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Migrazioni, conflitti e colpevoli omissioni

images (4)A un anno dalla strage del 3 ottobre 2013, in cui 368 persone morirono al largo delle coste di Lampedusa, sono molte le ricorrenze orientate alle memoria, al ricordo e alla commemorazione. Momenti importanti per non dimenticare: ma di stragi, purtroppo, ce ne sono state molte altre.
Mentre il mondo versa in quella che l’Unhcr ha definito “un’emergenza umanitaria senza precedenti“, l’Europa continua a fortificare le frontiere, impedendo di fatto alle persone di godere del diritto all’asilo e alla protezione internazionale: una coazione a ripetere sicuritaria, destinata a provocare altre migliaia di vittime in mare, favorire chi ancora oggi in Italia torna a proporre di usare le armi per difendere i propri confini, e alimentare la propaganda capziosa e strumentale nazionalista e xenofoba che sembra dilagare in ogni angolo dell’Europa. Lo scrive Grazia Naletto in Migrazioni, conflitti e colpevoli omissioni.
Il testo è tratto da Cronache di ordinario razzismo. Terzo Libro bianco sul razzismo in Italia, testo in corso di pubblicazione a cura di Lunaria.
Ne proponiamo qui la lettura.

 

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Medu: lo sfruttamento dei braccianti nella “California d’Italia’

eboliE’ stata definita la “California d’Italia” per la ricchezza, la varietà e l’eccellenza dei prodotti della sua agricoltura. Il recente studio Piana del Sele – Eboli: lo sfruttamento dei braccianti immigrati (e non solo) nella “California d’Italia” di Medici per i Diritti Umani (Medu) si addentra però nelle condizioni di chi è impiegato nelle attività agricole di quei 500 chilometri quadrati di terreno fertile che si estende a sud di Salerno, a Piana del Sele.
Secondo una stima si tratta per il 60-80 % di lavoratori migranti. Il loro arrivo è da collocarsi intorno agli anni Novanta e si è intensificato in seguito alla contrazione dell’offerta della manodopera locale. Il sistema di grave sfruttamento ed emarginazione sociale ha resistito allo smantellamento del ghetto di San Nicola Varco, avvenuto nel 2009, che accoglieva oltre mille braccianti immigrati nei picchi stagionali. Da allora sono mutate le condizioni abitative, sono migliorate le condizioni igienico-sanitarie, è aumentato il numero di migranti in possesso di un regolare permesso di soggiorno ma dalle testimonianze e dai dati raccolti emerge che continuano a perpetuarsi caporalato, pratiche fraudolente, retribuzioni inferiori al salario minimo, irregolarità contributive, vendita di falsi contratti di lavoro, scarso accesso alle cure e al Servizio Sanitario Nazionale.

L’intervento di Medu
Nel gennaio 2014 Medu (Medici per i Diritti Umani) ha avviato il progetto “TERRAGIUSTA. Contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura” in collaborazione con l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre.
Nei mesi di maggio e giugno, un team di Medu ha intervistato 177 lavoratori migranti e prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 133 persone, attraverso l’ambulatorio mobile che rientra nel progetto Terragiusta e che ha operato presso la sede FLAI/CGIL di Santa Cecilia (Eboli) e lungo la litoranea Salerno-Paestum (zona di Campolongo). Gli intervistati sono soprattutto uomini con un’età media di 35-36 anni, impiegati in agricoltura, provenienti dal Marocco e titolari di un regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il lavoro, lo sfruttamento e l’illegalità
Il 62% dei lavoratori stranieri in possesso di un contratto di lavoro (il 75%) ha dichiarato di percepire una paga giornaliera di 30 euro al giorno (a fronte dei 48 euro previsti dai contratti collettivi vigenti) e il 64% ha affermato di vedersi riconosciuto un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte (il 17% ha dichiarato di non sapere se ha ricevuto versamenti contributivi mentre il 19% non ha risposto alla domanda). Il 12% dei migranti in possesso di un contratto di lavoro ha ammesso il ricorso al caporalato. Si rileva come il modello di agricoltura presente sia ancora basato sullo sfruttamento dei braccianti immigrati e sul caporalato anche in presenza di un regolare contratto di lavoro, presentando poche differenze in termini di adeguatezza salariale rispetto al lavoro nero. Si evidenzia come tale modello sia strutturalmente definito e faccia leva sulla paura e sulla condizione di vulnerabilità dei migranti: buste paga fittizie, vendita di falsi contratti di lavoro che possono arrivare a costare fino a 6000 euro in concomitanza ai decreti flussi stagionali, compravendita dei contratti utili al rinnovo del permesso di soggiorno.

La salute e la mancata integrazione
Le condizioni di salute dei braccianti sono strettamente dipendenti da quelle lavorative e sociali. Alle patologie propriamente conseguenti al tipo di lavoro svolto (allergiche, cutanee e dell’apparato muscolo-scheletrico) si aggiunge il mancato accesso al Servizio Sanitario Nazionale e alle cure. Dal Rapporto emerge che «il 15,6% dei lavoratori intervistati ha affermato di entrare in contatto diretto o indiretto con fitofarmaci e, nell’80% dei casi, di non fare uso della mascherina protettiva. Inoltre l’86% dei braccianti, pur utilizzando presidi di sicurezza come guanti e scarpe, è obbligato in quattro casi su cinque a procurarseli autonomamente poiché non gli vengono forniti, come sarebbe d’obbligo, dal datore di lavoro». Anche le condizioni abitative, pur avendo superato la conformazione del ghetto, rivelano la persistenza dell’esclusione e dell’isolamento.

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Il dovere di integrarsi. Cittadinanze oltre il logos multiculturalista

download (1)Recensione de Il dovere di integrarsi. Cittadinanze oltre il logos multiculturalista, a cura di Russo Spena M., Carbone V. (Armando Editore, Roma, 2014).

