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28

Passpartù on air!

passpartu

Da questa settimana Cronache di ordinario razzismo ospita Passpartù, storico programma settimanale dell’agenzia radiofonica AMISnet. Da anni Passpartù dà voce a tutti coloro che vivono o attraversano l’Europa in cerca di una vita migliore. Sempre attenta a raccontare le condizioni di vita e le politiche di accoglienza rivolte ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici, la trasmissione segue le rotte nel Mediterraneo, accende i microfoni nei luoghi di lavoro dove la manodopera è prevalentemente di origine straniera, dà voce alle comunità rom, sinti e camminanti. Quest’anno la trasmissione darà anche largo spazio alle seconde generazioni, figli di migranti nati in Italia, portatori di nuove, complesse, ricche esperienze e identità.

Ogni settimana daremo spazio alla trasmissione, ascoltabile online.

Puntata del  24 ottobre 2014
Fiumi di parole. Saggi e albi illustrati per raccontare le migrazioni
Dal Salone dell’Editoria Sociale di Roma vengono nuovi suggerimenti e stimoli per interpretare il mondo delle migrazioni. 
Dal “Terzo libro bianco sul razzismo in Italia” fino agli albi illustrati di Armin Greder, i racconti di viaggio, le storie degli sbarchi, gli episodi di discriminazione diventano il fulcro dal quale partire per comprendere il presente. Sfogliando il “Terzo libro bianco sul razzismo in Italia” a colpirci sono immediatamente una serie di episodi discriminatori che speravamo confinati in tempi lontani.
Continua a leggere…

ott
23

Cronache di ordinario razzismo. Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia

CopertinaA distanza di quasi tre anni dal Secondo Libro Bianco, l’associazione Lunaria ripercorre le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese; questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste.

Proseguendo il lavoro avviato nel 2007, il testo racconta le discriminazioni e le violenze razziste quotidiane che attraversano i comportamenti sociali, i discorsi della politica, gli interventi delle istituzioni e i messaggi dei media, grazie all’analisi di duemilacinquecentosessantasei casi di discriminazioni e violenze razziste documentati in un database on-line tra l’1 settembre 2011 e il 31 luglio 2014. Casi di razzismo che riguardano tutti gli ambiti della società: perchè lo spazio del razzismo quotidiano non ha confini e gli anticorpi culturali, sociali, politici e istituzionali per restringerlo sono ancora del tutto insufficienti e inadeguati.

Il lavoro di Luna­ria si pone que­sto obiet­tivo: il Terzo Libro Bianco, concepito come uno strumento di lavoro a disposizione di tutte e tutti, vuole contribuire alla (ri)costruzione di una cul­tura dif­fusa dell’eguaglianza, basata sulla conoscenza, sul confronto, sull’analisi.

Contributi di: Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Guido Caldiron, Serena Chiodo, Daniela Consoli, Giuseppe Faso, Grazia Naletto, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Maurizia Russo Spena, Duccio Zola.

Per scaricare l’intero testo del Terzo libro bianco clicca qui
Qui le precedenti edizioni

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01

Migrazioni, conflitti e colpevoli omissioni

images (4)A un anno dalla strage del 3 ottobre 2013, in cui 368 persone morirono al largo delle coste di Lampedusa, sono molte le ricorrenze orientate alle memoria, al ricordo e alla commemorazione. Momenti importanti per non dimenticare: ma di stragi, purtroppo, ce ne sono state molte altre.
Mentre il mondo versa in quella che l’Unhcr ha definito “un’emergenza umanitaria senza precedenti“, l’Europa continua a fortificare le frontiere, impedendo di fatto alle persone di godere del diritto all’asilo e alla protezione internazionale: una coazione a ripetere sicuritaria, destinata a provocare altre migliaia di vittime in mare, favorire chi ancora oggi in Italia torna a proporre di usare le armi per difendere i propri confini, e alimentare la propaganda capziosa e strumentale nazionalista e xenofoba che sembra dilagare in ogni angolo dell’Europa. Lo scrive Grazia Naletto in Migrazioni, conflitti e colpevoli omissioni.
Il testo è tratto da Cronache di ordinario razzismo. Terzo Libro bianco sul razzismo in Italia, testo in corso di pubblicazione a cura di Lunaria.
Ne proponiamo qui la lettura.

