia, dal 41,1% al 54,1% nelle primarie, dal 17,8% al 27,9% nelle secondarie di primo grado e dal 6,8% al 10,2% nelle secondarie di secondo grado. In altri termini, negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila)”, scrive Maddalena Colombo. Su questo fronte se da un lato si evidenzia che la famosa “circolare Gelmini” del 2010 che voleva imporre un “tetto” di presenza straniera del 30% ha avuto poco successo, dall’altra si evidenzia che le scuole a maggioranza straniera non sono molte, e più che altro hanno una distribuzione geografica molto sbilanciata: quasi assenti al sud, sono maggiormente concentrate nel centro-nord. Inoltre una ulteriore concentrazione viene rilevata in alcuni tipi di scuola: ad esempio negli istituti professionali. Con il rischio che alcune di queste scuole possano essere considerate tout court delle “enclaves” per stranieri poco dotati: “Le scuole secondarie (e specialmente quelle di secondo grado) a forte concentrazione o a maggioranza straniera registrano una bassa frequenza di ragazzi nati in Italia – osserva Colombo – che possono manifestare problemi di integrazione, non solo sul piano scolastico, ma anche linguistico, familiare, socio-lavorativo, ecc. Si tenga anche presente che la composizione multietnica delle scuole secondarie di secondo grado è dovuta in larga misura a processi di selezione sociale non casuale bensì orientata dal bisogno degli allievi stranieri di un percorso formativo professionalizzante, a cui fa riscontro la minore probabilità di accoglienza e di successo nei percorsi liceali. Si viene così a determinare il rischio, per le scuole secondarie di secondo grado che assorbono una forte domanda di istruzione da parte degli stranieri, di creare delle enclaves di gioventù di origine immigrata. Queste incorrono nella probabilità di rimanere isolate rispetto alla realtà degli autoctoni e lontane dall’idea di una multietnicità equilibrata, nonché dall’obiettivo della piena integrazione. Ne sono un esempio i corsi serali, promossi dagli istituti di istruzione superiore: anche in presenza di un’offerta diversificata di indirizzi di studio (area tecnico-professionale e liceale, con corsi diurni e serali), sovente compaiono tra le scuole a maggioranza straniera.
Gli alunni rom, sinti e camminanti. Un altro interessante capitolo riguarda la rilevazione della frequenza degli alunni rom, sinti e camminanti. E’ questo il capitolo che rileva i dati più “impressionanti”: gli alunni rom iscritti nell’anno scolastico 2011/2012 sono 11.899. E’ il numero più basso degli ultimi cinque anni, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2010/2011. Un vero tracollo, e una evidente denuncia nei confronti degli strumenti di integrazione e scolarizzazione rivolte alle comunità rom: con ogni evidenza poco efficaci. Significativo, tra l’altro, è il calo di iscritti nelle scuole superiori di secondo grado (con una variazione del -26% dal 2007/2008 al 2011/2012) scesi a sole 134 unità di cui 10 in tutto il Nord Ovest. Proprio così: in tutto il nord-ovest, province ricche come quella di Torino, ci sono solo 10 alunni di etnia rom nelle scuole superiori. Ma il calo è generalizzato: -5,7% alle elementari rispetto ai cinque anni precedenti, nelle scuole dell’infanzia -5,8%, mentre risulta leggermente in crescita il numero di iscritti nelle scuole secondarie di primo grado. Con la premessa che il Rapporto prende in esame i dati degli “iscritti” che potrebbero essere diversi dai frequentanti, il quadro diventa ancora più allarmante. Il capitolo del Rapporto dedicato ai rom rivela che la maggiore dispersione avviene tra scuola di primo grado e scuola di secondo grado. E anche qui la province del Nord Ovest sono le più interessanti, perché se da un lato registrano il maggior numero di alunni rom iscritti alle scuole secondarie di primo grado (955), dall’altro si rileva il più basso numero di alunni rom iscritti nel secondo grado (10). Ma pure alcune regioni non scherzano: in Lombardia, a fronte di 527 rom nelle scuole secondarie di primo