set
18

Cie, Senato: un primo passo verso la riduzione dei tempi di detenzione

downloadIl Senato ha approvato ieri l’art.3 comma E della Legge Europea (ddl 1533), accogliendo un emendamento a firma Manconi – Lo Giudice. L’emendamento prevede che il trattenimento di una persona all’interno di un Cie (Centro di Identificazione ed espulsione) non potrà superare i 90 giorni. L’intervento di Palazzo Madama modifica così i tempi di detenzione, fino ad oggi di 18 mesi in base all’estensione voluta nel 2011 dall’allora governo Berlusconi e dall’ex ministro dell’Interno Maroni, che aveva triplicato il periodo di trattenimento (dal 2009 era di sei mesi). Un aumento dei tempi di detenzione che “non ha migliorato il tasso di espulsioni, e ha prodotto una maggiore tensione all’interno dei CIE: tra quanti vengono trattenuti, solo il 42% viene espulso”, sottolinea il senatore Manconi.

Spetterà ora alla Camera dei deputati confermare la modifica, in un passaggio che secondo il senatore Luigi Manconi si compirà presto “perché in questa legge sono contenuti adempimenti che l’Italia deve assolutamente rispettare sulle relazioni a livello europee”. Osservazione ribadita anche dal senatore Gualdani: “In generale, si adegua il diritto interno alle norme comunitarie anche alla luce della loro interpretazione recata da alcune sentenze della Corte di giustizia europea”, ha affermato nel suo intervento.
“Soddisfazione” è stata espressa da Gabriella Guido, coordinatrice della campagna LasciateCIEntrare, che comunque sottolinea: “Speriamo che i pochi centri ancora rimasti aperti vengano svuotati e riconvertiti in strutture d’accoglienza, visto che l’urgenza in questo momento è assicurare una degna accoglienza dei profughi”. Anche Alberto Barbieri, coordinatore di Medici per i Diritti Umani, accoglie in modo positivo il cambiamento, che segna “un’inversione di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi anni”. Ciò non toglie che la misura resti “insufficiente”: Medu, insieme a molte altre associazioni, ha più volte denunciato l’inadeguatezza del sistema Cie nel contrasto all’immigrazione irregolare, oltre che le quotidiane violazioni dei diritti e della dignità delle persone detenute. “Chiediamo da tempo che tutti i Cie operativi vengano chiusi, perché sono manifestamente inadeguati dal punto di vista strutturale, e di ridurre la detenzione amministrativa a estrema ratio, come dice la direttiva europea”, conclude Barbieri.

Una posizione condivisa anche dai firmatari dell’emendamento: “Ritengo che i Cie vadano aboliti perché tutto dimostra la loro irrazionalità, anche rispetto allo scopo dichiarato, e la loro inefficienza e i loro costi abnormi, in più per me è cruciale che siano luoghi di mortificazione della dignità umana – ha dichiarato Manconi, ricordando inoltre che nei Cie vengono trattenute persone che “non hanno commesso alcun reato, ma che si trovano solo in uno stato di irregolarità amministrativa”. “In attesa di avere la forza politica per superarli definitivamente, penso sia importante arrivare per lo meno a ridurne in maniera drastica la pericolosità”, ha sottolineato Manconi.

Ora, il governo dovrà scegliere: mantenere un sistema inefficace, costoso e disumano, o cambiare rotta smantellandolo definitivamente.

 

set
18

L’ipocrisia dell’UE sulle stragi di migranti

images (5)“L’Europa aiuterà l’Oim nelle sue indagini, ma di fronte a trafficanti così senza scrupoli e spietati c’è poco che noi possiamo fare”: Michele Cercone, portavoce della Commissaria UE agli Affari Interni Cecilia Malmstrom, commenta così le stragi di migranti avvenute nel Mar Mediterraneo negli ultimi giorni, su cui hanno preso parola Oim e Unhcr (ne abbiamo parlato qui). Duecento persone hanno perso la vita martedì notte al largo delle coste libiche, nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano. Una strage che si somma a quella che ha avuto luogo la scorsa settimana al largo di Malta: secondo le stime dell’Oim, i dispersi sarebbero 500. In base alle testimonianze dei sopravvissuti, il naufragio sarebbe stato causato dagli stessi scafisti.