 

lug
24

Medu: lo sfruttamento dei braccianti nella “California d’Italia’

eboliE’ stata definita la “California d’Italia” per la ricchezza, la varietà e l’eccellenza dei prodotti della sua agricoltura. Il recente studio Piana del Sele – Eboli: lo sfruttamento dei braccianti immigrati (e non solo) nella “California d’Italia” di Medici per i Diritti Umani (Medu) si addentra però nelle condizioni di chi è impiegato nelle attività agricole di quei 500 chilometri quadrati di terreno fertile che si estende a sud di Salerno, a Piana del Sele.
Secondo una stima si tratta per il 60-80 % di lavoratori migranti. Il loro arrivo è da collocarsi intorno agli anni Novanta e si è intensificato in seguito alla contrazione dell’offerta della manodopera locale. Il sistema di grave sfruttamento ed emarginazione sociale ha resistito allo smantellamento del ghetto di San Nicola Varco, avvenuto nel 2009, che accoglieva oltre mille braccianti immigrati nei picchi stagionali. Da allora sono mutate le condizioni abitative, sono migliorate le condizioni igienico-sanitarie, è aumentato il numero di migranti in possesso di un regolare permesso di soggiorno ma dalle testimonianze e dai dati raccolti emerge che continuano a perpetuarsi caporalato, pratiche fraudolente, retribuzioni inferiori al salario minimo, irregolarità contributive, vendita di falsi contratti di lavoro, scarso accesso alle cure e al Servizio Sanitario Nazionale.

L’intervento di Medu
Nel gennaio 2014 Medu (Medici per i Diritti Umani) ha avviato il progetto “TERRAGIUSTA. Contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura” in collaborazione con l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre.
Nei mesi di maggio e giugno, un team di Medu ha intervistato 177 lavoratori migranti e prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 133 persone, attraverso l’ambulatorio mobile che rientra nel progetto Terragiusta e che ha operato presso la sede FLAI/CGIL di Santa Cecilia (Eboli) e lungo la litoranea Salerno-Paestum (zona di Campolongo). Gli intervistati sono soprattutto uomini con un’età media di 35-36 anni, impiegati in agricoltura, provenienti dal Marocco e titolari di un regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il lavoro, lo sfruttamento e l’illegalità
Il 62% dei lavoratori stranieri in possesso di un contratto di lavoro (il 75%) ha dichiarato di percepire una paga giornaliera di 30 euro al giorno (a fronte dei 48 euro previsti dai contratti collettivi vigenti) e il 64% ha affermato di vedersi riconosciuto un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte (il 17% ha dichiarato di non sapere se ha ricevuto versamenti contributivi mentre il 19% non ha risposto alla domanda). Il 12% dei migranti in possesso di un contratto di lavoro ha ammesso il ricorso al caporalato. Si rileva come il modello di agricoltura presente sia ancora basato sullo sfruttamento dei braccianti immigrati e sul caporalato anche in presenza di un regolare contratto di lavoro, presentando poche differenze in termini di adeguatezza salariale rispetto al lavoro nero. Si evidenzia come tale modello sia strutturalmente definito e faccia leva sulla paura e sulla condizione di vulnerabilità dei migranti: buste paga fittizie, vendita di falsi contratti di lavoro che possono arrivare a costare fino a 6000 euro in concomitanza ai decreti flussi stagionali, compravendita dei contratti utili al rinnovo del permesso di soggiorno.

La salute e la mancata integrazione
Le condizioni di salute dei braccianti sono strettamente dipendenti da quelle lavorative e sociali. Alle patologie propriamente conseguenti al tipo di lavoro svolto (allergiche, cutanee e dell’apparato muscolo-scheletrico) si aggiunge il mancato accesso al Servizio Sanitario Nazionale e alle cure. Dal Rapporto emerge che «il 15,6% dei lavoratori intervistati ha affermato di entrare in contatto diretto o indiretto con fitofarmaci e, nell’80% dei casi, di non fare uso della mascherina protettiva. Inoltre l’86% dei braccianti, pur utilizzando presidi di sicurezza come guanti e scarpe, è obbligato in quattro casi su cinque a procurarseli autonomamente poiché non gli vengono forniti, come sarebbe d’obbligo, dal datore di lavoro». Anche le condizioni abitative, pur avendo superato la conformazione del ghetto, rivelano la persistenza dell’esclusione e dell’isolamento.

lug
02

Il dovere di integrarsi. Cittadinanze oltre il logos multiculturalista

download (1)Recensione de Il dovere di integrarsi. Cittadinanze oltre il logos multiculturalista, a cura di Russo Spena M., Carbone V. (Armando Editore, Roma, 2014).