grado, gli alunni frequentanti quelle di secondo grado nel 2011/2012 siano solamente 4, ovvero in proporzione inferiore ad uno ogni cento rispetto agli studenti nell’ordine di scuola precedente; in Liguria si passa da 54 iscritti alle secondarie di primo grado a 0 nel secondo grado. Ma quali sono le Regioni in cui i rom vanno di più a scuola (dato ovviamente legato alla maggiore presenza di alunni rom)? Le cinque regioni con il numero più alto di alunni rom sono: il Lazio, 2.227; la Lombardia, 1.727; il Piemonte, 1.316; il Veneto, 1.067; la Calabria, 954. (Tab. 5.5 e Figg. 5.1 e 5.2). Lazio, Lombardia, Piemonte sono, negli ultimi cinque anni, stabilmente al primo posto per numerosità. A questo va aggiunto che la percentuale delle bambine e delle ragazze diminuisce con il crescere degli ordini di scuola. Conclusioni? “Sono dati che dimostrano la scarsa efficacia delle politiche di inclusione e di scolarizzazione attuate in Italia negli ultimi anni – scrive Vinicio Ongini del Miur, che ha curato il capitolo – La scolarizzazione dei bambini e ragazzi rom presenta alcuni nodi specifici non affrontati o affrontati in modo insufficiente, ed esasperati, come è scritto nel rapporto Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), Strategia nazionale d’inclusione dei rom, sinti e camminanti, 2012: “Dai livelli di povertà e di analfabetismo ancora assai diffusi nella popolazione rom, dall’emergenza abitativa che contraddistingue molte famiglie e dagli stereotipi negativi diffusi nella percezione dell’opinione pubblica”. Altri problemi – continua Ongini – chiamano direttamente in causa il Ministero dell’Istruzione, quali la mancanza di un quadro di dati sui minori in obbligo di istruzione e dei tantissimi che neanche sono iscritti a scuola, sull’irregolarità della presenza in classe, sugli esiti scolastici, sui molti alunni rom certificati come portatori di disabilità, sull’uso improprio del sostegno come strategia didattica”.
Migranti e crisi: uno sguardo ai dati
La crisi economica che ha messo in ginocchio l’Europa, e ha gettato nel caos l’Italia, ha avuto conseguenze sui flussi migratori in Italia? E di che tipo? Come è cambiata la vita degli immigrati che vivono nel nostro paese? Siamo ancora una meta ambita?
Fare una stima delle persone che, senza un visto, entrano in Italia è ovviamente una cosa molto difficile. E’ pur vero che in questi anni di intensi studi sui fenomeni migratori, qualche strumento statistico è stato messo a punto. Ma è altrettanto vero che la crisi economica è un evento inaspettato e la cui gravità deve ancora essere messa a fuoco. Dire quale effettivo impatto possa aver avuto sulle migrazioni è molto complicato.
Tuttavia alcuni indicatori esistono, limitandosi ai numeri. Uno è, certamente, quello degli sbarchi. L’opinione pubblica è stata abituata a pensare che i migranti arrivino in Italia sui barconi. Non è così (per fortuna loro): le persone costrette a mettere a rischio la propria vita per raggiungere le coste europee sono una minoranza, anche se le drammatiche immagini rilanciate da tutti i media fanno delle frontiere a sud quelle più “calde”. Negli anni passati il numero – in media – delle persone che ogni anno sbarcavano in Italia era di 20 mila persone. Qualche esempio: nel 2007 sono stati 20.165, nel 2006 22.016.Nel 2008 c’era stato un balzo a 36.951 persone arrivate via mare, che aveva creato grande scalpore. Nulla, pero’, in confronto al “record” di 62.692 persone arrivate in Italia attraversando il mare del 2011: un fenomeno legato a una vera e propria rivoluzione che ha scosso dalle fondamenta il mondo arabo, cominciando dalla cacciata del dittatore tunisino Ben Ali nel dicembre del 2010. Le rivoluzioni arabe hanno portato in Italia molti giovani in cerca di un futuro e vogliosi di assaporare un po’ di libertà, compresa la libertà di movimento. Ma, tutto sommato, si è trattato – come dicono i numeri – di poco più del doppio di un “normale” anno di arrivi in un paese considerato dal “sud del mondo” sano, democratico e prospero.
