feb
27

Audizione della Farnesina: Libia nel caos, la soluzione è solo politica

0987e3a5fb4b3413345c39ae99119437_L“Oggi, dunque, ci troviamo con un Paese con un vastissimo territorio, con istituzioni praticamente fallite e potenziali gravi ripercussioni non solo su di noi, ma sulla stabilità e la sostenibilità dei processi di transizione nei Paesi africani nelle sue immediate vicinanze”. Lo ha affermato il ministro degli esteri Paolo Gentiloni durante l’informativa urgente sulla situazione in Libia, presentata mercoledì 18 febbraio alla Camera. Crisi, deterioramento, massima allerta sono le parole con cui il responsabile della Farnesina ha descritto le condizioni in cui versa il paese nordafricano. Un paese in cui, stando alle parole del ministro, “la realtà della presenza di gruppi terroristici dev’essere valutata con attenzione, distinguendo tra fenomeni locali, come Ansar al-Sharia, criminalità comune, che si appoggia strumentalmente a questi fenomeni, e realtà esterne rappresentate dai combattenti stranieri che rispondono a Daesh e che affluiscono da aree di crisi africane mediorientali”. Realtà che traggono “vantaggio dall’assenza di un quadro istituzionale del Paese”. Le condizioni sono drammatiche al punto che l’Italia ha deciso, lo scorso 15 febbraio, “la temporanea chiusura della nostra ambasciata”. Un quadro più che preoccupante, quello tracciato da Gentiloni, all’interno del quale si inserisce il “dramma delle migliaia di persone che fuggono via mare sui barconi verso le nostre coste”.

Le parole pronunciate dal ministro durante l’audizione sembrano voler smorzare l’allarme lanciato poco tempo fa dallo stesso responsabile della Farnesina. “Siamo minacciati”, aveva affermato Gentiloni, aggiungendo: “La Libia è uno stato fallito. Se non si trova una mediazione bisogna pensare con le Nazioni Unite a fare qualcosa in più: l’Italia è pronta a combattere in un quadro di legalità internazionale”. La mediazione di cui parlava Gentiloni è la missione Onu UNSIMIL per la stabilizzazione della Libia, guidata da Bernardino Leon. E in merito alle “persone che fuggono”, durante un vertice anti-Isis tenutosi a Londra un mese fa Gentiloni paventava il possibile rischio “che tra i migranti possano infiltrarsi dei combattenti dell’Isis”. La frase aveva provocato l’immediata reazione della destra: “Subito il blocco dell’operazione Triton e di ogni nuovo sbarco”, era stato il commento del segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini. Il ministro degli esteri aveva poi precisato che “confondere terrorismo e immigrazione è un’idiozia. Sostenere che tra le decine di migliaia di disperati che approdano con i barconi sulle nostre coste si annidano terroristi armati di kalashnikov non ha senso”. Durante l’audizione alla Camera Gentiloni ha fatto un passo indietro anche rispetto alla possibilità di intervenire militarmente nel paese nordafricano. “Non vogliamo avventure e tantomeno crociate. In Libia l’unica soluzione è politica. Chiediamo alla comunità diplomatica di sostenere lo sforzo delle Nazioni unite di mettere attorno a un tavolo le diverse parti in conflitto”. E’ la sollecitazione rivolta dal ministro anche ai paesi confinanti con la Libia, in particolare alla Tunisia, dove pochi giorni fa ha incontrato il presidente Beji Caid Essebsi e il ministro degli esteri Taieb Baccouche, il quale ha confermato: “L’opzione militare non può essere quella buona, perché complica la situazione anche da punto di vista dei flussi migratori”.

Nonostante le rettifiche, il presunto allarme relativo all’immigrazione si è diffuso, e diversi politici – oltre a qualche giornalista – da giorni “suggeriscono” sarebbe meglio non far arrivare i migranti in Europa, proprio in ragione del rischio terrorismo (per alcuni esempi: http://www.ilcittadino.it/Facet/ultimaOra/Uuid/baa09ac8-b81b-11e4-922a-c371ced791c8/, http://www.askanews.it/regioni/immigrati-zaiaallarme-terrorismo-stop-a-sbarchi-e-triton_711314110.htm, http://www.gonews.it/2015/02/18/fratelli-ditalia-scende-in-piazza-contro-il-terrorismo-stop-agli-sbarchi-e-intervento-militare/, http://www.agi.it/politica/notizie/terrorismo_salvini_da_gentiloni_parole_gravissime_stop_triton-201501221214-pol-rt10081, http://www.ilvelino.it/it/article/2015/02/19/immigrati-gasparri-sui-barconi-ci-sono-jihadisti-stop-sbarchi-subito/8f3f6fcb-36ea-4adb-afa8-1763ff00964f/). Un discorso che non sembra proprio inserirsi nei binari dell’ “umanità e civiltà”, concetti molto cari all’Unione Europea e che secondo Gentiloni avrebbero “fatto grande l’Italia”. Senza considerare che, civiltà a parte, non si capisce perché, se noi chiudiamo l’ambasciata e raccomandiamo ai nostri connazionali di non recarsi in Libia, gli Altri dovrebbero invece rimanerci. Considerando, tra l’altro, che “le origini della crisi attuale vanno cercate negli errori compiuti, anche dalla comunità internazionale, nella fase successiva alla caduta del vecchio regime”. Anche per questo sarebbe dovere della comunità internazionale, Unione Europea compresa, garantire a chi fugge da una situazione unanimemente riconosciuta come drammatica la possibilità di chiedere protezione e vivere in un paese diverso da quello da cui noi stessi siamo fuggiti.  Lo ha affermato proprio il ministro: “Di fronte alla crescita dell’onda migratoria una cosa è certa: non possiamo voltarci dall’altra parte, lasciando i migranti al loro destino”. Nel concreto, secondo Gentiloni le mosse da fare prioritariamente sono due: “Dobbiamo batterci per contrastare le cause delle migrazioni nei Paesi di origine e di transito, e dobbiamo rafforzare sensibilmente Triton, per adeguarla alla realtà di un fenomeno di scala enorme. A questo proposito – ha sottolineato il responsabile della Farnesina – ho inviato due o tre giorni fa una lettera all’Alto rappresentante dell’Unione europea, Mogherini, al Vicepresidente Timmermans e ai sei altri Commissari della Commissione Juncker, in cui ho chiesto, a nome del Governo italiano, che l’Unione europea faccia molto di più in termini di risorse finanziarie e di disponibilità di mezzi aeronavali, per rispondere con efficacia a questa emergenza, considerando che ad oggi, dall’inizio dell’anno, gli sbarchi sono aumentati del 59 per cento rispetto al 2014”.

