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Passpartù on air: ‘Quale accoglienza? Spunti di riflessione sul sistema Italia’

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Come ogni settimana torna Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.
Segnaliamo la nuova puntata:

Quale accoglienza? Spunti di riflessione sul sistema Italia

Il 4 novembre scorso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo affermava, con la sentenza Tarakhel l’inadeguatezza del sistema d’accoglienza italiano. Questa settimana Passpartù inizia una sua indagine su questo mondo con l’aiuto di ospiti e operatori dei centri SPRAR di Roma.

Tra visioni idilliache e scenari catastrofici la percezione che si ha dei centri d’accoglienza per richiedenti asilo è estremamente eterogenea e così mentre c’è chi pensa che ogni immigrato ottenga, grazie al sistema Italia, 800 € al mese per la sua permanenza nel Paese, chi i centri li vive dal di dentro, i migranti appunti, si lamenta di problemi quotidiani come i bagni luridi o l’assenza dei servizi di assistenza psicologica e di mediazione.

Dove sta la verità? Probabilmente, come spesso accade, nel mezzo dato che la stessa Corte europea per i diritti umani prende atto dell’enorme differenza nel livello dell’accoglienza tra i centri italiani per cui, in una stessa città, possono anche convivere esempi pessimi e virtuosi di accoglienza.
Nel frattempo, mentre un omogenizzazione del sistema sembra ancora lontana, nella periferia romana, a Tor Sapienza, è scoppiato in questi giorni un vero e proprio pogrom contro i richiedenti asilo ospitati nel quartiere accusati di essere la causa primaria del degrado del rione così come di una serie di episodi criminali susseguitisi nelle ultime settimane.
Sono tutti questi aspetti che cercheremo di affrontare in questa puntata di Passaprtù che si propone di abbozzare un quadro del sistema d’accoglienza italiano.

Per ascoltare la puntata:

Ospiti della puntata:
Maria Cristina Romano, Avvocato
Laji Yamadou, Ospite di un centro d’accoglienza
Jamali, Operatore di un centro d’accoglienza

Passpartù:
Le voci degli abitanti di Tor Sapienza sono state raccolte dalla redazione del programma durante la manifestazione di martedì 11 Novembre
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

nov
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Passpartù on air: ‘Sfrattati. Cronache di vita dal campo rom di Via Salviati’

sgombero-rom-salviati-1Come ogni settimana torna Passpartù, la trasmissione radiofonica di Amisnet.
Segnaliamo la nuova puntata:

Sfrattati. Cronache di vita dal campo rom di Via Salviati. 

È la mattina del 16 ottobre quando la polizia di Roma Capitale entrano, con una ruspa, nel campo rom di via Salviati a Roma iniziando le operazioni di sgombero dei cosiddetti “rom ricchi” che, a seguito della distruzione dei prefabbricati nei quali vivevano, vengono allontanati dal campo. Ma chi sono questi “rom ricchi”? Passpartù prova a raccontarlo.

Nel campo rom di via Salviati, creato oramai venti anni fa dall’amministrazione Rutelli, in molti vivono con paura un eventuale trasferimento (peggio ancora uno sgombero) e non solo perché tanti qui ci sono cresciuti o addirittura nati, ma perché in tutto questo tempo gli abitanti del campo rom tollerato di via Salviati hanno intessuto relazioni col vicinato e bambini e ragazzi in obbligo scolastico frequentano gli istituti della zona.
Gli sgomberi degli ultimi giorni hanno perciò creato nuove preoccupazioni tra le baracche del campo ma c’è ancora chi sogna, nonostante tutto, che il Comune di Roma assegni ai rom casolari abbandonati o vecchie fabbriche in periferia da recuperare e dalle quali partire per progettare, finalmente, un futuro più certo.

Ospiti della puntata:
Slajan, Abitante del campo di via Salviati
Misada, Abitante del campo di via Salviati
Behara, Abitante del campo di via Salviati
Fabio, Abitante del campo di via Salviati
Marco Brazzoduro, Associazione Cittadinanza e Minoranze

Passpartù:
Il consiglio di lettura di questa settimana è “La tela di Penelope” monitoraggio 2012/2013 sull’attuazione della strategia d’inclusione di rom, sinti e caminanti
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

nov
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Perché demonizzate l’apertheid? (non si supera soglia che Dio non voglia…)

images (5)Si fa fatica, sempre di più, a cercare di ragionare pacatamente su gesti, decisioni, scelte particolarmente delicate. E’ il caso del doppio bus preannunciato dal sindaco di Borgaro.

