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#IoCiSto!

crGRAZIE a tutte le persone che stanno sostenendo la nostra campagna di raccolta fondi #IoCiSto!

Partecipare alla campagna di crowdfunding è facile:

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- via versamento sul conto corrente postale intestato a: Lunaria n.33066002 specificando la causale “Sostengo Cronache di Ordinario Razzismo” e indicando il tuo nome e cognome

Il tuo contributo è importante: basta 1 euro per aiutarci a proseguire!
Qui più info sulla campagna. 

#IoCiSto: e tu? 

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Cara di Mineo: illegalità e criticità documentate e già note alle autorità

mineoQuattromila richiedenti asilo in un centro da 1.800 posti e oltre un anno di attesa per vedere la propria domanda esaminata dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale”. E’ questa la situazione in cui versano le persone presenti all’interno del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Mineo: lo denunciano da anni diverse associazioni, tra cui Asgi e Borderline, che ora lo ribadiscono in un documento. Una quotidianità fatta di “gravi e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali”, che ora trova riscontro nelle recenti indagini di Mafia capitale che, come ricordano Asgi e Borderline, “investono la gestione del centro di accoglienza”.

Già nel giugno 2011 il rapporto “Il diritto alla protezione” descriveva il Cara e le sue criticità, ben conosciute dal Ministero dell’Interno visto che il rapporto è stato finanziato con Fondi comunitari e edito dallo stesso Viminale. In un capitolo ad hoc, “Il ‘villaggio della solidarietà’ di Mineo: un luogo sospeso”, le associazioni descrivono le problematiche del centro, che perdurano ancora oggi. E’ il caso, ad esempio, della “mancata consegna dei documenti previsti dalla normativa nazionale e comunitaria: a nessuno dei richiedenti asilo viene comunicato per iscritto il provvedimento con il quale il Questore dispone l’invio del richiedente asilo presso il Cara”. La diretta conseguenza? “Che l’accoglienza viene disposta in maniera illegittima, e che la stessa si protrae ben oltre i tempi stabiliti dalla legge”. Non solo: “anche al momento della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, ai richiedenti non vengono rilasciati gli attestati nominativi che certificano la qualità di richiedenti asilo, né successivamente, al termine del periodo normativamente previsto per l’accoglienza, vengono rilasciati i permessi di soggiorno per richiesta asilo. I documenti non vengono rilasciati nemmeno a seguito della proposizione dei ricorsi davanti al Tribunale”. Una prassi che rende estremamente vulnerabili i richiedenti asilo, i quali senza documento vedono gravemente pregiudicato “sia l’effettivo esercizio del diritto di difesa, tra cui l’accesso al gratuito patrocinio, sia la possibilità di lavorare regolarmente, con il conseguente proliferare del lavoro nero e del caporalato nelle campagne circostanti il centro”.
Inoltre, a Mineo è carente il servizio di informazione e orientamento legale, pur previsto nello schema di appalto del Ministero dell’Interno. Altra grave criticità documentata dalle associazioni è la “mancata erogazione da parte dell’ente gestore del pocket money di € 2,50, con ulteriori dubbi sulla trasparenza e gestione dei finanziamenti pubblici”.
In definitiva, si riscontra “la carenza, o comunque inefficacia, dei controlli sulla gestione del Cara di Mineo, cui istituzionalmente è preposta la Prefettura, che non ha mai convocato il Consiglio Territoriale, come richiesto dalle associazioni di tutela degli immigrati, per discutere delle criticità e carenze da noi esposte”.

Contro questa situazione i richiedenti asilo hanno organizzato negli anni molte manifestazioni di protesta mai prese in considerazione dalle istituzioni, la cui risposta è sempre stata solo repressiva: cosa che peraltro ha reso più semplice la strumentalizzazione, da parte di gruppi di destra e movimenti razzisti, delle giuste proteste dei cittadini stranieri, legittimate una volta di più dall’inchiesta ‘Mondo di mezzo’. (per approfondimenti sulle proteste vedi qui e qui)

“Il perdurare di tali gravi inadempienze conferma la nostra iniziale contrarietà alla creazione del C.A.R.A. di Mineo in quanto operazione meramente speculativa e clientelare” affermano le associazioni, secondo cui un reale sistema di accoglienza può essere perseguito solo attraverso progetti di piccole dimensioni, diffusi sul territorio, secondo uniformi criteri e direttive, e previo controllo dei requisiti degli enti di gestione e della formazione del personale”.

 

 

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Tor Sapienza: ancora intimidazioni.

TorSapA un mese dai disordini di Tor Sapienza, il centro di accoglienza gestito dalla cooperativa Un Sorriso torna a essere bersaglio di minacce.