Già, gli sbarchi sono aumentati: “dal 1° gennaio a metà febbraio sono infatti arrivate, nel nostro Paese, 5.302 persone, mentre nello stesso periodo dello scorso anno gli sbarchi erano stati 3.338. Non era, dunque, Mare Nostrum ad attirare i migranti, bensì il dramma delle aree di crisi su cui speculano, nel vuoto istituzionale libico, bande criminali assai agguerrite”, ha evidenziato il ministro. Di fronte a questa situazione, la sollecitata operazione Triton non può essere indicata come una soluzione: non è una missione di Search and Rescue, bensì un intervento gestito dall’agenzia di controllo delle frontiere europee Frontex. Con cui, tra l’altro, l’Unione Europea già sapeva che sarebbe stato altamente probabile un aumento degli immigrati morti in mare (http://www.cronachediordinariorazzismo.org/navi-fantasma-le-bugie-di-frontex/). Ciononostante, è l’unico strumento concreto messo in campo a livello europeo, recentemente esteso dalla Commissione Europea fino alla fine del 2015, con uno stanziamento “di emergenza” di 13,7 milioni di euro. Tra le critiche delle ong: “Estendere l’operazione Triton senza aumentare la sua zona operativa non cambia nulla”, hanno commentato da Amnesty International”.
“Mentre lavoriamo per affrontare la drammatica situazione in Libia, abbiamo deciso di rafforzare le nostre partnership con i paesi terzi situati lungo le principali rotte migratorie. Questo dovrebbe contribuire a smantellare le reti criminali di trafficanti e dare la massima protezione ai bisognosi, a partire dalle aree di vicinato in crisi”, ha sottolineato L’Alto rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini. Ma l’unico vero modo per “smantellare le reti criminali di trafficanti” sarebbe mettere le persone in condizione di spostarsi in modo legale e sicuro: ad esempio istituendo canali umanitari, o applicando la Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE – http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32001L0055), relativa alla “concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati”. Questo diminuirebbe inoltre le morti in mare, mentre Triton, come già ricordato, non va in questa direzione. Intervenire nelle situazioni di crisi sarebbe auspicabile, ma non sembra che la comunità internazionale riesca a farlo nella maniera ottimale, come dimostra l’attuale situazione libica.
“Una superpotenza economica come l’Unione europea può andare oltre i 50 milioni di euro l’anno che oggi vengono spesi per fronteggiare una simile emergenza”, ha affermato Gentiloni. Sul come farlo, se ne dovrebbe discutere il prossimo 16 marzo durante il Consiglio dei ministri degli Esteri Ue, e successivamente,  il 19 e 20 marzo durante il prossimo Consiglio europeo, stando a quanto riferito dal presidente del Consiglio Donald Tusk. Una buona base di partenza sarebbe iniziare a pensare a politiche strutturate e piani programmatici, eliminando finalmente l’idea di “emergenza”.

Testo sintesi audizione

feb
27

Commissione diritti umani: Cie inutili e dannosi. Ma il governo non pensa di chiuderli.

cie-no1“Secondo i dati del Ministero dell’Interno, risultano essere attualmente 293 gli stranieri trattenuti nei cinque centri di identificazione ed espulsione funzionanti”. Basterebbe questa frase a condensare la situazione attuale del sistema italiano dei Cie, fotografata dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato nel rapporto presentato martedì 26 febbraio. Un’analisi che arriva dopo diciotto mesi di indagine conoscitiva, e che mostra “numerose e profonde incongruenze riguardo alle funzioni che dovrebbero svolgere, e ciò in ragione di rilevanti insufficienze strutturali, nonché di modalità di trattenimento inadeguate rispetto alla tutela della dignità e dei diritti degli interessati”. In generale, quello che emerge con limpidezza dal rapporto è quello che potremmo definire un processo di ‘autosmantellamento': basta osservare i dati. Nel 2012 sono state 7.944 le persone transitate nei Cie, 6.016 nel 2013, 4.986 nel 2014. Per quanto riguarda le persone rimpatriate, sono state 4.015 nel 2012, 2.749 nel 2013, 2.771 nel 2014. Sul numero delle presenze all’interno dei Cie la Commissione confronta il numero rilevato nel febbraio 2014 – 460 su una capienza di 842 posti- e nel febbraio 2015 – 293 presenze su una capienza di 753. Questo per quanto riguarda la presenza nei Cie: vale però la pena domandarsi quali. Perché “attualmente, degli 11 Cie italiani solo 5 sono quelli funzionanti: Bari, Caltanissetta, Roma,Torino, Trapani. Sono invece temporaneamente chiusi, per lavori o perché in attesa della definizione delle procedure di aggiudicazione della gestione, i Cie di Brindisi, Crotone, Gorizia. Il Cie di Trapani-Serraino Vulpitta è in via di riconversione in Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Mentre i Centri di Bologna e di Milano dal mese di agosto 2014 sono utilizzati per la prima accoglienza”.