Se un sito come questo ospita decine e decine di lettere di dissenso ragionato senza un solo insulto rivolto al sindaco, e una intelligente giornalista della Rai ospita uno dei promotori di questa piccola campagna civile, i partecipanti alla discussione vengono qualificati come inadeguati, “buonisti”, e simili fandonie prima ancora che parlino dalla solita email franca tiratrice. Né manca chi, senza discutere le proposte e i ragionamenti presenti in quelle lettere, squalifica sotto le etichette di “moralismo” e “buonismo” persone prima ancora di ascoltarle, e di “astrattezza” la Carta costituzionale stessa, ricordata al sindaco in questione da una esperta come Francesca Rigotti.
Il record della velocità nello squalificare chi si azzarda a proporre di ragionarci sopra lo tocca Gramellini, sulla “stampa” il 24 ottobre

I precedenti: un titolo di cui si è ammesso il carattere “razzista”
“La stampa” per la verità su questri temi dovrebbe cercare di essere un po’ cauta. Qualcuno ricorda ancora cosa scriveva il raffinato quotidiano torinese l’11 dicembre 2011, giorno del corteo finito col rogo del campo rom della Continassa: “Nel mirino l’area della Continassa, dove vivono una cinquantina di rom. «Sappiamo dove si ritrovano. La situazione è insostenibile»”. Il titolo dell’articolo, come scrivemmo allora,
era davvero sbilanciato: “Mette in fuga i due rom che violentano la sorella”. Eppure l’autore, Massimiliano Peggio, avrebbe potuto essere meno perentorio, visto che delle indagini dei Carabinieri scriveva, all’interno dell’articolo: “I militari adesso stanno cercando di ricostruire la vicenda con grande cautela”. Cautela. Chiedemmo: “Perché la prudenza, che è virtù degli investigatori, non viene praticata da chi maneggia dichiarazioni così pesanti? Non bastano tanti precedenti orribili e dolorosi a consigliare di pensarci prima?”
Il giorno dopo, e dopo il rogo, si seppe che della violenza sessuale dei titoli cubitali della Stampa non era vero nulla. Il caporedattore Guido Tiberga intervenne con un breve pezzo, “Il titolo sbagliato”, in cui ammetteva la gravità dell’errore e anzi parlava di “razzismo” (del proprio giornale, intendeva Tiberga).
“Un titolo che non lasciava spazio ad altre possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi, a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi.”
In molti ricordiamo con qualche sgomento queste dichiarazioni di Tiberga, che vengono riprese da Paola Andrisani nell’ultimo rapporto di “Cronache di ordinario razzismo”, alle pp.123-127 da una parte perché l’ammissione di “razzismo” da parte di Tiberga non fu imitata da nessun altro giornale, dall’altra perché le scuse Tiberga le rivolgeva a tutti tranne che alle vittime del pogrom, i rom della Continassa cui erano stati messi a fuoco gli alloggi – e che, subito dopo, vennero esplusi dal campo. Ci sembrava, e ci sembra tuttora, che la meritoria ammissione di Tiberga e della “Stampa” in fondo finisse per confermare la deumanizzazione delle vittime di quel bel gesto. Con pazienza, si conclude, in questi casi: non hanno chiesto scusa ai rom, ma hanno definito “razzista” un proprio titolo. Servirà, in futuro. Non è stato così.

Biondo era e bello
Il 28 settembre 2014 “La Stampa” è stata tra le protagoniste di un altro allarme falso, che ha rischiato di portare a un altro rogo. Anche stavolta, alla cautela degli inquirenti non è corrisposta un’analoga cautela della stampa, e della “Stampa” in particolare.
Ecco il titolo dell’articolo a firma Nadia Bergamini, Gianni Giacomini del 28 settembre, privo di qualsiasi forma di cautela, nonostante tutti i precedenti, e nonostante le scuse esplicite:
Borgaro sotto choc, un uomo tenta di rapire due bimbi di 2 anni sul passeggino

E questo è l’inizio:
“Due bimbi di 2 anni hanno rischiato di essere rapiti, questo pomeriggio a Borgaro, durante la festa patronale. Uno dei due piccoli era sul passeggino, quando un uomo ha cercato di prenderlo in braccio e fuggire. Solo la prontezza del papà di questo bambino – in quell’istante distratto dalla confusione dei festeggiamenti – ha evitato il peggio: «Gli sono corso incontro e l’ho colpito con un pugno». Tutto è avvenuto sotto gli occhi di alcuni testimoni, e la notizia si è sparsa rapidamente. Poco prima lo stesso uomo aveva cercato di prendere in braccio un altro bimbo che si è subito messo a piangere.”
Qui i due cronisti non solo prendono per buona la versione del padre mitomane, non solo eludono i richiami alla cautela, che pure ci sono stati, come si saprà due giorni dopo, ma si inventano “alcuni testimoni” (credibili quanto quelli che avevano visto scappare “gli slavi” la notte di Novi Ligure) , e reduplicano fantasiosamente il tentativo di ratto. Tutto fanno, insomma, tranne che valutare la qualità delle voci, del tutto coincidenti con quanto si sa da anni sulla leggenda metropolitan dei rom che rubano i bambini.

