Ancora una volta la burocrazia italiana viola i diritti fondamentali dei cittadini stranieri. Questa volta nel suo mirino è finita una famiglia residente a Brescia, composta da due cittadini pakistani con tre figlie minorenni a carico, il cui padre è stato rimpatriato in Pakistan per via di un errore di compilazione dei documenti.
La vicenda, raccontata a Radio Onda D’urto, inizia circa sette mesi fa, quando l’uomo, con l’aiuto della moglie U., consulta un patronato locale per convertire il suo permesso di soggiorno in un permesso di lavoro per assistenza minori. I documenti vengono, quindi, inviati alla Questura di Brescia, che in teoria sarebbe tenuta a rispondere entro 60 giorni, ma, come abbiamo segnalato più volte, i tempi previsti dalla legge non sono quasi mai rispettati.
E, infatti dopo sette mesi ancora non arriva alcuna risposta.
Quindi U. a fine marzo decide di inviare una mail all’Ufficio migrazioni della Questura di Brescia, che risponde dando appuntamento a entrambi i coniugi il primo aprile, raccomandando di portare la ricevuta della domanda di conversione e il passaporto.
I coniugi si presentano in Questura come previsto con due delle tre figlie minorenni, ma fin da subito vengono sottoposti ad alcune procedure inusuali: dopo che gli addetti hanno preso i loro passaporti, vengono fatti accomodare in una sala d’attesa, senza fornire alcuna spiegazione ulteriore, dove aspettano per cinque ore.
Quando, finalmente, un addetto si presenta loro, è solo per comunicare il diniego del permesso del marito – diniego mai comunicato nei mesi di attesa della risposta da parte della Questura – e il rimpatrio in Pakistan.
Una notizia che arriva all’improvviso, tra lo sgomento della coppia e la disperazione delle due bambine, che si mettono a piangere quando capiscono che stanno per essere separate dal padre. U., nell’intervista a Radio Onda d’Urto, dichiara che quella era la prima volta che la Questura dava loro notizie sullo status del permesso di soggiorno di suo marito, non erano state date comunicazioni precedenti di alcun tipo.
Adesso il caso è seguito dall’associazione bresciana Diritti per Tutti, che “Fornisce assistenza a chi deve fare fronte agli obblighi burocratici posti dalle leggi sull’immigrazione, anzitutto la richiesta e il rinnovo del permesso di soggiorno”, come indicato sul loro sito.
Secondo l’operatrice che sta seguendo la famiglia, alla base del rimpatrio del marito di U. ci sarebbe un errore burocratico commesso dal Caf che, per primo, si era occupato della compilazione della domanda di conversione del permesso di soggiorno in permesso per lavoro: il caf ha sbagliato nel riportare alcune date riguardanti l’idoneità alloggiativa. Per giunta, a detta dell’associazione Diritti per Tutti, la domanda avrebbe potuto essere integrata con un ricorso al Tribunale per i Minorenni ai sensi dell’art. 31 del T.U. Immigrazione, che consente la permanenza in Italia di un genitore di minori quando l’allontanamento rischierebbe di pregiudicare il loro sviluppo psicofisico.
Rimane, a conti fatti, un errore burocratico commesso dal CAF che, ora, anche a causa della malagestione della Questura, rischia di rovinare la vita a una famiglia, che ora ha tempo 20 giorni per presentare ricorso al decreto di espulsione. Ciò, tuttavia, non toglie le numerose e sistematiche violazioni dei diritti umani che queste persone hanno subito: non solo la mancata tempestività delle comunicazioni del diniego e il trattenimento in Questura per così tante ore sarebbero gravi irregolarità, ma anche che l’uomo, dopo un processo per direttissima tenutosi il 2 aprile, sia stato rimpatriato il giorno seguente, nonostante sia un suo diritto presentare la domanda di ricorso in Italia.
Questa celerità nel rimpatrio lascia perplessi.
Secondo l’operatrice “si tratta di una scelta politica, perché avrebbe potuto molto più facilmente gestire la vicenda legale dall’Italia” e sottolinea anche come la mancanza di trasparenza da parte della Questura di Brescia sembri sistemica: il 3 aprile, quando vi ha nuovamente accompagnato U. per chiedere chiarimenti, ha notato un agente di polizia comunicare solo in maniera orale la chiusura pasquale degli uffici, che avrebbero riaperto il mercoledì successivo, creando disagi alle altre persone in fila per entrare, alcune delle quali avevano anche preso dei permessi dal lavoro.
La vicenda di U. e di suo marito evidenzia ancora una volta come i cittadini stranieri siano esposti a un razzismo istituzionale, sistemico e invisibile, che, come in questo caso, può sconvolgere la vita di una persona solamente per una data o un modulo sbagliato. Ora U. non solo deve districarsi nel labirintico processo burocratico del ricorso da sola, separata dal marito che si trova tutt’ora in Pakistan, ma deve anche gestire l’unica fonte di guadagno familiare, consistente nella bancarella di abbigliamento da sempre condotta insieme al coniuge. Talvolta il razzismo sistemico nelle amministrazioni si presenta così: nell’impatto di una virgola sbagliata.










