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mar
27

Presentata l’Agenda dei diritti umani in Europa!

Agenda_diritti_umani_in_Europa_coverE’ stata presentata oggi a Roma l’Agenda dei diritti umani in Europavademecum rivolto ai candidati italiani alle elezioni del Parlamento europeo che si terranno il prossimo 25 maggio. 

Lavoro congiunto realizzato dalle associazioni Antigone, Lunaria e 21 luglio, l’Agenda rappresenta la prima tappa della Campagna “Per i diritti, contro la xenofobia” promossa dalle tre associazioni e da ASGI per portare al centro del dibattito per le elezioni europee 2014 le istanze di migranti, detenuti e rom e la lotta alla discriminazione.

Il rischio di un successo delle forze politiche nazionaliste, xenofobe e razziste alle prossime elezioni europee del 25 maggio è molto alto. L’esito delle ultime elezioni amministrative in Francia, con l’affermazione del Front National, sembra confermarlo. Se questo avvenisse la vita dei migranti, dei rom e dei detenuti in Europa non diverrebbe certo più facile.

Per fare in modo che il tema della garanzia dei diritti umani dei migranti, dei rom e dei detenuti sia presente nella campagna elettorale e durante il mandato dei rappresentanti eletti, le associazioni chiedono ai candidati di impegnarsi attivamente su diversi fronti: sono infatti frequenti e molteplici le violazioni dei diritti umani che colpiscono migranti, rom e detenuti, denunciate nell’Agenda.  

Per una maggiore garanzia dei diritti dei migranti in Europa le associazioni chiedono ai candidati un impegno reale per assicurare il diritto di arrivare e di chiedere asilo, la chiusura dei centri di detenzione, il riconoscimento del diritto di voto amministrativo, l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia di cittadinanza e il rafforzamento dell’impegno comunitario nella lotta al razzismo istituzionale.

Liberazione del territorio europeo dalla vergogna dei “campi nomadi”, blocco degli sgomberi forzati, definizione dello status giuridico dei rom inespellibili ma senza documenti, abbandono dell’uso della parola “nomade” con riferimento ai rom e rafforzamento degli strumenti esistenti per combattere i discorsi di odio sono le priorità individuate per tutelare i diritti dei rom residenti in Europa.

Introduzione in Italia del reato di tortura, garanzia effettiva di diritti fondamentali come quelli al voto, alla salute, alla formazione professionale e promozione di riforme volte a limitare il ricorso allo strumento della custodia cautelare sono le priorità individuate per assicurare una maggiore tutela dei diritti dei detenuti.

L’Agenda dei diritti umani in Europa è disponibile online all’indirizzo http://campagnaperidiritti.eu, sito web dedicato alla Campagna “Per i diritti, contro la xenofobia”.
Oltre all’Agenda, la Campagna “Per i diritti, contro la xenofobia” promuoverà un
 Osservatorio sui discorsi di odio nei confronti dei migranti, una campagna di informazione sul diritto di voto dei detenuti e la realizzazione di video-interviste sui contenuti dell’Agenda a un gruppo di candidati, di detenuti, di migranti e di rom.

Scarica l’Agenda dei diritti umani in Europa.

Clicca qui per la scheda della Campagna.

Clicca qui per il comunicato.

feb
26

La detenzione amministrativa degli stranieri: incontro a Roma

images (2)Un incontro per discutere della detenzione amministrativa dei cittadini stranieri, e confrontare norme ed esperienze europee: lo propone Antigone in collaborazione con la campagna LasciateCientrare.

Al convegno interverranno Sandro Gozi (Presidente della delegazione presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa), Gabriella Guido (portavoce campagna LasciateCientrare), Mauro Palma (presidente del Consiglio europeo per la cooperazione nell’esecuzione penale), coordinati da Vladimiro Polchi (La Repubblica).