Un aspetto su cui l’Ue sembra focalizzare strumentalmente l’attenzione, rimuovendo così le proprie responsabilità e puntando il dito contro “i trafficanti criminali”: “i morti nel mar Mediterraneo non sono incidenti, sono omicidi“, dichiara Cercone. Omicidi. Già. Ma chi sono i mandanti? La provocazione è forte, ma pesa come un macigno anche l‘ipocrisia dell’Unione Europea quando afferma di “non poter fare nulla”.

“Ci chiediamo se queste persone sarebbero mai partite se non ci fosse stata l’operazione Mare Nostrum”, domanda invece il capogruppo della Lega Nord alla Camera Massimiliano Fedriga.
La risposta è si. Sarebbero partite perché il mondo, al di là dei confini che l’Europa sta fortificando sempre di più, versa in quella che l’Unhcr ha definito una “emergenza umanitaria senza precedenti”. Perché, ad esempio, tra i superstiti ci sono due ragazzi palestinesi fuggiti ai bombardamenti israeliani su Gaza, che al 18 agosto avevano fatto oltre 2.000 vittime e più di 10.000 feriti (dato diffuso dal Ministero della Salute palestinese). Perché tra i sopravvissuti a questa ennesima e terribile strage ci sono alcuni cittadini siriani, dove la guerra sta facendo talmente tante vittime che il 7 gennaio scorso l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha fatto sapere che non avrebbe più aggiornato il numero dei morti.

In situazioni come queste tutti – anche noi – proverebbero a fuggire, con ogni mezzo a disposizione. L’assenza di mezzi legali e sicuri per raggiungere il paese di destinazione mette queste persone nelle mani degli scafisti senza scrupoli. Per questo l’Unione europea dovrebbe mettere in campo delle risposte diverse, schierandosi dalla parte di chi fugge. L’Unione dovrebbe garantire il diritto all’asilo e alla protezione internazionale, sancito dalla Convenzione di Ginevra, con l’apertura di canali umanitari per l’ingresso di chi fugge da guerre e persecuzioni, e l’applicazione della Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE).

Le ultime mosse dell’Unione europea vanno nella direzione totalmente opposta, del resto confermando la linea di chiusura da sempre assunta dall’Ue e dagli stati membri. Il nuovo presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker ha sottolineato la necessità di “contrastare l’immigrazione irregolare, proteggere i confini europei” e, nello stesso tempo, aiutare l’Europa “a far fronte alle carenze di competenze attraendo i talenti di cui ha bisogno”. Per fare ciò, si è avvalso di un nuovo commissario con delega all’immigrazione, l’ex ministro della Difesa greco Dimitris Avramopoulos, la cui posizione sul fenomeno migratorio si esplica nella frase “proteggere la nostra società e i nostri confini”. (ne abbiamo parlato qui).
Nella “Strategia europea per il contrasto al traffico di esseri umani” si prevede “un’alleanza delle imprese contro il traffico di esseri umani” consistente, tra l’altro, “nell‘impegno delle aziende a non assumere immigrati vittime di tratta”, come riferito da Maurizio Molinari su Redattore Sociale.
L’obiettivo dichiarato di Triton, la nuova missione annunciata pochi giorni fa e ancora in discussione, è “controllare le frontiere e combattere l’immigrazione irregolare”, mentre non c’è alcuna intenzione di avviare nuovi interventi che abbiano come priorità il soccorso dei migranti in mare.
L’Unione europea potrebbe farlo: semplicemente, non lo vuole fare.