I dati diffusi dalla Commissione si riferiscono all’efficacia del sistema Cie rispetto al suo obiettivo dichiarato, ossia l’identificazione del cittadino straniero privo di regolari documenti, e la sua conseguente espulsione. Procedimento per cui “in media sono sufficienti 45 giorni”, stando a quanto ha dichiarato il personale degli uffici immigrazione delle questure con cui la Commissione è entrata in contatto.
Non si capisce allora perché durante gli anni i tempi siano stati allungati, passando dai trenta giorni del 1998 ai 18 mesi del 2011 – e poi nuovamente scendendo a 90 giorni, grazie a un emendamento dei senatori Manconi e Lo Giudice alla legge Europea 2013-bis, approvata il 30 ottobre 2014. Il motivo lo chiarisce lo stesso Presidente della Commissione Luigi Manconi durante la presentazione del rapporto, attribuendo ai Cie “un impianto intimidatorio” che lo stato mantiene in chiave “puramente simbolica”.
Un impianto da smantellare, perché costoso, inutile e dannoso: “la forte eterogeneità e promiscuità delle persone presenti provoca situazioni di tensione altissima: vi si trovano ad esempio persone che hanno a lungo risieduto legalmente in Italia e che [..] sono diventate irregolari”, ad esempio dopo la perdita del lavoro, oltre a “richiedenti asilo che hanno potuto formalizzare la propria domanda solo dopo aver ricevuto un provvedimento di espulsione”, e “ex detenuti che, scontata la pena, sono stati trasferiti nei Cie in attesa di identificazione”, in una sorta di “pena accessoria non prevista dal nostro codice” come sottolineato da Manconi. Situazioni che “possono essere sanate e definite in maniera più veloce rispetto alle procedure attualmente previste”.
Le alternative infatti ci sono, solo che non vengono applicate. “Per chi è destinato all’espulsione dopo l’esecuzione della pena in carcere va resa operativa la disposizione prevista dal decreto Cancellieri del dicembre 2013”, ossia l’accertamento dell’identità all’interno degli istituti penitenziari. In presenza di un figlio minore, “prevale il principio dell’unità familiare”. Senza contare i molti casi di persone cresciute in Italia e trattenute, perché prive di documenti per i motivi più diversi (ad esempio perché, al raggiungimento della maggiore età, non sono riuscite ad ottenere il permesso di soggiorno perché prive di un lavoro regolare).

La Commissione ha inoltre sollecitato il governo a “rivedere i criteri di assegnazione della gestione dei Cie, affidando a un ente gestore unico su scala nazionale tutti i centri attraverso un’unica procedura a evidenza pubblica”. Non solo: è necessario “modificare i criteri di assegnazione delle gare d’appalto, valutando non solo l’offerta economica”, criterio che porta a affidare le strutture a chi fa l’offerta più bassa. A questa revisione andrebbe accompagnato “un periodico monitoraggio”. Tutte misure volte a migliorare il sistema Cie e garantire all’interno delle strutture la tutela dei diritti umani, attualmente quotidianamente calpestati. Un percorso da portare avanti in attesa di un totale smantellamento: si possono adottare infatti “altri mezzi” per il controllo delle persone senza documenti, in un processo il cui esito è “lo svuotamento dei Cie”, come sottolinea la Commissione.

Il rapporto della Commissione conferma quanto denunciato da molti dossier pubblicati da ong e associazioni, in cui si esplicitano i costi considerevoli di un sistema inefficace e inumano (vedi il dossier di Lunaria Costi disumani) e le sistematiche violazioni dei diritti (vedi il dossier di Medu Arcipelago Cie).
Ciononostante, “il governo non abolirà i Cie, a causa della larga composizione dell’attuale maggioranza”: lo ha dichiarato il sottosegretario all’interno Manzione durante la presentazione del rapporto. Nelle parole di Manzione, “il Cie non è il fine, ma il mezzo per distinguere chi è regolare da chi no”. Un mezzo che non funziona, come dimostrato, ancora una volta, dal rapporto della Commissione. E che, tra l’altro, viene portato avanti nella totale noncuranza della dignità dei trattenuti.
“Quando il Governo ammetterà che questo sistema è inutile e fallimentare e deciderà di attuare le misure alternative alla detenzione amministrativa?” chiede la campagna LasciateCIEntrare. Evidentemente, il governo ritiene ancora utile mantenere un “impianto simbolico intimidatorio”.

Qui il testo del rapporto della Commissione diritti umani.

feb
26

Cause e nessi incomprensibili

935550-satellite

E alle volte, capita anche di imbatterti in quelle notizie che davvero ti lasciano senza parole. E davvero non riesci a commentare. A Rimini, il consigliere di opposizione Gioenzo Renzi, rappresentante di Fratelli d’Italia, deposita agli atti un emendamento al bilancio comunale 2015, che recita testuali parole: “Ridurre del 50 per cento Tasi e Imu su immobili siti nel Borgo Marina, delimitato dalle vie Cesare Battisti- via Gambalunga- via Padre Tosi- via Clodia- via Bastioni Settentrionali- via Savonarola- via Ravegnani, per svalutazione immobili determinata da sovraffollamento afro-asiatico”. Credevamo di aver letto male. E invece, è proprio cosi: si stabilisce un nesso causale fra il deprezzamento degli appartamenti e la presenza di cittadini stranieri nel quartiere. Anzi, secondo Renzi (bizzarra omonimia!), “il valore degli immobili del Borgo Marina sono crollati letteralmente, il mercato immobiliare è inesistente e i riminesi cercano residenza altrove. Basta chiedere alle agenzie immobiliari. Le ragioni sono che il Borgo Marina è l’unico della Città ad essersi trasformato in un vero e proprio ghetto afro-asiatico per la concentrazione esclusiva di attività gestite da extracomunitari. Oltre ai negozi, anche gli appartamenti sono sempre più occupati da stranieri e sovraffollati particolarmente nelle ore notturne. Permangono i bivacchi sui marciapiedi, tutto il giorno, di fronte ai phone center, ai kebab, con stranieri spesso seduti per terra, sui gradini dei negozi ed ingressi delle abitazioni. Abbiamo anche la Moschea, in una casetta di C.so Giovanni XXIII, in cui affluiscono centinaia di mussulmani che fa fatica a contenere fisicamente, con un pesante impatto circostante sui marciapiedi e le strade del quartiere. Moschea di cui da 10 anni chiedo il trasferimento. Tutto ciò ha stravolto l’identità e la vivibilità di quello che era un borgo di Rimini, snaturato oggi dalla presenza egemone degli stranieri”. La vice sindaco Gloria Lisi interviene in una lettera indirizzata alla rubrica sociale di Newsrimini.it (l’unico giornale online che ha pubblicato la notizia): “Credo di non sbagliare se dico che, in questo caso, la soglia di qualsiasi, anche dura discussione o opinione politica, si sia abbondantemente superata”. Ma Renzi, convinto del fatto suo, invita la Lisi a rendersi conto personalmente della situazione di Borgo Marina, lasciando da parte il “politicamente corretto” e le accuse di “razzismo”.