I curatori del libro motivano la scelta percorsa, quella di un’analisi critica dell’ “Accordo di Integrazione” entrato in vigore nel 2012, evidenziando che esso implica e comporta un «accesso differenziato ai diritti» e che la sua introduzione è l’esito di un percorso che ha escluso i migranti. Secondo Carbone e Russo Spena l’ “Accordo di integrazione” si colloca nel più ampio panorama di proposte e di interventi sociali ispirati a modelli neoassimilatori e monodirezionali.
Il “dovere di integrarsi”, secondo i termini previsti dalla legge, è la dimostrazione a cui il migrante deve sottoporsi, attraverso un sistema di crediti da conseguire, per dare prova delle proprie capacità e conoscenze – a partire da quelle linguistiche ma anche morali, sociali ed economiche – del vivere nella società di “accoglienza”, nell’ottica di una «responsabilizzazione individuale di tipo punitivo».

L’”integrazione” così intesa rivela il limite di una concezione che riguarda il merito, anziché un processo biunivoco di costruzione dei percorsi di inclusione sociale come definito dalla Comunicazione della Commissione europea “Immigrazione, integrazione e occupazione” nel 2013, e che sottende il disegno di politiche securitarie, di controllo e di esclusione dai diritti di cittadinanza. Ed è proprio il riferimento alla cittadinanza a dover esser riconsiderato poiché, per come si è storicamente istituito, stabilisce sulla base di un’appartenenza precostituita, in Italia ancora legata alla discendenza “per sangue”, chi può usufruire dei diritti e chi ne resta escluso, come argomentato nel saggio di Enrica Rigo. Il tema della cittadinanza rivela tutta la sua limitatezza attraverso l’adozione di una prospettiva generazionale e in particolare se si considerano le cosiddette “seconde generazioni”, così definite sebbene in molti casi non abbiano mai affrontato un percorso migratorio o non ne conservino alcun ricordo. Monia Giovannetti ripercorre le recenti proposte di riforma della legge sull’acquisizione della cittadinanza da parte dei giovani di origine straniera. L’apprendimento della lingua e la conoscenza di elementi di cultura civica, negli intenti dei promotori dell’Accordo di Integrazione, non sarebbero altro che le condizioni e i requisiti di accesso ad una cittadinanza asimmetricamente intesa come «patto di lealtà» e di «disciplinamento sociale», come spiegano Giuseppe Faso e Alan Pona.

I diversi contributi di cui si compone il libro analizzano da differenti prospettive la traduzione in chiave discriminatoria della retorica improntata sul discorso multiculturalista dell’alterità e dell’integrazione silenziosa. Michele Colucci sottolinea la necessità di una relazione tra le memorie della migrazione e i modelli di integrazione proposti. Andrea Priori decostruisce il dispositivo che regola il Piano per l’Integrazione e che ricorre a concetti mistificatori di volta in volta utilizzati con significati contraddittori secondo finalità di mantenimento di forme di dominio e di modelli di esclusione. La “comunità”, ad esempio, viene prima considerata come fattore di svantaggio o di conflitto e poi come unità di coesione e di facilitazione dell’accesso al welfare. Nazzarena Zorzella offre un’analisi dell’impianto normativo che regola l’Accordo di Integrazione in Italia mentre Enrico Cesarini confronta la situazione italiana con le esperienze di altri paesi europei. Sul confronto tra le esperienze europee sotto l’aspetto della formazione linguistica si sofferma invece Paola Berbeglia nell’ultimo capitolo, presentando possibili sviluppi e opportunità a partire dalla valorizzazione delle lingue. La Carta dei Valori della Cittadinanza e dell’Integrazione del 2007, attraverso la tracciabilità di un’alterità integrabile e di una identità nazionale rilevate da Roberta Denaro nel suo saggio, sembra rappresentare l’inizio di una intenzionalità coerente a quella che sarà più esplicitamente sancita cinque anni dopo con l’Accordo.

Come ricordano Maurizia Russo Spena e Vincenzo Carbone «mentre il lessico insistente dell’”integrazione” allude a dispositivi di disciplinamento, i “porosi” percorsi di “integrazione” sono, piuttosto, da interpretare come campo di tensione, negoziazione e conflitto tra la “nominazione autoritaria”, le politiche di controllo e segregazione (anche fisica) e la produzione di pratiche di “resistenza”, di “atti di cittadinanza” volti a conquistare e rappresentare nuovi diritti nello spazio globale».