E’ passato un mese, ma il clima dentro e intorno al centro di accoglienza non è per niente disteso. Venerdì scorso, 12 dicembre, un gruppo composto da una cinquantina di persone ha di nuovo manifestato di fronte alla struttura di viale Giorgio Morandi. La questione ora non pare più essere la presenza di cittadini stranieri: l’attenzione dei manifestanti sembra essersi spostata sulla cooperativa stessa, e nello specifico, sulla presidente, Gabriella Errico. La Repubblica ha raccontato, in un articolo che si può leggere qui, di minacce rivolte espressamente contro Errico. La quale già nel 2006 con una serie di esposti in Procura aveva fatto presente alcuni dei meccanismi criminali ora emersi nell’inchiesta Mondo di Mezzo. Una presa di posizione che già allora le costò minacce e intimidazioni (ne ha parlato La Repubblica qui).
L’apertura dell’inchiesta su Mafia capitale non sembra aver posto fine alle aggressioni. Sapere che i “30 euro al giorno” di cui parlavano alcuni quotidiani e politici non andavano né agli italiani né agli immigrati, bensì nelle tasche di pochi, non ha impedito a un gruppo di persone – residenti insieme alle solite “facce mai viste nel quartiere”, come sottolinea una operatrice del centro – di urlare insulti e minacce alla presidente della cooperativa Un Sorriso, la donna che “ha dato dei fascisti al quartiere”. “Quella lì della cooperativa deve sapere che se vuole che questa storia finisca deve fare una dichiarazione con cui aggiusta quello che ha detto su Buzzi e il quartiere”: questo è quello che, stando a quanto riportato da La Repubblica, avrebbe detto non un manifestante, bensì un funzionario della Questura intervenuto venerdì sul posto per “riportare l’ordine”.
E’ un clima pesante, quello che si respira nel centro. Lo conferma il fatto che da circa una settimana Gabriella Errico tenta di non farsi vedere. Ma anche il fatto che gli operatori del centro abbiano declinato l’invito a partecipare alla festa organizzata dall’associazione del quartiere Antropos: “Non è il momento, meglio aspettare ancora un po’ per stare nel territorio e riallacciare un confronto”, secondo un’operatrice. La quale evidenzia che dei quattro servizi presenti fino a due mesi fa nel quartiere, ora ne è rimasto solo uno. I minori non accompagnati prima ospitati nel CPA (centro di prima accoglienza) sono stati spostati a Infernetto, in una struttura della Domus Caritatis (cooperativa ad oggi coinvolta nelle indagini), seguiti da quattro operatori di Un Sorriso, trasferiti lì. I minori del servizio di semiautonomia per persone prossime ai 18 anni, così come quelli de “la casa sull’albero” -servizio per minori coinvolti in procedimenti penali- sono stati spostati in diversi centri sul territorio capitolino. Alcuni operatori di Un Sorriso sono stati trasferiti: altri però si sono visti dimezzare il numero delle ore lavorative. Del resto, dei quattro servizi è rimasto attivo solo lo Sprar (Servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati). “Tanti colleghi sono rimasti con pochissime ore di lavoro. Chi ha accettato di essere trasferito lo ha fatto da una parte per seguire i ragazzi, ma dall’altra, aspetto importante, per non perdere il lavoro, adeguandosi da un giorno all’altro a caratteristiche lavorative diverse. Per quanto riguarda i minori, tutti i progetti che avevamo avviato con loro sono stati interrotti, e non sappiamo se vengono portati avanti nelle altre strutture”. Una frase che la dice lunga sul coordinamento tra servizi.

Su quanto successo a Tor Sapienza un mese fa è opportuno fare chiarezza: occorre rendere trasparente cosa è avvenuto, e cosa sta accadendo tuttora. E’ necessario capire perché ad oggi ci si trovi in una situazione che l’operatrice di viale Giorgio Morandi definisce “preoccupante e sconfortante”. Per questo, il 19 novembre scorso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta. Per capire se sono stati fatti dei passi in avanti in tal senso, alcuni parlamentari Pd hanno depositato un’interrogazione, chiedendo al ministro degli Interni, on. Angelino Alfano, informazioni su “come si sono svolti i fatti, vista la gravità degli scontri che ci sono stati e vista la strumentalizzazione che è avvenuta sugli immigrati” (qui l’interrogazione). Ad oggi, la risposta del ministro Alfano (che si può leggere per intero qui) non sembra dare molti particolari in più rispetto a quanto già noto. L’unico dettaglio sottolineato dall’on. Alfano sarebbe che “al momento non sono emersi elementi di riscontro circa la presenza all’interno delle frange più violente di soggetti appartenenti ai movimenti dell’estrema destra romana”.
“Ma le grida ‘duce duce’ le abbiamo sentite solo noi? E le persone mai viste prima nel quartiere, organizzate in gruppo prima delle aggressioni al centro?” si chiede l’operatrice interpellata.