 

feb
26

Che fine ha fatto il pluralismo del servizio pubblico?

images“Verificando le rilevazioni dell’ultimo mese monitorato, dal 17 gennaio al 13 febbraio, emerge un dato che appare decisamente sconvolgente: Salvini ha avuto da Raitre un spazio incomparabilmente più alto rispetto ad altri leader dell’opposizione e addirittura doppio rispetto al premier e segretario del Pd, Matteo Renzi. I tempi di parola (Tdg, tempo gestito direttamente), ovvero gli spazi tv in cui l’esponente politico parla direttamente ai telespettatori, dicono che nel periodo considerato Salvini ha avuto su Raitre 4.723 secondi di spazio. Per Renzi, che assomma la responsabilità di governo a quella di leader del partito di maggioranza relativa, lo spazio è stato circa la metà: 2.561 secondi. Se si considerano alcuni leader colleghi di Salvini all’opposizione, il divario con il segretario leghista è abissale: Giovanni Toti, consigliere politico di Forza Italia, ha avuto 667 secondi, mentre Nichi Vendola, leader di Sel, 1.221 secondi”. Lo scrive Michele Anzaldi in un articolo pubblicato sull’Huffington Post. I dati sono quelli che l’Osservatorio di Pavia fornisce settimanalmente alla Rai e alla commissione parlamentare di Vigilanza. E delineano una evidente situazione di squilibrio tra le diverse parti politiche, che Anzaldi definisce “un trattamento di favore [..] che si fatica a comprendere”, considerando il peso elettorale e parlamentare della Lega Nord che, “sebbene sia accreditata con numeri positivi nei sondaggi, ha preso il 4,09% alle elezioni Politiche del 2013 e il 6,2% alle elezioni Europee del 2014. In parlamento – prosegue Anzaldi, che è parlamentare Pd – i gruppi leghisti contano su un numero molto ridotto di componenti: 20 deputati (il minimo per un gruppo) e 15 senatori, pari rispettivamente al 3% e al 4,5% dell’assemblea”.

In effetti, negli ultimi mesi il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini è particolarmente presente nelle trasmissioni tv, in particolare in quelle del servizio pubblico, in un crescendo che va di pari passo con le presentazioni, nelle varie regioni d’Italia, della nuova lista “Noi con Salvini” – che, a dispetto del classico slogan leghista “prima il nord”, si rivolge ora a tutta Italia. Sembrerebbe, quella adottatata dai programmi televisivi, una scelta mediatica e comunicativa precisa: “Ma in questa maniera viene tutelato il pluralismo dal servizio pubblico?”, si chiede Anzaldi, che annuncia in proposito la presentazione di un’interrogazione alla Rai per chiedere chiarimenti e risposte. Anche perché, come sottolinea nell’articolo, “in Rai esistono molteplici figure – direttori, vicedirettori, capistruttura, capiredattori, capiservizio – preposte al controllo, il tutto finanziato da quasi 2 miliardi di euro del canone dei cittadini”.

L’articolo si può leggere qui.

feb
25

Mai con Salvini, per contrastare il progetto funesto dei fascio-leghisti

manifesto-28F-maiconsalvini_medium

 

di Annamaria Rivera

 

Il 28 febbraio le strade di Roma saranno percorse da un corteo della Lega Nord, con CasaPound e altri gruppi neofascisti, capeggiato da Matteo Salvini, prevedibilmente accompagnato dalla consueta appendice di provocazioni.

Non saranno i soli a manifestare. Da piazza Vittorio fino a Sant’Andrea della Valle, sfilerà il corteo promosso da #MaiconSalvini, ampio cartello di movimenti, centri sociali, associazioni antirazziste e Lgbt, circoli Anpi e altre realtà associative. L’appuntamento è stato lanciato sui social network con una campagna antirazzista cui ha partecipato un buon numero di artisti.

Il corteo, che auspichiamo sia pacifico e di massa, nasce dalla consapevolezza dell’importanza della posta in gioco. Infatti, #MaiconSalvini intende essere una tappa per contrastare l’ambizioso disegno della Lega Nord: porsi alla guida dell’opposizione al governo Renzi, grazie al consolidamento di un polo antieuropeista e razzista che ingloba l’estrema destra, da CasaPound a Fratelli d’Italia. E che aspira a essere parte importante dell’internazionale nera che dilaga in Europa.

Abbandonato il mito della Padania oppressa e sfruttata dal colonialismo terrone e da “Roma ladrona”, in favore del discorso nazionalista, la Lega cerca di guadagnare consensi e voti anche nelle regioni dei disprezzati colonizzatori-sfruttatori.  Artefice di questa (apparente) metamorfosi è quello stesso Matteo Salvini che in tempi non remoti, pur parlamentare della Repubblica, intonava nelle feste di Pontida canzoncine graziose quali: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani”. http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/politica/salvini-a-pontida/salvini-a-pontida/salvini-a-pontida.html

Nonostante l’innovazione (più che metamorfosi) che la ha risollevata dal baratro degli scandali e delle lotte intestine, la Lega salvinizzata rimane fedele alle proprie origini quanto a razzismo, omofobia, islamofobia. In realtà, essa ha recuperato i suoi più vecchi temi d’impianto razzista-biologista (si pensi alla campagna martellante contro l’allora ministra Cécile Kyenge) e perfino d’ispirazione nazionalsocialista. E’ proprio l’ideologia völkish (il völk inteso come comunità di sangue e suolo) che le ha permesso di passare con disinvoltura dall’etno-nazionalismo padano al nazionalismo völkish, per l’appunto.

