lug
22

“Carneficine quasi quotidiane”

download (3)“E’ brutto dirlo ma mi sto abituando a queste carneficine, diventate quasi quotidiane”. A parlare è il maresciallo capo Giuseppe Palmisano, comandante della motovedetta che venerdì sera ha tratto in salvo circa 400 persone. Ventinove, però, non ce l’hanno fatta: sono morte nella stiva, asfissiate dalle esalazioni del motore. Tra loro, un bambino di 1 anno. Un mercantile danese ha avvistato nella notte tra venerdì e sabato l’imbarcazione sulla quale viaggiavano, recuperando i passeggeri con l’aiuto della marina italiana.

Si teme invece che siano più di 60 le vittime del naufragio avvenuto in acque libiche a una trentina di miglia dalla costa, sempre venerdì. Sono stati i superstiti a spiegare all’equipaggio del mercantile che li ha recuperati, dirottato dalla guardia costiera italiana, di essere partiti da un porto libico in “più del doppio”.
Mentre è di ieri la notizia di un gommone semiaffondato, recuperato da due navi, un elicottero e un mercantile battente bandiere delle Bermuda, che ha imbarcato 66 migranti e di cui 5 privi di vita. Secondo le testimonianze dei superstiti sarebbero state ottanta le persone a bordo del gommone.

Le chiama carneficine quasi quotidiane, il maresciallo Palmisano: e non potrebbero esserci parole più adeguate.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), tra venerdì e sabato scorsi “sono stati registrati oltre 5.200 arrivi e si calcola che le vittime di naufragi e avvelenamenti da monossido di carbonio potrebbero essere oltre 100, mentre molti di più sarebbero i dispersi: 60 persone al largo della Libia a cui purtroppo si potrebbero aggiungere le 240 persone di nazionalità eritrea che, stando ai racconti di molti testimoni e familiari, sarebbero partite sempre dalla Libia lo scorso 27 giugno e mai arrivate a destinazione né soccorse in alto mare”.

Dobbiamo trovare più risorse per Frontex Plus, ma il problema dell’immigrazione va risolto alla radice”, afferma il presidente del Consiglio Matteo Renzi da Maputo (Mozambico), prima tappa del suo viaggio in Africa. Ancora una volta, constatiamo che l’unica proposta del governo è l’ampliamento di un’agenzia per il controllo delle frontiere, attiva dal 2006, che evidentemente non è riuscita a impedire tutte queste carneficine. Il motivo è che non è il suo scopo: l’obiettivo dell’agenzia è infatti il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti respinti alle frontiere.

Salvare vite umane sarebbe invece lo scopo dell’iniziativa di un’imprenditrice italiana (attiva nel settore assicurativo) e di suo marito, che starebbe per avviare la missione Migrant Offshore Aid Station (MOAS): una nave di 43 metri, con personale specializzato a bordo, e due elicotteri che invieranno le immagini all’imbarcazione. Dicono di essere stati ispirati dalle parole di Papa Francesco, “contribuire in prima persona ad aiutare gli altri, con le risorse e le capacità che abbiamo”.
Secondo quanto riportato da redattore sociale “il Moas non vuole competere con le operazioni di salvataggio italiane e maltesi ma offrire assistenza alle persone in difficoltà fino all’arrivo delle autorità competenti.” Se questa è la missione è sicuramente lodevole, resta a noi il dubbio profondo che la salvezza delle persone debba e possa dipendere dall’atto di “beneficienza” di un privato (se di questo solo tratta).

Il punto è un altro. Tante persone scappano su imbarcazioni di fortuna da guerre, conflitti, povertà estrema. Le migrazioni, le fughe di profughi e potenziali richiedenti asilo sono profondamente legate al contesto internazionale e ai conflitti in corso sui quali è difficile, ammesso che sia possibile, intervenire nel brevissimo termine.

Nel breve termine si potrebbe fare altro, torniamo a ripeterlo ancora. Si potrebbero aprire dei canali umanitari con il coinvolgimento delle Nazioni Unite. Si potrebbe applicare la Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE), che prevede “norme comuni a tutti gli Stati membri per la concessione di una protezione temporanea alle persone che fuggono dai loro paesi, in caso di afflusso massiccio di sfollati nell’Unione”.