I curatori del libro motivano la scelta percorsa, quella di un’analisi critica dell’ “Accordo di Integrazione” entrato in vigore nel 2012, evidenziando che esso implica e comporta un «accesso differenziato ai diritti» e che la sua introduzione è l’esito di un percorso che ha escluso i migranti. Secondo Carbone e Russo Spena l’ “Accordo di integrazione” si colloca nel più ampio panorama di proposte e di interventi sociali ispirati a modelli neoassimilatori e monodirezionali.
Il “dovere di integrarsi”, secondo i termini previsti dalla legge, è la dimostrazione a cui il migrante deve sottoporsi, attraverso un sistema di crediti da conseguire, per dare prova delle proprie capacità e conoscenze – a partire da quelle linguistiche ma anche morali, sociali ed economiche – del vivere nella società di “accoglienza”, nell’ottica di una «responsabilizzazione individuale di tipo punitivo».

L’”integrazione” così intesa rivela il limite di una concezione che riguarda il merito, anziché un processo biunivoco di costruzione dei percorsi di inclusione sociale come definito dalla Comunicazione della Commissione europea “Immigrazione, integrazione e occupazione” nel 2013, e che sottende il disegno di politiche securitarie, di controllo e di esclusione dai diritti di cittadinanza. Ed è proprio il riferimento alla cittadinanza a dover esser riconsiderato poiché, per come si è storicamente istituito, stabilisce sulla base di un’appartenenza precostituita, in Italia ancora legata alla discendenza “per sangue”, chi può usufruire dei diritti e chi ne resta escluso, come argomentato nel saggio di Enrica Rigo. Il tema della cittadinanza rivela tutta la sua limitatezza attraverso l’adozione di una prospettiva generazionale e in particolare se si considerano le cosiddette “seconde generazioni”, così definite sebbene in molti casi non abbiano mai affrontato un percorso migratorio o non ne conservino alcun ricordo. Monia Giovannetti ripercorre le recenti proposte di riforma della legge sull’acquisizione della cittadinanza da parte dei giovani di origine straniera. L’apprendimento della lingua e la conoscenza di elementi di cultura civica, negli intenti dei promotori dell’Accordo di Integrazione, non sarebbero altro che le condizioni e i requisiti di accesso ad una cittadinanza asimmetricamente intesa come «patto di lealtà» e di «disciplinamento sociale», come spiegano Giuseppe Faso e Alan Pona.

I diversi contributi di cui si compone il libro analizzano da differenti prospettive la traduzione in chiave discriminatoria della retorica improntata sul discorso multiculturalista dell’alterità e dell’integrazione silenziosa. Michele Colucci sottolinea la necessità di una relazione tra le memorie della migrazione e i modelli di integrazione proposti. Andrea Priori decostruisce il dispositivo che regola il Piano per l’Integrazione e che ricorre a concetti mistificatori di volta in volta utilizzati con significati contraddittori secondo finalità di mantenimento di forme di dominio e di modelli di esclusione. La “comunità”, ad esempio, viene prima considerata come fattore di svantaggio o di conflitto e poi come unità di coesione e di facilitazione dell’accesso al welfare. Nazzarena Zorzella offre un’analisi dell’impianto normativo che regola l’Accordo di Integrazione in Italia mentre Enrico Cesarini confronta la situazione italiana con le esperienze di altri paesi europei. Sul confronto tra le esperienze europee sotto l’aspetto della formazione linguistica si sofferma invece Paola Berbeglia nell’ultimo capitolo, presentando possibili sviluppi e opportunità a partire dalla valorizzazione delle lingue. La Carta dei Valori della Cittadinanza e dell’Integrazione del 2007, attraverso la tracciabilità di un’alterità integrabile e di una identità nazionale rilevate da Roberta Denaro nel suo saggio, sembra rappresentare l’inizio di una intenzionalità coerente a quella che sarà più esplicitamente sancita cinque anni dopo con l’Accordo.

Come ricordano Maurizia Russo Spena e Vincenzo Carbone «mentre il lessico insistente dell’”integrazione” allude a dispositivi di disciplinamento, i “porosi” percorsi di “integrazione” sono, piuttosto, da interpretare come campo di tensione, negoziazione e conflitto tra la “nominazione autoritaria”, le politiche di controllo e segregazione (anche fisica) e la produzione di pratiche di “resistenza”, di “atti di cittadinanza” volti a conquistare e rappresentare nuovi diritti nello spazio globale».

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Mare Monstrum

09Sbilanciamo_l_Europa_21_03_2014-1_mediumIl Consiglio Europeo che si riunisce a Bruxelles Giovedì 26 e venerdì 27 giugno tornerà a discutere di migrazioni e asilo. Le anticipazioni sulla bozza di documento finale non lasciano molte speranze sul cambiamento di approccio sinora seguito sia a Bruxelles che a Roma. La proposta chiave che il Governo italiano porterà a Bruxelles è quella del potenziamento dell’agenzia Frontex che ha il compito di rendere più efficiente il controllo delle frontiere europee. (più info qui).

Come ciò possa proteggere maggiormente le persone che hanno bisogno di cercare una protezione in Europa resta oscuro ai più. Così come è come minimo discutibile che siano conciliabili compiti di sorveglianza, controllo e lotta alle migrazioni “irregolari” con l’esigenza di garantire soccorso alle persone che si trovano in difficoltà nel Mediterraneo.
Eppure, la possibilità di migliorare la situazione attuale ci sarebbe, prendendo in considerazione le indicazioni di associazioni e enti che da anni si battono per la garanzia dei diritti dei migranti, dei profughi e dei richiedenti asilo.
Riproponiamo la lettura degli approfondimenti presenti in Mare Monstrum, il numero 9 dell’inserto Sbilanciamo l’Europa! curato dalla redazione di Sbilanciamoci.info e in edicola il venerdì con il quotidiano Il Manifesto.

