apr
22

La propaganda populista: l’unica cosa da cui difendersi

images“Siamo in guerra”: così esordisce il programma elettorale di Magdi Allam, candidato alle elezioni europee nel partito Fratelli d’Italia. Un programma che, come si evince da questa prima dichiarazione, punta molto sull’agitazione della paura. “È la terza guerra mondiale. Una guerra finanziaria. Ma anche una guerra relativista [..] in un mondo governato dalla dittatura dei poteri imprenditoriali e finanziari, nel contesto di una umanità meticcia azzerando le radici, le identità, i valori, le regole e la civiltà”. Questo il primo punto. Nel discorso sulla crisi economica, Allam inserisce anche un riferimento all’immigrazione, parlando di “umanità meticcia” che minerebbe delle presunte radici identitarie. E’ su questo che Allam basa la propria campagna elettorale, almeno è questo che emerge scorrendo il programma e dando uno sguardo al sito e alla pagina Facebook del candidato.

“Prima gli italiani” si legge su uno dei manifesti di Allam, su cui campeggia anche la frase “sottomessi agli immigrati”.

“Prima gli italiani”, leit motiv anche di altri movimenti politici – primi fra tutti Lega Nord e Forza Nuova – sembra per Allam il filo conduttore di tutta la campagna. L’Unione Europea imporrebbe direttive “impregnate di materialismo, buonismo, soggettivismo giuridico, multiculturalismo e islamicamente corretto”. “Prima gli italiani nell’assegnazione di posti di lavoro, case popolari, scuole, pensioni e sussidi sociali. Affermiamo con orgoglio il principio che gli italiani hanno il diritto di godere di una vita dignitosa nella nostra casa comune”. Sul concetto della “casa comune” Allam propone addirittura la creazione di un “nuovo Ministero dell’Identità nazionale”, identità che a quanto pare subirebbe una “minaccia islamica”, da cui “dobbiamo difenderci in quanto religione incompatibile con la nostra civiltà”.

A fomentare questo sentimento anti-immigrati ci pensano, oltre al programma elettorale, i post su Facebook, le fotografie, le vignette: due in particolare, di Massimo Sartori.

Nella prima, si vede una donna con l’hijab che spinge un passeggino, circondata da due bambini, e due uomini con la barba lunga e indumenti che richiamano l’abbigliamento tradizionale musulmano che bevono un tè seduti a un tavolino. Per terra cartacce e spazzatura. Alle spalle, un muro scrostato. Su tutto, una frase: Bienvenue a Bruxelles modele de integration europeenee. “A Bruxelles ho visto la pubblicità della città per i turisti. E’ una pubblicità che fa vedere una città occidentale, abbiamo girato sempre a piedi e non mi sarei mai aspettato di vedere invece una città…islamica. Se la parola ‘integrazione’ vuol dire ‘città islamica’ allora l’integrazione che vuole l’Unione Europea, se la tenga Bruxelles!”, commenta Allam.

Nella seconda vignetta pubblicata sul profilo facebook di Allam, Sartori raffigura una fila di persone: due con il burqa, tre seminudi, tutti molto caricaturizzati. Inginocchiato, un uomo che indossa una maglia con la scritta “pace” (forse un immigrazionista buonista, secondo la concezione di Allam?), afferma “Benvenuti in Italia”, e chiede “Come ti chiami bella bimba?”. Si rivolge a una bambina piena di puntini rossi che abbraccia una bambola-scheletro, e che risponde “Ebola”. “Anche il Papa ha parlato di Ebola, vuol dire che la cosa è importante. Ma più grave è che anche l’Ebola può diventare …cittadina italiana ! VOI COSA NE PENSATE?”, chiede Allam, cavalcando una notizia falsa, priva di fonti e dati, ma ancora oggi, incredibilmente, rilanciata.

Anche dalle righe del quotidiano Il Giornale Allam lancia la sua invettiva contro i cittadini di origine straniera. “E’ un crimine dare miliardi di euro ai clandestini e agli immigrati nel momento in cui ci sono 4 milioni e 100mila italiani che non hanno i soldi per comprare il pane”. A sostegno di questa dichiarazione, Allam elenca una serie di dati economici che, ci sembra, vengono presi da un dossier redatto proprio da noi, Costi disumani (per un agevole confronto, qui l’articolo di Allam, qui la sintesi del rapporto, dove sono presenti i dati estrapolati dal candidato).

Come facciamo notare da sempre, e come abbiamo sottolineato nel dossier, i dati che abbiamo raccolto e diffuso rappresentano “un investimento pubblico significativo nelle ‘politiche del rifiuto’”: investimenti che non servono a frenare la cosiddetta “immigrazione ‘irregolare’”, e che rappresentano solo uno spreco di risorse – forse proprio per questo metterli insieme è impresa ardua, a causa della totale mancanza di trasparenza al riguardo.

L’uso dei fondi pubblici per gli scopi elencati nel dossier e ripresi da Allam non è utile né per i cittadini immigrati, né per quelli italiani: entrambi diventano, allo stesso modo, vittime di una politica lacunosa e fallimentare, che priva gli immigrati di un sistema di accoglienza dignitoso e efficiente, creando invece solo strutture di contenimento e dando vita a problemi che si ripercuotono sul tessuto sociale, gravando così anche sulle spalle degli italiani.