 

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10

Unhcr: Mediteraneo “più letale dei tragitti”. Intanto Frontex richiama l’Italia: no salvataggi fuori dall’area

indexMentre l’Unhcr denuncia la morte nel mar Mediterraneo di almeno 3.419 persone, decedute nel 2014 nel tentativo di raggiungere l’Europa, Frontex si lamenta per gli interventi “fuori area” delle navi impegnate nella missione Triton (per un approfondimento su Triton clicca qui).
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati il Mediterraneo sarebbe “diventato il più letale dei tragitti”. Lo ha affermato l’Alto Commissario per i Rifugiati António Guterres a Ginevra, durante i preparativi per l’apertura del Dialogo dell’Alto Commissario per il 2014, forum annuale di discussione politica, quest’anno dedicato alla protezione in mare (Qui l’intervento completo: http://www.unhcr.org/54882c149.html). Protezione che, denuncia l’Unhcr, è pressoché assente: Guterres ha infatti sottolineato che “la priorità di alcuni governi sembra essere sempre di più quella di tenere lontani gli stranieri piuttosto che di garantire il diritto di asilo. Un errore – ha proseguito l’Alto commissario – e più precisamente la reazione sbagliata in un’epoca in cui il numero di persone in fuga dalle guerre ha raggiunto livelli record”. Secondo le stime delle autorità costiere e le informazioni derivanti da attività di monitoraggio, sarebbero almeno 348.000 le persone che hanno provato ad attraversare il mare dall’inizio di gennaio. “L’Europa, che confina con importanti conflitti a sud (Libia), est (Ucraina) e sud-est (Siria/Iraq), è stata destinataria del numero più elevato di arrivi via mare”: più di 207.000 persone hanno provato a raggiungere il Vecchio Continente, quasi tre volte in più rispetto al picco di circa 70.000 del 2011, in corrispondenza con la cosiddetta Primavera araba. E, se “storicamente la motivazione principale è sempre stata la ricerca di migliori opportunità economiche”, nel 2014 i richiedenti asilo rappresentano la componente maggioritaria di questo flusso: “il 50% circa degli arrivi è composto infatti da persone provenienti da paesi di origine dei rifugiati, principalmente Siria ed Eritrea”.

Mentre l’Unhcr mette “in guardia la comunità internazionale sul rischio di distogliere l’attenzione dall’impegno nel salvare vite umane”, Frontex esprime la propria preoccupazione “per i ripetuti interventi ‘fuori area’ di queste settimane nel Mediterraneo, oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane”. Come riportato dall’agenzia Adnkronos e dal sito di informazione Euractiv.it, il direttore della divisione operativa dell’agenzia Frontex Klaus Rosler ha scritto una lettera al direttore dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere del Viminale Giovanni Pinto, dicendosi “preoccupato per i continui interventi ‘fuori area’ di Triton”. In particolare, Rosler si riferirebbe a un evento accaduto il 20 novembre scorso, quando il Centro operativo di controllo di Roma, dopo aver ricevuto una telefonata satellitare, ha dato istruzioni a un’unità di Frontex di recarsi sul posto per verificare l’eventuale presenza di imbarcazioni in difficoltà. “Frontex ritiene che una telefonata satellitare non possa considerarsi di per sé un evento di search and rescue – si leggerebbe nella lettera – e raccomanda, dunque, che siano intraprese azioni per investigare e verificare, e solo in seguito, in caso di difficoltà, attivare un altro assetto marittimo. Frontex, inoltre, non considera necessario e conveniente sotto il profilo dei costi l’utilizzo di pattugliatori (offshore patrol vessel) per queste attività di verifica iniziale al di fuori dell’area”. Una vera lettera di richiamo, in cui Frontex spiega che “le istruzioni impartite alle navi di portarsi in zone poste fuori dall’area operativa di Triton per prestare soccorso a imbarcazioni in difficoltà non sono coerenti con il piano operativo, e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro”.

La lettera di Frontex, che ben esplicita gli obiettivi dell’agenzia europea – il controllo delle frontiere e non certo il soccorso delle persone– arriva non solo nello stesso giorno in cui l’Unhcr lancia un forte allarme alla comunità internazionale. Solo cinque giorni fa, un gommone partito dalla Libia, da giorni in avaria, è stato raggiunto da due motovedette della Guardia costiera e da un rimorchiatore civile, 110 miglia a sud di Lampedusa e 50 miglia a nord di Tripoli. 73 le persone tratte in salvo. 18 i morti per ipotermia, nell’ennesima strage accaduta nel “più letale dei tragitti”.