I salvati e i sommersi
(Grazia Naletto)
Il lavoro non emigra (Enrico Pugliese)
Rosarno e l’Inghilterra di Marx (Teresa Pullano)
Alle frontiere d’Europa, 16 mila vittime in vent’anni (Claire Rodier), Ingressi limitati, quando il bersaglio sono i cittadini Ue (Anna Maria Merlo)
La «gauche» intollerante e la crisi ideologica francese (Annamaria Rivera)
Sei mosse per cambiare l’agenda migratoria (Grazia Naletto)
Dublino III, cosa cambia (Gianfranco Schiavone)
Grecia, migranti in fuga dalla crisi e da Alba Dorata (Nassos Theodoridis)
Ceuta e Melilla, le Lampedusa d’Europa (Paolo Leotti)

L’intero inserto è disponibile qui: buona lettura!

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Il diritto di difendere i diritti

download (7)Sono online i materiali del convengo Centinelas – Sentinelle. Il diritto di difendere i diritti, tenutosi pochi giorni fa a Milano. 

L’incontro è stato promosso dalla onlus Soleterre con l’obiettivo di raccontare “il lavoro dei difensori dei diritti umani dei migranti centroamericani nell’area più violenta del mondo”. Da anni impegnata in Centro America, soprattutto in progetti per la prevenzione della violenza giovanile, Soleterre ha svolto interventi in favore delle detenute e a sostegno alle famiglie migranti nei Paesi di origine e in quelli di destinazione. Sul tema delle migrazioni la onlus si è soffermata nel report Il cammino della paura, un’analisi precisa delle drammatiche situazioni che le persone devono affrontare nella cosiddetta Ruta del migrante.

Nel 2011, in tutta l’area dell’America Centrale, in Repubblica Dominicana, Messico e America del Nord, Soleterre ha avviato il progetto CAPDEM, una piattaforma per mettere in rete i difensori dei diritti dei migranti: associazioni, gruppi e singoli che si battono per la tutela dei diritti lungo la Ruta del migrante, famosa per la tratta di esseri umani, le violenze e il traffico di droga.

Del progetto CAPDEM fa parte la campagna Sin Nombre, che ha l’obiettivo di informare e sensibilizzare sulle gravissime violazioni dei diritti in due Paesi particolarmente violenti per i migranti e per i loro difensori, il Messico e la Repubblica Dominicana.

Clicca qui per i materiali e gli interventi del convegno.

 

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Istat: italiani e stranieri accomunati dall’emigrazione

images (2)Meno immigrati, più emigrati: è questo, in estrema sintesi, il dato evidenziato dall’Istat nel suo report Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, relativo all’anno 2012.

Secondo le rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2012 i cittadini che si sono iscritti alle anagrafi comunali dall’estero sono 351mila, 35mila in meno rispetto al 2011 (-9,1%). Ciò è “dovuto in larga parte al numero di ingressi dei cittadini stranieri, che scende da 354 mila nel 2011 a 321 mila nel 2012”, la stessa tendenza si registra anche per gli italiani presenti all’estero, per cui si osserva una “contrazione delle iscrizioni (da 31 mila a 29 mila unità)”.

Presenza straniera
Tra le 321mila persone straniere iscritte nel 2012, la comunità più rappresentata è quella rumena (82 mila iscrizioni), seguita da quella cinese (oltre 20 mila), marocchina (quasi 20 mila) e albanese (14 mila).

E’ interessante notare come la comunità rumena sia anche quella più toccata dal calo degli ingressi: i cittadini rumeni che migrano in Italia passano da 90mila nel 2011 a 82 mila nel 2012, (- 9,4%). “Una forte contrazione degli ingressi si registra anche per i cittadini della Moldavia (-41,1%), dell’Ucraina (-35,7%), del Perù (-35,4%) e dell’Ecuador (-27%)”.

Per quanto riguarda invece gli ingressi, “in termini assoluti crescono i flussi dei cittadini della Nigeria (+2 mila e 300 iscrizioni), del Pakistan (+1.300), del Mali (+1.300) e della Costa d’Avorio (+1.000). In terminirelativi, gli incrementi maggiori si osservano per gli immigrati con cittadinanza del Mali (+582%),del Niger (+505%) e del Sudan (+303%)”.

Aumentano le emigrazioni
Aumentano le cancellazioni all’anagrafe causate dai trasferimenti all’estero: nel 2012 sono state 106 mila, 24mila in più rispetto all’anno precedente. Si registra, per dirla in altri termini, un “aumento delle emigrazioni”, che accomuna cittadini italiani e stranieri.

Per quanto riguarda i primi, le cancellazioni sono state 68mila, con un aumento del 36% rispetto alle 50mila del 2011: il dato “è il più alto degli ultimi dieci anni”.

I principali paesi di destinazione sono la Germania (oltre 10 mila emigrati), la Svizzera (8 mila), il Regno Unito (7 mila) e la Francia (7 mila).

Con riferimento ai cittadini stranieri, nel 2012 le cancellazioni per l’estero sono state 38mila, con un incremento del 18% rispetto alle 32mila del 2011.

Una popolazione che diminuisce
Il rapporto tra iscrizioni e cancellazioni – quello che l’Istat chiama “il saldo migratorio con l’estero”, è di 245mila unità: – 19,4% rispetto al 2011, il valore più basso registrato dal 2007.

Il dato sul saldo migratorio evidenzia la situazione demografica dell’Italia: negli ultimi 20 anni “i flussi migratori con l’estero rappresentano il fattore prevalente di crescita della popolazione residente in Italia”, e “l’ingresso dei cittadini stranieri ha costantemente prodotto un saldo migratorio positivo con l’estero modificando la struttura demografica del Paese, tanto che, al 31 dicembre 2012, gli stranieri costituiscono il 7,4% della popolazione residente”.