Il problema è che, evidentemente, l’immagine dell’Italia è cambiata: e parecchio. Trovare rifugio in Italia, a costo della vita, evidentemente non ha più molto senso, se poi dall’Italia bisogna comunque provare a transitare verso un altro paese (come vedremo, l’Ismu prova a fare una stima di questi passaggi) europeo, in cerca di un lavoro che permetta di vivere con un minimo di dignità. I dati del Ministero dell’Interno parlano chiaro: nel 2012, dato di crisi più profonda (anche se il 2013, stando le condizioni politiche, potrebbe essere persino peggiore) solo 13.267 persone sono arrivate in Italia via mare. A Lampedusa, come sempre la frontiera più “frequentata”, sono arrivate solo 5.202 persone in tutto l’anno (a fronte, ovviamente, di alcune tragedie del mare che non mancano mai). E’ il dato più basso degli ultimi dieci anni. Una vera cartina tornasole dello stato in cui versa il paese.
E non è il primo anno di recessione. Il “boom” degli sbarchi del 2011 era dovuto esclusivamente alla situazione politica nordafricana, perché a leggere il Rapporto dell’Ismu – Iniziative e studi sulla multietnicità – sul 2011 i segni della crisi c’erano già tutti. Secondo l’Istituto di ricerca milanese, infatti, al 1 gennaio 2012 si contava in Italia una crescita della presenza straniera – compresi i comunitari – di 27 mila unità. L’anno precedente era stata di 69 mila. “L’incremento della popolazione straniera in Italia non è mai stato tanto basso quanto nel 2011”, scrive nell’introduzione del Rapporto Vincenzo Cesareo. Un indizio che questa riduzione di ingressi sia dovuta proprio alla crisi è dimostrata dal fatto che le richieste di ricongiungimento familiare si mantengono più o meno stabili, mentre diminuiscono gli ingressi per lavoro come dice anche l’Istat “nel 2011 gli ingressi per motivi di lavoro si sono ridotti di due terzi rispetto al 2010 mentre quelli per ricongiungimento familiare solamente di un quinto”, scrive ancora Cesareo. L’Ismu fa anche il punto sulla mobilità interna – che chiaramente riguarda anche gli italiani – annotando che è tornata a crescere. “Nel 2011 sono ripresi anche gli spostamenti tra le regioni italiane, generalmente da Sud verso Nord come si è verificato anche nel passato in tempi di crisi: nel 2011 il tasso migratorio interno del Mezzogiorno è sceso al -2,2‰, con punte del -3,7‰ in Campania e del -3,5‰ in Calabria. Al Nord tale indice è invece positivo dell’1,3‰ con punte del 2,3‰ in Trentino Alto Adige e del 2,0‰ in Emilia Romagna”, si legge nel Rapporto. Insomma, si fugge dal Sud, alla ricerca di un posto di lavoro al Nord dove, nonostante la crisi, le possibilità di lavoro sono migliori.
Anche l’annuale Dossier Statistico sull’Immigrazione della Caritas stima, per il 2011, che “il numero complessivo degli immigrati regolari, inclusi i comunitari e quelli non ancora iscritti in anagrafe, abbia di poco superato i 5 milioni di persone alla fine dell’anno, un numero appena più alto di quello stimato lo scorso anno (5.011.000 rispetto a 4.968.000)”.