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Via italiani e stranieri: Italia ancora paese di emigrazione

valigia20migrazioniL’Italia sta tornando una terra di emigranti? Si, stando ai dati diffusi dall’Istat. Nello studio “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”, l’Istituto nazionale di statistica ha rilevato un significativo calo negli ingressi dall’estero: 307mila nel 2013, 43mila in meno rispetto all’anno precedente (-12,3%). Cala anche il numero delle iscrizioni anagrafiche dall’estero: una flessione “imputabile ai flussi che riguardano i cittadini stranieri – sottolinea Istat – il cui numero scende da 321mila nel 2012 a 279mila nel 2013”. Le iscrizioni alle anagrafi sono sensibilmente diminuite: nella comunità rumena -che con 58mila ingressi risulta essere quella maggiormente rappresentata tra i cittadini immigrati – si assiste a un calo di 23mila unità nelle iscrizioni (- 29% rispetto al 2012). E, mentre calano le iscrizioni, aumentano le cancellazioni, che in pratica corrispondono a un abbandono del territorio: nel 2013 ben 126mila persone hanno chiesto di essere eliminate dalle anagrafi, 20 mila in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 44mila sono riconducibili a cittadini stranieri (+14% rispetto al 2012). Ma ben 82 mila riguardano cittadini italiani (+21% rispetto al 2012): è il dato più alto degli ultimi dieci anni. Stando alle percentuali, sembra che l’Italia non solo non sia più particolarmente attrattiva per i cittadini stranieri, ma che stia allontanando anche i suoi stessi cittadini: aumentano infatti le emigrazioni, in particolare di persone al di sopra dei 24 anni (62mila cancellazioni dalle anagrafi), con destinazione prevalente il Regno Unito – soprattutto nel caso di emigranti laureati, corrispondenti al 30% del totale – seguito da Germania, Svizzera e Francia: paesi che nel complesso “accolgono oltre la metà dei flussi in uscita”, come sottolinea Istat.
Il saldo migratorio netto con l’estero, pari a 182 mila unità (-25,7% rispetto al 2012), risulta il valore più basso registrato dal 2007, e vede nello specifico, in associazione con una contrazione degli ingressi (-3,5% rispetto al 2012) un saldo migratorio negativo per gli italiani pari a -54 mila: quasi il 40% in più rispetto a quello del 2012, quando il saldo risultò pari a -38 mila.
Per quanto riguarda i trasferimenti interni al territorio nazionale, nel 2013 1 milione 362mila individui (2,3% della popolazione) hanno cambiato la propria residenza rimanendo dentro i confini nazionali: di questi, 249mila erano cittadini stranieri. “I tassi migratori netti sono positivi in tutte le regioni del Nord e in quasi tutte quelle del Centro, mentre sono negativi in tutte le regioni del Sud e delle Isole”, spiega Istat, confermando “l’attrattività delle regioni centro-settentrionali nei confronti di quelle meridionali”.

La tendenza descritta dall’Istituto di statistica non sembra in via di mutamento, anzi: secondo un’analisi condotta da Coldiretti e istituto Ixé proprio in occasione della presentazione del report Istat, “nel 2014 la situazione sembra peggiorare: la maggioranza dei giovani italiani (51%) è pronta ad emigrare per motivi di lavoro“. Nello specifico secondo Coldiretti, “il 19% dei giovani considera l’Italia un paese fermo in cui non si prendono mai decisioni, mentre per il 18% il problema sono le tasse, e il 17% chiama in causa la mancanza di lavoro e meritocrazia”. La percentuale di chi è disposto a lasciare l’Italia risulta più alta considerando “gli under 35 anni maschi (57%) rispetto alle giovani donne (45%), e raggiunge il picco massimo del 59% tra i 18-19 anni”. Percentuali che salgono con il grado di istruzione, raggiungendo il 55% se si considerano “i livelli di istruzione più alti”.

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09

Rom, le associazioni: il Comune di Napoli rispetti i parametri europei

download (7)Il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (European Roma Rights Centre, ERRC),insieme alle associazioni 21 luglio e OsservAzione, hanno inviato una lettera al Comune di Napoli per esprimere la propria preoccupazione in merito al piano del Comune di sgomberare la comunità rom di Cupa Perillo. Uno sgombero che, nelle previsioni del Comune, non prevedeva una soluzione alternativa: l’amministrazione avrebbe provveduto al trasferimento di metà delle persone presenti nell’insediamento sgomberato, che sarebbero state portate in un nuovo campo segregante. Per l’altra metà – circa 400 persone – nemmeno questa ipotesi.
Come sottolineato dalle associazioni, “queste politiche serviranno soltanto a consolidare la segregazione piuttosto che favorire la piena inclusione sociale, in violazione di quanto stabilito dai parametri legali nazionali e dell’Unione Europea”. Per questo le organizzazioni firmatarie hanno scritto alla Commissione Europea, segnalando “lo sgombero pianificato e la costruzione di un altro campo segregante con fondi europei”. Un progetto giudicato dalla Commissione Europea “non in linea con gli obiettivi dei FESR”, e al quale si è opposta, contrapponendosi così a quanto pianificato dal Comune di Napoli.
Proprio per questi motivi Associazione 21 luglio, ERRC e OsservAzione chiedono “con urgenza al Comune di Napoli di rispettare i parametri legali europei e nazionali”, evitando di non costruire un altro campo segregante per la comunità rom. Piuttosto, il Comune dovrebbe “fornire a tutti gli abitanti dei campi informali di Cupa Perillo (circa 800) soluzioni abitative accessibili in un ambiente integrato, supportando l’inclusione abitativa con misure specifiche in settori chiave quali l’istruzione, la salute e il lavoro”.

