
Il 6 marzo, durante un ritrovo della comunità bengalese nell’ex-segheria di via Giustizia per organizzare i festeggiamenti per la fine del Ramadan, previsti per il 19 marzo, il partito di estrema destra Forza Nuova organizza fuori dall’immobile un presidio per protestare contro il suo utilizzo come Moschea. In realtà il progetto è per la costruzione di un centro culturale, adibito anche a luogo di preghiera.
La tensione diventa presto uno scontro esplicito. I militanti di Forza Nuova, infatti, nel loro attacco alle attività del centro culturale non mancano di ricorrere agli slogan razzisti più classici evoncando una presunta “invasione islamica” e un “tradimento degli italiani” da parte del Consiglio comunale. Il presidente dell’associazione Giovani per l’umanità, cittadino italiano di origine bengalese e punto di riferimento per la diaspora del Bangladesh avrebbe deciso di denunciare Forza Nuova per minacce e razzismo dopo essere stato oggetto di insulti e definito in maniera canzonatoria “un italiano, dal diverso colore della pelle.”
Quanto successo è l’apice di una situazione che a Mestre dura da tre anni: la comunità bengalese si è scontrata più volte con il Consiglio comunale per la realizzazione di un luogo di culto islamico, una sfida che è costellata da problemi burocratici, episodi di razzismo e islamofobia.
I primi problemi iniziano nel maggio 2023, quando l’associazione Ittihad, composta da circa 500 persone di origine bengalese o con background migratorio, prende in affitto a più di tremila euro al mese un immobile in via Piave, precedentemente adibito a supermercato, con l’intenzione di trasformarlo in un centro culturale islamico, prevedendo anche uno spazio dedicato alla preghiera.
Alcuni residenti sollevano polemiche e proteste, poiché il centro sarebbe vicino ad alcuni condomini residenziali e si teme che la grande affluenza prevista soprattutto nei venerdì – giorno sacro per i musulmani – possa creare problemi nel vicinato. Il Consiglio comunale, qualche mese dopo, emette un’ordinanza per farlo chiudere, appellandosi a questioni burocratiche circa il mancato cambio di destinazione dell’uso, che sarebbe rimasto a scopo commerciale.
L’associazione Ittihad prova a fare ricorso prima al Tribunale amministrativo regionale, poi in secondo grado al Consiglio di Stato, che, nell’aprile 2025, conferma il respingimento del ricorso perché il centro non risulta a norma dal punto di vista urbanistico.
La sentenza provoca forti proteste nella comunità bengalese, la quale accusa il comune di Venezia di mettere in atto pratiche razziste e discriminatorie; viene anche scritto un appello al Presidente Mattarella, in cui viene sottolineata la necessità di una Moschea in città, vista l’alta presenza di persone di fede islamica.
Nella stessa occasione si evidenzia anche come sia stata applicata dal Consiglio comunale una legge regionale discriminatoria, che mette su due piani diversi i luoghi di culto cristiani e quelli di tutte le altre confessioni. Si tratta di una legge del 2016, che all’epoca aveva suscitato polemiche proprio per questo motivo: si obbligano infatti i nuovi luoghi di culto a rispettare una serie di prerequisiti, come essere situati in aree urbanistiche di categoria F e avere una convenzione con il Comune, il che di fatto esclude le chiese cattoliche, le scuole paritarie e gli oratori.
Tra gli organizzatori delle proteste c’è anche lo stesso presidente di Giovani per l’Umanità, il quale, a maggio 2025, dà un anticipo di 150mila euro per l’acquisizione del terreno in via Giustizia, su cui sorge appunto un’ex-segheria abbandonata, indicato dallo stesso sindaco di Venezia come adatto alla costruzione di un nuovo luogo di culto islamico. Anche in questo caso sembra ripresentarsi il problema del cambio di destinazione d’uso per far rientrare l’area nella categoria F, questione che però deve ancora essere discussa in Consiglio comunale.
Anche questa soluzione non piace a certe forze politiche, le cui critiche non si fermano alle mere questioni burocratiche, ma sfociano in prese di posizione discriminatorie e islamofobe. Infatti, a fine febbraio, alcuni esponenti della Lega si sono detti contrari alla costruzione del luogo di culto poiché le comunità musulmane ammetterebbero “matrimoni di spose bambine, poligamia e la disparità tra uomo e donna” e che la comunità bengalese abbia “rapporti con fondamentalisti islamici”, tutte dichiarazioni che fanno appello a visioni stereotipate e razziste e che in questo caso non trovano riscontro nella realtà dei fatti.
La vicenda del centro culturale islamico di Mestre non si è conclusa: il presidente dei Giovani per l’Umanità, che nel frattempo si era iscritto a Fratelli d’Italia, vede cancellato il proprio nome dalle liste per le elezioni amministrative a seguito delle ultime vicende con Forza Nuova.
Questo caso ha al suo interno dinamiche e discorsi discriminatori che, purtroppo, si ripetono non solo in Veneto, ma anche a livello nazionale: come a Padova o San Donà di Piave, dove sono stati chiusi due centri culturali, ma tramite il nostro lavoro di monitoraggio abbiamo riscontrato casi simili anche a Sassuolo, Magenta, Alessandria e Sesto FiorentinoTutte seguono schemi ricorrenti, che affondano le proprie radici in un razzismo sistemico e in una visione eurocentrica: i discorsi relativi alla religione islamica sono stereotipati e pregiudizievoli, che non tengono minimamente conto della sua complessità e dell’enorme varietà di correnti interne, mentre chi pratica la fede musulmana viene presentato sempre come radicale ed estremista, anche quando richiede semplicemente un luogo in cui poter fare comunità e praticare liberamente il proprio credo religioso, così come sarebbe sancito, tra l’altro, dall’articolo 19 della Costituzione.