Il giorno dopo, Nadia Bergamini firma il suo pezzo da sola:
“Volevano rapire un bambino di 2 anni 
Un uomo e una donna cercano di portarlo via dal passeggino durante la festa patronale di Borgaro
Enrico – il nome è di fantasia – è un bellissimo bimbo biondo di appena due anni e mezzo di Borgaro, che ieri pomeriggio ha rischiato di essere strappato ai suoi genitori. Strappato e portato chissà dove, come tanti altri bimbi che scompaiono e non si trovano più.  (……) Secondo gli inquirenti il tentativo di rapimento sarebbe stato pianificato. I due malviventi, infatti, si sarebbero appostati, proprio in via Santa Cristina nell’unico tratto aperto al transito delle auto per avere una sicura via di fuga e alle 17, ora in cui solitamente si registra il maggior flusso di folla.”
Qui Bergamini scrive qualcosa di cui non sembra che un redattore le abbia chiesto conto: “Secondo gli inquirenti il tentativo di rapimento sarebbe stato pianificato.” E chi glielo ha detto, a Bergamini? In quelle ore, sembra proprio che gli inquirenti si siano comportati in maniera seria, visionando filmati da cui risultava la totale invenzione dell’evento: possibile che abbiano detto a una cronista: “il tentativo di rapimento è stato pianificato”? sarebbe bello saperlo. La logica tenderebbe a escluderlo, ma tutto è possibile.

Passa un giorno ancora, e veniamo a sapere ( da Gianni Giacomino e Nadia Bergamini):
Bimbo rapito, il papà ha inventato tutto 
La confessione: “Si era perso alla festa, ho avuto paura che mi togliessero la patria potestà”. Aveva anche “riconosciuto” un rom nelle foto segnaletiche: ora è accusato anche di calunnia”
Ci aspetteremmo, se non delle scuse per averci fornito elementi immaginari, almeno qualche cautelosa ammissione di esserci caduti. Non è così: evidentemente i cronisti sono convinti di non avere contribuito alla costruzione sociale del mostro, che a loro avviso percorre altre vie; infatti, scrivono Giacomino e Bergamini: “E così sui social network si è scatenata la caccia al mostro, con dei commenti a sfondo razziale davvero spietati. Con qualcuno che tentava di arginare le posizioni più esasperate, anche ricordando quello che successe due anni fa”.
Qualcuno tentava di arginare le posizioni più esasperate, ma questo non era bastato per essere più cauti nei titoli e nei servizi. La caccia al mostro NON c’entra niente con il titolo (anche) della “Stampa”, ma è confinata ai balordi che fanno “commenti a sfondo razziale davvero spietati”. Giacomini e Bergamini (in questo caso, in altri casi altri cronisti o commentatori) si mostrano preoccupati dei commenti eccessivi; non gli interessa quanto possano avere a che fare con i loro titoli, con l’accreditamento (in cui non sono caduti gli investigatori) di testimoni fasulli, con la duplicazione del rapimento, con le omissioni.
Le omissioni: le indicano senza volerlo Giacomini e Bergamini, quando ricordano che “qualcuno … tentava di arginare le posizioni più esasperate, anche ricordando quello che successe due anni fa”. Tentava, non oggi, ma al passato: e come mai i due cronisti ne tengono conto solo oggi, e non due giorni fa e ieri? Due anni fa (tre per l’esattezza) il redattore della “Stampa” ammise una mancanza di cautela che aveva portato, diceva lui, a “un titolo razzista”. Era invece innocente il titolo di due giorni prima? Solo perché non c’era scritto “rom”, ma c’era tutto il resto degli ingredienti della leggenda sugli zingari che rubano i bambini? E’ questo, che si è imparato dal mea culpa di Tiberga di tre anni fa? Come se il razzismo fosse un virus, che colpisce inaspettato le intenzioni, le anime delle persone, e non un fenomeno sociale che molto deve all’effetto di una serie combinata di discorsi, più e meno accreditati. E alle campagne di panico morale, cui sarebbe bene non accodarsi anche quando non richiamano nei titoli i presunti (perchè leggendari) autori.
Lo stesso giorno, il terzo, su “Repubblica” ci sono informazioni minime ma interessanti ;
veniamo infatti a sapere che “Il magistrato ha lodato l’operato dei carabinieri “che in sole 24 ore sono arrivati alla verità” e ha avvertito: “Serve calma, cautela e professionalità nel dare la notizia altrimenti si rischia un effetto boomerang”. ”La professionalità nel dare la notizia”, invocata dal magistrato, è una frase che non viene riportata sulla “Stampa”. Chissà come mai è stata ritenuta irrilevante, meno rilevante dei capelli biondi del bambino mai rapito.
Sollevato, ci dice “Repubblica”, anche il sindaco di Borgaro Claudio Gambino: “Il mio primo pensiero – dice – è quello di ringraziare i miei concittadini. C’è stato davvero il forte rischio che sull’onda dell’isteria collettiva potessero svilupparsi degenerazioni violente come successo alla Continassa due anni fa. Invece gli abitanti di Borgaro hanno saputo tenere i nervi saldi.”
Tutti contenti e pacificati. Ma stavolta non si chiede scusa, né tanto meno la si chiede ai rom sospettati, additati, accusati, “visti rapire”. Non c’è stato nessun tentativo di rapimento, dice con sollievo il sindaco. Ma c’è stata una pratica che conduceva alla psicosi collettiva, un cedimento al gusto del panico. Non si può chiedere più cautela a chi ha contribuito a cercare di rivitalizzare la leggenda metropolitana dello zingaro rapitore di bambini biondi? “Un genio”, assicurano Giacomino e Bergamini del padre che si è inventato tutto. E loro? Quanto si sono attenuti, loro, rispetto alle informazioni degli inquirenti, alla cautela che la tipologia del presunto fattaccio avrebbe dovuto imporre?