L’incontro è organizzato in occasione della pubblicazione dei due fascicoli della rivista Antigone dedicati proprio alla detenzione amministrativa degli immigrati, curati da Stefano Anastasia e Valeria Ferraris. 

L’appuntamento è per martedì 4 marzo, dalle ore 17.30, presso la Fondazione Basso, in via della Dogana Vecchia 5, Roma.

Clicca qui per la locandina

dic
13

L’Europa ci guarda: il nuovo rapporto di Antigone

download (1)Giovedì prossimo, 19 dicembre, Antigone presenta L’Europa ci guarda. Decimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia (Edizioni Gruppo Abele, 2013).

Nel rapporto l’associazione illustra attraverso, il monitoraggio dei dati, l’attuale panorama del sistema penitenziario italiano, troppo spesso fatto di violenze e sovraffollamento.

Durante la presentazione sono previsti gli interventi di Nobila Scafuro, la mamma di Federico Perna, il 34enne morto lo scorso novembre mentre era detenuto nel carcere di Poggioreale, e del fondatore di Antigone ed attuale presidente della Commissione ministeriale sul sovraffollamento degli istituti di pena italiani Mauro Palma, che spiegherà come il Ministero si sta muovendo per superare le disumane condizioni di detenzione italiane.

Verrà ricostruita anche la storia di Alfredo Liotta, detenuto morto a 41 anni nella Casa circondariale Cavadonna di Siracusa, il cui caso, dopo una prima archiviazione, è stato riaperto grazie alla denuncia presentata proprio da Antigone.

L’appuntamento è per giovedì 19 dicembre, alle ore 10.30, presso il Cesv-Spes, Via Liberiana 17, Roma.

Clicca qui per info.

nov
14

Ragazzo suicida nel carcere di Torino. Antigone: “La situazione è costantemente drammatica”.

download (3)Un lenzuolo appeso a una grata, un lembo intorno al collo: è stato questo l’ultimo gesto di un ragazzo algerino di soli 25 anni, che si è suicidato lunedì scorso, 11 novembre, nel carcere delle Vallette di Torino.

Il ragazzo si trovava nel blocco B della struttura penitenziaria, corrispondente alla sezione ordinaria.

Il suicidio del giovane algerino è il “quarantatreesimo da inizio anno”, dichiara Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, l’Organizzazione sindacale autonoma della polizia. Una situazione che riflette la drammaticità della situazione delle carceri italiane, più volte denunciata dall’associazione Antigone.

“In tutte le strutture penitenziarie ci sono periodi in cui sembra crescere il disagio e la tensione, e altri in cui si vive in un relativo equilibrio – dichiara Giovanni Torrente, membro della sezione piemontese di Antigone – Va sottolineato però che la media, la normalità delle carceri, corrisponde a una situazione drammatica, fatta di sovraffollamento, isolamento, mancanza di servizi. Il fenomeno dei suicidi e dell’autolesionismo – prosegue Torrente – è tragicamente costante”.

Come ci dice Torrente, “solo nel 2006 abbiamo assistito a un’unica eccezione, con un calo di questi atti dovuto all’introduzione dell’indulto, ossia di un elemento di speranza: un elemento costantemente assente nelle carceri”.

La situazione delineata da Torrente viene confermata dai dati rilasciati dal segretario generale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) Donato Capece: “Nei 206 istituti penitenziari nel primo semestre del 2013 si sono registrati 3.287 atti di autolesionismo, 545 tentati suicidi, 1.880 colluttazioni e 468 ferimenti. Il sovraffollamento ha raggiunto livelli patologici, con oltre 65mila reclusi per una capienza di 40mila posti letto regolamentari. Il nostro organico è sotto di 7mila unità”.

Sulla popolazione detenuta immigrata pesa anche la presenza di “reti sociali estremamente fragili, se non del tutto assenti, e di difficoltà peculiari dovute alla carenza di servizi, come ad esempio le difficoltà linguistiche. Una situazione – afferma Torrente – che rende la popolazione detenuta immigrata più esposta all’autolesionismo, anche come estrema ratio per chiedere attenzione”.