set
17

Una morte che si poteva evitare

polizia-roma-via-gasperina-omicidio-600x300Durante la serata di domenica 14 settembre, nella periferia fiorentina, in zona Novoli, una ventina di giovani nigeriani (alcune testate giornalistiche riportano “circa quaranta”) stanno festeggiando, in una abitazione privata, il compleanno di un’amica. Intorno alle 22.30, alcuni residenti della zona, forse infastiditi dal volume della musica o dal vocio intenso, chiamano il 113 (pur non essendo i rumori oltre la fascia oraria consentita per legge, ndr). Intervengono dapprima quattro agenti della Polizia che però perdono il controllo della situazione. Secondo le ricostruzioni effettuate dalla stampa (con il beneficio del dubbio), risulta che alla vista degli agenti, molti dei presenti nell’appartamento, abbiano cercato di uscire dal palazzo. Fra questi, il 18enne nigeriano Raphael Godwin, che passando attraverso una finestra e, calandosi da una grondaia, è scivolato precipitando sull’asfalto da un’altezza di circa 10 metri. Inutili i soccorsi. Raphael è morto sul colpo, sbattendo la testa. Al di là del fatto che questa notizia è stata trattata quasi esclusivamente dalla cronaca locale, i pochi articoli pubblicati riportano quasi tutti la stessa agenzia di stampa Ansa. Una citazione a parte meritano il Corriere Fiorentino e la Repubblica di Firenze (sempre cronache locali, ndr), che hanno dedicato un paio di articoli “fuori dal coro”, ma non per questo esenti da gravi semplificazioni e mistificazioni della notizia.
Della gravità di una morte così atroce e così assurda, nessuna menzione. Viene invece dedicata attenzione a particolari della vita di Raphael che con la sua morte non hanno nulla a che vedere. “Aveva un respingimento, era arrivato in Italia con un barcone”, scrive Mugnaini su firenze.repubblica.it, 15 settembre, “La prima ‘traccia’ del ragazzo in Italia risale allo scorso 11 luglio, quando è stato fotosegnalato e ‘respinto’ dalla Questura di Salerno. In genere il respingimento viene assegnato a chi arriva per mare. A seguito del respingimento, Godwin aveva fatto richiesta di asilo politico presso la questura di Bari. Pare che la sua nuova richiesta di regolarizzazione fosse ancora al vaglio delle autorità”. E ancora: “Servirà ad appurare soprattutto le condizioni psicofisiche della vittima e se avesse assunto alcol o droghe”. Altri dettagli sono poi forniti sulla festeggiata: “Gli agenti erano impegnati nell’identificazione dell’organizzatrice della festa, una trentenne nigeriana che stava scontando una condanna agli arresti domiciliari”, su Corriere Fiorentino, 15 settembre.
Sempre Mugnaini su firenze.repubblica.it del 15 settembre, raccoglie e riporta le lamentele dei cittadini del quartiere dando voce a un coro di voci che attacca e criminalizza i migranti sulla base di stereotipi e pregiudizi, utilizzando toni e termini che, nel complesso, contribuiscono a diffondere un clima di ingiustificato allarme sociale che potrebbe incitare l’adozione di comportamenti intolleranti e xenofobi. «C’era un baccano infernale domenica sera… gente che entrava, gente che usciva dal palazzo, urla, musica a tutto volume… per forza alla fine hanno chiamato la polizia!», «Gli africani urlavano di tutto a medici e infermieri. Poi hanno circondato l’ambulanza e cominciato a spaccare tutto», «Di sicuro a Novoli ci sono troppi immigrati, l’integrazione è fallita», «Metà italiani e metà stranieri…. è una proporzione sostenibile? Finirà che stranieri diventeremo noi, a casa nostra… La verità è che in questo pezzo di periferia dimenticata da tutti, gli appartamenti affittati agli immigrati sono troppi e spesso si trasformano in porti di mare da cui entra ed esce chiunque, senza alcun controllo… gli immigrati fanno casino a tutte le ore, persino quando cucinano bisogna chiudere le finestre per non far entrare il puzzo in casa».
La triste e amara verità ce la fa notare Edwige Jeanne Dansuo, 37 anni, originaria di Togo, proprietaria dell’appartamento in cui si stava tenendo la festa di compleanno: “Questa tragedia si poteva evitare in un modo molto semplice. Bastava che i vicini, prima di chiamare la polizia, venissero a suonarmi il campanello. ‘Signora guardi che state facendo troppo rumore, potrebbe abbassare un po’ la musica?’ Se mi avessero detto questo, io avrei chiesto di fare più piano e quel povero ragazzo non sarebbe morto in questo modo atroce. Ma poi, cosa c’è di male a dare una festa di compleanno in casa propria? Eravamo in tutto neppure venti persone, abbiamo iniziato a festeggiare alle 19.30, poco prima delle 22.30 stavano già andando tutti a letto … mi domando: sarebbe finita così se fossimo stati italiani?”. Ce lo stiamo chiedendo anche noi.

set
17

700 morti in pochi giorni, Unhcr: emergenza umanitaria. Silenzio dell’UE.