Che novità: vogliono Barabba libero!
Ritroviamo la medesima giornalista della “Stampa”, pochi giorni fa, dopo la dichiarazione del sindaco di Borgaro protagonista di un cosiddetto sondaggio, dal titolo
Sondaggio: Bus separati per i rom: siete d’accordo con la decisione del comune di Borgaro?

Prevedibile il plebiscito: la stragrande maggioranza di chi risponde è per il sì. Come nella scelta tra Cristo e Barabba (a proposito: chi ha vinto, quella volta?), o per la morte di Socrate, o per assistere al rogo di Giordano Bruno, si costituiscono velocemente resse e maggioranze su poche parole, non c’è bisogno di informarsi, si clicca in un attimo e senza esporsi a quei seccatori che ci vogliono ragionare sopra: anzi, li si mette a tacere, con un click. “Buonisti” e pusillanimi, se li tengano loro in casa, quei ladruncoli (e rapitori di bambini soprattutto biondi, come quello descritto da Bergamini tre settimane fa).

Una trovata linguistica: l’apartheid non razziale ma anti-illegale

E’ in queste ore che si muove Gramellini con un pezzo di cui è da condividere la pointe finale, sia per il suo senso civico che per le molte e varie implicazioni: “uno Stato dovrebbe provare a riunire le persone: in nome della legge. Smettendo di ignorare chi non la rispetta”; ma una conclusione così sensata convive con varie affermazioni preoccupanti.
Scrive Gramellini: “Di fatto la prima (linea n.69, ndr)  servirà i cittadini integrati e la seconda i nomadi. Un apartheid non legato a pregiudizi razziali ma a comportamenti illegali.” Lasciamo stare l’opposizione integrati-nomadi, su cui sarà bene però riflettere  altrove. Lasciamo stare il fatto che si chiamano “nomadi” cittadini stanziali, secondo un presunto eufemismo che da un ventennio viene indicato come uno stigma evitabile. E lasciamo stare il fatto che se volessimo discriminare nell’uso dei bus individui che vivono nell’illegalità meglio sarebbe istituire un servizio di taxi per tutti. Ma chi ha detto a Gramellini che legare l’apartheid (da lui ammesso) a “comportamenti illegali” attribuiti a tutt’intera una popolazione, qui definita nomade, possa esentare da “pregiudizi razziali”? Il problema del pregiudizio razziale, in questi casi, non riguarda tanto le intenzioni di chi decide (oltretutto, dal Ser Ciappelletto di Boccaccio in qua dovremmo avere imparato che le vicende e le sorti dell’anima non ci sono trasparenti), quanto gli effetti di ciò che viene deciso, che oltretutto hanno il vantaggio di essere analizzabili; per cui le intenzioni e le motivazioni spesso sono chiamate in causa per distrarre dagli effetti. Può darsi che ci sia chi rozzamente attribuisca  al sindaco di Borgaro, e a chi è d’accordo con lui, come Gramellini dichiara di essere, pregiudizi razziali. Ma dialettizzarsi con queste semplificazioni è una mossa diversiva.  Il punto è un altro, e lo ha esposto, mi pare, nitidamente Anna Scacchi in una delle lettere spedite al sindaco di Borgaro e pubblicate su Cronache: vedi quiil razzismo di una legge o scelta o delibera non si valuta nelle  intenzioni ma negli effetti. Se una legge apparentemente neutrale, o cosiddetta colorblind, ha un impatto negativo su un gruppo etnico, allora quella legge ha un contenuto razzista di cui tenere  conto.
E’ questa, la preoccupazione di molte persone, come scriveva sempre Anna Scacchi:
La segregazione sempre acuisce i conflitti, radicalizza le  differenze e fa aumentare gli episodi di razzismo, proprio ciò che mi pare lei si augura di  sconfiggere.
Gramellini si guarda bene dal confrontarsi con queste posizioni, e insiste invece sulle motivazioni, che è meglio non demonizzare: “mi guardo bene dal demonizzarne le motivazioni”.  Non si tratta di un ragionamento peregrino: anzi, è del tutto prevedibile; cioè banale, come ci ha insegnato a riconoscere la migliore epistemologa  del secolo appena finito. Il punto mi pare proprio questo. Che ce ne facciamo di una argomentazione banale, di un riflesso prevedibile, per affrontare una discussione delicata, dai complessi effetti pratici?
Capita sempre più spesso che  chi con la massima urbanità muove osservazioni, domande e dubbi su scelte delicate, venga richiamato a non demonizzare le persone che quelle scelte fanno, o addirittura, come qui fa Gramellini, le loro motivazioni. Se c’è chi si guarda dal demonizzare le motivazioni, segno è che per lui trattasi di tentazione diffusa e pericolosa. Ma così si preferisce ipotizzare avversari e interlocutori banali, e si gioca a dividere il mondo tra chi demonizza e chi no: cosa che sarebbe ridicola, se ci fosse da ridere.