Grande assente all’interno di questo dibattito è lo stato, che sembra non sentire le denunce che arrivano da più parti circa la condizione strutturale del sistema penitenziario.

Proprio giovedì prossimo Antigone ha in programma una visita all’interno del carcere torinese, durante la quale chiederà anche maggiori dettagli circa questa ennesimo, drammatico episodio.

ott
31

Sei minori in carcere per favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina”

imagesSono sbarcati sulle coste italiane lo scorso 5 ottobre, ma dell’Italia hanno visto solo l’Istituto penale per minorenni di Catania. E’ lì infatti che sei giovani egiziani, tutti di 16 e 17 anni, sono detenuti. L’accusa? Favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina”.

Nessuno di loro parla italiano, e “alcuni ancora indosserebbero la maglietta con i colori dell’Italia con la quale sarebbero arrivati sulle coste del nostro Paese”, si legge nel comunicato dell’associazione Antigone, che da oltre 20 anni si batte per i diritti delle persone detenute.

“Il fatto che dei ragazzi di 16-17 anni, dopo aver vissuto con i propri occhi l’esperienza della violenza e della morte, si possano ritrovare addirittura rinchiusi in galera costituisce il segno evidente di quanto sia violenta, illiberale e ingiusta la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, che va immediatamente abolita”, dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, secondo il quale “rimane difficile credere che per questi ragazzi, arrivati in Italia dopo aver rischiato la vita in mare e aver magari visto i propri compagni di viaggio o familiari morire, non sia stato possibile trovare una sistemazione più accogliente e congrua alla loro giovane età”.

Per maggiori informazioni clicca qui

ott
14

Quali diritti in Europa? Incontro a Roma

download (2)L’Università Roma Tre e le associazioni Antigone e Progetto Diritti organizzano, con il sostegno di Open Society Foundations, Carceri, immigrazione, diritti umani nello spazio costituzionale europeo.

Moltissimi gli interventi: tra gli altri, saranno presenti il Presidente della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri, il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino, la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

L’appuntamento è per martedì 15 e mercoledì 16 ottobre, dalle 15.30, presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, sala del Consiglio, Via Ostiense 159, Roma.

Clicca qui per il programma completo

set
12

Rimettersi in rete per cambiare rotta

download (54)Le politiche migratorie e sull’immigrazione risentono di un approccio sicuritario che ostacola l’ingresso, l’accoglienza, il soggiorno e l’inclusione sociale dei migranti nel nostro paese. In particolare i nuovi arrivi di profughi provenienti dall’Egitto e dalla Siria stanno mettendo di nuovo in evidenza l’inadeguatezza del sistema di accoglienza.

Molte associazioni cercano di far fronte a questa carenza erogando servizi (corsi di italiano, poliambulatori, sportelli legali..). Si tratta di servizi utilissimi, soprattutto in questo periodo di smantellamento costante e continuo del welfare state, acceleratosi nel corso della crisi economica.

Ma sono poi così scarse le risorse che ci sono? Ed è sufficiente limitarsi all’erogazione di servizi? O non sarebbe utile rilanciare una più decisa attività di denuncia e di pressione sulle istituzioni affinché gli annunci siano seguiti da interventi concreti per cambiare rotta?

Se ne è discusso al workshop organizzato da Lunaria, Arci e Antigone durante il Forum della campagna Sbilanciamoci!  tenutosi a Roma dal 6 all’8 settembre.