Guardando agli ultimi cinque anni, l’Istat rileva un calo dell’immigrazione del 33,5% (da 527 mila unità nel 2007 a 351 mila nel 2012) associato all‘aumento consistente delle emigrazioni (più che raddoppiate, da quasi 51 mila nel 2007 a oltre 106 mila nel 2012).

L’età di chi decide di lasciare il Belpaese
Per quanto riguarda l’età dei migranti, tra gli italiani in entrata e in uscita dal paese si evidenzia “un saldo negativo di 26mila unità tra i 25 e 44 anni di età, con un picco all’età di 29 anni”.
Le migrazioni da e per l’estero di cittadini italiani con più di 24 anni di età (pari a 21 mila iscrizioni e 53 mila cancellazioni) riguardano per oltre un quarto del totale laureati, la cui meta preferita è la Germania.

Tra i cittadini stranieri, le maggiori differenze tra immigrati ed emigrati si rilevano tra i 20 e i 39 anni, fascia di età in cui si concretizza un saldo positivo di 166 mila unità.

Trasferimenti interni
Crescono i trasferimenti sul territorio nazionale: nel 2012, 1 milione 556mila individui si sono spostati all’interno dei confini (+15% rispetto al 2011). Di questi, 279 mila sono stranieri, di cui la componente più numerosa è quella rumena (oltre 64 mila, 23% dei flussi interni degli stranieri). Purtroppo non vengono fornite in dettaglio informazioni sulle direttrici principali che segnano i trasferimenti dei migranti stranieri all’interno del territorio nazionale.

Complessivamente, si registra un persistente squilibrio tra Nord-Centro Italia e Sud: se nell’area centro-settentrionale i tassi migratori netti sono positivi, si ha una tendenza opposta nel meridione e nelle isole.

Lavoro, spinta al trasferimento
Dai dati Istat, quello che sembra muovere le persone è il lavoro, o almeno la sua ricerca.

Così come per gli spostamenti fuori dai confini nazionali, anche quelli interni interessano le fasce di età lavorative: dai 18 ai 50 anni il flusso assoluto dei trasferimenti è molto intenso, con 801mila italiani in movimento contro i 199 mila stranieri. “In termini percentuali, tuttavia – sottolinea il report – tali spostamenti risultano più frequenti per gli stranieri (71,3%) piuttosto che per gli italiani (62,8%)”.

Differenze di genere
I dati Istat sottolineano anche l’esistenza di una differenza di genere nella propensione a emigrare: il 57,8% dei cittadini italiani che emigrano all’estero è di genere maschile, mentre gli uomini stranieri che emigrano all’estero sono il 46,4%.

Nel caso dei trasferimenti all’interno dei confini nazionali tra i cittadini italiani il rapporto di genere è piuttosto equilibrato (50,7% uomini e 49,3% donne), mentre sono più numerose le cittadine straniere che si trasferiscono (53,8%) rispetto agli uomini (46,2%).

Clicca qui per scaricare il report integrale

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Notizie fuori dal ghetto

downloadSi chiama Notizie fuori dal ghetto il primo rapporto dell’Associazione Carta di Roma, costituitasi due anni fa per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e a Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno 2008.

Il ghetto, come metafora dello spazio riservato a immigrazione e cittadini stranieri sulle pagine dei giornali e in televisione.

Uno spazio che, stando alle rilevazioni dell’associazione, basate sull’anno 2012, si sta via via espandendo fuori dai confini ‘classici’: se fino a poco tempo fa era la cronaca – in particolare la cronaca nera – l’ambito in cui erano maggiormente presenti i cittadini di origine straniera, nel 2012 “crescono in maniera significativa le notizie sull’immigrazione e l’asilo legate alla società; in particolare quelle che riguardano le questioni demografiche, il lavoro, l’economia e anche l’istruzione”.

La cronaca continua comunque a essere il settore più considerato quando si parla di immigrazione nei “quotidiani locali, dove raggiunge percentuali alte”: rappresenta infatti il 50% di tutte le notizie relative alla migrazione e all’asilo sul Corriere del Veneto, Giornale di Sicilia, Il Messaggero, Resto del Carlino, Gazzetta del Mezzogiorno.

Un altro cambiamento sembra riguardare i figli degli immigrati, che secondo il rapporto “conquistano un protagonismo attivo nelle news”, soprattutto televisive. In particolare, le televisioni sembrano riportare le storie delle persone e le difficoltà quotidiane cui devono far fronte perchè non sono considerati cittadini italiani dallo stato.

Questo aspetto, se da una parte è sicuramente positivo, dall’altra necessita di un attento monitoraggio, perchè c’è il rischio, sottolineato dalla rappresentante della Rete g2 Lucia Ghebreghiorges, che la narrazione appiattisca i protagonisti delle biografie a meri testimonial, icone di problemi visti ancora come molto personali e poco politici. Quello che manca, secondo la rappresentante della Rete g2, è un’attenzione a quanto fatto fin’ora, alle lotte portate avanti senza alcun esito – come la campagna per lo ius soli -, oltre che focus, importanti ma non sufficienti, sulle singole esperienze.

Il rapporto evidenzia una costante “etnicizzazione delle notizie”: nel 32% del totale delle notizie analizzate vengono indicate una o più nazionalità in prima pagina. In particolare, “la pratica di fare riferimento a nazionalità specifiche riguarda il 59% delle notizie di cronaca nera”. La specificazione della nazionalità tende a essere portata dai giornalisti come “unica spiegazione e chiave di lettura dei fatti”, ed è una pratica che fatica a essere abbandonata, nonostante la Carta di Roma sia molto chiara e precisa in materia.