E’ però proprio il Dossier della Caritas a metterci sull’attenti rispetto alla importanza della componente immigrata nel nostro mercato del lavoro: anche nel 2011, mentre gli occupati nati in Italia sono diminuiti di 75mila unità, gli occupati nati all’estero sono aumentati di 170mila. Attualmente gli occupati stranieri, incluse anche le categorie non monitorate dall’indagine campionaria dell’Istat, sono circa 2,5 milioni e rappresentano un decimo dell’occupazione totale. Nello stesso tempo tra gli stranieri è aumentato il numero dei disoccupati (310mila, di cui 99mila comunitari) e il tasso di disoccupazione (12,1%, quattro punti più in più rispetto alla media degli italiani), mentre il tasso di attività è sceso al 70,9% (9,5 punti più elevato che tra gli italiani). I neocomunitari, che tra i residenti incidono per un quarto, nell’archivio Inail raggiungono quasi un terzo tra i lavoratori nati all’estero occupati come dipendenti e il 40% tra i nuovi assunti del 2011.
Insomma: la crisi ha comportato una frenata negli arrivi, “decimando” gli sbarchi nelle coste sud dell’Italia. Ma il nostro paese continua a essere un paese a forte presenza migratoria, mentre sul fronte politico sembra del tutto scomparso l’argomento, quasi che l’assenza delle immagini in tv da Lampedusa abbia risolto il problema.
| Migranti sbarcati sulle coste italiane. Anni 2011-2012 | |||
| LOCALITA’ | 2011 | 2012 | |
| Lampedusa, Linosa e Lampione | 51.753 | 5.202 | |
| Altre località della provincia di Agrigento | 806 | 551 | |
| Altre località della Sicilia | 4.622 | 2.735 | |
| Puglia | 3.325 | 2.719 | |
| Calabria | 1.944 | 2.056 | |
| Sardegna | 207 | 4 | |
| Lazio | 0 | 0 | |
| Friuli | 35 | 0 | |
| Totale | 62.692 | 13.267 | |
| Fonte: Ministero dell’Interno | |||
8 marzo: che GENERE di crisi?
Sono più istruite degli uomini (il 25,6% delle donne tra i 25 e i 30 possiede una laurea, contro il 16,4% degli uomini), ma faticano ad entrare nel mercato del lavoro (il tasso di attività delle donne italiane è del 50%, 15 punti sotto la media europea del 65%), dove sono spesso destinate alla precarietà, e se osano fare un figlio rischiano di perdere il lavoro.
Si fanno carico del lavoro di cura molto più degli uomini (in media il 20,1% di una giorno feriale, contro il 6,4% degli uomini), e sono sempre meno supportate dallo Stato, i cui tagli alla spesa sociale colpiscono innanzitutto loro.
Poco presenti ai vertici delle amministrazioni pubbliche (il 14% dei presidenti di consiglio comunale è donna, contro il 20,4% degli uomini) e delle imprese (13,9% dirigenti donne, 86,1% uomini), incontrano maggiori difficoltà nel fare carriera.
Sono le donne che, pur essendo state ignorate dai programmi elettorali, saranno presenti nel prossimo Parlamento come mai prima.
In occasione dell’8 marzo Sbilanciamoci! presenta un dossier che fotografa le condizioni di vita delle donne nel contesto della crisi, facendo un viaggio attraverso le statistiche più o meno note sulle relazioni di genere nella società, nel mondo del lavoro e in quello del welfare, cercando, dove i numeri lo consentono, di non dimenticare le donne immigrate.
Ne esce la fotografia di un paese in cui il diritto alle pari opportunità è ben lontano dall’essere garantito.
Sbilanciamoci! suggerisce alcune delle scelte che si potrebbero fare per migliorare da subito la vita quotidiana delle donne: un piano per l’occupazione femminile, estendere le politiche di conciliazione, razionalizzare, riorientare e rifinanziare le politiche sociali, estendere i servizi per l’infanzia e renderli meno costosi, ampliare la rete dei consultori, rafforzare la lotta alle discriminazioni di genere e la rete dei centri antiviolenza.