Poi c’è tutto quello che avviene dopo gli sbarchi. “Bisogna utilizzare le caserme per l’accoglienza transitoria dei migranti, come strategia di supporto per fare in modo che gli immigrati trovino accoglienza e poi vadano via. Non dobbiamo tenerli qui, perché la quasi totalità non vuole stare in Italia”. Le parole del ministro dell’interno Angelino Alfano esplicitano una verità estremamente grave: le persone non vogliono rimanere in Italia, e il governo dovrebbe chiedersi il perché, piuttosto che pensare di predisporre altri centri di smistamento, come li definisce Sicilia Borderline, un’associazione impegnata sul territorio siciliano, in diretto contatto con tutti i problemi che stanno affrontando i comuni della regione.
“La situazione nei diversi centri di accoglienza sul territorio siciliano è rimasta sostanzialmente invariata. Emergenza, improvvisazione e approssimazione sono stati ancora una volta elementi distintivi nella gestione dell’accoglienza. In Sicilia il “sistema” di accoglienza dei richiedenti asilo, già collassato da mesi, è rimasto in una condizione di equilibrio instabile grazie ad un maggior numero di trasferimenti dei migranti verso altre regioni italiane. Le condizioni di vita all’interno del CARA di Pian del Lago a Caltanissetta restano totalmente inadeguate ed aggravate dal costante sovraffollamento della struttura. Inoltre, di fronte al centro governativo, si sono nuovamente formati accampamenti irregolari ed invivibili – tre in tutto – in cui abitano numerosi richiedenti asilo in una condizione di totale subalternità che li espone a rischi notevoli, come ad esempio il business delle residenze a pagamento”, scrive l’associazione (qui più info).

Secondo l’ultimo rapporto dell’Osce l’Italia è il paese in assoluto con il maggior flusso di immigrati, ma non è capace di integrarli nella società.

 

lug
17

Servizio Civile: Renzi chiude ai giovani stranieri

download (2)E’ trascorsa solo una settimana da quando il sottosegretario al lavoro Luigi Bobba annunciava la volontà del governo di aprire il Servizio Civile Nazionale a giovani stranieri regolarmente soggiornanti, e già arriva la smentita.

Abbiamo scelto nel disegno di legge di non affidare il servizio civile universale se non ai cittadini italiani”, ha dichiarato ieri il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, proseguendo: “Su questo so che ci saranno polemiche. Noi abbiamo scelto nel disegno di legge di non affidarlo se non ai cittadini italiani. Poi io penso sia maturo il tema di fare una riflessione sulla cittadinanza, e lo inseriamo come d’accordo nel tema sui diritti che affronteremo immediatamente dopo approvata in prima lettura la fase delle riforme costituzionali. Il passaggio è che se il servizio civile essendo servizio alla Patria, non può che essere affidato se non a cittadini italiani”.
“È stata una sorpresa anche per me”, ha spiegato a Redattore Sociale il sottosegretario al Lavoro Bobba.

Il governo non sembra quindi intenzionato a recepire le varie sentenze dei tribunali e della Corte d’Appello, che definiscono il Servizio Civile non come uno strumento di difesa della patria, bensì come un mezzo per promuovere la solidarietà sociale. Proprio per questo, tutte le sentenze hanno sempre sancito il carattere discriminatorio dell’esclusione dai bandi dei giovani privi di cittadinanza italiana, ordinando contestualmente al governo di modificare i requisiti di accesso.

Ad oggi, però, nulla è cambiato. Forse, la modifica di alcuni aspetti pratici che si ripercuotono sulla vita delle persone – come la possibilità di accedere al SCN – potrebbe essere un buon modo per aprire la strada non ad “una riflessione sulla cittadinanza”, ma all’approvazione di una riforma della legge in materia. Un’occasione che il governo non vuole evidentemente cogliere.

Dal 7 marzo 2012 giacciono alla Camera le due proposte di legge di iniziativa popolare depositate dalla campagna l’Italia sono anch’io sulla cittadinanza e il diritto di voto insieme a ad un’altra ventina di proposte parlamentari. Nel corso della campagna di raccolta firme le “riflessioni”, le dichiarazioni favorevoli alla riforma e gli annunci di interventi tempestivi sono stati innumerevoli. Il dibattito pubblico sul tema non è mancato, compresi numerosi sondaggi che testimoniano come gran parte dell’opinione pubblica italiana sia favorevole a facilitare l’acquisizione della cittadinanza.
Non di riflessioni dunque avremmo bisogno, ma di scelte concrete che garantiscano i diritti di cittadinanza. Che, come la dichiarazione di ieri del Presidente del Consiglio dimostra, tarderanno ad arrivare.
Per la cronaca: il dibattito nella Commissione Affari Costituzionali sulla riforma della cittadinanza, dopo un breve singulto, è di nuovo bloccato.

 

lug
17

Tubercolosi, Ausl e Comune smentiscono i sindacati di polizia

downloadAllo stato attuale non ci sono evidenze di casi di malattia fra il personale della Polizia, così come non si sono evidenziati casi di malattia fra i soggetti di recentissima immigrazione”. Con questa nota congiunta Ausl e Comune di Ferrara smentiscono i sindacati di polizia Sap e Siap, che ieri hanno denunciato due casi di Tbc tra i poliziotti di Ferrara, contagiati – secondo i sindacati di polizia – durante le operazioni di accoglienza degli immigrati.