Responsabilità giuridiche attribuite a una costruzione simbolica
E’ però con l’affermazione successiva, che Gramellini  sembra non volersi soffermare a rispettare, se non le leggi (come ipotizza chi lo ha denunciato  per istigazione all’odio razziale: vedi qui)
per lo meno il buon senso e la plausibilità. Ecco cosa scrive il corsivista del quotidiano di Torino:
“Le leggi valgono per tutti ed è inaccettabile che la comunità rom si arroghi il diritto di violarle con sistematicità, adducendo il rispetto di tradizioni che giustificano il furto e l’accattonaggio infantile.”
Qui si succedono una figura retorica subdola e un’affermazione non provata, per attaccare una popolazione intera. Si personalizza una presunta “comunità rom”, attribuendole dichiarazioni e pretese odiose: nientemeno che di arrogarsi esplicitamente il diritto di violare sistematicamente le leggi, adducendo (sempre esplicitamente) tradizioni che giustificano il furto, etc. Altro che demonizzazione! Ma da quando in qua si accetta che si dica che un insieme costruito mentalmente e personalizzato si arroga dei diritti? E quand’è che Gramellini ha assistito a questa presa di posizione della “comunità Rom”? Trattandosi di un’accusa particolarmente grave, la può provare? Può portare qualcuno sul banco dei testimoni, che non sia  un’attribuzione di senso comune, cioè di livello assai basso e perciò condivisibile dai più per la sua banalità (evviva Barabba!), ma non provabile giuridicamente?
E’ su questa base, che Gramellini, pur consapevole del fatto che “la soluzione adottata sembra l’ennesima pezza appoggiata sopra la ferita: più per non vederla che per guarirla davvero”, si accoda alla tendenza a giudicare gli individui secondo elementi ascrittivi, tarati da immobilità fatale e gravati da vizi civili insuperabili: caratteri che renderebbero vana quella responsabilità di unire le persone da parte dello Stato, riconosciuta poco dopo.
Da anni, vediamo giornalisti rendersi responsabili di “poca professionalità nel dare le notizie”, come direbbe il magistrato piemontese. Tanti, spesso e con effetti devastanti sulla vita civile di questo sfortunato paese. Ma non ci salta in mente di scrivere che “la comunità dei giornalisti si arroga il diritto di violare con sistematicità il buon senso e i suoi doveri professionali, adducendo il rispetto di tradizioni che giustificano la stigmatizzazione e la discriminazione su basi razziali”. Non stiamo qui a raccontare favole. Ci guida la convinzione che se noi ci atteniamo al rispetto della logica e dell’umanità altrui, anche chi si è sbagliato prima o poi se ne accorgerà. Nonostante le debolezze, le incapacità, gli opportunismi, le pusillanimità che intridono – a quanto pare – la società in cui viviamo.-

ott
31

Rights are not an expense: english summary!

rightsPubblichiamo una sintesi in inglese delle informazioni e dei dati emersi nei rapporti Costi disumani, Segregare costa, I diritti non sono un costo, curati da Lunaria nell’ambito della campagna I diritti non sono un costo. 

Rights are not an expense campaign: find here the english summary, containing data and informations revealed by the dossier Inhuman cost, Segregation at a price, Rights are not an expense, edited by Lunaria.

Download the pdf document

ott
31

Passpartù on air: ‘Rimpatri illegali. Le procedure disumane di Italia e Spagna’

passSegnaliamo la nuova puntata di Passpartù, trasmissione radiofonica di Amisnet.

Rimpatri illegali: le procedure disumane di Italia e Spagna

È il 2009 quando l’avvocato Alessandra Ballerini presenta un ricorso alla Corte Europea di Strasburgo contro i respingimenti illegittimi dei migranti arrivati nei porti italiani dell’Adriatico e provenienti dalla Grecia. Dopo cinque anni, quando finalmente la sentenza arriva, a qualche centinaio di chilometri di distanza, a Melilla, qualcosa di simile continua ad accadere.