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25

Mare Monstrum

09Sbilanciamo_l_Europa_21_03_2014-1_mediumIl Consiglio Europeo che si riunisce a Bruxelles Giovedì 26 e venerdì 27 giugno tornerà a discutere di migrazioni e asilo. Le anticipazioni sulla bozza di documento finale non lasciano molte speranze sul cambiamento di approccio sinora seguito sia a Bruxelles che a Roma. La proposta chiave che il Governo italiano porterà a Bruxelles è quella del potenziamento dell’agenzia Frontex che ha il compito di rendere più efficiente il controllo delle frontiere europee. (più info qui).

Come ciò possa proteggere maggiormente le persone che hanno bisogno di cercare una protezione in Europa resta oscuro ai più. Così come è come minimo discutibile che siano conciliabili compiti di sorveglianza, controllo e lotta alle migrazioni “irregolari” con l’esigenza di garantire soccorso alle persone che si trovano in difficoltà nel Mediterraneo.
Eppure, la possibilità di migliorare la situazione attuale ci sarebbe, prendendo in considerazione le indicazioni di associazioni e enti che da anni si battono per la garanzia dei diritti dei migranti, dei profughi e dei richiedenti asilo.
Riproponiamo la lettura degli approfondimenti presenti in Mare Monstrum, il numero 9 dell’inserto Sbilanciamo l’Europa! curato dalla redazione di Sbilanciamoci.info e in edicola il venerdì con il quotidiano Il Manifesto.

I salvati e i sommersi
(Grazia Naletto)
Il lavoro non emigra (Enrico Pugliese)
Rosarno e l’Inghilterra di Marx (Teresa Pullano)
Alle frontiere d’Europa, 16 mila vittime in vent’anni (Claire Rodier), Ingressi limitati, quando il bersaglio sono i cittadini Ue (Anna Maria Merlo)
La «gauche» intollerante e la crisi ideologica francese (Annamaria Rivera)
Sei mosse per cambiare l’agenda migratoria (Grazia Naletto)
Dublino III, cosa cambia (Gianfranco Schiavone)
Grecia, migranti in fuga dalla crisi e da Alba Dorata (Nassos Theodoridis)
Ceuta e Melilla, le Lampedusa d’Europa (Paolo Leotti)

L’intero inserto è disponibile qui: buona lettura!

feb
10

Il diritto di difendere i diritti

download (7)Sono online i materiali del convengo Centinelas – Sentinelle. Il diritto di difendere i diritti, tenutosi pochi giorni fa a Milano. 

L’incontro è stato promosso dalla onlus Soleterre con l’obiettivo di raccontare “il lavoro dei difensori dei diritti umani dei migranti centroamericani nell’area più violenta del mondo”. Da anni impegnata in Centro America, soprattutto in progetti per la prevenzione della violenza giovanile, Soleterre ha svolto interventi in favore delle detenute e a sostegno alle famiglie migranti nei Paesi di origine e in quelli di destinazione. Sul tema delle migrazioni la onlus si è soffermata nel report Il cammino della paura, un’analisi precisa delle drammatiche situazioni che le persone devono affrontare nella cosiddetta Ruta del migrante.

Nel 2011, in tutta l’area dell’America Centrale, in Repubblica Dominicana, Messico e America del Nord, Soleterre ha avviato il progetto CAPDEM, una piattaforma per mettere in rete i difensori dei diritti dei migranti: associazioni, gruppi e singoli che si battono per la tutela dei diritti lungo la Ruta del migrante, famosa per la tratta di esseri umani, le violenze e il traffico di droga.

Del progetto CAPDEM fa parte la campagna Sin Nombre, che ha l’obiettivo di informare e sensibilizzare sulle gravissime violazioni dei diritti in due Paesi particolarmente violenti per i migranti e per i loro difensori, il Messico e la Repubblica Dominicana.

Clicca qui per i materiali e gli interventi del convegno.

 

gen
28

Istat: italiani e stranieri accomunati dall’emigrazione

images (2)Meno immigrati, più emigrati: è questo, in estrema sintesi, il dato evidenziato dall’Istat nel suo report Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, relativo all’anno 2012.

Secondo le rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2012 i cittadini che si sono iscritti alle anagrafi comunali dall’estero sono 351mila, 35mila in meno rispetto al 2011 (-9,1%). Ciò è “dovuto in larga parte al numero di ingressi dei cittadini stranieri, che scende da 354 mila nel 2011 a 321 mila nel 2012”, la stessa tendenza si registra anche per gli italiani presenti all’estero, per cui si osserva una “contrazione delle iscrizioni (da 31 mila a 29 mila unità)”.

Presenza straniera
Tra le 321mila persone straniere iscritte nel 2012, la comunità più rappresentata è quella rumena (82 mila iscrizioni), seguita da quella cinese (oltre 20 mila), marocchina (quasi 20 mila) e albanese (14 mila).