Altro elemento che non sembra mutare è l’assenza delle donne nell’immaginario mediatico relativo all’immigrazione: “di tutte le notizie prese a campione dalla fotografia della carta stampata, il 53% riguarda uomini, il 30% i due generi in maniera equilibrata e solo il 17% donne”. Nella maggior parte dei casi, le donne diventano protagoniste quando sono vittime di violenze, anche se va sottolineato che nel caso di violenza o femminicidio le donne immigrate sono più invisibili rispetto alle donne italiane, in un vero e proprio “cambio di narrazione se l’aggressore è straniero o meno”, come evidenzia Marinella Belluati, una delle curatrici del rapporto. Belluati sottolinea inoltre come le donne immigrate siano praticamente inesistenti nel discorso giornalistico legato al mondo del lavoro, se non in qualità di “badanti” o “prostitute”.

Quello che evidenzia la giornalista Francesca Paci, trovando conferma nei partecipanti alla presentazione, è che l’immigrazione e i cittadini stranieri fanno da cassa di risonanza a problemi più generali: ad esempio, “delle questioni di genere si parla poco in generale, ancora di più nel caso di donne straniere”.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’attenzione all’arricchimento che può derivare dalla valorizzazione delle conoscenze e delle competenze dei cittadini stranieri: la scrittrice Ribka Sibathu denuncia un peggioramento della situazione rispetto a dieci anni fa, una generica deriva culturale che si riflette anche sulle scelte giornalistiche, tese al sensazionalismo e poco all’approfondimento. E’ questo il caso ad esempio degli sbarchi, ancora portati a icona dell’immigrazione tout court, che rimanda da una parte a una visione disperata e pietistica dei cittadini stranieri, visti come vittime passive, e dall’altra a un’idea di invasione, a seconda dei diversi orientamenti ideologici di sfondo.

Il rapporto sottolinea inoltre un legame molto forte tra scelte giornalistiche, humus culturale e linguaggio politico: è quest’ultimo che deve cambiare prima di tutto, per dare un messaggio chiaro contro le derive razziste. “Le responsabilità per il miglioramento qualitativo dell’informazione sulla migrazione e l’asilo appartengono in primis ai giornalisti e ai direttori – si legge nelle raccomandazioni contenute nel rapporto – ma la battaglia [..] si gioca insieme alla società civile […] e al mondo politico”.

 

 

 

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Scuola, alunni stranieri e “the tower of babel”

download (6)di Cinzia Gubbini

Sono passati solo due mesi – era il 24 settembre – dalla sventurata decisione del Corriere della Sera di pubblicare l’articolo del professor Andrea Ichino, fratello del più noto Pietro, dal titolo “Per ogni straniero in aula gli italiani calano nei test, miti da sfatare”, che i catastrofici effetti si fanno sentire.

Qualche esempio: una serie di mozioni comunali a firma Lega si riferiscono a quell’articolo per perorare le classi differenziali, che non vengono mai chiamate così ma, pudicamente, “revisione del sistema di accesso degli alunni stranieri nelle scuole di ogni ordine e grado”. Alla stessa stregua l’articolo di Ichino fa bella mostra tra i documenti inviati al ministero dell’Istruzione dalla scuola di Alte di Montecchio, in provincia di Vicenza, che ha creato in una scuola elementare due classi di soli stranieri.

La “linea” del Corriere

Si dirà: non si può mica dar colpa al Corriere e al professor Andrea Ichino, che in quell’articolo autorecensiva una sua ricerca finanziata dal ministero dell’Istruzione, che si chiama “The tower of Babel” e ha la pretesa di quantificare come cambiano le “performance” degli alunni di una classe di seconda elementare in base al numero di alunni stranieri. Proprio così: se ne tolgo uno straniero e ne aggiungo uno italiano, quanto fa? Parrebbe però il minimo che il recensore – nonché autore della ricerca – avesse specificato che quel lavoro per ora non è stato pubblicato su nessuna rivista scientifica e dunque non è stato sottoposto ad alcuna revisione di un panel di esperti. Parrebbe opportuno altresì che – dopo aver permesso al professore di sostenere una tesi così forte – il quotidiano di via Solferino avesse ospitato sulle sue colonne anche voci di dissenso, offrendo lo stesso palcoscenico. Sempre nell’ottica di una informazione il più possibile completa.

Siccome, però, non usa, vediamo di cosa parla questo lavoro scientifico balzato agli onori delle cronache e capace di scavare nel fondo di un sistema educativo in crisi. E perché bisognerebbe prenderlo con le pinze, come d’altronde è bene fare con tutti i risultati “misurabili” delle scienze sociali (lo insegna la buona epistemologia).

The Tower of Babel

Intanto i risultati di “The tower of babel”: secondo i ricercatori (tra cui un rappresentante della Banca mondiale) che hanno analizzato una II elementare e una V in base ai dati Invalsi 2009-2010, se si sostituisce a un alunno straniero un alunno nativo, le “performance” dei nativi si ridurrebbero del 12% in italiano e del 7% in matematica. Queste conclusioni, però, non sono univoche. Intanto secondo i ricercatori nelle scuole italiane si evidenzia una tendenza a concentrare gli alunni immigrati in classi più svantaggiate. Della serie: mica un fattore da niente. Inoltre il lavoro evidenzia che quelle differenze rilevate nei risultati spariscono in V elementare. Il perché, scrivono gli studiosi, deve ancora essere esplorato. Verrebbe da dire che, quindi, non c’è problema. Ma Ichino sostiene che è inutile “negare”, e che sarebbe opportuno introdurre “percorsi diversificati di integrazione graduale” invece di “mandare allo sbando” alunni stranieri nelle classi. Ma fosse solo questo: la teoria, a questo punto tutta politica, di Andrea Ichino è che l’unico modo per affrontare in modo franco la situazione è quella di istituire anche in Italia le “charter schools”, scuole autonome nei modelli gestionali e nel reclutamento degli insegnanti, perlopiù finanziate dai privati ma che ricevono anche un budget dallo Stato.

Un’ideona? Per la verità sarebbe un’importazione dell’ultima ora, visto che le charter schools, diffuse soprattutto negli Stati uniti, stanno giustappunto mostrando i loro lati deboli: vengono scelte soprattutto da alunni molto fragili, assumendo caratteristiche precise che sono sconosciute nella scuola pubblica “di tutti”, e oltretutto ricerche specifiche hanno dimostrato che non riescono a colmare le differenze dovute al background sociale (e non ci riesce nessuno, questo sì il vero fallimento del sistema educativo dal nord al sud del mondo).