 Ecco allora che mentre i media guardano ai nuovi sbarchi in Sicilia, poco più in là a Bari, Ancona, Venezia, così come nell’enclave spagnola di Melilla, centinaia di persone vengono respinte illegalmente, ogni giorno, in Grecia o in Marocco, lontani dalla vista e lontani dal cuore.

E mentre l’Europa, nobel per la pace, spende per un verso fiumi di inchiostro dall’alto delle sue Corti per chiedere agli Stati membri il rispetto dei diritti umani, dall’altra parte un altro fiume scorre, sempre per merito dell’Unione, è il fiume di denaro che serve a finanziare le missioni Frontex nei porti italiani dell’Adriatico o le alte recinzioni di Melilla, proprio quelle aree dove il rispetto dei diritti umani viene messo da parte in nome di una ipotetica salvezza da un’invasione inesistente, un fenomeno che sarebbe più normale e coerente chiamare, semplicemente, migrazione.

Ospiti della puntata:
Alessandra Ballerini, Avvocato Terres des Hommes
Sara Creta, Giornalista

Passpartù:
Le storie di viaggio lette in puntata sono contenute nel rapporto Turned away di Human Rights Watch
Il canto dei migranti utilizzato in trasmissione è stato registrato da Sara Creta
Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli
Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

ott
28

Passpartù on air!

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Da questa settimana Cronache di ordinario razzismo ospita Passpartù, storico programma settimanale dell’agenzia radiofonica AMISnet. Da anni Passpartù dà voce a tutti coloro che vivono o attraversano l’Europa in cerca di una vita migliore. Sempre attenta a raccontare le condizioni di vita e le politiche di accoglienza rivolte ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici, la trasmissione segue le rotte nel Mediterraneo, accende i microfoni nei luoghi di lavoro dove la manodopera è prevalentemente di origine straniera, dà voce alle comunità rom, sinti e camminanti. Quest’anno la trasmissione darà anche largo spazio alle seconde generazioni, figli di migranti nati in Italia, portatori di nuove, complesse, ricche esperienze e identità.

Ogni settimana daremo spazio alla trasmissione, ascoltabile online.

Puntata del  24 ottobre 2014
Fiumi di parole. Saggi e albi illustrati per raccontare le migrazioni
Dal Salone dell’Editoria Sociale di Roma vengono nuovi suggerimenti e stimoli per interpretare il mondo delle migrazioni. 
Dal “Terzo libro bianco sul razzismo in Italia” fino agli albi illustrati di Armin Greder, i racconti di viaggio, le storie degli sbarchi, gli episodi di discriminazione diventano il fulcro dal quale partire per comprendere il presente. Sfogliando il “Terzo libro bianco sul razzismo in Italia” a colpirci sono immediatamente una serie di episodi discriminatori che speravamo confinati in tempi lontani.
Continua a leggere…

ott
23

Cronache di ordinario razzismo. Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia

CopertinaA distanza di quasi tre anni dal Secondo Libro Bianco, l’associazione Lunaria ripercorre le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese; questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste.

Proseguendo il lavoro avviato nel 2007, il testo racconta le discriminazioni e le violenze razziste quotidiane che attraversano i comportamenti sociali, i discorsi della politica, gli interventi delle istituzioni e i messaggi dei media, grazie all’analisi di duemilacinquecentosessantasei casi di discriminazioni e violenze razziste documentati in un database on-line tra l’1 settembre 2011 e il 31 luglio 2014. Casi di razzismo che riguardano tutti gli ambiti della società: perchè lo spazio del razzismo quotidiano non ha confini e gli anticorpi culturali, sociali, politici e istituzionali per restringerlo sono ancora del tutto insufficienti e inadeguati.

Il lavoro di Luna­ria si pone que­sto obiet­tivo: il Terzo Libro Bianco, concepito come uno strumento di lavoro a disposizione di tutte e tutti, vuole contribuire alla (ri)costruzione di una cul­tura dif­fusa dell’eguaglianza, basata sulla conoscenza, sul confronto, sull’analisi.

Contributi di: Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Guido Caldiron, Serena Chiodo, Daniela Consoli, Giuseppe Faso, Grazia Naletto, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Maurizia Russo Spena, Duccio Zola.