Clicca qui per leggere la lettera delle associazioni

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09

Chronicles of Ordinary Racism. Third White Paper on Racism in Italy

English version

Almost three years down the line, Lunaria has gone back to telling the Tales of everyday racism that define public and social life in our country. We have done so, this time, by casting our sights towards Europe, where last spring’s elections revealed a growing tide of nationalist, xenophobic and populist sentiment.
This study is the result of the daily monitoring, reporting, information and awareness-raising work that Lunaria undertakes on the www.cronachediordinariorazzismo.org website. The analisys is based on 2566 cases of discrimination and racially motivated violence recorded on an online database between 1 September 2011 and 31 July 2014, and on daily monitoring of the public, institutional and media debate.
‘Everyday racism’ takes place in many different contexts: buses, trains, clubs, restaurants, hotels, stadiums, shops, radio, TV (including variety shows), newspapers, football games, churches, schools, workplaces, cemeteries, streets, apartment blocks, supermarkets, public services, police stations, courtrooms and every type of institution, and, of course, the endless maze that is the internet. On the other hand, the cultural, social, political and institutional tools used to fight it are still utterly limited and inadequate.
This is the picture we are able to build from the tales of ‘everyday racism’ that we have collected over the past three years (or thereabout). The events featured here have not been chosen at random, but they certainly do not cover the whole spectrum: each of the places mentioned can be traced back to specific cases of racism which we were able to monitor by analysing newspaper articles and, more and more frequently, information provided by readers and other organisations. We recorded daily episodes of verbal aggression, from insults to threats and actual harassment, to propaganda (statements, public speeches, articles, posters, banners, flyers, comic strips, documents, press releases, publications, websites, blogs and posts on social networks) and public protests; of physical violence (assaults in the street, on public transport, in schools and carried out by the police itself) and discrimination that is endemic in Italian society and, with disappointing frequency, also in the actions of the media and institutions.
Our account is necessarily incomplete and selective but it gives a contribution in understanding the recent evolution of discriminations and racism in Italy.

Chronicles of Ordinary Racism, Third White Paper on Racism in Italy, is on line here.
Find here the index of the dossier. 

ITA
A distanza di quasi tre anni dal Secondo Libro Bianco, l’associazione Lunaria ripercorre le Cronache di ordinario razzismo che attraversano la vita pubblica e sociale nel nostro paese; questa volta, allungando lo sguardo verso l’Europa, di cui le elezioni svolte nel maggio scorso hanno svelato le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste.

Proseguendo il lavoro avviato nel 2007, il testo racconta le discriminazioni e le violenze razziste quotidiane che attraversano i comportamenti sociali, i discorsi della politica, gli interventi delle istituzioni e i messaggi dei media, grazie all’analisi di duemilacinquecentosessantasei casi di discriminazioni e violenze razziste documentati in un database on-line tra l’1 settembre 2011 e il 31 luglio 2014. Casi di razzismo che riguardano tutti gli ambiti della società: perchè lo spazio del razzismo quotidiano non ha confini e gli anticorpi culturali, sociali, politici e istituzionali per restringerlo sono ancora del tutto insufficienti e inadeguati.

Il lavoro di Luna­ria si pone que­sto obiet­tivo: il Terzo Libro Bianco, concepito come uno strumento di lavoro a disposizione di tutte e tutti, vuole contribuire alla (ri)costruzione di una cul­tura dif­fusa dell’eguaglianza, basata sulla conoscenza, sul confronto, sull’analisi.

Contributi di: Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Guido Caldiron, Serena Chiodo, Daniela Consoli, Giuseppe Faso, Grazia Naletto, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Maurizia Russo Spena, Duccio Zola.
Qui il Terzo Libro Bianco in italiano.
Qui la versione inglese. 

dic
09

#IostoconEmra: Emra Gasi è libero!

download (1)E’ finalmente libero Emra Gasi, dal 25 novembre rinchiuso nel Cie di Bari Palese. La fine della detenzione, disposta sabato 6 dicembre, è stata determinata dalle condizioni psico-fisiche di Emra: secondo la perizia medica disposta dopo numerose pressioni alla Questura di Bari, il ragazzo “non si trova in condizione di sopportare la detenzione in un CIE”. Inoltre, Emra ha diritto di rimanere in Italia in attesa del riconoscimento dello status di apolide, secondo l’istanza inoltrata dal suo avvocato Uljana Gazidede: gli verrà quindi rilasciato un permesso di soggiorno. I documenti grazie ai quali Emra è stato liberato ed è potuto tornare a San Donà di Piave, città dove risiede con la famiglia, sono gli stessi che il Giudice di Pace aveva ritenuto irrilevanti, giudicando invece legittimo il trattenimento di Emra ai fini del suo espatrio verso la Serbia, un paese che non ha mai conosciuto. Emra infatti è nato in Italia ventidue anni fa (qui la sua storia).