downloadMentre la Commissione Ue fa sapere che il compito del neo Commissario europeo con delega all’immigrazione sarà quello di “aiutare l’Europa a far fronte alle carenze di competenze e attrarre i talenti di cui ha bisogno“, le associazioni lanciano l’allarme sul “bilancio pesantissimo” delle ultime stragi di migranti avvenute nel Mar Mediterraneo. Il numero delle persone che hanno perso la vita nell’ultima settimana è terrificante: “Con il naufragio di questa notte a largo della Libia sarebbero 700 le persone morte in mare in questi ultimi giorni”, afferma l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Duecento persone hanno infatti perso la vita nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano, avvenuto ieri notte al largo delle coste libiche. Trentasei i sopravvissuti, più di venti i dispersi.
Una strage che si somma a quella che ha avuto luogo la scorsa settimana al largo di Malta: secondo le stime dell’Oim, i dispersi sarebbero 500. In base alle testimonianze di due superstiti – due giovani palestinesi fuggiti dai bombardamenti israeliani su Gaza – a causare l’incidente sarebbero stati gli stessi scafisti: al rifiuto dei migranti di spostarsi su un’altra imbarcazione, più piccola e precaria, gli scafisti, che viaggiavano su un altro natante, avrebbero speronato la barca dei migranti, facendola affondare. I due ragazzi palestinesi, che viaggiavano insieme a cittadini siriani, palestinesi, egiziani e sudanesi, sono stati tratti in salvo dal peschereccio panamense “Pegasus” e portati a Pozzallo, in Sicilia, insieme ad altre 386 persone che viaggiavano a bordo di un’altra imbarcazione, intercettata nella stessa area.

“Questi tragici eventi dimostrano come da una parte sia necessario che le operazioni di soccorso in alto mare continuino a essere svolte in acque internazionali, così come fa Mare Nostrum, e dall’altra quale sia il grado di aberrazione raggiunto dai trafficanti”: così l’Oim che, appellandosi alla comunità internazionale affinché “si adoperi in modo efficace per fermare questi criminali”, ha sottolineato: “L’unico modo per rendere impotenti queste organizzazioni è cominciare ad aprire canali legali di entrata in Europa per tutte quelle persone, uomini, donne, bambini, che fuggono dai loro paesi in cerca di protezione”.

Anche l’Unhcr ha evidenziato la necessità di affiancare alle “operazioni di salvataggio” misure che possano garantire “una via sicura per la protezione a queste persone. La maggior parte di essi – ha ricordato la portavoce Carlotta Sami – sono rifugiati, e quindi occorre che riescano ad arrivare in Europa senza mettere a rischio la propria vita”. “Chiediamo di aumentare le posizioni per i programmi di reinsediamento, di aprire i programmi di ammissione umanitaria e di incentivare i programmi per studenti e per bambini in età scolare, oltre a prevedere visti di carattere umanitario anche per ragioni di impiego”, ha sottolineato Sami, chiamando in causa direttamente l’Unione Europea: “E’ fondamentale che ci sia un cappello europeo alle operazioni di salvataggio, e vogliamo essere fiduciosi che il governo italiano voglia continuare: sarebbe impensabile che Mare nostrum o qualsiasi operazione di salvataggio, venisse diminuita nell’intensità, in questo momento così grave. L’Europa deve fare uno sforzo collettivo”.

“Ad oggi – ha proseguito la portavoce Unhcr – secondo questo triste conteggio che teniamo ogni giorno, abbiamo largamente superato le 2500 vittime, di cui almeno 2200 solo da giugno. A queste si aggiungono le vittime dei conflitti. C’è in atto un’emergenza umanitaria senza precedenti – ha sottolineato la portavoce Unhcr – nel 2013 abbiamo registrato 51 milioni di persone in fuga nel mondo, il numero più alto dalla seconda guerra mondiale. Nel 2014 supereremo di sicuro questo numero, abbiamo nove milioni di persone in fuga all’interno e verso l’esterno della Siria, in Ucraina e in Iraq. E’ una situazione estremamente grave”.

Di fronte a quello che è un vero e proprio “bollettino di guerra”, il silenzio dell’Unione Europea è incomprensibile e inaccettabile.

set
16

UE: Avramopoulos Commissario europeo su Immigrazione e Affari interni. Le perplessità delle associazioni

images (4)Dimitris Avramopoulos è il nuovo Commissario europeo con delega a Immigrazione e Affari Interni. Scelto dal neopresidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker, la sua nomina desta molti dubbi tra ong, associazioni e commentatori.