Per scaricare l’intero testo del Terzo libro bianco clicca qui
Qui le precedenti edizioni

ott
01

Migrazioni, conflitti e colpevoli omissioni

images (4)A un anno dalla strage del 3 ottobre 2013, in cui 368 persone morirono al largo delle coste di Lampedusa, sono molte le ricorrenze orientate alle memoria, al ricordo e alla commemorazione. Momenti importanti per non dimenticare: ma di stragi, purtroppo, ce ne sono state molte altre.
Mentre il mondo versa in quella che l’Unhcr ha definito “un’emergenza umanitaria senza precedenti“, l’Europa continua a fortificare le frontiere, impedendo di fatto alle persone di godere del diritto all’asilo e alla protezione internazionale: una coazione a ripetere sicuritaria, destinata a provocare altre migliaia di vittime in mare, favorire chi ancora oggi in Italia torna a proporre di usare le armi per difendere i propri confini, e alimentare la propaganda capziosa e strumentale nazionalista e xenofoba che sembra dilagare in ogni angolo dell’Europa. Lo scrive Grazia Naletto in Migrazioni, conflitti e colpevoli omissioni.
Il testo è tratto da Cronache di ordinario razzismo. Terzo Libro bianco sul razzismo in Italia, testo in corso di pubblicazione a cura di Lunaria.
Ne proponiamo qui la lettura.

 

lug
24

Medu: lo sfruttamento dei braccianti nella “California d’Italia’

eboliE’ stata definita la “California d’Italia” per la ricchezza, la varietà e l’eccellenza dei prodotti della sua agricoltura. Il recente studio Piana del Sele – Eboli: lo sfruttamento dei braccianti immigrati (e non solo) nella “California d’Italia” di Medici per i Diritti Umani (Medu) si addentra però nelle condizioni di chi è impiegato nelle attività agricole di quei 500 chilometri quadrati di terreno fertile che si estende a sud di Salerno, a Piana del Sele.
Secondo una stima si tratta per il 60-80 % di lavoratori migranti. Il loro arrivo è da collocarsi intorno agli anni Novanta e si è intensificato in seguito alla contrazione dell’offerta della manodopera locale. Il sistema di grave sfruttamento ed emarginazione sociale ha resistito allo smantellamento del ghetto di San Nicola Varco, avvenuto nel 2009, che accoglieva oltre mille braccianti immigrati nei picchi stagionali. Da allora sono mutate le condizioni abitative, sono migliorate le condizioni igienico-sanitarie, è aumentato il numero di migranti in possesso di un regolare permesso di soggiorno ma dalle testimonianze e dai dati raccolti emerge che continuano a perpetuarsi caporalato, pratiche fraudolente, retribuzioni inferiori al salario minimo, irregolarità contributive, vendita di falsi contratti di lavoro, scarso accesso alle cure e al Servizio Sanitario Nazionale.

L’intervento di Medu
Nel gennaio 2014 Medu (Medici per i Diritti Umani) ha avviato il progetto “TERRAGIUSTA. Contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura” in collaborazione con l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre.
Nei mesi di maggio e giugno, un team di Medu ha intervistato 177 lavoratori migranti e prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 133 persone, attraverso l’ambulatorio mobile che rientra nel progetto Terragiusta e che ha operato presso la sede FLAI/CGIL di Santa Cecilia (Eboli) e lungo la litoranea Salerno-Paestum (zona di Campolongo). Gli intervistati sono soprattutto uomini con un’età media di 35-36 anni, impiegati in agricoltura, provenienti dal Marocco e titolari di un regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il lavoro, lo sfruttamento e l’illegalità
Il 62% dei lavoratori stranieri in possesso di un contratto di lavoro (il 75%) ha dichiarato di percepire una paga giornaliera di 30 euro al giorno (a fronte dei 48 euro previsti dai contratti collettivi vigenti) e il 64% ha affermato di vedersi riconosciuto un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte (il 17% ha dichiarato di non sapere se ha ricevuto versamenti contributivi mentre il 19% non ha risposto alla domanda). Il 12% dei migranti in possesso di un contratto di lavoro ha ammesso il ricorso al caporalato. Si rileva come il modello di agricoltura presente sia ancora basato sullo sfruttamento dei braccianti immigrati e sul caporalato anche in presenza di un regolare contratto di lavoro, presentando poche differenze in termini di adeguatezza salariale rispetto al lavoro nero. Si evidenzia come tale modello sia strutturalmente definito e faccia leva sulla paura e sulla condizione di vulnerabilità dei migranti: buste paga fittizie, vendita di falsi contratti di lavoro che possono arrivare a costare fino a 6000 euro in concomitanza ai decreti flussi stagionali, compravendita dei contratti utili al rinnovo del permesso di soggiorno.

La salute e la mancata integrazione
Le condizioni di salute dei braccianti sono strettamente dipendenti da quelle lavorative e sociali. Alle patologie propriamente conseguenti al tipo di lavoro svolto (allergiche, cutanee e dell’apparato muscolo-scheletrico) si aggiunge il mancato accesso al Servizio Sanitario Nazionale e alle cure. Dal Rapporto emerge che «il 15,6% dei lavoratori intervistati ha affermato di entrare in contatto diretto o indiretto con fitofarmaci e, nell’80% dei casi, di non fare uso della mascherina protettiva. Inoltre l’86% dei braccianti, pur utilizzando presidi di sicurezza come guanti e scarpe, è obbligato in quattro casi su cinque a procurarseli autonomamente poiché non gli vengono forniti, come sarebbe d’obbligo, dal datore di lavoro». Anche le condizioni abitative, pur avendo superato la conformazione del ghetto, rivelano la persistenza dell’esclusione e dell’isolamento.