L’ultima fase di questa incredibile storia si terrà a Venezia il 22 dicembre, giorno dell’udienza per il ricorso contro il provvedimento di espulsione. Un appello basato sull’art. art 13, comma 2bis, secondo cui “nell’adottare il provvedimento di espulsione [.. ] si tiene anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonchè dell’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine”. Considerando che “Emra ha qui tutta la sua famiglia, che è in Italia da tutta la vita, e che, non avendo mai visto la Serbia, non ha alcun tipo di legame con quello che il Giudice di pace ha considerato il suo paese d’origine”, risulta che “Emra è inespellibile”, come sottolinea l’associazione Melting Pot, promotrice dell’appello per la liberazione del ragazzo.
“Per noi si tratta di una enorme soddisfazione”, afferma Nicola Grigion di Melting Pot. Il quale sottolinea come la battaglia sostenuta per Emra debba imporre “una doverosa riflessione [..] sulle migliaia di persone che, troppo spesso, proprio grazie all’arbitrarietà di queste leggi, sono costrette a subire prassi illegittime che si spingono oltre quelle stesse norme già abbondantemente restrittive. E’ il caso – ricorda Grigion – dei tanti provvedimenti di espulsione e trattenimenti illegittimi, di respingimenti alla frontiera arbitrari e collettivi. E’ ciò che accade a migliaia di ragazzi nella condizione di Emra, costretti ancora a sentirsi stranieri nel paese in cui sono nati e cresciuti perché il dibattito intorno al riconoscimento della cittadinanza ai nati in Italia si è arenato in una palude di larghe intese ed opportunismi politici. Mettere fine alla brutalità dei CIE, ai ricatti della legge Bossi-Fini ed alle ingiustizie della normativa sulla cittadinanza, non sono più questioni rinviabili. Per il futuro dei tanti Emra Gasi di questo paese e per quello di tutti noi”.

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05

#IostoconEmra – Liberate subito Emra Gasi dal CIE di Bari!

download (2)Emra ha ventidue anni, è nato in Italia, risiede a San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Attualmente, Emra è rinchiuso nel Cie di Bari Palese. Per lo stato italiano Emra è uno straniero, senza permesso di soggiorno, e come tale deve essere trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione.
Questo, nonostante sia nato in Italia. Precisamente a Secondigliano (NA), dove i suoi genitori, fuggiti dalla guerra nei Balcani, si sono stabiliti nel 1989. Nel 2000 la famiglia si trasferisce a San Donà di Piave, in provincia di Venezia. E qui Emra risiede. Almeno fino al 25 novembre, quando viene rinchiuso nel Cie di Bari Palese. Durante un controllo, un poliziotto si accorge che Emra ha la carta di identità, ma non il permesso di soggiorno. Perchè? Perchè Emra è sempre stato iscritto nella carta di soggiorno del padre. Che, poco prima che lui compisse 18 anni, è morto. E Emra, essendo nato in Italia, avendo la residenza in Italia, e avendo seguito tutti gli studi in Italia – in poche parole, essendo vissuto da sempre in Italia – semplicemente non sapeva che al compimento della maggiore età avrebbe dovuto svolgere una serie di iter burocratici per diventare cittadino italiano, o ottenere un documento di soggiorno. Emra, insomma, non sapeva che per lo stato lui è sempre stato solo un ospite, “tollerato” finchè minorenne.

E’ così che Emra ha scoperto di essere un immigrato irregolare, con una convocazione della Questura di Marghera, dove Emra si è recato senza sospettare che quella sera non sarebbe più rientrato a casa. La Prefettura di Venezia ha infatti emesso nei confronti dell’uomo un provvedimento di espulsione, seguito da un ordine di trattenimento del Questore. Emra viene ammanettato e portato a Bari, nel Cie di Palese, aspettando che si concluda la pratica per il rimpatrio verso la Serbia. Un paese che Emra non ha mai visto e dove non ha alcun parente. Il Giudice di Pace ha convalidato il provvedimento di espulsione e il trattenimento presso il CIE, in totale contrasto con quanto disposto dall’art. 13 comma 2 bis del Testo Unico sull’immigrzione, che impone una attenta valutazione sulla natura dei vincoli familiari dell’interessato, sulla durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché sull’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine.
“Cosa ho fatto di male che mi hanno portato in questo posto?” si domanda Emra, che chiede solo di poter tornare da sua madre e da suo fratello, a San Donà di Piave. A casa.