E’ interessante notare come la comunità rumena sia anche quella più toccata dal calo degli ingressi: i cittadini rumeni che migrano in Italia passano da 90mila nel 2011 a 82 mila nel 2012, (- 9,4%). “Una forte contrazione degli ingressi si registra anche per i cittadini della Moldavia (-41,1%), dell’Ucraina (-35,7%), del Perù (-35,4%) e dell’Ecuador (-27%)”.

Per quanto riguarda invece gli ingressi, “in termini assoluti crescono i flussi dei cittadini della Nigeria (+2 mila e 300 iscrizioni), del Pakistan (+1.300), del Mali (+1.300) e della Costa d’Avorio (+1.000). In terminirelativi, gli incrementi maggiori si osservano per gli immigrati con cittadinanza del Mali (+582%),del Niger (+505%) e del Sudan (+303%)”.

Aumentano le emigrazioni
Aumentano le cancellazioni all’anagrafe causate dai trasferimenti all’estero: nel 2012 sono state 106 mila, 24mila in più rispetto all’anno precedente. Si registra, per dirla in altri termini, un “aumento delle emigrazioni”, che accomuna cittadini italiani e stranieri.

Per quanto riguarda i primi, le cancellazioni sono state 68mila, con un aumento del 36% rispetto alle 50mila del 2011: il dato “è il più alto degli ultimi dieci anni”.

I principali paesi di destinazione sono la Germania (oltre 10 mila emigrati), la Svizzera (8 mila), il Regno Unito (7 mila) e la Francia (7 mila).

Con riferimento ai cittadini stranieri, nel 2012 le cancellazioni per l’estero sono state 38mila, con un incremento del 18% rispetto alle 32mila del 2011.

Una popolazione che diminuisce
Il rapporto tra iscrizioni e cancellazioni – quello che l’Istat chiama “il saldo migratorio con l’estero”, è di 245mila unità: – 19,4% rispetto al 2011, il valore più basso registrato dal 2007.

Il dato sul saldo migratorio evidenzia la situazione demografica dell’Italia: negli ultimi 20 anni “i flussi migratori con l’estero rappresentano il fattore prevalente di crescita della popolazione residente in Italia”, e “l’ingresso dei cittadini stranieri ha costantemente prodotto un saldo migratorio positivo con l’estero modificando la struttura demografica del Paese, tanto che, al 31 dicembre 2012, gli stranieri costituiscono il 7,4% della popolazione residente”.

Guardando agli ultimi cinque anni, l’Istat rileva un calo dell’immigrazione del 33,5% (da 527 mila unità nel 2007 a 351 mila nel 2012) associato all‘aumento consistente delle emigrazioni (più che raddoppiate, da quasi 51 mila nel 2007 a oltre 106 mila nel 2012).

L’età di chi decide di lasciare il Belpaese
Per quanto riguarda l’età dei migranti, tra gli italiani in entrata e in uscita dal paese si evidenzia “un saldo negativo di 26mila unità tra i 25 e 44 anni di età, con un picco all’età di 29 anni”.
Le migrazioni da e per l’estero di cittadini italiani con più di 24 anni di età (pari a 21 mila iscrizioni e 53 mila cancellazioni) riguardano per oltre un quarto del totale laureati, la cui meta preferita è la Germania.

Tra i cittadini stranieri, le maggiori differenze tra immigrati ed emigrati si rilevano tra i 20 e i 39 anni, fascia di età in cui si concretizza un saldo positivo di 166 mila unità.

Trasferimenti interni
Crescono i trasferimenti sul territorio nazionale: nel 2012, 1 milione 556mila individui si sono spostati all’interno dei confini (+15% rispetto al 2011). Di questi, 279 mila sono stranieri, di cui la componente più numerosa è quella rumena (oltre 64 mila, 23% dei flussi interni degli stranieri). Purtroppo non vengono fornite in dettaglio informazioni sulle direttrici principali che segnano i trasferimenti dei migranti stranieri all’interno del territorio nazionale.

Complessivamente, si registra un persistente squilibrio tra Nord-Centro Italia e Sud: se nell’area centro-settentrionale i tassi migratori netti sono positivi, si ha una tendenza opposta nel meridione e nelle isole.

Lavoro, spinta al trasferimento
Dai dati Istat, quello che sembra muovere le persone è il lavoro, o almeno la sua ricerca.

