Il 26 marzo si è tenuto a Roma presso la sede romana del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, l’incontro di formazione “Oltre gli stereotipi: la rappresentazione nei media delle persone migranti, rifugiate e razzializzate”, promosso da Carta di Roma, Lunaria e dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, nell’ambito del progetto MILD. L’evento ha coinciso con la pubblicazione del training online del progetto e, attraverso gli interventi di diversi ospiti, sono state toccate alcune delle questioni più importanti relative alla rappresentazione mediatica delle persone con background migratorio e razzializzate.
L’obbligo di giornaliste e giornalisti (e, più in generale, dei professionisti e delle professioniste dell’informazione) a informare correttamente su questi temi non è una questione etica, ma rientra prima di tutto tra i doveri deontologici, in particolare all’art. 14 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti che ha assorbito al proprio interno alcuni principi della Carta di Roma.
Chi fa informazione ricopre un ruolo sociale importante: soprattutto nell’epoca attuale, in cui il disordine informativo e le narrazioni fuorvianti dilagano, fornire una corretta informazione significa sostenere il corretto funzionamento del processo democratico.
E, da quanto emerso durante gli interventi delle esperte e degli esperti, le narrazioni relative a persone rifugiate, migranti e razionalizzate, in alcuni casi, non solo non rispettano i principi deontologici, ma, anche in buona fede, tendono a proporre rappresentazioni che vanno a rafforzare gli stereotipi, invece che a demolirli.
Stigmatizzazioni e discriminazioni attraversano il mondo dell’informazione e lo fanno talvolta in modo esibito, molto spesso in modo più sottile e sotterraneo. Contribuiscono a orientare la narrazione la focalizzazione del racconto sulle politiche migratorie, la postulazione e la riproposizione ossessiva di associazioni improprie, l’uso di un lessico impreciso quando non scorretto e la prevalente assenza delle persone migranti, rifugiate e razzializzate nelle redazioni così come tra le persone consultate e intervistate nei servizi. E quando lo sono, spesso sono destinate a parlare della propria storia: difficilissimo trovarle, ad esempio, in servizi e in trasmissioni di attualità che non parlano di migrazioni. Una ghettizzazione tematica che sembra riprodurre nelle redazioni quei processi di esclusione, stigmatizzazione e discriminazione quotidiani che attraversano il mondo reale.
La rappresentazione delle persone straniere e di origine straniera offerta dai mezzi di informazione è per lo più tematizzata con riferimento alle politiche migratorie e come una minaccia: il racconto delle storie delle persone con background migratorio e razzializzate che vivono stabilmente in Europa tende a mancare o a concentrarsi su aspetti problematici. Le innovazioni tecnologiche che hanno trasformato profondamente il sistema di comunicazione e di informazione non sembrano aver scalfito un modello di informazione mainstream che resta profondamente intriso di eurocentrismo e quasi totalmente inaccessibile alle persone migranti, rifugiate e razzializzate.
Moltiplicare le occasioni di confronto e di collaborazione tra il mondo del giornalismo, le persone razzializzate e l’attivismo antirazzista è precisamente uno degli obiettivi perseguiti dai promotori del progetto MILD partendo dalla consapevolezza che per produrre cambiamenti culturali, sociali e professionali profondi occorre un lungo e paziente lavoro di tessitura collettivo che deve nutrirsi di una molteplicità di conoscenze interdisciplinari.
Ad esempio, nel corso dell’incontro, la prof.ssa Anna Gui, docente di psicologia dello sviluppo e educazione dell’Università Tor Vergata e membro del Diversity in Developmental Science Network, ha posto l’attenzione sul bias WEIRD: si tratta di un acronimo, usato soprattutto nella ricerca scientifica, che indica un punto di vista “Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic” e che, quindi, continua a riproporre inconsapevolmente una relazione di potere gerarchico tra il/la giornalista e la persona razzializzata di cui sta scrivendo, in cui quest’ultima subisce la narrazione e non è davvero protagonista.