Ugualmente in continuità col passato sono la tendenza a tradurre le questioni sociali in questioni identitarie e sicuritarie, e la propensione a sfruttare, organizzare, dirigere verso capri espiatori (anzitutto migranti, rifugiati e rom) la rabbia e il rancore di strati popolari duramente colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerità.  In tal modo essa si propone come artefice di un’uscita reazionaria dalla crisi, che, ribadiamo, non è solo economica, sociale e culturale, ma riguarda anche la democrazia parlamentare.

Troppe volte, a sinistra, si è minimizzato il ruolo della Lega Nord, riducendola talvolta a null’altro che fenomeno folclorico o considerandola addirittura “costola della sinistra” stessa. Non è cosa archiviata nel registro del passato. Assai recentemente, è per i voti decisivi di membri del Pd che la Giunta per le immunità del Senato ha negato ai Pm di Bergamo l’autorizzazione a procedere contro Roberto Calderoli per istigazione all’odio ‘razziale’: per aver egli, a luglio del 2013, assimilato a un orango la ministra Kyenge. Un senatore del Pd, Claudio Moscardelli, membro della Giunta, è arrivato a negare il carattere razzista della Lega. E con un’argomentazione (si fa per dire) grezza e risibile: la Lega non è razzista, ha affermato, perché “nel suo ambito operano anche diverse persone di colore”.  http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/02/09/annamaria-rivera-il-pd-si-schiera-con-calderoli-contro-kyenge-a/

Oggi che essa si propone come punto di coagulo dell’estrema destra, il suo ruolo diviene ancor più pericoloso, in un paese devastato -socialmente, culturalmente, politicamente- dagli effetti della crisi e delle politiche di austerità, dalle “riforme” del governo Renzi, dalla stessa crisi della democrazia rappresentativa.

Non sarà un solo corteo a ostacolare un tale progetto e a spegnere le risonanze funeste che esso evoca. Nondimeno, quello del 28 febbraio, se pacifico e di massa –ribadiamo– può essere tappa importante per il rilancio di un movimento che lo contrasti sistematicamente, quel progetto, soprattutto incrementando le vertenze sociali e moltiplicando i presidi democratici nei quartieri popolari.

 

 

 

feb
24

Dalle parole … alle armi

downloadLa notizia: nel centro di Varese, nella tarda serata del 19 febbraio, tre cittadini salvadoregni, armati di machete, rapinano due passanti e tentano di estorcere denaro e oggetti preziosi ad una terza persona. All’arrivo delle forze dell’ordine, due rapinatori vengono arrestati quasi immediatamente, mentre un terzo – loro complice – viene rintracciato e bloccato in un secondo momento.

L’accaduto, in sé, rappresenta uno dei numerosissimi fatti di cronaca locale. Tuttavia, laddove ne viene data notizia (su pochi quotidiani locali), è sempre sottolineata la nazionalità degli aggressori, insieme a termini stigmatizzanti quali “banda” o “gang”.

Ma il fatto più sconcertante (e, alle volte, i social network non aiutano ad una diffusione adeguata) è la reazione della Lega Nord cittadina, che lancia un pubblico appello al prefetto Giorgio Zanzi affinché “conceda il porto d’armi a tutti i cittadini che ne facciano richiesta”. Portavoce della proposta è il segretario della Lega Nord, Marco Pinti.

Il leghista annuncia: «Condivideremo sul nostro profilo Facebook il modulo per la richiesta. Quanto alle ragioni valide e motivate richieste per questo tipo di licenza: allegare la rassegna stampa relativa alle rapine attuate con machete e l’intervista al fondamentalista islamico espulso da Varese. Oggi viviamo il paradosso in cui i criminali sono armati e gli onesti cittadini no. È ora di invertire la rotta: se lo Stato, tra tagli alla sicurezza e svuotacarceri, ci ha lasciati soli, almeno ci consenta di autodifenderci. Sembra una provocazione, ma in realtà è una proposta disperata. Quasi l’ultima e definitiva ammissione che non stiamo correndo il rischio far west, siamo già al far west. È la logica conseguenza alle politiche scellerate si questo governo che tra decreti svuota carceri e immigrazione incontrollata sta riempendo le strade di delinquenti. Chi può installa inferiate o allarmi, noleggia vigilantes privati. Tutti gli altri si aggrappano alla buona sorte che, per ora, è gratis ed efficace tanto quanto la povera polizia italiana in tempi di austerity. Se il benzinaio non fosse intervenuto armi alla mano per difendere la commessa di una gioielleria oggi forse non staremmo parlando di un cattivo processo in più, ma di un funerale di troppo. Comunque la si pensi la situazione è grave, non è la Lega a dirlo, ma tutti i sindacati di polizia, i sondaggi, le statistiche e tutti gli indicatori che certificano il grado di esasperazione crescente nelle nostre città».

La proposta arriva in concomitanza della massiccia campagna, condotta a livello nazionale dal segretario Matteo Salvini in primis, sull’autodifesa, prendendo le parti del benzinaio Graziano Stacchio, il quale ha reagito a un tentativo di rapina che si stava svolgendo in una gioielleria vicino alla sua stazione di servizio, sparando contro un gruppo di cinque banditi. Uno dei rapinatori, un cittadino rom, è poi stato ritrovato morto, e per la Lega Nord Stacchio è diventato un eroe, come confermano le parole di Salvini stesso: «Se l’autodifesa serve? In un Paese normale dovrebbe pensarci lo Stato ma qui siamo in Italia e Stacchio ha agito da persona responsabile. Mi è piaciuto il suo profilo basso, nessun atto di eroismo da parte sua, ma ha fatto quello che ogni buon padre di famiglia avrebbe fatto: difeso se stesso e i suoi. E proprio per questo motivo non deve passare nemmeno cinque minuti di problemi».