L’avvocato Ulyana Gazidede, che collabora con Melting Pot Europa, ha depositato un ricorso contro questo illegittimo provvedimento di espulsione, e chiede almeno una sospensione del provvedimento in quando, se per la legge non è “italiano”, Emra non è neppure serbo ma, più correttamente, un apolide.

La storia di Emra è purtroppo molto simile a quella di moltissime altre persone, nate e vissute in Italia ma considerate sempre straniere. L’incredibile vicenda di Emra testimonia come l’immediato riconoscimento dello ius soli e la chiusura di tutti i CIE non siano più rinviabili.

Per Emra, così come per le centinaia di persone rinchiuse nei CIE e le migliaia di giovani che rischiano di trovarsi nella sua stessa situazione, chiediamo giustizia. 

Ci associamo all’appello lanciato da Melting Pot. Liberate subito Emra Gasi.
Sottoscrivi l’appello. 

 

 

 

dic
04

La foto della pagliuzza

download (1)di Giuseppe Faso

Il segretario del PD della Toscana è intervenuto ieri sul significato di una foto, con un sermone sui doveri. In molti immagineranno: una delle tante che sono girate nelle medesime ore? Quella, per esempio, del ministro Poletti, fotograto in una cena col fior fiore della delinquenza politica e mafiosa protagonista dell’epopea “Mondo di mezzo”?
No. Nel giorno delle travi sicure, si parla delle presunte pagliuzze. Si distrae, soprattutto, si parla di altro; ma si insiste sulle pagliuzze.

In Toscana, si voterà nella prossima primavera per le Regionali, per la quarta volta con un sistema (liste bloccate, dopo avere aumentato il numero dei consiglieri) che ha fatto da apripista per i successivi pasticci elettorali, dichiarati incostituzionali anche per questo elemento di somiglianza. Quanto influirà sul progressivo estendersi del non-voto, e del non voto al Partito da sempre di maggioranza in Regione? Anche se conosco moltissime persone che ritengono tale elemento un ostacolo rilevante alla propria libertà di voto, si tratta forse di un quesito di troppo difficile soluzione per le agenzie di sondaggi, e perciò non ci si pone il problema. E si procede in un percorso che esclude forme di scelta e partecipazione – sostituite dall’abracadabra magico sulle primarie.

In cambio, si discute animatamente, dentro il PD toscano, della foto che il Presidente della Regione uscente e ricandidato, Enrico Rossi, ha fatto con un gruppo di Rom. Per molti, non è opportuna. Tra le reazioni alla foto di Rossi, emerge nella stampa di ieri quella del segretario regionale del PD in Toscana, Dario Parrini (il commento si può leggere qui). La pagina fiorentina della “Repubblica” assegna un titolo intempestivo alle dichiarazioni di Parrini: “Parrini: parola “doveri” di sinistra come “diritti”. Lo slogan è desunto dalla pagina facebook del deputato: “Per me razzismo e xenofobia sono mali tremendi e se vogliamo sconfiggere chi li cavalca politicamente senza ritegno, dobbiamo ribadire con chiarezza che la parola ‘doveri’ è di sinistra quanto la parola ‘diritti’. E dire ‘chi sbaglia paga’ è di sinistra quanto dire ‘nessuno deve restare indietro’”. Non sono un utente facebook e non so dire se la punteggiatura zoppicante sia da attribuire alla fonte o al giornale. Anche la logica, sarà magari da facebook, ma è difficilmente condivisibile: che c’entra il discorso sui doveri con la foto di Rossi? Si capisce che a forza di ripetere certe banalità poi le si dà per presupposte, ma non sarà il caso di verificare i presupposti indebiti? Non fa parte dei doveri del politico?