Sul primo punto, si deve sottolineare che le risorse ci sono, solo che vengono utilizzate in modo sbagliato. Basta sfogliare il dossier recentemente pubblicato da Lunaria, Costi disumani: tra il 2005 e il 2012 sono almeno 1 miliardo e 668 milioni di euro le risorse nazionali e comunitarie stanziate per il “contrasto all’immigrazione irregolare”. Si attesta invece intorno ai 55 milioni di euro l’anno il costo minimo stimato a regime per il mantenimento dei Cie. Spese di cui è difficilissimo avere un’idea, vista la scarsa trasparenza politica a riguardo. E soldi pubblici che, oltre a essere usati senza una corretta informazione ai cittadini, vengono anche spesi male, perché non raggiungono nemmeno l’obiettivo previsto dal legislatore, ossia fermare l’immigrazione “irregolare”. Tanto che poi la politica corre ai ripari riconoscendo la presenza di queste persone con sanatorie, regolarizzazioni etc.

Mentre, come afferma Lunaria anche alla luce del suo studio, il modo migliore per “contrastare l’immigrazione irregolare” è quello di facilitare l’ingresso e il soggiorno regolare dei migranti e dei richiedenti asilo nel nostro paese, usando queste risorse per migliorare il livello di accoglienza.

Per quanto riguarda il secondo aspetto: le azioni intraprese dalle associazioni sono utilissime, vista la situazione. Però, le risposte istituzionali stentano ad arrivare ed è mancata, almeno a partire dall’insediamento del Governo “tecnico” in poi una pressione politica forte e coordinata finalizzata a sollecitare politiche di cambiamento. E’ urgente da una parte “fare rete”, e dall’altra “contestualizzare il tema dei diritti dei migranti all’interno delle questioni generali come lavoro, politiche sociali, economia”. Lo ha affermato la presidente di Lunaria e portavoce di Sbilanciamoci Grazia Naletto, sollevando una questione condivisa da tutti i presenti al workshop: “Spesso, le organizzazioni che si propongono di individuare proposte alternative a quelle esistenti circa l’immigrazione, tendono a trattarle in modo separato rispetto al complesso delle politiche sul welfare, sul lavoro, sull’abitare”. Questa distinzione incide negativamente sulla lotta per la tutela dei diritti umani perché porta a una frammentazione delle rivendicazioni.

Detto in altri termini: parlare dei diritti dei migranti svincolandoli dai diritti dell’intera società non fa altro che confinare ancora una volta i migranti stessi in un’area separata, cosa che, nella peggiore delle ipotesi, può fare anche da sfondo a discorsi basati sul “noi contro loro”.

Per evitare di auto-frammentarsi, l’antidoto è uno solo: unirsi in un’azione comune per una reale tutela della dignità umana e dei diritti. Come ha esemplificato magistralmente Claudio Graziano, rappresentante Arci, non si tratta di “parlare esclusivamente del problema dell’accoglienza, ma di sollevare la questione generale della casa, all’interno della quale si può parlare anche della specifica situazione dei migranti”. Si tratta, insomma, di creare un rapporto reale tra “politiche dell’immigrazione e politiche del welfare”, non considerando le prime come una realtà sganciata dalle seconde.

Un percorso che, vista la situazione politica a dir poco confusa, può sembrare difficile da compiere, ancor più in questo momento in cui la “crisi” viene usata come pretesto per i continui tagli alle politiche sociali.

Ma invece forse è proprio questo il momento per chiedere all’unisono un’inversione di rotta: è l’idea portata avanti da Stefano Galieni. “Ormai la presenza migrante in Italia ha saldo negativo, moltissime persone si spostano o chiedono di farlo e l’Italia sembra stia tornando ad essere un paese di emigrazione”. Alla luce di questa inversione di rotta, si deve ora “affermare che tutte le cose fatte dagli anni ’80 in questa materia sono risultate fallimentari, pretendendo un’assunzione di responsabilità della politica e un cambiamento reale”.