La responsabilità di tutto questo non è delle persone che lasciano il proprio paese per cercare migliori condizioni di vita, cosa legittima che l’essere umano fa da sempre – come ha fatto, ad esempio, lo stesso Allam, che a 20 anni ha deciso di lasciare l’Egitto per venire in Italia.

La responsabilità è delle istituzioni, che da anni portano avanti misure che in teoria dovrebbero fermare gli arrivi dei migranti economici, nella realtà non ci riescono, sono dispendiose e lesive dei diritti umani. Una scelta davvero “utile” e umana, suggerita nel nostro dossier, sarebbe quella di “facilitare l’ingresso e il soggiorno regolare dei migranti in Italia”. Così facendo, si ridurrebbero i rischi che le persone corrono per venire in Italia, la criminalità organizzata che sui viaggi “irregolari” specula, la disumanità delle condizioni in cui molte persone sono costrette a vivere in mancanza di un documento e quindi di uno status civile che consenta loro di seguire un percorso reale e autonomo di inserimento nel tessuto sociale di un paese, che includa un contratto di lavoro regolare, la tutela della salute e l’accesso al welfare… diritti fondamentali che non possono essere vincolati alla titolarità della cittadinanza del paese di residenza. Non è abbassando gli standard di vita che si eleva un paese, bensì il contrario.

Ma naturalmente Allam trova il modo di stravolgere i contenuti del dossier a proprio uso e consumo per fare, con la propaganda, disinformazione.

apr
18

Campagna elettorale: mancano le proposte, largo ai pregiudizi!

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E’ iniziata la campagna elettorale. A dircelo, più che i programmi politici e le proposte, sono i messaggi della propaganda elettorale intrisi di xenofobia e di razzismo, tanto più utili in un periodo di crisi economica e sociale. In mancanza di risposte efficaci per fermarla niente di più facile che spostare l’attenzione su chi non può votare, o ha meno voce per farsi sentire, e trasformandolo in un capro espiatorio di una situazione che, in realtà, non si sa (o non si vuole) gestire politicamente.

“Il lavoro prima alla nostra gente. Stop ai concorsi pubblici per immigrati”, recita un manifesto della Lega Nord, che ripropone la dicotomia “noi-loro” che le è tanto cara, perpetrata prima tra italiani (Nord e Sud) e ora tra italiani e cittadini stranieri.

Riccardo Sensi, candidato sindaco di Forza Italia per Montecatini Terme, inserendosi in quello che è un discorso cavalcato sia dai media sia dalla classe politica sceglie di far affiggere dei manifesti con una donna, che secondo le rappresentazioni più diffuse per gli abiti che indossa si presume essere rom. Sotto, la frase stop al degrado, restituiamo decoro alla nostra città.

Anche sforzandoci, non riusciamo a intravedere degrado nel manifesto. Non ci sono, ad esempio, cumuli di spazzatura, oppure strade divelte. C’è solo una donna, di spalle. A quanto pare, per Sensi il solo fatto che possa, forse, essere rom basta a trasmettere un’immagine di noncuranza della città, che il sindaco a quanto pare dice di voler cambiare. C’è effettivamente un problema di degrado nella città? Che dati ci sono? Eventualmente, come pensa di risolvere questo problema il candidato? Non si sa: quello che importa, è trovare qualcuno da stigmatizzare, contro cui schierarsi.

E’ una strategia ben nota e che da anni monitoriamo e denunciamo, come abbiamo fatto con uno dei casi più eclatanti, quello dei manifesti in cui campeggiava la parola “zingaropoli”, affissi nel 2011 da Lega Nord e PDL contro il candidato sindaco Giuliano Pisapia, accusato di voler consegnare la città ai rom e ai fedeli musulmani. Per questi manifesti, e per la campagna dai contenuti fortemente discriminatori portata avanti, Lega Nord e PDL furono condannati per discriminazione in base all’art. 2 c.3 del D.lgs 215/03 (ne abbiamo parlato qui).

Un precedente che dovrebbe essere tenuto ben presente dai candidati alle elezioni europee e dai loro consulenti per la comunicazione, ma anche da parte dell’opinione pubblica. Le campagne elettorali che si fondano solo o prevalentemente sulla stigmatizzazione e sull’odio verso chi di volta in volta e a seconda della convenienza viene identificato come “altro da noi”, nascondono l’incapacità di avanzare proposte politiche efficaci. A farne le spese siamo tutti noi.

 

 

apr
18

La miopia dell’informazione

downloadVentinove persone di cittadinanza eritrea, trasferite lo scorso 26 marzo da Lampedusa a Cabras, in Sardegna, hanno abbandonato la struttura che li “ospitava”. Nel dare la notizia, L’Unione Sarda titola “Profughi eritrei se ne vanno senza salutare”. 

Leggendo l’articolo, veniamo a conoscenza del fatto che “da quando sono arrivati non hanno mai smesso di dire che volevano raggiungere i parenti in Norvegia”, che “hanno sempre raccontato di non voler rimanere in Italia né registrare la loro presenza alle autorità per non condizionare il ricongiungimento con i familiari residenti in un altro stato europeo”.