Si tratta, dunque, di un problema strutturale, la cui origine è sia sociale che culturale, poiché legata anche al complesso rapporto che l’Italia ha con il suo passato coloniale, e che si scontra con una realtà effettiva che è complessa e in continuo cambiamento. I protagonisti esemplari di questo cambiamento sono proprio le giovani generazioni di italiani e italiane con background migratorio. Come evidenziato anche dalla giornalista Eleonora Camilli, si tratta di persone nate e cresciute in Italia, ma che spesso fanno fatica ad ottenere la cittadinanza italiana.
Un profilo ben diverso da quello WEIRD e, pertanto, molti giornalisti sembrano incapaci di catturare quel punto di vista, il disagio di una generazione che viene deformata a livello mediatico: spesso sono invisibili o quando compaiono, le narrazioni su di loro sono quasi sempre polarizzanti: in termini di eccezionalità (per esempio il campione che vince l’oro ai mondiali) o di criminalizzazione, con la crescente narrazione attorno ai cosiddetti “maranza”.
È un fenomeno che, appunto, ha radici in un problema più ampio, in cui questa gerarchia di potere si ripercuote anche a livello sociale ed economico: non sorprende, quindi, che le persone giovani con questo tipo di background migratorio vi si sottraggano. Una su tre, infatti, soprattutto dopo aver ottenuto la cittadinanza, decide di lasciare l’Italia per trasferirsi in altri Paesi, dove si sente più valorizzata.
È una perdita importante e che ha conseguenze da non sottovalutare. Da una parte si allontanano quelle nuove menti in grado di portare innovazione, contribuendo ad alimentare l’invecchiamento del Paese. Ma dall’altra si restituisce la fotografia di un Paese che si rifiuta di riconoscere questa perdita come un problema, poiché manca prima di tutto il riconoscimento di queste persone come “veri” cittadini e cittadine italiane.
Per questo motivo, è stato evidenziato come le soluzioni davvero efficaci non risiederebbero tanto nelle proposte di contro-narrazioni o nella diffusione di dati sulle migrazioni, ma piuttosto nella creazione di “narrazioni generative”, così definite da George Lakoff, riprese nell’intervento di Tana Anglana, esperta di migrazione, sviluppo e comunicazione strategica per la coesione sociale. Anglana ha sottolineato la necessità di narrazioni che mettano al centro le persone con background migratorio e razzializzate, rappresentando le loro esperienze prima di tutto come persone all’interno di una società, senza sfociare nel mero tokenismo (i.e. la strumentalizzazione della presenza di una persona razzializzata, senza tuttavia mettere in discussione le dinamiche di potere razziste).
Le narrazioni che passano anche attraverso l’uso delle immagini, le quali, nell’epoca dei social network e dell’estetica performativa che si portano come conseguenza, hanno un grande rilievo e potere nell’indirizzare l’informazione.
Nell’intervento di Giovanna d’Ascenzi, giornalista e photoeditor di Internazionale, si è ribadito il ruolo primario delle immagini nella creazione delle narrazioni: dalle foto riprese dall’alto dei cosiddetti “barconi”, come la famosa foto del 2014 di Massimo Sestini, a quelle in primo piano dei photoreporters che seguono il viaggio sui confini delle persone migranti, e di cui la foto del 2015 “Hope for a new life” di Warren Richardson è l’emblema.
Immagini che prenderanno nuova forma nei prossimi anni, in una situazione globale costellata di conflitti che colpiscono direttamente la popolazione civile. Perché è bene ricordare che le persone non si spostano mai nel vuoto, ma in un contesto internazionale che le costringe sempre più spesso a lasciare il luogo di origine.
Il training online More correct Information Less Discrimination, ideato e realizzato grazie a un percorso partecipativo seguito dai partner del progetto MILD, resterà a disposizione gratuitamente nei prossimi mesi per giornaliste e giornalisti, attiviste e attivisti, studenti e studentesse che operano nell’ambito della comunicazione e dell’informazione.