E’ d’accordo Pabrizio Gonnella di Antigone, secondo cui “l’agenda comune delle associazioni deve diventare un’agenda politica”: obiettivo difficile ma non impossibile in un momento in cui “la situazione politica è implosa e priva di coerenze: non è difficile ora – afferma Gonnella – fare pressione, sollevando argomenti specifici, come la questione dei Cie, o la mancata efficienza delle politiche di ingresso e accoglienza, per imporre nel dibattito parlamentare un discorso invece non più settoriale, bensì generale, sulla questione dell’immigrazione”.

Alla luce di questo, e anche della situazione socio-economica attuale, Galieni afferma che “si deve fare un lavoro che fin’ora non si è stati capaci di fare: costruire spazio pubblico in cui discutere di questo tema, creare una riflessione più articolata su questo con la società civile”.

Una necessità di dialogo e informazione condivisa da tutti, vista anche l’immagine stereotipata e parziale diffusa dai media main stream, che parlano degli immigrati quasi esclusivamente in chiave securitaria, o in relazione ai fatti di cronaca, senza inserire mai la materia, anche qui, in un discorso più ampio di coesione sociale e tutela dei diritti.

L’urgenza di una maggiore coesione riguarda, come anticipato, anche le attività – di servizio come di denuncia e pressione – portate avanti da associazioni e fondazioni. Tutti i partecipanti al workshop hanno condiviso l’esigenza di un coordinamento effettivo tra le realtà presenti, per non sprecare energie e risorse e avere più forza, perché, come esemplificato da Naletto in riferimento all’aspetto giurisdizionale, “un ricorso presentato da sei associazioni è più forte di quello presentato da una sola”.

Per scardinare questa frammentarietà di servizi e attività, la parola chiave individuata da Alessia Montuori di Senza Confine è “Europa”, anche alla luce del fatto che attualmente norme, regole e standard giungono dalle istituzioni sovranazionali. Vista dunque l’importanza del livello transnazionale, anche il mondo dell’associazionismo dovrebbe organizzarsi in tal senso, per un lavoro di pressione più omogeneo e quindi più efficace.

Proprio come fatto dalla campagna Lasciatecientrare per l’accesso, e successivamente la chiusura, dei Cie: una campagna, spiega la portavoce Gabriella Guido, diffusa a livello europeo, che si propone di informare i cittadini sulle risorse a livello europeo per un sistema di privazione della dignità umana, lanciando anche proposte provocatorie per riconvertire queste strutture ad uso sociale e renderle, ad esempio, centri di formazione e inserimento lavorativo.

Il coordinamento di cui si sente la necessità potrebbe essere utile anche per porre un freno a una situazione che Graziano ha definito “perversa e corrotta”, tra gli attori del sociale e la politica. Due termini forti, ma naturalmente non usati a caso. Alla base di questa situazione c’è prima di tutto un problema di autonomia: “c’è molta differenza tra chi fa advocacy e chi, invece, si occupa di alcuni servizi dedicati ai migranti: in questo secondo settore spesso manca autonomia, perché generalmente i soldi arrivano dalla politica, attraverso il sistema dei bandi”. Gli fa eco Cristina Cecchini, avvocato di Asgi: “Il problema del terzo settore è l’indipendenza, l’unica base possibile per garantire l’onestà intellettuale necessaria per avanzare proposte e smantellare le ipocrisie su cui si basa il sistema degli ingressi”.

Parlando dell’aspetto “corrotto”, il rappresentante dell’Arci si riferisce al fatto che su questo settore, sulla sua frammentarietà, e anche, purtroppo, sulla sua cattiva gestione, si è basato, troppo spesso, un arricchimento. Graziano ha spiegato la questione con un utile esempio relativo al sistema di seconda accoglienza: un settore “economico e lavorativo che dovrebbe essere destinato ad esinguersi”. Come? Graziano spiega che, ad esempio, “si dovrebbero monitorare i bandi per gli alloggi di edilizia popolare, controllando che vengano previsti anche posti per i cittadini migranti, così da permettere di smantellare gradualmente il sistema della seconda accoglienza”.