Le persone che hanno lasciato la struttura arrivano dall’Eritrea, un paese dalla situazione “tesa e potenzialmente volatile” – come ci dice il sito ministeriale viaggiaresicuri.it- dove “la crescente povertà e l’incremento dell’inflazione nel Paese hanno determinato un certo aumento della criminalità comune”, in cui “mantenere elevata la soglia di attenzione in considerazione di un possibile rischio di atti di natura terroristica”.

Per provare a vivere in condizioni più sicure, hanno affrontato un viaggio impegnativo, costoso e pericoloso, arrivando in Italia. Che non è il loro obiettivo: hanno dei parenti in Norvegia, ed è li che vogliono andare. La normativa europea però rende tutto più complesso: se facessero richiesta di asilo qui, infatti, non potrebbero poi spostarsi, dovendo rimanere nel paese in cui hanno presentato domanda. Per ovviare a questo inconveniente, queste persone hanno deciso di lasciare la struttura in cui erano state trasferite in modo coatto, e raggiungere i propri parenti.

Una situazione condivisa da molte persone: abbiamo assistito diverse volte al rifiuto di lasciare le proprie impronte digitali, così come ci sono state altre “fughe”. Poco tempo fa circolava in rete un video dove si vedevano alcune giovani ragazze eritree, minorenni, rintracciate in strada dagli operatori della struttura in cui erano state trasferite, mentre tentavano, in pigiama, di scappare.

Siamo di fronte, crediamo, al legittimo tentativo delle persone di autodeterminare la propria vita e di raggiungere i propri familiari. Persone che si trovano in condizioni estremamente precarie e difficili. Titoli come quello de L’Unione Sarda rischiano di non informare né analizzare, ma solo banalizzare una situazione estremamente complessa.

Perché queste persone hanno deciso di raggiungere l’Europa? Perché hanno sempre ripetuto di non voler stare in Italia? Perché sono letteralmente scappate “con solo gli abiti che avevano addosso”? Tutte domande a cui L’Unione Sarda non solo non da risposte, ma che nemmeno si pone. L’unica cosa che conta, è che queste persone “se ne vanno senza salutare”. Strano, visto che “non hanno mai creato problemi, sempre molto gentili e rispettosi”.

Non riusciamo a non pensare a quanto scritto da Alessio Bellini poco tempo fa proprio su queste pagine: nella stampa quotidiana è più facile sviare l’attenzione dai temi più seri, che “far sentire cosa pensano quei disturbatori della quiete”. “Viene a mente – come scriveva Bellini – il fardello dell’uomo bianco, che è affare che piega la schiena: doversi preoccupare del ‘Marocco profondo’ (in questo caso dei profughi eritrei) senza neppure ricevere un grazie. Questi ‘negri’ sono proprio irriconoscenti”.

apr
16

Pisa, uomo ucciso con un pugno. La comunità bengalese in piazza.

downloadChiedono indagini accurate, verità e giustizia i cittadini bengalesi di Pisa che ieri sera si sono mossi in un corteo spontaneo in ricordo di Zakir Hossain, il 34enne che ieri ha perso la vita a causa di una brutale aggressione.

E’ successo domenica 13 aprile, intorno all’una di notte: Hossain, uscito dal ristorante in cui da due anni lavorava come cameriere, si trovava in corrispondenza dell’arco di via San Bernardo, una traversa di corso Italia, in pieno centro. Improvvisamente, un giovane gli si è avventato contro e lo ha colpito violentemente con un pugno al volto, che lo ha scaraventato a terra facendogli sbattere la testa sul selciato. L’aggressore non era solo: nelle immagini riprese dalla telecamere di sorveglianza di vedono altri tre uomini con lui, in disparte al momento del brutale attacco.

Soccorso da alcuni passanti, è stato ricoverato in condizioni gravissime nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Pisa, ma non ce l’ha fatta: è deceduto il mattino di martedì 15 aprile.

Sono in corso le indagini per ricostruire i fatti e rintracciare l’aggressore, fuggito subito dopo.

“Non si può morire così, uscendo dal lavoro”, affermano le persone – circa duecento – accorse ieri in piazza. Chiedono che i familiari dell’uomo – che in Bangladesh lascia una moglie e tre figli – possano arrivare in Italia e seguire le indagini, e rilanciano una manifestazione cittadina per venerdì alle 15, con partenza da Piazza S. Antonio.

apr
16

Milano: tra polemiche, rivolte e denunce, ripare il Cie di via Corelli

download (3)Speravamo non aprisse più. Non dopo le parole del presidente della Camera penale di Milano, che l’aveva definito una struttura ideologica che serve solo a tranquillizzare la pancia di questo Paese [..], peggio di un carcere. Non dopo le rivolte, le denunce. Invece, il Cie milanese di via Corelli riaprirà. Quest’estate, con 140 posti e 40 euro pro die per detenuto, dopo tre mesi di chiusura “per ristrutturazione”. Le virgolette sono d’obbligo, per sottolineare che la struttura è stata sottoposta a lavori non per l’usura del tempo, bensì per le continue rivolte delle persone detenute da mesi, private della propria libertà personale in condizioni inumane e degradanti solo perchè senza regolare permesso di soggiorno.