Nello specifico, i due casi segnalati dai sindacati sono risultati positivi al test Mantoux, “il sistema più diffuso per verificare se una persona è venuta a contatto con il bacillo di Koch l’agente responsabile della malattia, e il sistema immunitario ha reagito di conseguenza”, spiega la dottoressa Marisa Cova, responsabile del servizio Igiene Pubblica dell’Asl.
L’azienda sanitaria ferrarese ha sottolineato che “in base a quanto previsto dai programmi di controllo della diffusione della Tubercolosi, tutto il personale della Polizia impegnato nelle operazioni di gestione dei migranti è stato sottoposto a controlli con il test cutaneo alla tubercolina, mentre gli immigrati sono stati sottoposti a controllo clinico-radiologico volto a escludere la presenza della malattia con esito negativo”.
Nessun allarme quindi, nonostante da più parti si sia subito gridato all’emergenza. “Un POLIZIOTTO in servizio a Ferrara, a contatto con immigrati arrivati sul posto, è stato contagiato dai batteri della TUBERCOLOSI. Mare loro, malattie nostre”, commentava Salvini subito dopo la dichiarazione di Sap e Siap. Il quotidiano Il Tempo, invece, lanciava subito l’ennesimo “allarme immigrati”, scrivendo “tubercolosi, meningite e chissà quante altre malattie dovranno contrarre i nostri poliziotti impegnati nel fronteggiare decine di migliaia di migranti”.

lug
17

L’invasione dell’allarmismo

images (1)Invasione: di qualsiasi cosa che irrompa in un luogo occupandolo. In patologia, la diffusione nell’organismo di agenti infettivi”. La definizione è dell’enciclopedia Treccani. Se si avevano dei dubbi, quindi, che si dipanino subito: la parola scelta da L’Epresso per titolare l’articolo di Stefano Pitrelli e Michele Sasso è tutt’altro che neutra. “Invasione”, a caratteri cubitali. Sopra, la fotografia di un gruppo di migranti su una nave della Marina Militare (qui l’articolo).

Il messaggio sotteso colpisce subito, rimarcato nel sottotitolo: Si temono 120mila sbarchi e un miliardo di spesa. Un costo che l’Italia da sola non può sostenere. E i centri sono già nel caos.
Numeri e costi. A questo, nel dibattito pubblico odierno, è stata ridotta la “questione migratoria”. Con un tocco ansiogeno – neppure troppo lieve – : si temono, caos, non può sostenere..
Tutti elementi che ritornano costantemente.
La situazione è senza precedenti, di dimensioni bibliche. E’ questo l’incipit dell’articolo che, subito, parla dell’operazione Mare Nostrum. In questi termini: L’Italia ha aperto un varco nel Mediterraneo, garantendo con la sua flotta il soccorso e il trasferimento nel nostro Paese a chiunque prenda il largo. Un’operazione [..] che ha drasticamente ridotto il numero di vittime nella traversata. Ma per ogni barcone che viene salvato, altre migliaia di persone si accalcano sulle spiagge. Ma: l’avversativo sembra quasi suggerire il concetto che sì, Mare Nostrum salverà anche delle vite umane, ma il contraltare è l‘esodo di migliaia di persone, di una marea di disperati che l’Italia accoglie, e che secondo i giornalisti de L’Espresso rappresentano un costo economico e sociale enorme. Di che portata? Lo si spiega nel paragrafo intitolato Onda umana. Basandosi sulle stime del Viminale e sui dati del Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm), Pitrelli e Sasso parlano di 600 milioni spesi per assisterli (dall’inizio di Mare Nostrum). Ma il carico per la collettività è in realtà molto più alto: proprio stando ai dati del Pdm, dall’inizio dell’operazione il conto è di 172 milioni. Il bilancio di un anno di missione potrebbe superare i 237 milioni. Forse abbiamo capito male, ma 237 milioni sono meno di 600. Sono stime, previsioni future e ipotesi che, seppur con il condizionale, hanno l’inevitabile effetto di creare nel lettore ansia e timore, in particolare in anni di tagli, disoccupazione, crisi economica. Tra l’altro, a ben vedere, gli stessi giornalisti specificano che la stima è in parte virtuale, perché alcuni costi ci sarebbero anche se le navi rimanessero ferme.

Qual’è invece la realtà attuale? Per che tipo di assistenza vengono usati tutti questi soldi, viene da chiedere guardando le cifre elencate nell’articolo. Il vero nodo è che tutto viene gestito all’insegna dell’emergenza, arrangiandosi. Ecco che, dismesse le cifre urlate e abbandonati i toni allarmistici, la realtà può finalmente emergere.
Non ci sono accordi formali per il transito dei profughi verso il resto d’Europa. Le nostre autorità stanno tacitamente violando le regole che impongono l’identificazione al momento dello sbarco, permettendo così a siriani ed eritrei di fare domanda d’asilo altrove. Per chi resta invece c’è una grande incertezza. Non esiste una regia centrale.
Eccolo il nodo, ed ecco le persone, che fanno capolino tra i numeri e i dati, tra le ondate e le invasioni.
Una situazione di “emergenza” che emergenza non è, e lo evidenziano anche Pitrelli e Sasso. L’Italia, come ha appena sottolineato un rapporto dell’Osce, è il paese in assoluto con il maggior flusso di immigrati ma non è capace di integrarli nella società. Questo accadeva anche prima della recessione, oggi le chance di trovare un lavoro sono ancora più ridotte. E ancora: la rete dei centri dove dare vitto e alloggio si è intasata già a inizio dell’anno. Da allora sostanzialmente si improvvisa.
Di fronte a questa situazione, parlare di “emergenza” è scorretto semanticamente: “inadeguatezza e problematiche strutturali” è forse più pertinente. E, di fronte a tutto questo, la frase di prima, una marea di disperati che l’Italia accoglie, perde, almeno un po’, di senso.