Un sistema carente sotto tutti i punti di vista: Graziano lo definisce un “sistema fermo, in cui la persona entra ed esce nello stesso modo in cui è entrata, rimanendo legata a un impianto profondamente assistenziale”, lontanissimo dal concetto di empowerment. Inoltre, i posti sono pochi – e non è prevedendo centri più grandi, come sembra avverrà con l’apertura di centri Sprar con capienza fino a 60 posti, che la situazione può essere migliorata, perché in questo modo si stravolge il principio di accoglienza in autonomia in piccoli centri.

Questo contribuisce a quello che AnnaMaria Rivera chiama efficacemente un “processo di clochardizzazione dei migranti, in particolare dei richiedenti asilo e rifugiati”. Alla faccia della vulgata che “crede che a queste persone venga dato tutto”. Banalmente, basta passare per la stazione Termini, se si è a Roma, per rendersi conto che la maggior parte delle persone che dormono nello spiazzo antistante la stazione sono richiedenti asilo, giovani donne e uomini che avrebbero forse diritto a una protezione internazionale, e che magari hanno anche il documento che li identifica già come rifugiati. Solo nella capitale le situazioni “esemplificative” di questo processo sono purtroppo tantissime. E’ il caso dell’ambasciata somala, ridotta a un edificio abbandonato e fatiscente a lungo occupato da cittadini somali titolari di protezione umanitaria, ma abbandonati a loro stessi e lasciati ai margini della società, costretti a (soprav)vivere in condizioni più che degradate. Oppure de “la buca”, lo spazio a Ostiense in cui hanno trovato rifugio per anni molti rifugiati afghani. Medu si è occupata da vicino della questione, con il progetto “Un camper per i diritti”: un percorso che, come spiega Alberto Barbieri, “è nato come assistenza per i senza fissa dimora, e poi ha finito per occuparsi prevalentemente di immigrati, la parte maggioritaria delle persone, appunto, senza casa”. Secondo i dati trasmessi da Berberi durante il workshop, “il 40% dei pazienti di Medu a Roma sono rifugiati senza fissa dimora”, cosa che evidenzia “la totale mancanza di un efficace sistema di accoglienza”.

Quali dunque le mosse da fare?

Si deve chiedere alla politica di assumersi le proprie responsabilità, inserendo nell’agenda il tema dell’immigrazione, facendo leva su aspetti specifici:

- garantire l’accesso alle procedure di riconoscimento del diritto di asilo, su cui, tra l’altro, ad oggi l’Italia non ha ancora una legge organica;

- migliorare il sistema d’accoglienza, anche alla luce della situazione siriana, chiedendo al governo di affrontare i nuovi arrivi garantendo forme di protezione internazionale senza replicare un modello fallimentare (come quello adottato nel corso della cosiddetta emergenza Nord-Africa);

- modificare il sistema di ingresso, per porre fine al dramma continuo e inaccettabile delle morti in mare;

- eliminare il sistema di detenzione amministrativa basato sui Cie, un sistema che attualmente opera al 50%, da cui ci sono continue fughe legittimate per tenere a bada la conflittualità: un sistema di fatto con valenza solo simbolica, da eliminare.

In relazione a questo ultimo punto, è emersa la proposta di lanciare in tempi rapidissimi una campagna stampa che chieda l’immediata chiusura dei Cie ancora in funzione. Ad oggi i Cie funzionanti sono 7 e funzionano al 50% della loro capienza. L’implosione del sistema di detenzione amministrativa è sotto gli occhi di tutti gli attori che a vario titolo ne possono valutare il funzionamento e molti (dai funzionari delle prefetture, ai sindacati di polizia, se proprio non vogliamo parlare delle organizzazioni antirazziste di tutela dei diritti umani) pensano che debbano essere chiusi. Una campagna stampa che a breve denunciasse che ben 4 centri sono stati chiusi negli ultimi mesi, ricordasse le continue fughe (“tollerate” dalle forze dell’ordine) che avvengono dai centri; gli incidenti e le morti (come a Isola Capo Rizzuto) che vi sono avvenute, gli sprechi di risorse pubbliche investite per la loro manutenzione e per le continue ristrutturazioni, sarebbe utile per spingere il Governo a prendere in considerazione una volta per tutti la necessità di chiuderli.