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Il dovere di integrarsi. Cittadinanze oltre il logos multiculturalista

download (1)Recensione de Il dovere di integrarsi. Cittadinanze oltre il logos multiculturalista, a cura di Russo Spena M., Carbone V. (Armando Editore, Roma, 2014).

I curatori del libro motivano la scelta percorsa, quella di un’analisi critica dell’ “Accordo di Integrazione” entrato in vigore nel 2012, evidenziando che esso implica e comporta un «accesso differenziato ai diritti» e che la sua introduzione è l’esito di un percorso che ha escluso i migranti. Secondo Carbone e Russo Spena l’ “Accordo di integrazione” si colloca nel più ampio panorama di proposte e di interventi sociali ispirati a modelli neoassimilatori e monodirezionali.
Il “dovere di integrarsi”, secondo i termini previsti dalla legge, è la dimostrazione a cui il migrante deve sottoporsi, attraverso un sistema di crediti da conseguire, per dare prova delle proprie capacità e conoscenze – a partire da quelle linguistiche ma anche morali, sociali ed economiche – del vivere nella società di “accoglienza”, nell’ottica di una «responsabilizzazione individuale di tipo punitivo».

L’”integrazione” così intesa rivela il limite di una concezione che riguarda il merito, anziché un processo biunivoco di costruzione dei percorsi di inclusione sociale come definito dalla Comunicazione della Commissione europea “Immigrazione, integrazione e occupazione” nel 2013, e che sottende il disegno di politiche securitarie, di controllo e di esclusione dai diritti di cittadinanza. Ed è proprio il riferimento alla cittadinanza a dover esser riconsiderato poiché, per come si è storicamente istituito, stabilisce sulla base di un’appartenenza precostituita, in Italia ancora legata alla discendenza “per sangue”, chi può usufruire dei diritti e chi ne resta escluso, come argomentato nel saggio di Enrica Rigo. Il tema della cittadinanza rivela tutta la sua limitatezza attraverso l’adozione di una prospettiva generazionale e in particolare se si considerano le cosiddette “seconde generazioni”, così definite sebbene in molti casi non abbiano mai affrontato un percorso migratorio o non ne conservino alcun ricordo. Monia Giovannetti ripercorre le recenti proposte di riforma della legge sull’acquisizione della cittadinanza da parte dei giovani di origine straniera. L’apprendimento della lingua e la conoscenza di elementi di cultura civica, negli intenti dei promotori dell’Accordo di Integrazione, non sarebbero altro che le condizioni e i requisiti di accesso ad una cittadinanza asimmetricamente intesa come «patto di lealtà» e di «disciplinamento sociale», come spiegano Giuseppe Faso e Alan Pona.

I diversi contributi di cui si compone il libro analizzano da differenti prospettive la traduzione in chiave discriminatoria della retorica improntata sul discorso multiculturalista dell’alterità e dell’integrazione silenziosa. Michele Colucci sottolinea la necessità di una relazione tra le memorie della migrazione e i modelli di integrazione proposti. Andrea Priori decostruisce il dispositivo che regola il Piano per l’Integrazione e che ricorre a concetti mistificatori di volta in volta utilizzati con significati contraddittori secondo finalità di mantenimento di forme di dominio e di modelli di esclusione. La “comunità”, ad esempio, viene prima considerata come fattore di svantaggio o di conflitto e poi come unità di coesione e di facilitazione dell’accesso al welfare. Nazzarena Zorzella offre un’analisi dell’impianto normativo che regola l’Accordo di Integrazione in Italia mentre Enrico Cesarini confronta la situazione italiana con le esperienze di altri paesi europei. Sul confronto tra le esperienze europee sotto l’aspetto della formazione linguistica si sofferma invece Paola Berbeglia nell’ultimo capitolo, presentando possibili sviluppi e opportunità a partire dalla valorizzazione delle lingue. La Carta dei Valori della Cittadinanza e dell’Integrazione del 2007, attraverso la tracciabilità di un’alterità integrabile e di una identità nazionale rilevate da Roberta Denaro nel suo saggio, sembra rappresentare l’inizio di una intenzionalità coerente a quella che sarà più esplicitamente sancita cinque anni dopo con l’Accordo.

Come ricordano Maurizia Russo Spena e Vincenzo Carbone «mentre il lessico insistente dell’”integrazione” allude a dispositivi di disciplinamento, i “porosi” percorsi di “integrazione” sono, piuttosto, da interpretare come campo di tensione, negoziazione e conflitto tra la “nominazione autoritaria”, le politiche di controllo e segregazione (anche fisica) e la produzione di pratiche di “resistenza”, di “atti di cittadinanza” volti a conquistare e rappresentare nuovi diritti nello spazio globale».