Nelle convenzioni sancite con i gestori dei vari centri di accoglienza sono elencati diversi servizi, ma la realtà è ben diversa: mancanza di luce e acqua, nessuna distribuzione di vestiti o assistenza medica, strutture fatiscenti, senza nessun servizio di assistenza. Queste sono le situazioni presenti in alcuni centri, presi ad esempio dai due giornalisti. In generale, una situazione di dignità negata agli ospiti costretti spesso a vivere in pietose condizioni igieniche, cibo immangiabile, pochi mediatori culturali e assistenti legali. Il tutto con l’ombra pesante della speculazione: i trenta euro al giorno a persona stanziati, stando all’articolo, dal Ministero dell’Interno, sono una strada libera per affaristi senza scrupoli e associazioni last minute, per criminalità e politici a caccia di voti. Insomma, dall’invasione vissuta con timore si arriva a dire Grazie sbarchi, visti i fondi portati dall’onda lunga degli sbarchi e il conseguente salvataggio di posti di lavoro.

Il ruolo dei media si dimostra sempre più importante nella conoscenza, o meno, di un fenomeno che fa ormai parte della quotidianità del nostro paese. La scelta dei termini, dei titoli, dei toni, non è irrilevante. Pochi giorni fa Nando Pagnoncelli (ne abbiamo parlato qui) evidenziava, commentando un sondaggio pubblicato dal Corriere della sera, un “pesante problema di informazione” che lascia spazio a un dibattito “drammatizzante” per quanto riguarda l’immigrazione e la presenza di cittadini stranieri in Italia.
Se ne dovrebbe tenere sempre conto, quando si ha a che fare con un fenomeno dalle innumerevoli sfaccettature.

 

 

 

 

lug
16

Cie di Gradisca: nessuna chiarezza dal Governo. Intanto, i lavori proseguono.

images (1)All’indomani della visita al Cie di Gradisca, sono tanti i dubbi sollevati dai membri della delegazione, composta da due consiglieri regionali (Giulio Lauri di Sel e Silvana Cremaschi del Pd), dalla vicepresidente della Provincia Di Gorizia, dall’assessore all’immigrazione del comune di Gradisca, dal sindaco di Sagrado e dai membri dell’associazione Tenda per la Pace e Diritti e di LasciateCIEntrare.

La visita è stata effettuata con l’obiettivo di verificare lo stato dei lavori della struttura, chiusa dallo scorso novembre ma, va sottolineato, non per le innumerevoli denunce provenienti sia da figure istituzionali sia da associazioni del terzo settore, bensì in seguito alle dure proteste delle persone detenute nel centro, scaturite in uno sciopero della fame e nel danneggiamento delle stanze. Una chiusura, in altre parole, dettata dall’inagibilità della struttura.

“Gli interventi interessano anche le gabbie che sormontano le vasche – ha spiegato Lauri – e ci chiediamo se l’obiettivo, nonostante le rassicurazioni del ministro Alfano, non sia riaprire il Cie”. Il consigliere si riferisce a quanto dichiarato a maggio dal ministro dell’Interno durante l’incontro con il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo Schengen e di vigilanza sull’attività di Europol (l’agenzia di polizia europea). In realtà, in quell’occasione il responsabile del Viminale, rispondendo a un’interrogazione presentata dall’onorevole Giorgio Brandolin, ipotizzò la riapertura del centro e la sua “possibile destinazione all’accoglienza dei richiedenti protezione, in considerazione del loro crescente numero”, prospettando quindi una trasformazione – non confermata da dichiarazioni ufficiali – del Cie in Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo). Anche il prefetto di Gorizia Vittorio Zappalorto aveva affermato che “il ministro Alfano ha assicurato di voler seguire le istanze del territorio”, sottolineando che “i politici locali hanno assunto un orientamento ben preciso sull’argomento”. Un orientamento contrario ai Cie, ma anche ai Cara, strutture di grandi dimensioni che non si sono mostrate, in questi anni, in grado di offrire un’accoglienza adeguata ai richiedenti asilo, ma finalizzate piuttosto al loro controllo.