Così come per gli spostamenti fuori dai confini nazionali, anche quelli interni interessano le fasce di età lavorative: dai 18 ai 50 anni il flusso assoluto dei trasferimenti è molto intenso, con 801mila italiani in movimento contro i 199 mila stranieri. “In termini percentuali, tuttavia – sottolinea il report – tali spostamenti risultano più frequenti per gli stranieri (71,3%) piuttosto che per gli italiani (62,8%)”.

Differenze di genere
I dati Istat sottolineano anche l’esistenza di una differenza di genere nella propensione a emigrare: il 57,8% dei cittadini italiani che emigrano all’estero è di genere maschile, mentre gli uomini stranieri che emigrano all’estero sono il 46,4%.

Nel caso dei trasferimenti all’interno dei confini nazionali tra i cittadini italiani il rapporto di genere è piuttosto equilibrato (50,7% uomini e 49,3% donne), mentre sono più numerose le cittadine straniere che si trasferiscono (53,8%) rispetto agli uomini (46,2%).

Clicca qui per scaricare il report integrale

dic
16

Notizie fuori dal ghetto

downloadSi chiama Notizie fuori dal ghetto il primo rapporto dell’Associazione Carta di Roma, costituitasi due anni fa per dare attuazione al protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e a Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno 2008.

Il ghetto, come metafora dello spazio riservato a immigrazione e cittadini stranieri sulle pagine dei giornali e in televisione.

Uno spazio che, stando alle rilevazioni dell’associazione, basate sull’anno 2012, si sta via via espandendo fuori dai confini ‘classici’: se fino a poco tempo fa era la cronaca – in particolare la cronaca nera – l’ambito in cui erano maggiormente presenti i cittadini di origine straniera, nel 2012 “crescono in maniera significativa le notizie sull’immigrazione e l’asilo legate alla società; in particolare quelle che riguardano le questioni demografiche, il lavoro, l’economia e anche l’istruzione”.

La cronaca continua comunque a essere il settore più considerato quando si parla di immigrazione nei “quotidiani locali, dove raggiunge percentuali alte”: rappresenta infatti il 50% di tutte le notizie relative alla migrazione e all’asilo sul Corriere del Veneto, Giornale di Sicilia, Il Messaggero, Resto del Carlino, Gazzetta del Mezzogiorno.

Un altro cambiamento sembra riguardare i figli degli immigrati, che secondo il rapporto “conquistano un protagonismo attivo nelle news”, soprattutto televisive. In particolare, le televisioni sembrano riportare le storie delle persone e le difficoltà quotidiane cui devono far fronte perchè non sono considerati cittadini italiani dallo stato.

Questo aspetto, se da una parte è sicuramente positivo, dall’altra necessita di un attento monitoraggio, perchè c’è il rischio, sottolineato dalla rappresentante della Rete g2 Lucia Ghebreghiorges, che la narrazione appiattisca i protagonisti delle biografie a meri testimonial, icone di problemi visti ancora come molto personali e poco politici. Quello che manca, secondo la rappresentante della Rete g2, è un’attenzione a quanto fatto fin’ora, alle lotte portate avanti senza alcun esito – come la campagna per lo ius soli -, oltre che focus, importanti ma non sufficienti, sulle singole esperienze.

Il rapporto evidenzia una costante “etnicizzazione delle notizie”: nel 32% del totale delle notizie analizzate vengono indicate una o più nazionalità in prima pagina. In particolare, “la pratica di fare riferimento a nazionalità specifiche riguarda il 59% delle notizie di cronaca nera”. La specificazione della nazionalità tende a essere portata dai giornalisti come “unica spiegazione e chiave di lettura dei fatti”, ed è una pratica che fatica a essere abbandonata, nonostante la Carta di Roma sia molto chiara e precisa in materia.

Altro elemento che non sembra mutare è l’assenza delle donne nell’immaginario mediatico relativo all’immigrazione: “di tutte le notizie prese a campione dalla fotografia della carta stampata, il 53% riguarda uomini, il 30% i due generi in maniera equilibrata e solo il 17% donne”. Nella maggior parte dei casi, le donne diventano protagoniste quando sono vittime di violenze, anche se va sottolineato che nel caso di violenza o femminicidio le donne immigrate sono più invisibili rispetto alle donne italiane, in un vero e proprio “cambio di narrazione se l’aggressore è straniero o meno”, come evidenzia Marinella Belluati, una delle curatrici del rapporto. Belluati sottolinea inoltre come le donne immigrate siano praticamente inesistenti nel discorso giornalistico legato al mondo del lavoro, se non in qualità di “badanti” o “prostitute”.