Il Prefetto Francesco Paolo Tronca ha firmato l’appalto che dà alla società francese Gepsa la gestione della struttura, mentre dei detenuti si occuperà l’associazione culturale di Agrigento Acuarinto. La Gepsa, di proprietà della multinazionale dell’energia Gdf Suez, in Francia si occupa, guarda caso, di carceri (Gepsa sta infatti per Gestion etablissements penitenciers services auxiliares), ed è già stata coinvolta nella gestione dei Cie italiani: nel 2011 ha vinto la gara d’appalto per il Cie e per il Cara di Gradisca d’Isonzo, insieme alla cooperativa romana Synnergasia e alla stessa Acuarinto. Gestione che in realtà è stata bloccata sul nascere a causa di vizi e irregolarità, e per cui la Gepsa ha ancora aperto un contenzioso. Questione aperta anche per quanto riguarda il Cara di Castelnuovo di Porto (Roma), gestito per due anni dalla Gepsa, che ha iniziato poi una battaglia legale con la nuova società vincitrice dell’appalto, la cooperativa Eriches29.

“Mi opporrò alla riapertura. Chiederò spiegazioni alla Prefettura di Milano e al Viminale”, annuncia il deputato del Pd Khalid Chaouki, aggiungendo: “Ci aspettiamo una indicazione precisa sul tema Cie, ma fino adesso, rispetto all’esecutivo di Letta, questo governo ha poca chiarezza negli obiettivi”.

Di fianco al Cie è previsto anche un centro di accoglienza per richiedenti asilo: “la conferma – dichiara l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino – che i Cie sono luoghi di detenzione. Avevo chiesto che quello di via Corelli non venisse riaperto, ma trasformato in un luogo d’accoglienza. Un’occasione persa”.

L’obiettivo del centro è “il controllo”, denuncia il Naga. Per questo, “il fatto che sia dannoso, inutile, disfunzionale, diseconomico, un buco nero dove vengono ogni giorno violati i diritti dei cittadini stranieri reclusi, non ha nessuna rilevanza perché l’obiettivo non è né l’identificazione, né l’espulsione”. Inoltre, “dato che la ristrutturazione è avvenuta a seguito di una distruzione da parte dei detenuti e visto che le ribellioni interne sono state l’unica vera forma di contrasto ai CIE, immaginiamo che la nuova versione del CIE conterrà strumenti e dispositivi che tenteranno di neutralizzare ogni forma di rivolta attraverso meccanismi di sottomissione e costrizione”, sottolinea Luca Cusani, presidente del Naga. “Nel vuoto abissale della politica è evidente, una volta di più, che l’ordine pubblico e le carceri rimangono i soli strumenti per non- affrontare l’immigrazione: un fenomeno della realtà e non un’emergenza da dover controllare!”.

Come afferma giustamente Cusani, spesso in merito a questioni legate all’immigrazione si parla di emergenza e imprevedibilità. Ma è da molto tempo che attivisti e associazioni denunciano le condizioni in cui versa il sistema Cie – condizioni che sono alla base delle proteste dei detenuti – e ne chiedono la chiusura. Ancora una volta, l’atteggiamento della politica appare miope e sordo. Fino alla prossima “emergenza”?

apr
16

Milano contro i fascisti, ma il prefetto dà loro la piazza

downloadSaluti romani, croci celtiche, svastiche e bandiere del Terzo Reich: il 29 aprile, a pochissimi giorni dalla Festa della Liberazione, piazzale Susa a Milano rischia di diventare, ancora una volta, teatro di una manifestazione nazifascista. L’occasione è la commemorazione della morte di Sergio Ramelli, giovane iscritto al Fronte della Gioventù ucciso da alcuni militanti di Avanguardia Operaia. Un momento che si ripete da anni, ma che va oltre la cerimonia, e diventa una “bieca strumentalizzazione, attraverso la parata nazi-fascista che da anni deturpa la nostra città”: lo scrive su Facebook il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, augurandosi “che le autorità competenti facciano tutto quanto possibile per evitare questa grave offesa alla Milano medaglia d’oro della Resistenza”.

La presa di posizione di Pisapia arriva dopo il divieto imposto dalla questura a una contro manifestazione antifascista: “Nonostante avessimo consegnato per primi la richiesta, con ampio preavviso, la Questura considera la nostra manifestazione un pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico”, dichiarano i membri di Memoria Antifascista, chiedendo “al Sindaco di Milano, all’ANPI, al Presidente del Consiglio di Zona 3, a tutte le Istituzioni e ai parlamentari di prendere una posizione netta contro la parata nazifascista prevista per il 29 Aprile”.

Proprio in riferimento alla manifestazione, lo scorso 17 marzo il segretario della Camera del Lavoro Graziano Gorla, insieme al presidente provinciale dell’Anpi Roberto Cenati e al presidente del consiglio di Zona 3 Renato Sacristani, presentava un esposto al prefetto e al questore chiedendo di “non concedere spazi pubblici a chi si rifà all’ideologia fascista”, e quindi di impedire la parata nazifascista del 29 Aprile “pur garantendo il diritto alla commemorazione dei caduti”. Stessa richiesta nelle mozioni presentate – e approvate – dai nove consigli di zona.