D’altronde, da tempo oramai, la Lega Nord afferma che “siamo in guerra”. E neppure un richiamo così forte alle armi, sembra stupire l’opinione pubblica.

feb
20

Navi fantasma: le bugie di Frontex

EU-Innenminister reden über FlüchtlingswelleNavi fantasma”, ossia imbarcazioni senza bandiera, abbandonate dagli scafisti in mezzo al mare, insieme a tutti i passeggeri. Lo sottolineava Frontex a inizio gennaio. Ma era tutto falso. Stando all’inchiesta condotta dalla tv tedesca Ard, Frontex avrebbe infatti mentito su quello che definiva “il nuovo metodo usato dagli scafisti per portare i migranti in Europa”. Secondo il principale canale televisivo tedesco, quelle che l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex) definiva “navi fantasma” in realtà erano imbarcazioni adatte a navigare, e avevano un proprio equipaggio.

La notizia di navi senza bandiera era stata rilanciata da tutti i mass media, italiani e stranieri (solo per fare degli esempi: Corriere della SeraIl fatto quotidiano, International Business TimesThe guardian, The Indipendent). Secondo l’Agenzia europea, già dall’estate “i trafficanti di persone usano navi senza bandiera”: imbarcazioni acquistate a poche centinaia di migliaia di dollari, condotte al largo delle coste italiane e poi abbandonate alla deriva, lasciando i passeggeri in balia del mare.

La trasmissione tedesca Panorama di Ard è tornata sulla questione, come riporta Maurizio Molinari in un articolo pubblicato su Redattore Sociale. I giornalisti di Panorama hanno esaminato il caso della Blue Sky M, la più grande di queste presunte “navi fantasma”, che ha portato in Europa circa 750 persone – per lo più cittadini siriani. E ha scoperto che la nave in realtà un equipaggio ce l’aveva, ed era anche attrezzata per affrontare il mare, sotto la guida di marinai professionisti, anch’essi siriani. Marinai che il 31 dicembre 2014 hanno fatto sbarcare la Blue Sky M nel porto di Gallipoli, in Puglia. E’ lo stesso sostituto procuratore di Lecce, Guglielmo Cataldi, a confermare che sia la struttura della nave, sia l’elettronica di bordo e il motore erano in buone condizioni.

Visto lo stato delle cose, perché Frontex avrebbe mentito ai cittadini e ai media europei? Secondo Panorama, il motivo è solo uno: propaganda. La trasmissione tedesca afferma infatti che l’Agenzia europea avrebbe diffuso la falsa notizia, in collaborazione con le guardie costiere europee, per convincere l’opinione pubblica del fatto che i responsabili delle morti in mare sarebbero solo scafisti senza scrupoli. Un modo, insomma, per allontanare le critiche mosse da più parti rispetto alle responsabilità delle istituzioni nazionali e comunitarie nei confronti dei viaggi e delle morti delle persone in fuga dalle guerre.

La denuncia di Panorama arriva dopo la notizia che evidenzia come Frontex fosse già a conoscenza del fatto che, con l’operazione Triton attivata dopo la fine dei pattugliamenti italiani di Mare Nostrum, sarebbe stato altamente probabile un aumento degli immigrati morti in mare. Un aspetto che Frontex sottolineava già nel documento relativo a Triton, come sottolineato tempo fa sempre da Molinari: “Bisogna sottolineare che, se non pianificato in maniera accurata e annunciato con molto anticipo, il ritiro delle navi dall’area (quella di pattugliamento di Mare Nostrum n.d.r.) potrà risultare in un aumento dei morti”, scrivevano gli esperti di Frontex.

 

 

 

 

 

 

 

 

feb
20

L’intelligenza che c’è e quella che manca

17.siLa Commissione Europea ha deciso ieri l’estensione della missione TRITON fino alla fine del 2015 con uno stanziamento “di emergenza” di 13,7 milioni di euro. Ma servirebbe altro. TRITON non è la missione giusta. E il rafforzamento delle attività e dei mezzi di salvataggio in mare sono una priorità, ma non sono l’unica priorità.

Nel corso di un incontro organizzato, sempre ieri, dalla Commissione Straordinaria per i diritti umani del Senato, il Presidente Manconi ha sottolineato come razionalità, intelligenza e lucidità dovrebbero prendere il posto di interventi emergenziali e non coordinati a livello europeo. La presentazione delle proposte dell’UNHCR per la ratifica delle due direttive comunitarie sull’asilo “procedure” e “accoglienza” ha costituito l’occasione per ricordare le responsabilità nazionali e europee nei confronti delle migliaia di persone che fuggono da guerre e conflitti.

E’ prioritario soccorrere le persone in mare, ma serve anche aprire corridoi umanitari e dotarsi di un sistema di accoglienza efficiente e coordinato a livello comunitario. La trasformazione del sistema di accoglienza fondato su grandi centri collettivi (i CARA) in una rete di centri di accoglienza piccoli e diffusi sul territorio; l’adozione di un sistema di programmazione, di governance e di monitoraggio coordinato dell’accoglienza e la riforma degli organismi che gestiscono la procedura per la domanda di asilo, con la creazione di un organismo dedicato presso il Ministero dell’Interno che garantisca la professionalizzazione dei componenti delle Commissioni e l’equità della procedura, sono le raccomandazioni avanzate dall’UNHCR. Proposte intelligenti e lungimiranti.

Lucidità e intelligenza sarebbero utili anche per evitare che l’opinione pubblica, disorientata dal disordine mondiale e dalla proliferazione delle crisi internazionali, si lasci affascinare troppo facilmente dalla propaganda che fa dello “scontro tra civiltà” e del rifiuto dei profughi e dei migranti un vergognoso oggetto di speculazione politica. Non è solo il leader della Lega ad aver risuscitato in questi giorni la ben nota connessione tra la diffusione dei movimenti fondamentalisti, l’allarme terrorismo e le migrazioni. Troppe voci hanno riproposto la tesi avanzata (pare) dai servizi segreti inglesi, secondo cui i “barconi” sarebbero il nuovo cavallo di Troia che consentirebbe all’Is di “attaccare il sud dell’Europa”. Voci solleticate da vari conduttori di salotti radiofonici e televisivi ai quali esperti di politica estera, un ex Presidente della Commissione Europea, un ex Presidente del Consiglio e ex Ministro degli Esteri, esperti militari e studiosi hanno dovuto ricordare che tutti gli attentati che hanno colpito l’Europa fino ad oggi sono stati compiuti da cittadini europei.