A cosa servono i numeri?

Ma più in generale bisognerebbe sottolineare, chiedersi e discutere quanto interesse abbia uno studio di questo tipo. Il problema, cioè, sta tutto nel manico. E sarà il caso di affrontarlo. Libertà di ricerca, ci mancherebbe. Ma le “public policies” che cosa ci vogliono fare con questi numeri? E fino a che punto si affidano ai numeri?

I test Invalsi, sui quali si basa lo studio “The tower of Babel”, sono in continua evoluzione e aggiustamento. Qui non si sta sostenendo che non siano degli utili strumenti di lettura e che non possano offrire spunti di riflessione per le singole scuole, i gruppi classe, quei professionisti che chiamiamo maestra e maestro, professore e professoressa. Ma saranno utili solo finché il loro utilizzo rimarrà laico. Solo finché quei risultati espressi in valori misurabili saranno considerati delle spie di una tendenza, e non la fotografia fedele delle capacità di un ragazzo, di un gruppo classe o peggio ancora del professionista a cui quei ragazzi sono affidati. Il processo educativo e di apprendimento è complesso e influenzato da numerosissimi fattori, che cambiano nel tempo. Le rilevazioni statistiche sono per loro natura – e necessità – rigide e puntuali. E’ certamente una sfida intellettualmente affascinante quella di voler ricercare lo “strumento perfetto” per misurare le capacità dell’uomo. Ma ogni buon scienziato sa che questo può solo essere uno stimolo verso il miglioramento della validazione del metodo, mai una fede cieca.

I trend italiani

Da questo punto di vista la lettura dei dati Invalsi e Ocse/Pisa offrono qualche interessante elemento di riflessione sulla questione dei migranti e della scuola. La disparità di reddito e accesso alla cultura è quel gap che la scuola non riesce a colmare, neanche tra italiani. I dati ci dicono che le differenze tra competenze degli studenti migranti e quella degli italiani si attenuano quando la scolarizzazione dei migranti parte dall’asilo nido. Come è possibile affrontare questa questione quando non esistono sufficienti asili nido pubblici in Italia, e la “concorrenza” tra migranti e nativi per ottenere una posto al nido è uno dei fronti “caldi” della convivenza in Italia? A ciò si aggiunga, come dato di contesto, che l’Italia è uno dei pochi paesi che – tra il 2003 e il 2013 e in particolare tra il 2009 e il 2013 – ha investito meno nella scuola e nelle politiche educative. In totale controtendenza con la maggior parte dei paesi, che invece hanno aumentato gli investimenti.

Allo stesso modo le più moderne teorie pedagogiche sostengono che creare percorsi differenziali, omogeneizzando le classi in base alle competenze, è il modo più sicuro per ottenere risultati meno brillanti e mantenere tutti allo stesso punto da cui sono partiti.

Tra il 2003 e il 2013 nei paesi Ocse l’immigrazione è cresciuta in media dal 9 al 12%. In Italia la crescita è stata superiore – seppur su piccoli numeri: dal 2 al 7%. Comunque, un vero terremoto che ha cambiato il volto delle classi a scuola e ha fatto nascere nuove esigenze. E’ interessante osservare che il terremoto si è verificato negli stessi anni in cui sono stati tagliati i finanziamenti. Forse, se le scuole sono in difficoltà e gli alunni stranieri incontrano difficoltà nel loro processo di inserimento scolastico, questo è l’unico calcolo che è lecito fare.

 

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Porti insicuri

download (3)Si chiama Porti insicuri il nuovo rapporto di Medici per i Diritti Umani (Medu), realizzato in collaborazione con ZaLab e Asgi.

Porti insicuri, come sono i porti italiani per i migranti. Secondo il dossier, i cui risultati si basano su un’indagine svolta in Grecia e in Italia tra aprile e settembre 2013, “ogni anno alcune migliaia di migranti partono dai porti greci e cercano di raggiungere l’Italia e il resto d’Europa nascosti nelle navi che attraversano l’Adriatico”. La maggioranza di queste persone, una volta rintracciate “nei porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi, vengono rimandate dalle autorità italiane nel paese ellenico”.

Riammissioni

Medu ha raccolto le testimonianze dirette di 66 migranti – per lo più provenienti dall’Afghanistan e dalla Siria – che hanno dichiarato di essere stati riammessi dall’Italia alla Grecia. Sono state documentate in tutto 102 riammissioni, delle quali 45 si sarebbero verificate nel 2013: una proporzione che indica come moltissima gente venga riammessa – o sarebbe meglio dire respinta – più di una volta.

La situazione è particolarmente grave per quanto riguarda i minori, in particolari i minori non accompagnati: tantissimi si trovano in questa situazione e subiscono lo stesso trattamento degli adulti. Il 33% delle persone intervistate ha dichiarato che al momento della riammissione era minorenne.

I problemi legati a questa procedura sono diversi: primo fra tutti, il fatto che la Grecia è stata considerata dall’Europa “paese non sicuro” per i richiedenti asilo, a causa soprattutto della totale assenza di politiche di accoglienza e delle continue violenze e persecuzioni subite dai migranti, aggravate anche dalla situazione di pesante crisi in cui si trova il paese. Solo per avere un’idea, si consideri che la Grecia ha attualmente ben 40.000 domande di asilo pendenti: una cifra che mostra in modo lampante la totale assenza di misure di protezione umanitaria e internazionale nel paese ellenico.

Proprio alla luce di questa situazione, “il regolamento Dublino è bloccato per quanto riguarda la Grecia – sottolinea l’avvocato di Asgi Salvatore Fachile – e le riammissioni sono illegittime, violano diverse sentenze passate. Per questo, quando il Ministero dell’interno rilascia i dati dei rimpatri verso la Grecia, è come se stesse dichiarandosi colpevole”.