lug
01

Nessun essere umano è illegale

Obiettivo: l’abolizione dell’articolo 10 bis del Testo unico sull’immigrazione introdotto dalla legge Maroni del luglio 2009, ossia l’articolo per cui essere privi di regolare permesso di soggiorno rappresenta un reato.
E’ su questo che le associazioni Antigone, Progetto Diritti e Roma Dakar, insieme all’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, cercheranno di porre l’attenzione nell’incontro Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato: le ragioni giuridiche e sociali per l’abolizione del reato.

La richiesta di abolizione del cosiddetto “reato di clandestinità” rientra nel quadro delle tre proposte di legge di iniziativa popolare dirette a introdurre il delitto di tortura nel codice penale, a modificare la legge Fini – Giovanardi sulle droghe e a ripristinare la legalità nelle carceri affollate.

L’appuntamento è per mercoledì 3 luglio dalle ore 9.30, presso l’Aula Magna dell’Ospedale Forlanini, p.zza Carlo Forlanini 1, Roma.

Clicca qui per la locandina dell’incontro e il programma dettagliato degli interventi

nov
20

“Senza dignità”: il rapporto dell’Osservatorio Antigone

E’ questo il titolo del nono Rapporto Nazionale sulle condizioni di detenzione, redatto dall’Osservatorio dell’associazione Antigone.

Da nove anni, l’Osservatorio visita tutti gli istituti di pena presenti sul territorio nazionale, illustrando la situazione nelle carceri, le problematiche, i dati sui detenuti e avanzando proposte di miglioramento. Quest’anno, per la prima volta, il Rapporto è accompagnato da un documento web, “Inside Carceri”, composto da video, fotografie e dati audio ripresi all’interno di 25 Istituti di pena italiani.

Come è noto, uno dei maggiori problemi delle carceri italiane risulta il sovraffollamento: come afferma il rapporto, “l’Italia resta il paese con le carceri più sovraffollate nell’Unione Europea”. Il tasso di affollamento “è oggi infatti del 142,5% (oltre 140 detenuti ogni 100 posti). La media europea è del 99,6%”. Una situazione che non è migliorata nemmeno dopo la dichiarazione dello stato di emergenza per il sovraffollamento carcerario, che risale al 13 gennaio 2010, anzi: “il numero dei detenuti al 31/12/2009, subito prima della dichiarazione dello stato di emergenza, era di 64.791. Al 31/10/2012 la presenza era di 66.685 detenuti, 1.894 in più”, per lo più uomini, in maggioranza italiani.

I 23.789 detenuti stranieri costituiscono il 35,6% dei detenuti, una percentuale ormai stabile da tempo, come indica il Rapporto, che ha “pochi paragoni in Europa”.

La presenza degli stranieri nelle carceri italiane è da ricondurre in buona parte alle ultime modifiche normative in materia di immigrazione, che hanno prodotto maggiori flussi all’interno del sistema carcerario, tanto che tra le proposte per migliorare la situazione negli istituti penitenziari, e in particolare il sovraffollamento, l’Osservatorio indica la necessità di “intervenire in modo drastico sulle tre leggi che producono – senza benefici per la sicurezza collettiva – i maggiori flussi di ingresso in carcere: la legge ex-Cirielli, la legge Fini-Giovanardi e la legge Bossi-Fini”.