Il primo dubbio della delegazione è proprio questo, quindi: capire che destinazione d’uso si vuole dare alla struttura. Inoltre, “nel corso della visita ci è stato spiegato che il valore dell’appalto del primo lotto dei lavori ammonta a circa 800 mila euro”, ha proseguito il consigliere di Sel, domandandosi “come è possibile che in un momento di grave crisi economica il Governo investa una quantità così ingente di risorse per il rifacimento di una struttura il cui utilizzo non è nè certo nè specificato”. A prescindere dalla finalità della struttura, ancora non chiarita dal Governo, la delegazione ha chiesto “perché non vengono rimosse le inferriate e le gabbie di sicurezza non compatibili con il rispetto dei diritti umani delle persone che dovrebbero eventualmente soggiornarvi”.
E, sempre a proposito di rispetto dei diritti delle persone, ma in questo caso dei lavoratori, rimane irrisolta “la questione del pagamento degli stipendi arretrati dei lavoratori che hanno fatto funzionare il CIE e continuano a gestire il CARA, e del versamento alla regione dei finanziamenti per la cassa integrazione in deroga degli stessi lavoratori da febbraio senza stipendio. Se è veramente incerto – conclude Lauri – il futuro della ex Caserma Polonio, non aveva senso iniziare a usare le risorse onorando gli impegni con lavoratori?”

Qui un approfondimenti, con fotografie e video, di Nicola Grigion di Melting Pot, membro della delegazione.

lug
15

Padova: grave violenza razzista, vittime due minorenni

image“Non so perché ce l’avesse con noi”. Questa la reazione, incredula, del 17enne originario del Bangladesh vittima, insieme al fratello di soli 11 anni, di un gravissimo atto di violenza razzista avvenuto a Padova venerdì scorso intorno alle 13.30

I due ragazzi stavano andando in bicicletta verso il quartiere dell’Arcella, dove si trova la moschea della città, quando un uomo di 50 anni è sceso dalla propria auto, colpendoli con un cric e insultandoli con frasi razziste. L’aggressore è poi scappato, mentre sul posto arrivavano le forze dell’ordine.
L’undicenne ha riportato le ferite più importanti al gomito, giudicate guaribili in 8 giorni. Le due giovani vittime hanno sporto denuncia, accompagnate dal padre, in Italia da 17 anni, che si è detto “sconcertato”.
L’aggressore è stato poi individuato grazie al numero di targa della vettura, ricordato dalle vittime.

La polizia ha avviato le indagini. Alcuni giornali locali parlano di un’aggressione scaturita da un diverbio legato al mancato rispetto del codice stradale. Intanto, i carabinieri hanno depositato in Procura la denuncia nei confronti dell’aggressore, accusato di ingiurie e lesioni volontarie personali. Stando a quanto riferito dalle giovani vittime, l’uomo si sarebbe già reso protagonista di episodi razzisti contro un altro ragazzo proveniente dal Bangladesh, insultato, secondo le parole di una delle vittime, per il colore della pelle. Inoltre, le vittime hanno dichiarato ai carabinieri che nessuno sarebbe intervenuto durante l’aggressione: “Tutti guardavano ma non c’è stata una persona che sia venuta in nostro aiuto. Solo quando quell’uomo se n’è andato qualcuno si è avvicinato a chiederci come stavamo”.

In attesa di fare luce su quanto successo, rimane il dato di fatto: un’aggressione estremamente violenta commessa da un adulto su due minorenni, feriti e insultati per la loro origine nazionale. Mentre la società resta a guardare.

 

 

 

lug
15

Castel Volturno e la caccia ai migranti: metafora di un Paese senza memoria

images (1)di Annamaria Rivera

Niente cambia nel nostro infelice paese per ciò che riguarda l’atteggiamento delle istituzioni e dell’opinione pubblica verso l’immigrazione. Che ormai ha quarant’anni, è parte costitutiva del nostro tessuto sociale e produttivo, eppure tuttora è rappresentata in chiave allarmistica, come emergenza e questione d’ordine pubblico, come marea e invasione. E questo contribuisce ad alimentare quella forma di paranoia di massa che, a sua volta, produce una singolare deformazione percettiva: secondo l’ultimo sondaggio dell’Ipsos, il 69% del campione intervistato pensa che i migranti (in realtà, intorno all’8% della popolazione) siano una percentuale di gran lunga più elevata.

Niente cambia, di sostanziale, e tutto ricompare, come se, paradossalmente, la nostra storia fosse punteggiata da continui balzi all’indietro. E’ il ritorno del rimosso, potremmo dire, mai elaborato, quindi sempre pronto a riemergere. Ritorna Castel Volturno, questa volta nella forma minore di una “semplice” gambizzazione, a colpi d’arma da fuoco, ai danni di due cittadini ivoriani. E si ripropone il consueto trattamento mediatico della notizia, volto a minimizzare, a descrivere aggressioni e stragi razziste come scontri, risse o liti: “Immigrati. Lite con feriti nel casertano”, titolava due giorni fa lastampa.it.