La risposta del questore Luigi Savina ha abbracciato però una posizione totalmente opposta: secondo Savina la manifestazione antifascista “potrebbe richiamare l’interesse di esponenti dei locali circuiti antagonisti, con conseguenti gravissime ripercussioni sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica” in quanto “lo svolgimento dell’iniziativa promossa dall’associazione ‘Memoria antifascista’ potrebbe determinare contrapposizioni fra gruppi di diverso orientamento politico”.

Perchè tra i due gruppi il prefetto ha scelto di dare la piazza a quello che, andando ben oltre una commemorazione, fa sfoggio di simboli e slogan anticostituzionali, imputabili al reato di apologia del fascismo secondo la legge n. 645/1952 (Legge Scelba), per cui due anni fa la Corte di Cassazione condannò un cinquantenne toscano (ne abbiamo parlato qui).
Sembrerebbe un controsenso: in nome dell’ordine pubblico, si concede la piazza a una manifestazione chiaramente nazifascista, almeno stando ai simboli, ai gesti, ai cori usati (qui un video della scorsa manifestazione).
E’ esattamente quello che sta succedendo a Milano.

apr
15

L’informazione dei luoghi comuni

 images (1)Una rapina e addio luoghi comuni, titola il Corriere fiorentino. Si riferisce al fatto che a Prato una sessantenne, probabilmente italiana, ha strappato la collanina dal collo di una settantenne, salvo poi essere inseguita e fermata da un cittadino cinese.

Un articolo che, oltre a dare una notizia, vuole mostrare come i luoghi comuni siano sbagliati. In realtà, però, non si può fare a meno di scorgere i pregiudizi e gli stereotipi probabilmente presenti proprio nella mente del giornalista, che definisce quanto successo a Prato “un gesto di generosità in controtendenza”. Se c’è una controtendenza, significa che ci deve essere anche una tendenza, un comportamento canonico: quale sarebbe secondo il giornalista?

Il breve articolo parla poi della spiccata sensibilità dei cittadini cinesi nei confronti di furti e rapine in strada, dove sono le prime vittime, anche perchè è risaputa a Chinatown l’abitudine degli orientali a portare addosso parecchio denaro contante e preziosi. Come conosciuta è la loro scarsa propensione alla denuncia.

Ci troviamo ancora una volta di fronte alla generalizzazione di alcuni comportamenti – tra l’altro tutti da verificare – che secondo il giornalista sarebbero comuni di tutti gli orientali.

Le generalizzazioni fanno male, e soprattutto costruiscono il muro dello stereotipo e della banalizzazione davanti a una reale conoscenza delle persone.
E’ possibile dire davvero addio ai luoghi comuni, anche a quelli presenti sulla stampa?

Qui l’articolo del Corriere fiorentino.

 

apr
15

Pugni, calci e insulti dai vigili urbani. “Perso l’equilibrio, è caduto da solo”.

imagesPuò un problema con il biglietto dei mezzi pubblici trasformarsi in un violento pestaggio? E possono essere dei funzionari dello stato, le cosiddette “forze dell’ordine”, a compiere la brutale aggressione?

E’ estremamente grave quello che è successo a Padova mercoledì scorso a P., un cittadino nigeriano di 49 anni, da vent’anni in Italia, dove ha una moglie e un figlio e dove lavora come steward per la sicurezza negli eventi che hanno sede in fiera.

Stando alle ricostruzioni, mercoledì pomeriggio, intorno alle 16.00, l’uomo, salito sull’autobus 22, viene fermato dai controllori,che gli contestano un’irregolarità nel biglietto dell’autobus. Lo fanno quindi scendere in Corso Vittorio Emanuele, dove c’è un’auto della polizia municipale. Secondo la legge, l’uomo sarebbe incappato in un illecito amministrativo, la cui conseguenza dovrebbe essere una multa. Per P., invece, scattano le manette. Perchè? P. non ha il tempo di capirlo, e del resto non c’è nulla da capire, se subito dopo vieni colpito da una decina di pugni al volto, buttato per terra e calpestato da chi indossa una divisa dello stato. E’ esattamente quello che succede a P, che nel frattempo viene insultato dal vigile che lo colpisce: “Tornatene al tuo paese, non venire qua a rompere”.

E’ lo stesso P., a raccontare quei minuti, in una testimonianza video raccolta dagli attivisti di Melting Pot:Chiedevo aiuto, non respiravo più. Mi sono saliti con i piedi sul corpo. Dopo, mi hanno portato in caserma e chiuso in una piccola cella, dove mi hanno tenuto per più di quaranta minuti, ammanettato”. Solo l’intervento del Comandante della stazione di polizia fa si che P. venga liberato, e che possa finalmente arrivare un’ambulanza. Che, quando vede il volto tumefatto dell’uomo, lo porta subito in ospedale, nonostante le richieste della polizia di medicarlo e pulirlo in caserma. Ma c’è poco da pulire: P. ha la bocca gonfia, gli occhi semichiusi, gonfi e bordati di viola, lividi sul viso e intorno ai polsi. Viene portato in ospedale, dove è seguito a vista da tre vigili, che non sono gli stessi che l’hanno picchiato. “Io so che durante le visite si deve entrare da solo, ma loro non mi hanno lasciato mai, in tre sono entrati con me in sala durante la visita, mi hanno seguito anche in bagno”, racconta.