Dopo la morte di più di 300 persone avvenuta l’8 febbraio la reazione istituzionale e dell’opinione pubblica non è stata la stessa che si registrò dopo il 3 ottobre 2013. Il deflagrare (preannunciato da tempo) della crisi libica ha disperso velocemente l’indignazione di rito per lasciare spazio al lancio dell’ennesimo allarme “invasione” dei migranti identificati come “potenziali terroristi”. Niente di nuovo: successe dopo gli attentati negli Stati Uniti del 2001 e nel 2011 dopo le cosiddette primavere arabe. Ma oggi c’è un contesto politico completamente diverso, in Italia come in Europa. In Italia, la crisi delle destre ha aperto la strada alla legittimazione del leader della Lega come nuovo leader della destra. In Europa le elezioni del 2014 hanno visto un successo dei movimenti nazionalisti, xenofobi e populisti.

Tre conseguenze pericolose

Il risultato è che l’irresponsabile agitazione dei venti di guerra da parte di due ministri (evidentemente non all’altezza del loro incarico) ha già avuto almeno tre pessime conseguenze, sebbene (e per fortuna) il rischio di un intervento armato in Libia sia oggi più lontano di qualche giorno fa.

1. Gli allarmi, la rievocazione dell’intervento militare come soluzione (falsa) della crisi libica ha rilanciato la legittimazione della GUERRA come strumento ordinario di risoluzione delle crisi internazionali. Il dibattito pubblico svolto in questi giorni rischia di assecondare la diffusione nell’opinione pubblica di una CULTURA DELLA GUERRA. E una volta innescati, i processi culturali non si fermano con una o due dichiarazioni di rettifica.

2. E’ stata lanciata una GUERRA COMUNICATIVA pericolosa che va fermata. La spettacolarizzazione dei crimini orribili commessi dall’IS voluta dagli stessi autori, è stata assecondata dai media italiani contribuendo a radicare nell’opinione pubblica l’idea (riesumata anche questa) dello “scontro tra civiltà” e della condanna dei fedeli di religione musulmana, tutti identificati come potenziali terroristi. Se questa tendenza dovesse proseguire con queste modalità, rischierebbe di alimentare il consenso ai movimenti jihadisti tra i giovani di religione musulmana che vivono in altri continenti, ma anche tra quelli che vivono in occidente.

3. LA GUERRA AI MIGRANTI. Ma gli effetti della retorica della paura potrebbero essere devastanti soprattutto per le persone che cercano protezione in Europa. Siamo tornati all'”Affondiamoli prima che partano”. E il solo fatto che chi rivolge questo invito raccolga applausi non di una parte, ma di interi salotti televisivi la dice lunga sulla direzione verso la quale stiamo andando.

Dunque forse a nulla probabilmente servirà ricordare che i flussi di migranti e di profughi sono iniziati ben prima che l’IS acquisisse il controllo di alcune aree della Libia perchè crisi politiche e conflitti etnici sono in corso da anni in molti paesi africani. E le responsabilità dell’occidente sono enormi.

Non ci sono state in passato “invasioni”, né ci saranno in futuro. Nel 2014 sono 170mila le persone che hanno raggiunto l’Italia via mare, solo un terzo delle quali è rimasto nel bel paese.

La spesa pubblica sostenuta dal nostro paese ha privilegiato di gran lunga le politiche del rifiuto rispetto a quelle per gli interventi di accoglienza e di inclusione ordinari. 237 milioni l’anno in media destinati alle prime rispetto ai 123 milioni destinati alle seconde, meno della metà. Non sembra sia stata la scelta giusta ed efficace. Se anche, come ha stimato il sottosegretario dell’Interno Manzione, fossero 400mila i profughi in arrivo nei prossimi mesi, corrisponderebbero a malapena allo 0,006% della popolazione italiana.

C’è davvero qualcuno che pensa che questo zero, zero zero sei per cento e le risorse necessarie per l’accoglienza sarebbero le vere cause del peggioramento delle nostre condizioni di vita, di lavoro e sociali?

 

feb
19

Grecia, il neogoverno chiude il CIE di Amygdaleza. LasciateCIEntrare: “Chiudere tutti i Cie d’Europa”

images“In GRECIA il nuovo Governo di Alexis Tsipras chiude il CIE di Amygdaleza”. Lo annuncia la campagna LasciateCIEntrare, esprimendo soddisfazione per la decisione del neo premier greco, che dovrebbe precederne altre: il nuovo governo ellenico ha infatti annunciato la chiusura di tutti i Cie e “l’immediata liberazione di tutti gli uomini, le donne ed i bambini detenuti, così come la revisione sostanziale delle leggi sull’immigrazione”. La campagna LasciateCIEntrare definisce la decisione del governo greco “coraggiosa e al tempo stesso attesa, considerata dovuta”, e auspica “l’avvio da parte degli stati membri e dell’unione europea di un percorso sostanziale di cambiamento e di approccio verso i flussi migratori, verso l’accoglienza e la regolarizzazione dei migranti, contemplando ove fosse necessario le alternative già esistenti alla detenzione amministrativa”.

Pubblichiamo di seguito il comunicato della campagna LasciateCIEntrare:

In GRECIA il nuovo Governo di Alexis Tsipras chiude il CIE di Amygdaleza
LasciateCIEntrare chiede la chiusura di tutti i centri in Italia ed in Europa

La campagna LasciateCIEntrare / MAI PIU’ CIE esprime soddisfazione profonda per la notizia della decisione del neo premier Alexis Tsipras di chiudere il centro di identificazione ed espulsione di Amygdaleza.

