
Grazia Naletto
La propaganda xenofoba e razzista della Remigr@zione a Roma non è gradita. Questo il messaggio che il 13 giugno attraverserà le iniziative antirazziste organizzate da associazioni e movimenti, a partire dal corteo convocato alle 15,00 al Colosseo per raggiungere Piazza Vittorio Emanuele (si veda qui l’appello lanciato da alcune associazioni e realtà di movimento).
Con qualche distinguo, la memoria porta indietro nel tempo, a un sabato di 11 anni fa: il 28 febbraio 2015, 30mila persone sfilarono per Roma dietro lo slogan “MaipiùconSalvini”. L’allora neo segretario della Lega Nord aveva indetto una manifestazione nazionale a Roma a piazza del Popolo per lanciare il suo progetto di “partito nazionale”. Un partito “nordista”, secessionista e fortemente antimeridionale per diventare “nazionale” aveva bisogno dell’alleanza con le destre, comprese quelle più radicali: Casa Pound sfilò quel 28 febbraio insieme alla nuova sigla “Sovranità-Primato agli italiani”, Giorgia Meloni intervenne sul palco. Il leader leghista in ascesa aveva già fatto uscire dal cappello uno dei suoi slogan più famosi, quello che evocava “le ruspe contro i campi rom”. Il progetto era ambizioso: candidarsi alla guida dell’opposizione al Governo Renzi grazie all’alleanza con le destre italiane e europee. Quel giorno Piazza del Popolo rimase mezza vuota. Di contro il corteo antirazzista convocato da associazioni e movimenti sociali riempì i fori imperiali.
I movimenti avevano colto il pericolo che l’alleanza fascio-leghista rappresentava. Gli slogan sull’”emergenza immigrazione”, sulla “grande sostituzione etnica”, i “blocchi navali” e i “rimpatri di massa” inquinavano già allora il dibattito pubblico. La differenza è che oggi i discorsi xenofobi e razzisti, le retoriche violente e le politiche sicuritarie si intrecciano in un nodo nero molto più forte e si fondano su ideologie identitarie che richiamano esplicitamente il fascismo e il suprematismo bianco.
La terza guerra mondiale fatta a pezzi sta smantellando quel diritto internazionale che subito dopo il secondo conflitto mondiale aveva posto le basi (almeno formalmente) di un sistema di diritti umani fondamentali fondato sui principi di pari dignità, eguaglianza e libertà di tutte le persone. Parallelamente il predominio dei grandi poteri economici su quelli politici sta indebolendo la democrazia e allargando le diseguaglianze tra gli stati e all’interno degli stati: viviamo in società molto più ingiuste e diseguali di quelle di dieci anni fa e discorsi e slogan che usano la xenofobia e il razzismo per promettere il ritorno a età dell’oro (mai esistite) trovano maggiore consenso.
Così l’inaccettabile diventa legittimo e “normale”: lasciar morire migliaia di persone migranti in mare; moltiplicare le strutture di detenzione disumane, dove la violazione dei diritti è prassi ordinaria, trasformandole addirittura in “opere militari” sottratte al controllo democratico e declassare il diritto di asilo a un diritto residuale sulla base della stesura arbitraria e discrezionale di liste di “paesi di origine sicuri” e dell’adozione generalizzata di procedure accelerate di frontiera, che tutto sono tranne che una valutazione approfondita caso per caso del diritto a cercare e trovare protezione delle persone richiedenti.
Il razzismo e la violenza nascosti nello slogan della remigr@zione
Così accade che una parola non nuova ma dal significato solo apparentemente neutrale come quella di remigr@zione sia usata per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare che ha già raccolto alcune migliaia di firme.
La proposta non lascia equivoci: “per «remigrazione» si intende il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine” con l’intento di riaffermare “la priorità della difesa della sovranità e dell’integrità nazionale”. Addirittura, lo Stato italiano dovrebbe affermare “come principio inderogabile, che non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra”. Chissà che cosa ne pensano i più di sei milioni di persone italiane che risiedono all’estero.
Il testo della proposta mette insieme norme già esistenti (o già in discussione in Parlamento) con norme ostentatamente propagandistiche: dall’ampliamento delle ipotesi di revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione al restringimento del diritto al ricongiungimento familiare, alla destinazione delle risorse oggi allocate per l’accoglienza e “l’integrazione” a un fondo per la remigr@zione, alla creazione di un istituto apposito per la sua gestione, all’inasprimento delle sanzioni amministrative e pecuniarie per le Ong “coinvolte nel traffico migratorio”, a un fondo per favorire il rientro delle persone “italo-discendenti”. L’architettura della proposta è pensata per polarizzare il dibattito pubblico e tentare di far breccia su quella parte di popolazione maggiormente colpita dalle diseguaglianze. Ad esempio, si prevede un “Fondo per la natalità italiana” per sostenere un bonus nascita, l’accesso agli asili nido e a mutui agevolati solo per le famiglie italiane.
La proposta sulla remigr@zione non arriva dal niente e sarebbe un errore sottovalutare l’impatto sia sul piano politico e normativo che su quello simbolico dell’armamentario ideologico su cui poggia. In primo luogo, le proposte xenofobe, razziste e sicuritarie avanzate dalle destre radicali alle diverse latitudini sembrano avere già condizionato sin troppo a fondo le scelte che sia l’Italia e l’Europa hanno fatto e stanno facendo sulle politiche migratorie restringendo progressivamente i diritti di mobilità e di soggiorno delle persone che migrano per motivi economici, ma anche lo stesso diritto di asilo. Questo e non altro significano il complesso di norme contenute nel Patto Europeo su Migrazioni e Asilo che entrerà in vigore a partire dal 12 giugno e l’intenso interventismo normativo del governo italiano che in molti casi ha tentato di anticipare gli effetti di quel patto crudele e disumano.
In secondo luogo, il concetto di remigr@zione e le parole d’ordine che ad esso sono collegate, sono di fatto entrate a far parte del dibattito politico e mediatico, tanto da rischiare di normalizzarne l’uso. Fa una certa impressione ritrovarlo persino citato dall’Accademia della Crusca e nell’enciclopedia Treccani. Il 13 giugno i promotori della campagna “Remigrazione e Riconquista”, saranno a Roma. L’evento è annunciato da molto tempo ed è stato pensato proprio per “celebrare” il successo della raccolta di firme. E’ importante che le cittadine e i cittadini romani lancino un messaggio inequivoco, chiaro quanto pacifico di contrarietà a quel progetto: Roma è stata e intende rimanere una città antifascista, solidale e plurale. La smania sicuritaria e autoritaria del governo italiano, insieme a diversi fatti inquietanti che accadono nella nostra città, ci avvisano che i fautori della Remigr@zione mettono in pericolo i diritti e le vite delle persone che hanno un background migratorio ma ci riguardano tutte e tutti perché minano gli equilibri della nostra democrazia. Per questo saremo in piazza sabato 13 giugno.
[foto di repertorio nostra]