Niente è cambiato, soprattutto, nelle relazioni di classe: in agricoltura come in altri settori, il profitto è garantito dallo sfruttamento estremo dei lavoratori immigrati, dalla loro de-umanizzazione e riduzione a mere braccia da lavoro. Nelle campagne e nei cantieri niente è cambiato da quando, nel suo rapporto del 6 marzo 2009, l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro, organismo dell’Onu) richiamava duramente l’Italia per il trattamento inflitto ai nuovi meteci: “maltrattamenti, salari bassi e pagati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico, in cui parte della paga è trattenuta dall’impresa per un posto in dormitori affollati, senza acqua né elettricità”.

Né possiamo sperare che questo episodio “minore” richiami alla memoria collettiva la strage di Castel Volturno del 18 settembre 2008, compiuta dall’ala scissionista del “clan dei casalesi” di Giuseppe Setola, che fece ben sette vittime: un italiano e sei giovani lavoratori immigrati (quattro di loro provenienti dal Ghana, due dal Togo, fra loro due rifugiati). E quindi induca le autorità a prevenire il rischio di altre violenze, a smorzare le tensioni con la popolazione locale, a provvedere affinché i migranti siano protetti e sia loro garantito rispetto, diritti, condizioni dignitose di lavoro e di vita.

Nel 2008, quella che i magistrati avrebbero definito “un’aggressione terroristica a tutti gli effetti, una sorta di caccia al nero, una strage di persone estranee a ogni propensione criminale” fu dapprima raccontata dai media come un regolamento di conti fra clan: la prima cronaca che repubblica.it dedicò alla strage recava nel titolo e nel sottotitolo le parole-chiave “scontro a fuoco” e “clan degli immigrati”.

In quella occasione, Maroni, ministro dell’Interno, invece di piangere le vittime e condannare duramente l’eccidio, annunciò la costruzione di dieci nuovi lager per migranti e gravi limitazioni al diritto di ricongiungimento familiare. Similmente, oggi Alfano si guarda bene dal deplorare severamente l’aggressione armata, come sarebbe suo dovere. Ne approfitta, invece, per riproporre la litania del “non possiamo accogliere tutti”. E di fatto assolve gli autori dell’aggressione, due italiani, affermando: “È chiaro che quando c’è uno sbilanciamento tra persone straniere e cittadini italiani si creano momenti di tensione”.

E non v’è un Renzi che richiami il ministro dell’Interno e lo induca a correggere affermazioni così gravi. No, il nostro Napoleone in sedicesimo ha altro d’urgente cui pensare: anzitutto distruggere alcuni pilastri della carta costituzionale.

Per ora c’è da contare solo sugli stessi lavoratori immigrati e sulla pur debole rete di solidarietà che li sostiene. Per fortuna, da alcuni anni a questa parte, quando le braccia da lavoro aliene diventano corpi-bersagli, son solite rivoltarsi, in tal modo affermando almeno dignità e superiorità morale.

L’articolo è publicato anche su Il Manifesto e MicroMega.

lug
15

‘Sono troppi e costano’: un sondaggio fotografa la realtà. Distorta.

downloadSono troppi e rappresentano un costo per il paese: è questa la percezione che i cittadini italiani hanno degli stranieri regolarmente residenti in Italia, secondo il sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato ieri sul Corriere della Sera.

“Gli stranieri regolari sono 4.387.000, poco più del 7% della popolazione nazionale”, secondo i dati Istat (al gennaio 2013). Ma la percezione dei cittadini italiani è ben diversa: la “grandissima maggioranza (69%) pensa che siano di più, addirittura quasi un quarto pensa che gli immigrati regolari siano almeno la metà della popolazione residente”. Una vera e propria “sovrastima”, che secondo Pagnoncelli sarebbe una “costante nella percezione degli italiani”, e che sarebbe addirittura in crescita: “la stessa domanda fatta più di nove anni fa dava una percentuale del 61% di chi stimava la presenza degli immigrati superiore alla realtà”.
La consapevolezza – o, visto il confronto tra dati e percezione, sarebbe meglio dire la non consapevolezza – dei cittadini italiani rispetto alla presenza straniera è un “dato trasversale”, con pochi distinguo: se il 66% degli elettori di Foza Italia ha un’alta percezione del fenomeno, gli elettori del Pd arrivano al 69%, e quelli del Movimento 5 stelle addirittura al 78%.

E, se la presenza dei cittadini stranieri viene vissuta come massiccia da persone con orientamenti politici diversi, la stessa omogeneità la si ritrova nella percezione degli immigrati come un costo. Escludendo gli studenti, quasi il 70% degli italiani considera i cittadini stranieri “una spesa per lo stato”. Ben il 58% degli elettori Pd hanno questa opinione, “influenzata dal recente dibattito sui costi dell’operazione Mare Nostrum”. Un impegno che Pagnoncelli definisce “pesante, stimato in circa 9 milioni al mese, poco più di 100 milioni l’anno”. Ma le cose cambiano “se sull’altro piatto della bilancia mettiamo l’Irpef versata dai contribuenti stranieri, che complessivamente versano al nostro stato più di 6 miliardi e 500 milioni” (secondo il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della fondazione Leone Moressa).
Ma, nonostante questi dati, solo un italiano su quattro ritiene “che il saldo sia positivo”.