Le riammissione dall’Italia alla Grecia avvengono in realtà in base a un accordo bilaterale del 1999 (per info sull’accordo clicca qui): accordo “illegittimo, perchè viola dei trattati superiori, internazionali”, denuncia Facile.

Gli ultimi dati rilasciati dal Ministero dell’Interno parlano di una decrescita del numero delle persone che dalla Grecia arrivano nei porti dell’Adriatico: un’indicazione reale, che però non deve essere letta come positiva: Medu sottolinea infatti che la diminuzione degli arrivi è dovuta all’attivazione di misure di controllo maggiori, come l’aumento degli uomini legati a Frontex: nel periodo trattato dal dossier sarebbero stati posizionati 1800 uomini in più a Evros, uno dei punti principali di ingresso dei migranti sul territorio ellenico. A questo si accompagnerebbe un incremento dei controlli sul territorio.

Italia

In merito alla situazione dei porti italiani, il dossier sottolinea la precarietà dei servizi che invece dovrebbero essere presenti per legge: in otto casi su dieci i migranti riammessi hanno dichiarato di aver cercato di comunicare alle autorità italiane la volontà di richiedere protezione internazionale, o di voler rimanere in Italia per paura di quello che poteva accadere loro in Grecia. Tentativi che si sono rivelati del tutto inutili, nonostante le disposizioni in tal senso presenti nel Manuale pratico di frontiera del 2006 e nell’art.11 del Testo Unico sull’immigrazione.

I casi di riammissioni di minori non accompagnati raccolti sono stati 26, dei quali 16 si sarebbero verificati nei primi nove mesi del 2013. Solo in quattro casi sono state effettuate le procedure per l’accertamento dell’età prima che venisse eseguita la riammissione.

Delle persone intervistate da Medu, solo il 5% ha potuto parlare con un interprete, e solo il 20% ha avuto accesso all’assistenza socio-legale.

“Sebbene l’Italia abbia il diritto di controllare l’accesso al proprio territorio, le politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare devono in ogni caso rispettare i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e ovviamente di soggetti particolarmente vulnerabili come i minori stranieri non accompagnati – afferma Medu – Nel caso delle riammissioni dai porti adriatici, le numerose e approfondite testimonianze raccolte da questa indagine dimostrano come l’Italia violi sistematicamente alcuni principi basilari sanciti dal diritto interno e internazionale quali il divieto di refoulement diretto e indiretto, il divieto di esporre i migranti al rischio di trattamenti inumani e degradanti, il divieto di espulsioni collettive”.

Violenze

In questa situazione drammatica, c’è un aspetto ancora peggiore, se possibile: Medu ha rilevato che almeno in 1 caso su 5 le persone hanno dichiarato di aver subito violenza, da parte delle forze dell’ordine italiane per il 60%, e da parte del personale di sicurezza delle navi o della polizia greca per il 40%.
Le visite mediche effettuate da Medu negli insediamenti precari di Petrasso confermano i dati.

Una situazione grave e drammatica che è stata ben fotografata da Paolo Martino in Riammessi, una scheggia di Za – progetto documentaristico di Za Lab – proiettato durante la presentazione del dossier.

Sulla base dei dati emersi, Asgi ha dichiarato che presenterà ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, in merito alla situazione di 19 persone – di cui 8 minori – tutte provenienti da zone di guerra (Afghanistan, Siria, Sudan, Eritrea, Iran), cui non è stata data alcuna informazione circa le possibilità di tutela, e che sono state respinte senza aver avuto la possibilità di incontrare un interprete e senza avere alcuna notifica scritta del provvedimento di respingimento.

Alla luce di questa situazione, quello che chiedono le associazione non è un miglioramento della situazione, bensì la cessazione immediata di una prassi illegittima, all’interno della quale “l’Italia non garantisce i diritti fondamentali dei migranti, in particolare dei richiedenti asilo e dei minori stranieri non accompagnati”. Si ritiene inoltre necessaria un’ulteriore riforma del Regolamento Dublino, che, anche con le modifiche appena introdotte, “si dimostra ancora una volta inadeguato a tutelare i richiedenti asilo e ad assicurare un’equa ripartizione delle domande di protezione internazionale tra tutti i paesi europei”.

Clicca qui per scaricare il dossier.

 

nov
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Immigrati: presenza stanziale, ma costantemente discriminata

download (1)Le persone di origine straniere presenti in Italia aumentano. Nonostante la crisi, nonostante la disoccupazione. Lo afferma il Dossier statistico sull’immigrazione 2013, presentato oggi a Roma, e in contemporanea in tutte le regioni italiane.

Secondo la stima del Dossier, curato da Idos, e per la prima volta patrocinato non più da Caritas/Migrantes ma dall’Unar, dal Ministero per l’integrazione e dal Dipartimento per le pari opportunità, sarebbero 5.186.000 le persone presenti in Italia regolarmente: una cifra che comprende anche le persone arrivate per ricongiungersi ai familiari, e i nuovi nati in territorio italiano.

Oltre a constatare l’aumento della presenza straniera – anche se in misura minore rispetto ad altri anni (+8,2% tra i residenti, +3,5% tra i soggiornanti non comunitari) –, il Dossier sottolinea la tendenza all’insediamento stabile. Se è vero, infatti, che per molte persone l’Italia è un paese di passaggio, questo discorso non può essere generalizzato, anzi: l’orientamento è alla stanzialità.

A fronte di questa situazione, però, mancano misure, politiche e pratiche di inserimento.

La politica sembra non riuscire a rispondere in maniera funzionale a un fenomeno che è ormai strutturale. E questa mancanza, che si percepisce in maniera forte, si traduce nell’assenza di pari opportunità e nella discriminazione, sempre più presente in diversi ambiti.