Questo centro, come molti altri in Europa, era un vero e proprio “lager di stato”, dove non sono mancati gli episodi di maltrattamenti ai danni dei migranti trattenuti, uomini e donne privati della libertà personale, che anzichè essere garantita secondo le nostre costituzioni e trattati internazionali, viene negata e massacrata.

Tra le misure adottate dal nuovo governo ellenico anche quella che riguarda tutti gli altri centri che dovranno essere immediatamente “svuotati” con l’immediata liberazione di tutti gli uomini, le donne ed i bambini detenuti, cosi’ come la revisione sostanziale delle leggi sull’immigrazione.

Ci auguriamo che questa decisione coraggiosa e al tempo stesso attesa e considerata dovuta da parte di quanti da anni denunciano le violazioni dei diritti umani, segni l’avvio da parte degli stati membri e dell’unione europea di un percorso sostanziale di cambiamento e di approccio verso i flussi migratori, verso l’accoglienza e la regolarizzazione dei migranti, contemplando ove fosse necessario le alternative già esistenti alla detenzione amministrativa.

Con questa storica decisione viene quindi sottolineata la difesa ed il diritto della libertà degli esseri umani di poter migrare in paesi diversi da quello di nascita, e di non essere per questo “perseguiti”. Di essere uomini e donne con pari dignità e diritti dei cittadini dell’unione europea, paesi con costituzioni e governi democratici.
Lo stato delle democrazie si fonda sulla garanzia dei diritti fondamentali di tutti, indistintamente, e la chiusura dei CIE deve diventare il primo obiettivo della nostra politica. Senza se e senza ma.

www.lasciatecientrare.it
#MAIPIUCIE

feb
16

Una lunga protesta invisibile

310x0_1424021609680_rainews_20150215183148996Si è tenuta ieri, domenica 15 febbraio 2015, nella piazza di Sant’Antimo, nel napoletano, l’ennesima protesta “contro la schiavitù e per affermare il diritto alla giustizia dei lavoratori che hanno denunciato i loro aguzzini”. L’ennesima, si. Perché si tratta della lunga e complessa vicenda che vede coinvolti, da oltre un anno, alcuni lavoratori del tessile, cittadini bengalesi, che hanno trovato il coraggio di alzare la testa e denunciare la loro condizione di schiavitù e sfruttamento da parte di datori di lavoro senza scrupoli. Questa volta hanno affidato la loro protesta ad una lettera aperta, diffusa grazie all’associazione 3 febbraio (leggi la lettera), che ha sete di giustizia.
La vicenda dei lavoratori bengalesi, sebbene risalga, appunto, a diverso tempo addietro e si protragga a tutt’oggi, non è molto nota alla cronaca nazionale, o per lo meno, non se n’è parlato abbastanza. Già il 9 dicembre 2013, il Corriere della Sera intitolava: “Sartorie lager: parte da Napoli la rivolta contro lo sfruttamento”. Nell’articolo, si parla di ben “centoventi lavoratori del Bangladesh pagati meno di 300 euro al mese da un loro connazionale, che gestisce quattro stabilimenti tessili in provincia di Napoli, tra Sant’Antimo, Casandrino e Grumo Nevano. Turni di lavoro massacranti: dalle 6.30 del mattino alle nove e mezza di sera, sei giorni su sette. La domenica dalle otto di mattina alle cinque di pomeriggio”. All’epoca, un legale aveva deciso di indirizzare all’imprenditore una diffida per degli emolumenti arretrati. E ce lo conferma Giancarlo Petruzzo dell’associazione 3 febbraio, da noi raggiunto telefonicamente.
Nel febbraio 2014, scatta una nuova protesta. Lo racconta anche il Corriere delle Migrazioni, denunciando lo stesso e immutato sfruttamento dell’anno precedente: “Quattordici ore di lavoro al giorno, senza pause. Dal lunedì al sabato, si inizia alle 6.30 del mattino e ci si ferma alle 20.30. Lavorano anche la domenica, gli schiavi di Sant’Antimo: dalle otto di mattina alle cinque di pomeriggio. La paga non supera mai i tre euro all’ora”. «In qualche caso, abbiamo anche saputo di padroni che, per ricattare i propri dipendenti, sequestrano loro il passaporto per impedirgli di muoversi e cercare lavoro altrove», precisa ancora Gianluca Petruzzo. Un video pubblicato su Youtube testimonia la protesta di quei giorni.
Anche l’Asgi, con un comunicato, decide di sostenere i lavoratori bengalesi «in ogni iniziativa e percorso giudiziario si voglia intraprendere e auspica che, in una corretta interpretazione della normativa esistente, vengano rilasciati alle vittime di tali gravi condotte gli speciali permessi di soggiorno per motivi di protezione sociale ai sensi dell’art. 18 D.Lgs. 286/98 (Testo Unico Immigrazione), ovvero quelli per motivi umanitari previsti dall’art. 22 co. 12quater D.Lgs. 286/98». Cosa che effettivamente, nel giugno 2014, avviene per i primi cinque cittadini bengalesi che hanno avviato la protesta.
E così, nel corso del 2014, si susseguono numerose assemblee-manifestazioni fino a giungere a quella di oggi. Alla prima causa di lavoro si aggiungono vere e proprie cause penali relative a un fenomeno di tratta: gli operai arrivano dal Bangladesh, con un copione ormai collaudato, in cambio di cospicue somme di denaro, ricevono un visto d’ingresso, un passaggio e la promessa di un lavoro sicuro e ben pagato. Chi non ha il capitale iniziale, “ovviamente”, recupererà una volta in Italia, lavorando gratis, mentre il padrone in questione si occupa di tutto (documenti, alloggio, ecc…).
Ad oggi, il datore di lavoro di questi lavoratori risulta libero, mentre i giovani migranti che lo hanno denunciato sono vittime costanti di numerose minacce e ritorsioni. Da ultimo, una denuncia con false accuse nei loro confronti, per tentare di metterli a tacere e scoraggiarli. La protesta continua e si spera, d’ora in avanti, che colta la gravità dei fatti, venga fatta chiarezza e giustizia.