Quello che evidenzia la giornalista Francesca Paci, trovando conferma nei partecipanti alla presentazione, è che l’immigrazione e i cittadini stranieri fanno da cassa di risonanza a problemi più generali: ad esempio, “delle questioni di genere si parla poco in generale, ancora di più nel caso di donne straniere”.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’attenzione all’arricchimento che può derivare dalla valorizzazione delle conoscenze e delle competenze dei cittadini stranieri: la scrittrice Ribka Sibathu denuncia un peggioramento della situazione rispetto a dieci anni fa, una generica deriva culturale che si riflette anche sulle scelte giornalistiche, tese al sensazionalismo e poco all’approfondimento. E’ questo il caso ad esempio degli sbarchi, ancora portati a icona dell’immigrazione tout court, che rimanda da una parte a una visione disperata e pietistica dei cittadini stranieri, visti come vittime passive, e dall’altra a un’idea di invasione, a seconda dei diversi orientamenti ideologici di sfondo.

Il rapporto sottolinea inoltre un legame molto forte tra scelte giornalistiche, humus culturale e linguaggio politico: è quest’ultimo che deve cambiare prima di tutto, per dare un messaggio chiaro contro le derive razziste. “Le responsabilità per il miglioramento qualitativo dell’informazione sulla migrazione e l’asilo appartengono in primis ai giornalisti e ai direttori – si legge nelle raccomandazioni contenute nel rapporto – ma la battaglia [..] si gioca insieme alla società civile […] e al mondo politico”.

 

 

 

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06

Scuola, alunni stranieri e “the tower of babel”

download (6)di Cinzia Gubbini

Sono passati solo due mesi – era il 24 settembre – dalla sventurata decisione del Corriere della Sera di pubblicare l’articolo del professor Andrea Ichino, fratello del più noto Pietro, dal titolo “Per ogni straniero in aula gli italiani calano nei test, miti da sfatare”, che i catastrofici effetti si fanno sentire.

Qualche esempio: una serie di mozioni comunali a firma Lega si riferiscono a quell’articolo per perorare le classi differenziali, che non vengono mai chiamate così ma, pudicamente, “revisione del sistema di accesso degli alunni stranieri nelle scuole di ogni ordine e grado”. Alla stessa stregua l’articolo di Ichino fa bella mostra tra i documenti inviati al ministero dell’Istruzione dalla scuola di Alte di Montecchio, in provincia di Vicenza, che ha creato in una scuola elementare due classi di soli stranieri.

La “linea” del Corriere

Si dirà: non si può mica dar colpa al Corriere e al professor Andrea Ichino, che in quell’articolo autorecensiva una sua ricerca finanziata dal ministero dell’Istruzione, che si chiama “The tower of Babel” e ha la pretesa di quantificare come cambiano le “performance” degli alunni di una classe di seconda elementare in base al numero di alunni stranieri. Proprio così: se ne tolgo uno straniero e ne aggiungo uno italiano, quanto fa? Parrebbe però il minimo che il recensore – nonché autore della ricerca – avesse specificato che quel lavoro per ora non è stato pubblicato su nessuna rivista scientifica e dunque non è stato sottoposto ad alcuna revisione di un panel di esperti. Parrebbe opportuno altresì che – dopo aver permesso al professore di sostenere una tesi così forte – il quotidiano di via Solferino avesse ospitato sulle sue colonne anche voci di dissenso, offrendo lo stesso palcoscenico. Sempre nell’ottica di una informazione il più possibile completa.

Siccome, però, non usa, vediamo di cosa parla questo lavoro scientifico balzato agli onori delle cronache e capace di scavare nel fondo di un sistema educativo in crisi. E perché bisognerebbe prenderlo con le pinze, come d’altronde è bene fare con tutti i risultati “misurabili” delle scienze sociali (lo insegna la buona epistemologia).

The Tower of Babel

Intanto i risultati di “The tower of babel”: secondo i ricercatori (tra cui un rappresentante della Banca mondiale) che hanno analizzato una II elementare e una V in base ai dati Invalsi 2009-2010, se si sostituisce a un alunno straniero un alunno nativo, le “performance” dei nativi si ridurrebbero del 12% in italiano e del 7% in matematica. Queste conclusioni, però, non sono univoche. Intanto secondo i ricercatori nelle scuole italiane si evidenzia una tendenza a concentrare gli alunni immigrati in classi più svantaggiate. Della serie: mica un fattore da niente. Inoltre il lavoro evidenzia che quelle differenze rilevate nei risultati spariscono in V elementare. Il perché, scrivono gli studiosi, deve ancora essere esplorato. Verrebbe da dire che, quindi, non c’è problema. Ma Ichino sostiene che è inutile “negare”, e che sarebbe opportuno introdurre “percorsi diversificati di integrazione graduale” invece di “mandare allo sbando” alunni stranieri nelle classi. Ma fosse solo questo: la teoria, a questo punto tutta politica, di Andrea Ichino è che l’unico modo per affrontare in modo franco la situazione è quella di istituire anche in Italia le “charter schools”, scuole autonome nei modelli gestionali e nel reclutamento degli insegnanti, perlopiù finanziate dai privati ma che ricevono anche un budget dallo Stato.

