
Si chiamava Mohamed Amin Bessioud il ragazzo italiano di origine tunisina morto lo scorso giovedì. Si è gettato dal balcone di casa sua – dove era detenuto ai domiciliari – mentre era in corso una perquisizione dei Carabinieri a Cosenza. Aveva solo 25 anni.
Sulla morte del giovane ci sono molte ombre: le modalità tenute dalle forze dell’ordine, le condizioni di salute del ragazzo, caduto in un profondo stato di depressione a seguito della morte del padre e il successivo arresto per detenzione di sostanze stupefacenti. A pochi giorni di distanza dalla morte di Abderrahim Fakir, un’altra persona muore nel momento in cui dovrebbe essere sotto la custodia di un rappresentante delle forze dell’ordine. Questo è un punto da cui partire.
I fatti
Nel primo pomeriggio di giovedì 23 luglio, i Carabinieri entrano nella casa della famiglia Bessioud, dove Mohamed, detto Momo per i conoscenti, vive con la madre Nabila. Le forze dell’ordine entrano per verificare, come spesso accade, che Mohamed stia rispettando la detenzione ai domiciliari, ma qualcosa sembra andare diversamente. Viene infatti dichiarata una perquisizione: i Carabinieri fanno uscire la madre di Bessioud dalla stanza del figlio, ivi vi si chiudono con lui. Nel corso della perquisizione – non è chiaro se autorizzata o meno – vengono ritrovati 100 grammi di hashish e da lì scatta l’arresto. Tra l’arresto e il momento in cui Mohamed raggiunge il balcone le cose sono poco chiare: si sta cercando di capire se sia stato ammanettato, si sta cercando di ricostruire se ci sia stata effettivamente una colluttazione. Al momento vi sono solo le testimonianze della madre, ancora sotto shock, che ha udito urla all’interno della stanza. Quando riesce ad entrarvi fa in tempo solo a vedere il figlio gettarsi dal balcone, senza che sia fermato. Mohamed muore pochi minuti dopo essere stato trasportato in ospedale.
Le condizioni di Mohamed
La madre ha confermato agli inquirenti che quello di Mohamed è stato un gesto volontario. Il ragazzo, infatti, da tempo soffriva di depressione, aggravatasi mentre era in carcere. Bessioud ha un passato di autolesionismo – per cui a marzo era stato ricoverato -, aveva tentato il suicidio tre volte racconta la madre, viveva una condizione di fragilità psicologica di cui anche i Carabinieri entrati quel pomeriggio erano a conoscenza. Ma c’è da chiedersi se ne abbiano davvero tenuto conto.
La madre, infatti, in più interviste (si veda ad esempio qui e qui) ha dichiarato di aver avuto bisogno di supporto per prendersi cura del figlio e, d’altro canto, che i Carabinieri nel corso di altri controlli precedenti avevano già mostrato un atteggiamento violento e ostile nei confronti del ragazzo – tanto che Mohamed era sempre più spaventato. Anche quel 23 luglio, la donna dichiara di aver sentito urla e intimidazioni nei confronti del ragazzo da dietro la porta della stanza del figlio: gli era stato infatti imposto di lasciare la stanza nel corso della perquisizione. Nabila non è riuscita ad entrare in tempo, e l’avvocato, che ha presentato un esposto alla Procura di Cosenza, sostiene che se la madre fosse stata presente durante la perquisizione, ci sarebbero state maggiori possibilità di calmare Mohamed.
Una fragilità di cui bisognava tenere conto
La morte di Mohamed, secondo le notizie ad oggi disponibili, ricorda inevitabilmente quanto successo il 25 luglio 2022 ad Hasib Omerovic, precipitato dal balcone di casa sua dopo una perquisizione da parte di 5 agenti in borghese (si veda il Focus Roma. Le violenze istituzionali subite da Hasib Omerovic). Ma la presunta volontarietà del gesto del ragazzo ci parla di altro. Questa storia fa eco a tanti altri casi, mostrando ancora una volta come la salute mentale non sia adeguatamente riconosciuta come un diritto: le difficoltà incontrate dalla madre e, soprattutto, il comportamento delle Forze dell’Ordine parlano da soli. Stando alle ultime ricostruzioni, su cui verranno comunque fatte le indagini, le modalità di intervento dei Carabinieri non sembrano aver davvero tenuto conto delle condizioni psicologiche del ragazzo. Una prossemica invadente o un determinato tono di voce possono infatti essere percepiti come aggressivi, influenzando il comportamento ed esacerbando negativamente la risposta della persona coinvolta. Per questo, come è successo per Abderrahim Fakir, sorgono enormi interrogativi su come le Forze dell’ordine si rapportano con le persone che manifestano una forte condizione di fragilità mentale e sui protocolli di intervento. E, soprattutto, su quanto l’intersezione fra una condizione di disagio mentale e la razzializzazione influenzi il modo in cui le persone sono trattate. La sovrapposizione del razzismo a una condizione di vulnerabilità può innescare un processo di stigmatizzazione e trasformare una persona bisognosa di cura in un soggetto pericoloso, soprattutto in mancanza di una adeguata formazione.
L’intersezione tra gli effetti del razzismo sistemico e il disagio psichico non si limita a questo: i due fenomeni si generano e si rafforzano a vicenda. Fanon lo scriveva già decenni fa da psichiatra, prima ancora che da teorico: il razzismo istituzionale – in particolare quando riproduce la violenza coloniale nelle modalità di esecuzione delle perquisizioni e degli arresti, nel sospetto sistematico – non lascia soltanto segni sui corpi, ma disgrega le menti che la subiscono.
Mohamed ad ogni controllo si mostrava per ciò che era realmente: un 25enne spaventato.
Come sostiene l’avvocato, era un ragazzo che necessitava di supporto. In un contesto in cui si moltiplicano i discorsi, le pratiche e gli interventi normativi securitari, è necessario ribadire che il suo passato o la sua detenzione, non possono di certo cancellare quella necessità di cura che il diritto alla salute, anche mentale, dovrebbe garantire. Questo è il punto di partenza di una storia che ha avuto una precoce, quanto ingiusta fine.