Diplomatico greco ed esponente del partito conservatore Nea Demokratia, Avramopoulos è stato per otto anni sindaco di Atene, oltre a ricoprire il ruolo di ministro della Difesa nel governo conservatore di Samara. Nei precedenti esecutivi è stato titolare di Esteri, Turismo, Salute.

Molti ricordano la fotografia che lo immortala, a fine 2013, nella regione del fiume Evros, al confine con la Turchia, in posa mentre punta un mitra verso l’orizzonte. Un gesto decisamente contestabile, ancora di più per il territorio in cui ebbe luogo: la zona è una delle frontiere più delicate d’Europa, sia per via delle relazioni con la Turchia, sia per il passaggio di molti migranti. Proprio per ostacolare questi ultimi, l’allora governo Papandreou fece costruire una barriera di filo spinato: una “vergogna” secondo le associazioni per i diritti umani. La ex commissaria agli affari interni Cecilia Malmstrom si rifiutò di concedere i finanziamenti UE per la sua costruzione; il suo successore Avramopoulos invece elogiò l’iniziativa del governo greco, sottolineando la necessità di “proteggere la nostra società e i nostri confini dall’immigrazione irregolare”.

Il concetto di “protezione dei confini e della cultura” deve essere particolarmente caro a Avramopoulos: “Tu di dove sei? Macedone? E allora perché non parli greco?” aveva risposto, pochi mesi prima della visita nella zona di confine, a un giornalista che gli chiedeva di esprimere la propria posizione sulla disputa relativa al nome della Repubblica balcanica (così la Grecia definisce la Macedonia, non riconoscendole il nome, con cui il paese ellenico designa una sua regione nel nord del Paese). Non esattamente una risposta dialogante.

Forse sempre il concetto di “protezione dei confini” è alla base dei chilometri di ringhiere che Avramopoulos fece costruire ad Atene durante il suo primo mandato, dal 1994 al 1998.

La scelta di un ex ministro della Difesa – e di Avramopoulos in particolare – per governare affari interni e questione migratoria, sembra una dichiarazione di intenti circa la posizione assunta dalla nuova presidenza della Commissione europea in merito all’immigrazione. Nella lettera di incarico inviata da Junker a Avramopoulos, non viene fatto alcun riferimento all’opportunità di applicare la Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE), prevedendo la possibilità di offrire una tutela immediata alle persone sfollate quando vi è il rischio che il sistema di asilo non possa far fronte in maniera soddisfacente all’intensificarsi degli arrivi. Una misura quanto mai necessaria visto lo scenario internazionale, che tuttavia non viene mai menzionato nella lettera di inizio mandato. Così come non viene ipotizzata alcuna riforma del regolamento Dublino III, e nemmeno l’apertura, in collaborazione con le Nazioni Unite, di canali di ingresso per le persone bisognose di protezione internazionale. Dal presidente della Commissione nessun accenno alle stragi, numerose e terribili, che continuano a verificarsi nel Mar Mediterraneo. Del resto, stando alle parole di Junker il compito del Commissario sarebbe quello di “aiutare l’Europa a far fronte alle carenze di competenze e attrarre i talenti di cui ha bisogno“. Gli obiettivi strategici che Junker affida a Avramopoulos sono il contrasto dell’immigrazione irregolare, il controllo delle frontiere esterne tramite il rafforzamento di Frontex e delle guardie costiere, e il consolidamento della cooperazione con i paesi terzi, incentrata sulla lotta al terrorismo e sugli accordi di riammissione: nessun accenno alla necessità di interrompere la collaborazione con i paesi che non garantiscono la tutela dei diritti umani.
Proprio la Grecia è stata condannata più volte dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per il trattamento riservato ai migranti, in aperta violazione di alcuni articoli della Convenzione europea sui diritti dell’uomo; inoltre, diverse associazioni e ong hanno denunciato le pratiche discriminatorie e profondamente lesive messe in atto dal paese ellenico nei confronti dei migranti e dei richiedenti protezione internazionale.

L’Unione Europea si trincera sempre di più: se c’era bisogno di un ulteriore segnale, è arrivato.

set
12

Arrivano sei migranti: giunta leghista lista le bandiere a lutto

images (4)Sei cittadini del Gambia arrivano in paese, e il Municipio li accoglie con le bandiere listate a lutto. E’ accaduto a Gattinara, in provincia di Vercelli, dove ieri sindaco, vicesindaco e alcuni assessori leghisti si sono presentati in Comune con il lutto al braccio.