Dopo la visita, la dottoressa chiede di tenerlo in ospedale e, al rifiuto dei vigili che dicono di doverlo portare in caserma per sbrigare delle cose, chiede almeno che sia riportato dopo, per mantenerlo in osservazione. Niente da fare: P. viene riportato in caserma, dove viene sottoposto a fotosegnalamento, gli vengono prese le impronte digitali, e viene obbligato a firmare un verbale che contiene accuse pesanti contro di lui, come violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamenti e mancata esibizione dei documenti. Sono le tre della mattina quando P. viene portato a casa.

Il giorno immediatamente successivo, P. va dai carabinieri e sporge denuncia, appoggiato dall’Associazione per i Diritti dei Lavoratori (ADL Cobas) e Razzismo Stop.

Il tutto nel silenzio della polizia che, solo venerdì sera, quando ormai la notizia si è diffusa, non può fare a meno di esprimersi su quanto accaduto, con una versione decisamente diversa rispetto a quella denunciata. Secondo la polizia, P. (un cittadino di etnia africana) avrebbe affermato di non avere con sé i documenti. Ad un successivo controllo invece risultava averli addosso. Una volta sceso dall’autobus la persona cercava di darsi alla fuga. Trattenuto dagli Agenti per identificarlo, lo stesso metteva in atto una resistenza violenta che obbligava il personale intervenuto ad immobilizzarlo. Ne scaturiva una violenta colluttazione, durante la quale il soggetto aggrappandosi ad una inferriata di una finestra del fabbricato in loco perdeva l’equilibrio e picchiava il volto contro la stessa, e cominciava a sanguinare; nonostante la lesione l’uomo continuava a divincolarsi, colpendo gli Agenti di Polizia Municipale con gomitate, pugni, calci, prima di essere definitivamente ammanettato. Il cittadino è stato successivamente accompagnato presso gli uffici di via Liberi ove in considerazione delle sue condizioni fisiche, veniva immediatamente fatto giungere un veicolo del 118 che lo trasportava al Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera.

Insomma, per i vigili P. avrebbe fatto tutto da solo. Non amiamo il sensazionalismo, anzi. Ma in questo caso vi suggeriamo di guardare le fotografie pubblicate da Melting Pot. Non per sensazionalismo, appunto, né per pathos, ma per avere un’informazione quanto più corretta possibile e potersi fare una propria opinione, anche solo iniziale, su quanto successo e sulle ferite dell’uomo, per cui i medici hanno previsto una prognosi di 15 giorni.

apr
10

Marino: basta “nomadi” nei documenti amministrativi. L’importanza delle parole.

download (3)Eliminato il termine “nomadi” dagli atti dell’amministrazione comunale di Roma, verrà sostituito da “rom, sinti e camminanti”: lo stabilisce una circolare firmata l’8 aprile dal sindaco Ignazio Marino, in concomitanza della Giornata internazionale dei rom e sinti. Proprio in prospettiva di questa ricorrenza l’Associazione 21Luglio aveva incontrato il sindaco, il 22 marzo scorso, avanzando alcune richieste alla Giunta capitolina. Tra queste, esattamente l’abolizione del termine “nomadi” dai documenti amministrativi della giunta. “I rom non sono ‘nomadi’ e continuare a definirli come tali, specie negli atti pubblici,  giustifica, a Roma e in Italia, la politica segregativa e ghettizzante dei ‘campi’, basata appunto sul presupposto infondato che tali comunità siano ‘nomadi’”, dichiarava allora l’Associazione 21 luglio.

Una posizione abbracciata anche dal sindaco: “Credo che uno dei fattori centrali per superare le discriminazioni sia quello culturale, affinché l‘approccio metodologico di tipo emergenziale possa essere abbandonato a favore di politiche capaci di perseguire l’obiettivo dell’integrazione”, ha affermato il primo cittadino di Roma. In quest’ottica, “anche la proprietà terminologica utilizzata può essere indice e strumento culturale per esprimere lo spessore di conoscenza e consapevolezza degli ambiti su cui si è chiamati ad intervenire”. Una conoscenza piuttosto scarsa rispetto alle comunità Rom e Sinte, come rilevato dallo stesso Marino, che ha sottolineato “come, nel linguaggio comune, le comunità Rom, Sinti e Camminanti vengano impropriamente indicate con il termine di ‘nomadi’”.

Un primo passo, che certamente dovrà essere accompagnato da altri atti concreti, come ad esempio la chiusura e il superamento dei cosiddetti “campi rom”: una misura richiesta da tempo da molte associazioni (tra cui Lunaria, Berenice, Compare e OsservAzione nelle conclusioni del dossier Segregare costa), e sollecitata in una lettera aperta indirizzata a Marino da undici associazioni, tra cui 21 Luglio e Amnesty International Italia.