L’unico elemento in cui si intravede una differenza legata all’orientamento politico è il ruolo dell’Europa nella gestione del fenomeno migratorio: qui il 56% pensa che “l’Europa abbia scaricato sull’Italia il peso dei problemi”, mentre il 36% “pensa che le colpe siano soprattutto dell’Italia”. La differenza è legata, come detto, a una “più marcata accentuazione politica”. Infatti, mentre gli elettori “della compagine governativa sono convinti per oltre il 60% che le responsabilità ricadano sull’Europa”, il contrario avviene “fra gli elettori dei partiti dell’opposizione che, per il 50%, scaricano le colpe sul nostro paese”.

Al di là delle appartenenze politiche, quello che il sondaggio di Pagnoncelli evidenzia è un “pesante problema di informazione” che lascio spazio a un dibattito “drammatizzante”. E’ indubbio, infatti, che mentre si susseguono le dichiarazioni politiche e i servizi giornalistici relativi alla spesa per la gestione del fenomeno migratorio, praticamente nulla viene detto sui vantaggi – economici, ma non solo – dell’immigrazione. Lo stesso avviene in merito alla presenza dei cittadini stranieri: i titoli allarmistici relativi alle “ondate” o alle “invasioni” raramente lasciano spazio a una attenta analisi del fenomeno migratorio e dei suoi numeri reali. In altre parole, il sondaggio di Pagnoncelli mostra come le informazioni che politici e media scelgono di non mettere in evidenza semplicemente sembrano non esistere per la società civile. Una fotografia del paese che dovrebbe indurre i rappresentanti delle istituzioni e gli operatori dei media di fronte a riflettere sulle proprie responsabilità.

Nel frattempo, alla pagina I diritti non sono un costo si possono trovare dati, stime e informazioni relative alla presenza dei cittadini stranieri, ai costi connessi alla loro presenza, e alle politiche messe in campo dall’Italia. Per farsi un’idea scevra da orientamenti e ideologie, ma legata alla realtà dei fatti – e dei dati.

lug
14

Castel Volturno: uomini colpiti alle gambe e rivolte in un territorio abbandonato

070720_pescopagano_bagnaraUna lite. Poi, improvvisamente, colpi d’arma da fuoco. Due persone sono state ferite alle gambe. E’ quanto successo domenica a Castel Volturno, nel casertano, precisamente in località Pescopagano. Nel tardo pomeriggio due uomini, padre e figlio, hanno aperto il fuoco contro due cittadini ghanesi – in un primo tempo identificati dai media come nigeriani o ivoriani. I due, 30 e 37 anni, sono stati ricoverati presso la clinica Pineta Grande di Castel Volturno, e non sarebbero in pericolo di vita.

Dopo l’accaduto, decine di cittadini africani sono scesi in strada, dando alle fiamme alcune auto e un appartamento. La tensione è rientrata dopo alcune ore, anche con l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno fermato i responsabili del ferimento.

Non si conosce ancora la dinamica dell’aggressione. Secondo le prime informazioni, sembra che il cittadino italiano, un vigilante privato, avrebbe fermato i due africani mentre, in bicicletta, portavano un pacco. L’uomo avrebbe domandato loro se il pacco fosse stato rubato da una delle vicine abitazioni disabitate, dando il via a una lite. Il figlio del vigilante sarebbe intervenuto sparando alla gambe dei due uomini.
La testimonianza delle due vittime dell’aggressione non coinciderebbe però con quanto riportato alla polizia dai due italiani: secondo le vittime, il vigilante li conosceva, e avevano già avuto dei diverbi. Le indagini sono attualmente in corso.

Quanto accaduto in questi giorni non può non far pensare agli episodi di sei anni fa, quando nel 2008 scoppiò quella che i giornali chiamarono “la rivolta di Castel Volturno”. Allora, sei persone, tutte di diversi paesi africani, furono uccise a colpi di arma da fuoco. Una strage per cui i responsabili furono condannati all’ergastolo: si trattava di cinque persone affiliate al clan dei Casalesi, con a capo Giuseppe Setola.
Dopo la strage, diverse persone di origine africana diedero vita a una violenta protesta, incendiando cassonetti e proseguendo gli scontri tutta la notte. Allora, molti media parlarono di scontri “tra italiani e stranieri”. Si trattò, piuttosto, di una terribile strage, la prima strage mafiosa con l’aggravante del razzismo (ne abbiamo parlato qui).