I sei migranti, dopo aver trascorso la notte nel presidio sanitario di Gattinara, in giornata sono stati trasferiti nelle case di riposo di due comuni del Vercellese. E proprio contro l’utilizzo della locale struttura ospedaliera, il primo cittadino, Daniele Baglione, ha lanciato anche una raccolta firme: che, così come il lutto ‘simbolico’, non sarebbe un’iniziativa “nei confronti degli immigrati, ma di un sistema che non tutela i propri cittadini e fornisce garanzie illusorie a chi giunge in Italia”, come dichiarato dal sindaco. Secondo il primo cittadino leghista la raccolta firme dovrebbe servire a scegliere “luoghi più adatti per accogliere queste persone, che valgono 35 euro e vengono gestiti da privati che lucrano sulla loro pelle. Non giudico i profughi, non posso farlo, ma giudico il sistema che sta dietro e davanti a loro”.

Un “siparietto mediatico”, una “intollerabile strumentalizzazione sulle spalle dei profughi”: questo il commento dell’assessore regionale all’immigrazione Monica Cerutti. “Sappiamo anche noi che il sistema di accoglienza dei profughi deve essere migliorato, e stiamo cercando di farlo nonostante le difficoltà oggettive”, ha spiegato Cerutti, sottolineando il ruolo che dovrebbero avere le istituzioni, ossia “favorire i processi di accoglienza e di integrazione”. Azioni come quelle intraprese dal sindaco di Gattinara, invece, “fomentano solo pericolose guerre tra poveri”.

Il sistema di accoglienza in Italia presenta delle enormi criticità, ed è vero che intorno alla gestione dell’accoglienza si crea spesso forte speculazione: lo denunciano da tempo associazioni e ong. Un’analisi critica e propositiva è necessaria e utile per cambiare lo status quo.
Ma la giunta locale di Gattinara non propone analisi né avanza ipotesi di politiche alternative, si limita solo a farsi promotrice del rifiuto e dell’allontanamento dei migranti dal “nostro” presidio ospedaliero. Con la consueta e palese retorica del ‘noi/loro‘: “Da oggi, i cittadini che vengono in municipio a chiederci aiuto economico o un lavoro, potranno compilare un modulo per chiedere allo Stato di essere considerati rifugiati politici in Italia”. Come a dire, essere un rifugiato conviene, visto che “lo stato non tutela i propri cittadini”.
Ma la questione in ballo non era quella di garantire una giusta accoglienza priva di speculazione?

 

 

set
11

Alunni stranieri, nasce l’Osservatorio nazionale. Tra ‘classi ghetto’ e difficoltà

images (1)Nasce l’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura, istituito con apposito decreto dal Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). L’obiettivo dell’Osservatorio sarà quello di “individuare soluzioni per un effettivo adeguamento delle politiche di integrazione scolastiche alle reali esigenze di una società sempre più multiculturale e in costante trasformazione” (qui il decreto). Avrà quindi, come si legge nella nota del Ministero, “compiti consultivi e propositivi”. Presieduto dal Ministro o dal Sottosegretario con delega all’integrazione, sarà composto da esperti del mondo accademico, dirigenti scolastici, rappresentanti degli istituti di ricerca, associazioni ed enti impegnati nei percorsi finalizzati alla promozione dell’intercultura e dell’inserimento degli alunni stranieri (qui i membri dell’Osservatorio, che rimarranno in carica per tre anni).

Il decreto arriva all’indomani del caso di Pratola Peligna, paese di settemila abitanti in provincia de L’Aquila. Nella scuola elementare del paese, le lezioni sono iniziate all’insegna delle divisione: tutti i neo-alunni di cittadinanza non italiana sono stati inseriti in una sola classe prima, lasciando così nell’altra sezione unicamente i bambini italiani. Una scelta che, secondo l’ex preside, risponderebbe alla necessità di “realizzare il diritto all’apprendimento per tutti gli alunni, inclusi quelli in situazione di difficoltà”. Una situazione “inaccettabile”, invece, per il nuovo preside: “La presenza di bambini stranieri all’interno delle classi deve essere equilibrata, la scuola è il luogo principe dell’educazione e non è tollerabile alcuna forma di razzismo”, ha dichiarato, modificando la composizione delle classi.