La notizia ha scatenato alcune critiche, soprattutto sui quotidiani locali. Sul blog Dubitando presente su RomaToday, Luigi De Gregorio parla di “dittatura del politicamente corretto”, sottolineando che “nomadi non è mai stata una formula dispregiativa o discriminatoria, come è confermato da un’intervista al presidente dell’Opera Nomadi su Il Tempo”.

Pensiamo che, in ogni situazione, sia giusto interpellare i diretti interessati per capire la loro posizione. Tanto più che, per la precisione, il presidente dell’Opera Nomadi, che nell’intervista specifica che è il termine “zingari” a essere dispregiativo, nella sezione Rom e Sinti del sito di Roma Multiculturale usa proprio questo termine da lui stesso indicato come stigmatizzante. 

Ad ogni modo, a ben vedere l’ordinanza non è stata emanata per eliminare un termine considerato dispregiativo: Marino, sollecitato dalla 21 Luglio, parla della necessità di cambiare l’approccio metodologico usato nei confronti delle popolazioni rom, e per farlo crede utile fare leva anche su un fattore terminologico. In altri termini: non si dice che il termine “nomade” è di per sè dispregiativo, piuttosto che l’uso di questo termine veicoli dei concetti lontani dalla realtà e che possono legittimare comportamenti discriminatori e ghettizzanti.

Secondo De Gregorio, l’ordinanza di Marino sarebbe semplicemente un atto simbolico, trionfo del politicamente corretto. In realtà è lo stesso sindaco a sottolineare che si tratta di “un atto simbolico per il superamento di ogni forma di discriminazione”.

Non è nostro interesse difendere o meno l’operato del primo cittadino di Roma. Ma fare un’informazione corretta, quello si.

Non crediamo si tratti semplicemente di politically correct, ma di usare le parole in maniera corretta. Nomade significa che si sposta, non stabile. A Roma, ci sono persone rom nate in Italia, da genitori nati in Italia. Definirli “nomadi” li rende in qualche modo non-cittadini, soggetti fuori dalle regole canoniche rivolte ai residenti, e anche per questo destinatari di politiche, abitative ma non solo, diverse rispetto a quelle previste per gli altri cittadini.

Infine, con un esercizio stilistico un po’ forzato, forse volutamente in chiave provocatoria, il blogger suggerisce a Marino di adottare il termine “Roma”, indicato nel glossario pubblicato nel 2012 dal Consiglio d’Europa contenente i termini da utilizzare quando ci si riferisce ai cittadini rom. “Se la sente di andare oltre e chiedere ai suoi uffici e conseguentemente ai suoi cittadini di superare la parola nomadi e di sostituirla con la parola ROMA? Pensi che integrazione meravigliosa se ROMA diventa la città dei ROMA”.

Per chiarire: Roma non è solo la parola indicata dal Consiglio d’Europa. Piuttosto, è il termine inglese usato per definire i rom. Il glossario è infatti redatto in lingua inglese. La differenza tra Roma e Rom è quindi solo linguistica, un po’ come quella che potrebbe esserci tra italian e italiano.

“Peccato solo che l’integrazione linguistica non coincida con quella sociale”, conclude il blogger.

Su questo siamo d’accordo, e basta leggere i commenti all’articolo, presenti su Facebook: “Noi i nomadi o meglio gli zingari NON li vogliamo”, “tra poco saremo noi i stranieri in patria”, “bisogna pensare prima agli italiani”, “Invece di curarsi dei problemi di noi romani pensa agli zingari!”, “chiamateli come vi pare sempre zingari restano”, solo per citarne alcuni, tra i quali compare anche l’immagine di Mussolini.

L’impegno del Comune non può fermarsi qui, altrimenti sarebbe davvero solo una misura di facciata. Insieme alle altre associazioni che da anni svolgono questo lavoro manterremo alta l’attenzione sull’operato delle amministrazioni locali e denunceremo le eventuali violazioni e discriminazioni. Intanto ricordiamo che la scelta che potrebbe cambiare davvero la vita quotidiana dei rom nella nostra città è quella di far scomparire i campi dal suo territorio programmando soluzioni abitative alternative.

Quello effettuato ieri è un primo passo simbolico, utile a scardinare false credenze e a incoraggiare una maggior conoscenza delle persone con cui viviamo tutti i giorni. Ma non è sufficiente.

apr
09

Sbarchi, per governo e media è sempre “emergenza”. Ma le proposte per cambiare ci sono

download (2)Ci sarebbe una vittima su una delle imbarcazioni raggiunte  dalle due navi mercantili che hanno soccorso 661 persone al largo del Canale di Sicilia: a darne la notizia è il ministro dell’Interno Angelino Alfano, a margine del vertice convocato al Viminale con il capo della Polizia Alessandro Pansa, seguito a quello con i responsabili delle  Forze dell’ordine, delle Capitanerie di Porto e della Marina Militare.
Le persone arrivate oggi vanno ad aggiungersi alle 1500 soccorse, sempre nelle ultime ore, dalle navi della Marina militare “San Giorgio”, “Espero” e “Sirio”, insieme alle motovedette della Capitaneria di porto, a un’unità della Guardia di finanza e con il supporto di una nave mercantile, e ai 1.049 migranti soccorsi nella notte tra lunedì e martedì e condotti ieri nei porti siciliani di Augusta (Siracusa) e Pozzallo (Ragusa) dalle navi ”Maestrale”, “Euro” e “Foscari”.