Parrini dovrebbe sapere che – se è legittimo e anzi doveroso ridefinire lessico e valori delle parti politiche – non sono neutri il momento in cui si fanno queste dichiarazioni, il contesto, il co-testo, la situazione e le presupposizioni cui si richiama l’interlocutore. E non è neutro che tali presupposizioni vengano chiarite o ci si esprima in maniera allusiva, lasciando desumere le conclusioni all’ascoltatore o al lettore. In questo caso, si possono insinuare messaggi che autorevoli scienziati del discorso definiscono “subdoli” (così Oswald Ducrot, Enciclopedia Einaudi, ad vocem “Presupposizione e allusione”). In questo caso, infatti, il lettore per comprendere è costretto a riconoscere la presupposizione semantica implicita nella congiunzione-opposizione del termine doveri con quello di diritti, e dell’espressione “chi sbaglia paga” con quella “nessuno deve restare indietro”. E sarà perciò indotto a completare, concordi o no con essa, una affermazione che non è una dichiarazione valoriale, ma un’allusione polemica e una forzatura della declinazione di “diritti” e “doveri” nella Costituzione della Repubblica italiana.
Cerco di esplicitare senza nessuna allusione: Parrini prima (1) afferma che il razzismo e la xenofobia diminuiranno se la “sinistra” declinerà insieme doveri a diritti: manca qualsiasi argomentazione di questa efficacia, che non sia la magia, l’abracadabra tanto utile in TV (anche su facebook?); poi (2) propone all’interlocutore un solo campo specifico in cui avrebbe senso questo vincolo tra diritti e doveri, nelle ore in cui si è saputo clamorosamente che anche suoi compagni di partito e altri rappresentanti politici – a quanto pare in affari con mafiosi e fasciocriminali conclamati – si sono dimenticati di precisi doveri implicati dai loro ruoli amministrativi o anche solo politici. E’ una gran bella gaffe, cui Parrini è stato indotto dalla ripetizione a sproposito di uno slogan di cui è difficile immaginare un’applicazione a proposito.
Vedremo quando Parrini applicherà le sue attenzioni alle foto con le travi, e si esprimerà sui doveri dei suoi compagni di partito (non solo quelli collusi, ma anche chi, pur avendo dei doveri di vigilanza, non ha visto né sentito né immaginato), ma soprattutto quando farà qualcosa per evitare comportamenti simili, a lui molto vicini (fino a prova giudiziaria contraria), come è suo preciso dovere.

Certo che “doveri” è di sinistra, e che bisogna costruire nuovi doveri, e più alti. Ma non in cambio del riconoscimento di diritti inalienabili, come si fa da anni solo negli abracadabra volgari sui Rom, gli immigrati, i richedenti asilo. E i Rom di Roma avevano il diritto che su di loro non si costruisse una macchina criminale di profitti. Non ha affatto il diritto, perciò, la sinistra di governo, in questa situazione e in questo contesto, di continuare a ripetere in maniera ebete la implicazione-opposizione tra diritti e doveri, come fa da anni parlando di rom, di immigrati e di richiedenti asilo, contribuendo oltre tutto ad accomunare questi tre gruppi ben distinti di individui, portatori di diritti non negoziabili e oppressi. Ma è libero il cittadino di mandare a quel paese messaggi allusivi e subdoli, e rifarsi alla Costituzione. Che non propone mai uno scambio, o anche solo un accostamento, tra diritti e doveri.

In giorni segnati dall’esplosione di un caso giudiziario con la rivelazione (ma solo per chi non se ne fosse accorto prima, ministro o esponente di rilievo del PD che fosse) di un intreccio fra criminalità, affarismo e politica pericolosissimo per la democrazia italiana, è un dovere civico quello di distinguere il più possibile – ma non strumentalmente – tra il grano e il loglio; ma è dovere, sancito dalla Costituzione, di chi amministra e si occupa per delega della cosa pubblca di contribuire alla chiarezza, e non di alzare segnali di fumo, che – indipendentemente da qualsiasi intenzione – coprono quanto invece c’è da vedere. E che sembra che non è possibile che solo i politici, anche di sinistra, non abbiano visto. Anche coloro che si siedono raramente davanti alla TV e non usano facebook si chiedono da anni quando sarebbe scoppiato lo “scandalo” romano. A tacere di molte altre tracce, nel 2009, nel corso di una inchiesta per la trasmissione “Un mondo a colori” , al giornalista che, riportando un’obiezione dei cittadini Rom, gli chiedeva come mai con quel mare di milioni di euro (di cui un milione duecentomila per la sola recinzione di un solo “campo”), non si costruivano case popolari, l’allora vicecapo di gabinetto della giunta Veltroni, Luca Odevaine dichiarava testualmente : “quando noi abbiamo chiesto formalmente che si iscrivessero nelle liste nessuno l’ha fatto…nessuna famiglia ha mai chiesto di andare in un alloggio del comune”; intanto in video passavano le immagini di alcune delle centinaia e centinaia di domande trascurate e irrise da tali amministratori. Oggi Odevaine, passato al tavolo del “Coordinamento nazionale sull’accoglienza dei richiedenti asilo”, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta. Il vice dell’ex-terrorista fascista Carmignati, Buzzi, in una delle intercettazioni, si lamenta del fatto di dovergli dare 5000 euro al mese, mentre lui si deve accontentare di 4000. Speriamo che Odovaine, come chiunque altro, possa esercitare nel migliore e più corretto dei modi il suo diritto alla difesa (in cambio del quale non va richiesto alcun dovere, e Parrini sarà d’accordo con questo); e che l’inchiesta segni una svolta sugli affari criminali che da tempo e non solo a Roma si svolgono sulla pelle di persone che vengono sottoposte all’esame dei doveri prima di riconoscerne diritti inalienabili e non scambiabili, ripetendo come burattini incapaci di riflessione la formuletta sui diritti ei doveri, mentre li si affida alle mani di questo miscuglio di business-men.