In particolare, il Rapporto indica come l’art. 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, modificato dalla legge n.94 del 15 luglio 2009 ) è stato giudicato incompatibile con la Direttiva europea sui rimpatri, peraltro recepita dall’Italia in ritardo. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 28 aprile 2011 ha infatti affermato l’incompatibilità tra il diritto comunitario e la legge italiana, che puniva con il carcere l’inottemperanza all’ordine di espulsione da parte di un cittadino irregolarmente presente sul territorio nazionale. A seguito della sentenza della Corte Europea, con il Decreto-legge n. 89/2011 l’Italia ha completato il recepimento della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari, e della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini irregolari di Paesi terzi, escludendo il ricorso al carcere. Nonostante ciò, il Rapporto rileva come ad oggi “la percentuale degli stranieri tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando era del 36,7%”.

Per quanto riguarda i reati, quelli maggiormente diffusi tra i detenuti stranieri sono “quelli previsti dalla legge sulle droghe” Fini-Giovanardi, una delle normative che secondo il Rapporto andrebbe rivista.

Il rapporto dedica un approfondimento ai casi di “salute negata”. Tra i sei casi raccontati nel rapporto c’è quello di un cittadino ruandese deceduto a Roma nel settembre scorso. Così lo racconta Antigone:

“N. C. 1962 Anno di nascita: 1962, decesso nel 2012 Nazionalità: Ruanda Extracomunitario, in Italia – a suo dire – da 28 anni, ma privo di permesso di soggiorno e di ogni altro tipo di documento. Capisce l’italiano ma lo parla in maniera rudimentale. Non è mai riuscito a vedere o a mettersi in contatto con l’avvocato d’ufficio. Non riesce ad acquisire copia della cartella clinica perché non dispone dei pochi euro necessari per le fotocopie. È affetto da insufficienza renale cronica (due dialisi settimanali) e da una grave cardiopatia di natura non ben precisata per mancanza di adeguati accertamenti. Muore all’Ospedale Pertini nel settembre 2012 probabilmente durante una dialisi. Non è stato possibile acquisire notizie certe sulle modalità e sulle cause della morte.”

Ad un mese dalla fine dell’anno, i detenuti morti in carcere sono 93 di cui ben 50 per suicidio e tre le violenze gravi riscontrate.

Il Rapporto identifica le figure professionali che non dovrebbero mancare all’interno delle strutture penitenziarie, considerando anche che “nel tempo sono cambiate le caratteristiche della popolazione detenuta (maggiore presenza di stranieri, di persone con problemi psichici o di tossicodipendenza)”: vanno quindi “promosse nuove figure professionali, ossia mediatori culturali, psichiatri e psicoterapeuti, agenti di sviluppo locale”. Per quanto riguarda i mediatori culturali, il rapporto è di 1 a 74: ovvero c’è un mediatore ogni 74 detenuti.

Clicca qui sintesi del rapporto:

Vai al web document Inside Carceri: http://www.insidecarceri.com/

 

 

set
17

I numeri di Antigone

Il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, in un articolo pubblicato su Italia oggi, fa il punto sul numero di procedimenti penali avviati contro i cittadini stranieri privi di documenti che si sono sottratti all’obbligo di lasciare il territorio dello stato. Più di 19.000 i procedimenti penali avviati nel 2010; circa 20.000 coloro che sono stati processati per lo stesso tipo reato; nell’83% dei casi è stato convalidato l’arresto da parte del giudice.

Sempre secondo il presidente di Antigone, 16.031 immigrati sono passati nelle carceri italiane nel 2010, anche se per pochi giorni; un dato non molto diverso da quello dei quattro anni precedenti nonostante la direttiva comunitaria sui rimpatri del 2008, abbia imposto la depenalizzazione di tutti quei crimini che hanno a che fare con lo status di soggetto non regolarmente soggiornante in Italia.

Solo dopo la pronuncia della Corte di Giustizia Europea dell’aprile scorso, il numero di cittadini non comunitari senza documenti nelle carceri è leggermente diminuito.