Il mondo del lavoro

Attualmente, le lavoratrici e i lavoratori stranieri in Italia sono 2.3 milioni, e incidono per il 10% sul totale degli occupati.

I lavoratori stranieri, però, sono tendenzialmente sottoinquadrati rispetto al loro grado di formazione: occupati in impieghi di bassa qualifica, anche la loro retribuzione è tendenzialmente bassa. Una condizione strutturale secondo la viceministra del lavoro e delle politiche sociale Maria Cecilia Guerra: “I flussi nascono proprio con la mentalità di coprire i settori in cui sono meno presenti gli italiani”, quindi senza un’idea di fondo paritaria.

Molti immigrati vengono inoltre impiegati nel lavoro sommerso, dove spesso subiscono condizioni di pesante sfruttamento, che sfocia addirittura nel paraschiavismo.

Sul fronte della crisi occupazionale, gli immigrati sembrano risentirne di più rispetto agli italiani: il tasso di disoccupazione degli stranieri è aumentato di 2 punti percentuali nell’ultimo anno (14,1%, 382mila persone), superando di 4 punti il tasso degli italiani.

Anche il tasso di occupazione, pur rimanendo superiore rispetto a quello italiano, è diminuito di 2 punti (60.6%).

La disoccupazione è inoltre di lungo periodo: “In oltre la metà delle famiglie straniere (62.8%) è attualmente occupato un solo componente”, ha affermato la viceministra Guerra, sottolineando come questo aspetto contribuisca a rendere più povere le famiglie composte da persone di origine straniera. A questo si associa la facilità con cui queste persone perdono il lavoro: una condizione che, se drammatica per gli italiani, lo è ancor più per gli stranieri, dal momento che non hanno redditi alternativi o aiuti familiari.

La casa

“Quando ero una studentessa e cercavo casa, mi capitava frequentemente di fissare appuntamenti telefonici e poi, sentendo il mio nome, di sentirmi dire: Ah,ma sei straniera? E riattaccavano”. La testimonianza riportata durante la presentazione dalla giornalista Maria Dulce Araujo Evora è lo specchio di un altro aspetto particolarmente critico che investe la popolazione straniera presente in Italia, ossia l’inserimento abitativo.

E’ sempre più difficile per una persona non italiana ottenere una casa in affitto, magari con un regolare contratto, ancor più se in aree non periferiche delle città: nell’insieme, il Dossier stima che circa il 20% degli immigrati viva in condizioni di precarietà alloggiativa.

Ambito giuridico-istituzionale

I cittadini di origine straniera risultano spesso discriminati dalle istituzioni italiane. Le prestazioni assistenziali, che per legge dovrebbero interessare i cittadini stranieri, in realtà sono spesso loro precluse a causa delle condizioni richieste per ottenerle: sempre più frequentemente si pone come requisito l’anzianità di residenza, andando contro le leggi nazionali ed europee.

Le persone di origine straniera vengono ancora escluse dall’accesso al pubblico impiego e al servizio civile, in un’ottica istituzionale che ancora una volta discrimina chi viene ostinatamente considerato “straniero” piuttosto che parte del tessuto sociale e civile del paese.

Un’esclusione che penalizza non solo gli immigrati, ma l’intero paese, che da questa frammentazione interna ne esce indebolito, come sottolineato durante la presentazione

“Perchè l’Italia è invasa dai clandestini?”

A quarant’anni dall’inizio convenzionale dell’immigrazione in Italia, l’approccio politico continua a essere legato a un fenomeno che viene erroneamente considerato emergenziale. In questo panorama, i media ricoprono un ruolo fondamentale nel costruire un ingiustificato allarmismo.

“Occorre lavorare molto sulla comunicazione per cambiare la visione del fenomeno migratorio, e allontanarsi da un approccio prevalentemente securitario per abbracciare invece una reale politica di governance” ha affermato la ministra per l’integrazione Cecile Kyenge. In visita a una scuola elementare e media, la ministra si è sentita rivolgere queste domande dagli alunni: “Perchè l’Italia è invasa dai clandestini?”, “Avete degli obiettivi su cui lavorate?”: domande che devono mettere “la politica e gli operatori dell’informazione in allarme, perchè sono l’indice di come viene trattato e trasmesso il fenomeno”. La ministra sottolinea come la carenza di amministrazione, oltre a creare sofferenze e disagi alla popolazione immigrata, procuri anche spaesamento negli italiani, che a volte si traduce in ostilità.

Una visione condivisa dalla viceministra Guerra: parlando delle prestazioni assistenziali, Guerra ha sottolineato come la popolazione straniera ne avrebbe pieno diritto in base alle condizioni di reddito. “Questa situazione però, soprattutto in un periodo di crisi economica, potrebbe creare facilmente guerre tra poveri” ha affermato la viceministra. Proprio per scongiurare questi rischi occorrono messaggi politici chiari, che puntino sulla promozione dei diritti civili.

Anche i media devono contribuire a dare un’immagine dell’immigrazione veritiera, e non sensazionalistica e legata prettamente ai fatti di cronaca. “Stranieri, extracomunitari, clandestini”, queste sono le parole maggiormente usate per indicare gli immigrati, nonostante il protocollo deontologico Carta di Roma e le molte indicazioni in materia. “Per il terzo anno consecutivo l’ambito dei mass media è quello dove maggiormente si rintracciano i casi di razzismo e discriminazione segnalati dall’Unar”, ha affermato Ermenegilda Siniscalschi, direttrice del Dipartimento per le pari opportunità, che ha sottolineato la diffusione esponenziale degli hate speech attraverso i social network.

Oltre a lavorare sul linguaggio, il Dossier sottolinea la necessità di affrontare concretamente la questione della cittadinanza, tenendo in seria considerazione che, per i tanti nati in Italia, è questo l’unico contesto di vita e di socializzazione conosciuto, nonostante continuino ad essere chiamati “stranieri”.