Un’ideona? Per la verità sarebbe un’importazione dell’ultima ora, visto che le charter schools, diffuse soprattutto negli Stati uniti, stanno giustappunto mostrando i loro lati deboli: vengono scelte soprattutto da alunni molto fragili, assumendo caratteristiche precise che sono sconosciute nella scuola pubblica “di tutti”, e oltretutto ricerche specifiche hanno dimostrato che non riescono a colmare le differenze dovute al background sociale (e non ci riesce nessuno, questo sì il vero fallimento del sistema educativo dal nord al sud del mondo).

A cosa servono i numeri?

Ma più in generale bisognerebbe sottolineare, chiedersi e discutere quanto interesse abbia uno studio di questo tipo. Il problema, cioè, sta tutto nel manico. E sarà il caso di affrontarlo. Libertà di ricerca, ci mancherebbe. Ma le “public policies” che cosa ci vogliono fare con questi numeri? E fino a che punto si affidano ai numeri?

I test Invalsi, sui quali si basa lo studio “The tower of Babel”, sono in continua evoluzione e aggiustamento. Qui non si sta sostenendo che non siano degli utili strumenti di lettura e che non possano offrire spunti di riflessione per le singole scuole, i gruppi classe, quei professionisti che chiamiamo maestra e maestro, professore e professoressa. Ma saranno utili solo finché il loro utilizzo rimarrà laico. Solo finché quei risultati espressi in valori misurabili saranno considerati delle spie di una tendenza, e non la fotografia fedele delle capacità di un ragazzo, di un gruppo classe o peggio ancora del professionista a cui quei ragazzi sono affidati. Il processo educativo e di apprendimento è complesso e influenzato da numerosissimi fattori, che cambiano nel tempo. Le rilevazioni statistiche sono per loro natura – e necessità – rigide e puntuali. E’ certamente una sfida intellettualmente affascinante quella di voler ricercare lo “strumento perfetto” per misurare le capacità dell’uomo. Ma ogni buon scienziato sa che questo può solo essere uno stimolo verso il miglioramento della validazione del metodo, mai una fede cieca.

I trend italiani

Da questo punto di vista la lettura dei dati Invalsi e Ocse/Pisa offrono qualche interessante elemento di riflessione sulla questione dei migranti e della scuola. La disparità di reddito e accesso alla cultura è quel gap che la scuola non riesce a colmare, neanche tra italiani. I dati ci dicono che le differenze tra competenze degli studenti migranti e quella degli italiani si attenuano quando la scolarizzazione dei migranti parte dall’asilo nido. Come è possibile affrontare questa questione quando non esistono sufficienti asili nido pubblici in Italia, e la “concorrenza” tra migranti e nativi per ottenere una posto al nido è uno dei fronti “caldi” della convivenza in Italia? A ciò si aggiunga, come dato di contesto, che l’Italia è uno dei pochi paesi che – tra il 2003 e il 2013 e in particolare tra il 2009 e il 2013 – ha investito meno nella scuola e nelle politiche educative. In totale controtendenza con la maggior parte dei paesi, che invece hanno aumentato gli investimenti.

Allo stesso modo le più moderne teorie pedagogiche sostengono che creare percorsi differenziali, omogeneizzando le classi in base alle competenze, è il modo più sicuro per ottenere risultati meno brillanti e mantenere tutti allo stesso punto da cui sono partiti.

Tra il 2003 e il 2013 nei paesi Ocse l’immigrazione è cresciuta in media dal 9 al 12%. In Italia la crescita è stata superiore – seppur su piccoli numeri: dal 2 al 7%. Comunque, un vero terremoto che ha cambiato il volto delle classi a scuola e ha fatto nascere nuove esigenze. E’ interessante osservare che il terremoto si è verificato negli stessi anni in cui sono stati tagliati i finanziamenti. Forse, se le scuole sono in difficoltà e gli alunni stranieri incontrano difficoltà nel loro processo di inserimento scolastico, questo è l’unico calcolo che è lecito fare.