Oggi, molti giornali mettono l’accento sulla “rivolta degli immigrati” (per non parlare di chi, come il Giornale d’Italia, parla di “scontri etnici”). La Repubblica scrive “Feriti alle gambe due cittadini ivoriani causa di alcuni furti avvenuti nella zona. E’ seguita una rivolta. Il sindaco: “Bomba sociale pronta a esplodere”. Alfano “Non possiamo accogliere tutti”.
Già, perché la strumentalizzazione è dietro l’angolo. “L’Italia è un Paese accogliente ma certo non può accogliere tutti”, ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano, proseguendo: “Contatterò anche i sindaci per ragionare insieme sul da farsi. E’ chiaro che quando c’è uno sbilanciamento tra persone straniere e cittadini italiani si creano momenti di tensione”.

Non capiamo perché sarebbero normali dei ‘momenti di tensione’ – due persone ferite alle gambe – in presenza di una situazione di sbilanciamento tra persone stranieri e cittadini italiani. Così come ci sembra non pertinente la frase del ministro dell’Interno sul fatto che non possiamo accoglierli tutti.
Quello che ci sembra evidente a Castel Volturno, piuttosto, è l’assenza dello stato, avvertita da chi ci vive e da chi da questo territorio ci è passato. “Qui non c’è alcuna percezione dello Stato semplicemente perché lo Stato non c’è“, spiega il sindaco di Castel Volturno Dimitri Russo. “Il fragile equilibrio tra italiani e immigrati a Castel Volturno si sta spezzando. Qui c’è una bomba sociale pronta ad esplodere”. “Qui lo Stato non c’è mai stato”, fa eco Tommaso Sorrentino, membro delle associazioni Miriam Makeba e Jerri Masslo. La prima è una piccola realtà che, da sola, prova ad arrivare dove le istituzioni non riescono, cercando di creare un luogo di incontro tra persone, italiane e non. Riuscendoci, anche, ma su piccoli numeri: perché in un territorio fortemente colpito dalla camorra, dalla povertà e dall’indifferenza dello stato, agire per cambiare le cose non è semplice. La seconda associazione, invece, porta il nome del trentenne sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una violenta rapina mentre, dopo una giornata di lavoro nei campi, dormiva con più di 200 altri migranti in un capannone abbandonato. Un omicidio per cui ci fu una fortissima mobilitazione dell’opinione pubblica, e che portò alla consapevolezza della situazione in cui versavano gli immigrati, percorso che sfociò nel 1990 nell’approvazione della legge Martelli.

Da allora sono trascorsi 24 anni. La società italiana è cambiata e i cittadini stranieri ne ccostituiscono una parte significativa. Le pratiche di interazione si moltiplicano nella scuola, nel mondo del lavoro e nelle relazioni sociali, ma permangono ampie aree di sfruttamento, di lavoro nero e di esclusione sociale. E l’economia di intere aree (non solo al Sud e non solo nelle campagne) resta saldamente nelle mani dei poteri mafiosi.
E’ proprio qui che l’assenza dello stato sembra essere la stessa di 24 anni fa.
Il resto è solo cattiva informazione.

 

 

lug
09

Un mare di parole. Malmstrom: “Più collaborazione tra i paesi membri”.

images (4)Mentre a Milano, durante il primo incontro del semestre italiano di presidenza europea, i ministri degli interni dei paesi europei discutono, tra le altre cose, di immigrazione, le persone continuano a perdere la vita. La guardia costiera libica ha informato l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) della morte di dodici persone, trovate su una barca. Sono tre cittadini siriani – una donna e i suoi due bambini -, tre eritrei e sei persone ancora da identificare. Secondo le prime ricostruzioni, l’imbarcazione si sarebbe capovolta al largo di Tripoli.

Nel frattempo, il titolare del Viminale, Angelino Alfano, ha avanzato la richiesta che Frontex sostituisca Mare Nostrum. Immediata la risposta della Commissaria europea agli Affari Interni Cecilia Malmstrom: “Frontex è una piccola agenzia e non può subentrare” a Mare Nostrum, che è “vasta e costosa”. “Chiediamo all’Italia- ha aggiunto Malmstrom – di sedersi con noi e Frontex per definire esattamente quale sia la stima di cosa potrebbe servire per diminuire gradualmente, ma comunque mantenere, una presenza nel Mediterraneo. Una volta che sapremo in modo più preciso cosa serve, dobbiamo andare dagli stati membri. Non abbiamo i mezzi per sostituirci, a meno che tutti gli stati membri non contribuiscano”. Le ha fatto eco il ministro Alfano: “E’ un progetto da concordare. Adesso ci sediamo e stabiliamo gli elicotteri e tutto quello che serve”.
Per quanto riguarda l’accoglienza, Malmostrom ha sottolineato che “adesso 8 o 9 paesi si prendono tutta la responsabilità”, esortando quindi gli altri stati a “fare di più”.

In sintesi: nulla di fatto. La necessità di agire in modo coordinato a livello europeo è continuamente sollevata, a parole. Ma a questo non seguono i fatti.
E mentre gli uomini e le donne continuano a provare a raggiungere l’Europa, rischiando la vita, i ministri dell’Interno insistono sulla necessità di “punire l’immigrazione irregolare” e di costruire “mirate campagne informative sull’ingresso in UE”.