Proprio sulla situazione degli sbarchi Alfano è intervenuto durante il Giornale radio Rai: “L’emergenza si fa sempre più grave, con un bilancio di circa 4000 soccorsi in mare, quindi 4000 sbarchi, nelle ultime 48 ore”, ha dichiarato Alfano, sottolineando che “dall’inizio dell’anno abbiamo avuto 15 mila arrivati per mare”.

A fronte di questa situazione, Alfano ha sollecitato l’intervento dell’Unione Europea: “Il tema è grave e va preso seriamente in mano dall’Europa, subito, perchè questa frontiera del Mediterraneo è una frontiera europea, e l’Europa non può pensare che dando 80 milioni di euro l’anno a Frontex ha risolto il problema”.

Proprio pochi giorni fa Alfano aveva richiesto una maggiore responsabilizzazione da parte delle istituzioni europee, parlando di “circa 600mila persone pronte a arrivare” (ne abbiamo parlato qui). Numeri smentiti dal Cir, mentre Michele Cercone, portavoce della commissaria agli Affari Interni della Commissione UE Cecilia Malmstrom, rispondeva: “Noi abbiamo cifre da diverse fonti sul numero degli sbarchi di migranti in Europa, e non posso né confermare né smentire i numeri forniti ieri dal ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano per quanto riguarda la portata dei possibili sbarchi di migranti, nei prossimi mesi, perché non so come sono stati fatti i calcoli né quale siano le fonti o il metodo usato. Comunque, i numeri a nostra disposizione sono dello stesso ordine di grandezza”. Ad ogni modo, la Commissione UE, pur riconoscendo che “la pressione dei flussi migratori su certi Stati membri, fra cui l’Italia, è molto alta”, sottolineava che “l’Italia non è mai stata lasciata sola. A dicembre sono stati stanziati trenta milioni di euro per aiutare l’Italia nell’operazione Mare Nostrum, e la Commissione ha messo in atto anche [..] accordi di cooperazione con Marocco e Tunisia e recentemente un trattato di collaborazione sull’immigrazione con la Turchia. Abbiamo rafforzato la cooperazione con i paesi d’origine e di transito dei migranti. Abbiamo messo in piedi una rete europea per i pattugliamenti. Abbiamo rafforzato Frontex e, se gli Stati membri daranno la loro disponibilità a investire risorse finanziarie e tecniche nei prossimi mesi, la rafforzeremo ulteriormente”.

Insomma, tutte misure perfettamente in linea con quella che era stata la richiesta di Alfano, ossia un maggior controllo delle frontiere. E’ infatti questa la politica prioritaria dell’Europa in materia di immigrazione.  In questo senso si inseriscono anche gli accordi di cooperazione con i paesi di origine dei migranti: paesi profondamente instabili, come specificato dallo stesso ministro dell’Interno, che sottolinea la ben nota “connessione diretta” tra l’instabilità politica nei paesi e i flussi di migranti, oltre che l’aumento di “persone che fuggono dalle guerre e che presentano una domanda di protezione”.

Da questi paesi, proprio in ragione dell’instabilità politica ed economica ricordata da Alfano, le persone continueranno a volersene andare. Sviluppare dei piani di controllo dell’emigrazione in paesi con queste caratteristiche può quindi essere inutile, oltre che dannoso per i diritti delle persone: solo per fare un esempio, richiamiamo le molte denunce sull’uso della forza da parte degli agenti della polizia marocchina – con cui la Spagna ha stretto accordi bilaterali – contro i migranti che provano a entrare nelle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla (ne abbiamo parlato qui).

Dal canto suo, comunque, l’Italia sta facendo, nelle parole di Alfano, “un’azione di soccorso che ci rende campioni del mondo di soccorso in mare. Dall’inizio dell’anno – prosegue il ministro dell’Interno – abbiamo avuto 15 mila arrivati per mare”. Una situazione che rappresenterà “una priorità assoluta del semestre di presidenza italiana dell’Ue”, anche se “non sappiamo fino a quando l’Italia potrà reggere i costi dell’operazione Mare Nostrum, per cui l’Italia spende ogni giorno 300mila euro, 9 milioni al mese”.

Le dichiarazioni di Alfano sembrano un messaggio a metà tra uno slogan a favore dell’Italia “campione di soccorso” e un annuncio cautelativo rispetto a una situazione che non è un’emergenza ma che va gestito con politiche diverse da quelle sinora sperimentate.

Alla comprensione del fenomeno e alla sua reale presa in carico, con l’adozione quindi di strumenti utili in tal senso, non aiutano né i messaggi deresponsabilizzanti del governo, né tantomeno le espressioni usate da alcuni giornalisti: “emergenza”, “allarme”, “ondata di disperati”, fino ad arrivare alla “valanga umana” riportata da La Repubblica.

Ci sono delle vie possibili per cambiare la situazione. Le proposte non mancano tra le quali quelle presentate a Lampedusa pochi giorni fa con il manifesto L’Europa sono anch’io. Quando queste proposte ve rranno prese in considerazione dalla politica,tanto nazionale quanto europea?