Si chiamava Alagie Singathe. Il 2 aprile aveva compiuto 29 anni, da cinque lavorava nei campi pugliesi vivendo a San Severo nell’insediamento informale di Torretta Antonacci – una delle tante baraccopoli presenti al sud in cui i vari braccianti, soprattutto con background migratorio – vivono, isolati dal tessuto sociale, senza uno Stato che risponda all’emergenza abitativa che vive quella manovalanza che crea l’eccellenza della “cucina made in Italy”. Proprio quel ghetto, mentre Alagie compiva 29 anni, il giovedì del suo compleanno si è riempito di acqua e fango. Il maltempo dei giorni precedenti aveva aggravato l’alluvione. La mattina seguente è stato trovato il corpo del giovane in un casolare diroccato e pieno di fango nell’insediamento: Alagie si era impiccato.
Mentre si continuano a fare degli accertamenti sulle cause della morte del giovanissimo bracciante, si fanno ancora una volta palesi le cause sistemiche del disagio che persone come Alagie vivono quotidianamente. Originario del Gambia, era arrivato 10 anni fa a Lampedusa, come tante persone migranti ha trovato un lavoro nelle campagne italiane e, come ancora troppi lavoratori e troppe lavoratrici, versava in uno stato precario. “Ultimamente era molto giù perché temeva di non riuscire ancora ad ottenere il permesso di soggiorno” dichiara in un articolo dell’Avvenire don Nazareno Galullo, direttore dell’ufficio Migrantes diocesano. Già all’epoca del Covid – come dichiara l’Unione Sindacale di Base che per prima ha dato la notizia – si è rivolto ai sindacati per riuscire ad ottenere i documenti, un lavoro regolare e la residenza. Tuttavia, non ci è riuscito. I lavoratori agricoli stranieri più di tutti vivono le conseguenze di un sistema che produce irregolarità perpetua in cui senza un permesso di soggiorno è difficile ottenere una casa e un lavoro. Ad esacerbare questa condizione di precarietà è arrivata l’alluvione: ad essere in condizioni critiche non ci sono solo le campagne, ma anche tutti i casolari all’interno degli insediamenti informali in cui vivono moltissimi lavoratori e moltissime lavoratrici. La Flai CGIL Puglia denuncia in un comunicato il mancato stanziamento dei 200 milioni di euro dei Fondi PNRR previsti per il superamento dei cosiddetti “ghetti”, un’assenza di volontà politica che se non avrebbe potuto salvare la vita di Singathe, avrebbe sicuramente restituito maggiore dignità a chi lavora quotidianamente nelle campagne per pochi euro l’ora.
Proprio la Flai CGIL era una delle realtà che era presente alla Marcia degli Invisibili, un momento di mobilitazione svolto il 28 Marzo poco prima del Corteo No Kings per ricordare le persone migranti morte e disperse nel Mediterraneo a seguito del Ciclone Harry. In quello spezzone erano tanti i volti dei braccianti, di ogni età e provenienza, tutti chiedevano una cosa: la fine delle guerre – che devastano molti territori da cui partono le persone migranti – e il permesso di soggiorno.
A distanza di qualche settimana torniamo a ricordarci come la condizione di invisibilità, se si è una persona migrante, non è solo quando si tenta di arrivare in Europa, ma anche quando in Europa ci si sta. E’ l’invisibilità che produce isolamento, che rende afoni quando si vuole alzare la voce per farsi ascoltare dallo Stato, che ti pone sopra la testa una lamina di ferro quando avresti diritto ad un tetto, che ti mette in tasca pochi spicci dopo ore di lavoro, che rende cieca la società, ma non lo sguardo del caporale che governa il tuo lavoro. Questa invisibilità è quella che ha vissuto Alagie e tanti altri prima di lui. L’ha vissuta e ciononostante vi si è opposto con gli strumenti che aveva: era entrato in contatto con i sindacati e con la comunità ecclesiastica della zona, si è adoperato come tante persone fanno per ottenere i documenti e quelle scarpe numero 45, come ricorda sempre Don Nazareno, probabilmente per lavorare meglio. Quelle scarpe sono state trovate, ma troppo tardi.
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