L’episodio di Pratola è solo l’ultimo di una serie (per esempi recenti, qui e qui), e palesa le difficoltà con cui le istituzione scolastiche rispondono alla presenza nelle scuole italiane di alunni di origine straniera e ai cambiamenti che stanno avvenendo nelle classi, così come nell’intera società.
Secondo i dati diffusi dal Miur, nell’anno scolastico 2014/2015 gli studenti con cittadinanza non italiana saranno quasi 740 mila (dato previsionale elaborato sulla base delle Rilevazioni integrative degli anni scolastici precedenti).

 

 

set
10

L’UEFA organizza ‘Respect Diversity’. Grande Assente: Tavecchio.

downloadSi terrà oggi e domani a Roma “Respect Diversity 2014”, incontro organizzato dalla Uefa con la partecipazione della rete Fare e di FIFPro (l’unione mondiale calciatori), e con il sostegno della Federcalcio. L’iniziativa, alla sua quarta edizione, riunirà 200 delegati di federazioni, leghe, club, organizzazioni politiche, ong e associazioni che, insieme a esperti e rappresentanti dei media, discuteranno di come contrastare i fenomeni di discriminazione e razzismo presenti nel mondo del calcio.

Ci sarà però una grande assenza, quella di Carlo Tavecchio, da solo un mese presidente della Figc e già sotto inchiesta della Uefa per “presunti commenti razzisti”: proprio domani l’Unione Europea delle Federazioni Calcistiche si pronuncerà, con l’emissione della sentenza, sulle dichiarazioni rilasciate da Tavecchio alla vigilia della sua elezione, a proposito della presenza nel calcio italiano di giocatori di origine straniera (ne abbiamo parlato nell’inserto di Sbilanciamoci.info al quotidiano Il Manifesto, l’articolo qui). Forse proprio questa situazione ha portato la Figc a scegliere di farsi rappresentare, in questa due giorni internazionale, da Fiona May, consigliera antirazzismo nominata dallo stesso Tavecchio.

Un fenomeno, quello del razzismo, particolarmente diffuso nel calcio italiano: già a maggio a Torino il Comitato Esecutivo Uefa e il Consiglio Strategico per il Calcio Professionistico (PFSC) avevano sottolineato l’importanza di adottare “misure severe” per contrastarlo.
‘Respect Diversity 2014′ ha l’obiettivo di incoraggiare “i rappresentanti del calcio, i tecnici, i giocatori e i tifosi a lavorare insieme per dire basta ad ogni forma di discriminazione”, come dichiarato ieri dal presidente della Uefa Michel Platini, che oggi aprirà i lavori.
L’assenza di Tavecchio sembra però andare in tutt’altra direzione rispetto a quella auspicata da Platini. Secondo Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio intervistato poco tempo fa da Redattore Sociale, “le parole di Tavecchio vanno collocate in un contesto culturale di forte ritardo, dove persiste un retaggio nazionalista con venature razziste. Con questa mentalità sarà difficile portare avanti una lotta seria al razzismo negli stadi”.

 

set
09

Le non notizie sui rom

images (2)Strani fenomeni avvengono a Padova. Pare che sia in corso una nuova invasione, quella dei lavavetrine, persone che le vetrine prima le sporcano, poi chiedono 5 euro. Lo apprendiamo dal titolo di un articolo pubblicato dal Gazzettino di Padova (‘L’invasione dei lavavetrine: prima le sporcano, poi chiedono 5 euro’).

“Due coppie di nomadi, una formata da un ragazzo ed una ragazza e un’altra composta da un uomo ed un ragazzino, armati di pulivetri montati su un lungo bastone e di una bottiglia di detergente a spruzzo, hanno percorso la via” offrendosi “di lavare le vetrate dei negozi di corso Vittorio Emanuele II”, scrive Luisa Morbiato. “La coppia con l’adulto e ragazzo mi è entrata in negozio, l’uomo aveva anche la sigaretta accesa in bocca e per prima cosa gli ho detto di uscire finché fumava – racconta la commerciante – ma lui ha cominciato a dire di voler lavare la vetrina, alla quale peraltro si è appoggiato con una mano lasciando anche tracce. Insisteva, io dicevo no perché la mia vetrina era pulita, ma lui continuava a dire di volerla lavare e chiedeva 5 euro per comprare un pezzo di pane”.

Questo l’articolo (visibile qui).

La lettura, stimola alcune domande:
1) due coppie, ossia quattro persone, possono essere considerate un’invasione? Notiamo poi che il termine usato è decisamente negativo ed evoca usurpazione, rapina: anche se possiamo capire che la richiesta di poter pulire una vetrina possa infastidire qualcuno, stentiamo a pensare che quattro persone con in mano un detergente a spruzzo possano essere vissute come un pericolo sociale.
2) Perché i giornalisti continuano a usare un lessico scorretto dal punto di vista deontologico – la Carta di Roma indica il termine “nomade” come stigmatizzante e impreciso (la presenza di cittadini rom in Italia è prevalentemente stanziale, il 90% secondo i dati dell’associazione 21 Luglio)?
3) L’ultima frase della commerciante intervistata ci sembra che evidenzi la palese situazione di povertà in cui versano alcune persone residenti nel territorio: perché la scelta del giornalista è quella di stigmatizzare le persone di cui parla come invasori o seccatori, invece di proporre anche un’analisi delle loro condizioni di vita?
4) Infine: quanto successo, o almeno quanto riportato da Il Gazzettino, sembra un episodio isolato, ad opera di quattro persone, che al massimo ha infastidito la commerciante intervistata. Davvero a Padova non succede niente di più rilevante?

 

 

 

 

set
09

Sanità: anche a Padova scatta l’allarmismo. Il prefetto: “Non si parli di emergenza”

images (1)Un vertice con dirigenti e tecnici delle Ullsser per affinare “ulteriormente il piano di prevenzione”: lo ha convocato per oggi il Prefetto di Padova Patrizia Impresa, dopo la diffusione della notizia della contrazione della scabbia da parte di due poliziotti. I due uomini sarebbero stati contagiati durante l’accompagnamento di alcuni migranti nei centri di accoglienza.

“Voglio chiarire che non siamo di fronte a un’emergenza sanitaria”, ha spiegato il Prefetto: l’incontro di domani si pone nell’ottica di garantire il “massimo impegno per tutelare tutti i soggetti coinvolti”.

“Sembra proprio che lo Stato cominci ad accorgersi di quanto importante è l’aspetto sanitario nella gestione dei profughi in arrivo sui territori da Mare Nostrum”. E’ stata questa la reazione del Presidente della Regione Veneto Zaia, che a fine agosto aveva parlato di “allarme scabbia” dopo il contagio di due operatori dell’ospedale di Padova. Un contagio che, in realtà, non avrebbe nulla a che fare con l’arrivo di cittadini di origine straniera: i due operatori avrebbero contratto la scabbia durante la pulizia di alcuni spazi della struttura ospedaliera.
Nonostante questo, i commenti dei lettori dei quotidiani nazionali, così come quello di Zaia, si riferiscono solo a una cosa: l’arrivo dei migranti. Che, come spiegato da molti medici, spesso si ammalano proprio in Italia a causa della mancanza di percorsi di inserimento, anche sanitario: del resto, sono state le stesse “task force sanitarie” istituite dalla Regione a “bocciare i luoghi d’accoglienza”, sempre secondo le parole di Zaia.

Ma questo non basta, a quanto pare, per interrompere la psicosi collettiva del “migrante untore”: “Padova: epidemia di Scabbia in ospedale ‘GRAZIE’ AI MENDICANTI CLANDESTINI CHE DORMIVANO ALL’INTERNO”, si legge sulla pagina Facebook “Delusi traditi e inc…”. “Evviva Mare Nostrum”, “E poi ci si lamenta se vengono disinfettati con le docce”, sono i commenti di alcuni lettori de Il Mattino di Padova. Il Gazzettino, invece, in un’intervista al prefetto Impresa a firma di Nicoletta Cozza, parla di un generale problema di “ordine pubblico” che secondo il quotidiano sarebbe un tema “strettamente correlato alla scabbia”. Sulla base di quale connessione, non viene chiarito. Così come non si chiarisce la fonte dell’affermazione della giornalista: “Pare che casi di scabbia ce ne siano tra gli immigrati arrivati a Padova”. “A noi non risulta”, risponde il Prefetto. In mancanza di dati ufficiali, il vero allarme è quello lanciato da alcuni esponenti politici e da una parte del mondo del mondo dell’informazione.