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Ivass: stop a tariffe RC Auto discriminatorie

assAlcune imprese adottano, quale criterio per la determinazione del premio r.c. auto, quello della nazionalità di nascita del soggetto assicurato, applicando, a parità di ogni altro elemento oggettivo e soggettivo, una maggiorazione tariffaria ai soggetti nati in alcuni Paesi europei ed extraeuropei”: la denuncia arriva dall’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni (Ivass), in una lettera inviata lo scorso novembre alle imprese di assicurazione con sede legale in Italia – o in un altro stato, purché esercitino in Italia. Nella prassi rilevata l’Ivass evidenzia “un elevato contenuto discriminatorio”, richiamando a tal proposito “la Raccomandazione generale del 31 gennaio 2012 adottata dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) in materia di tariffe differenziate per nazionalità delle polizze r.c.auto”. Nelle raccomandazioni l’Unar esprime la necessità che “le imprese di assicurazione consentano la stipula dei contratti per la r.c. auto applicando ai contraenti che non abbiano la cittadinanza italiana le medesime tariffe previste, a parità di condizioni, per i cittadini italiani e, comunque, tariffe svincolate dalla cittadinanza dei richiedenti”.

La questione dell’applicazione, da parte delle compagnie assicurative, di tariffe differenti a seconda della cittadinanza dei soggetti contraenti la polizza non è nuova: da tempo associazioni e gruppi portano avanti denunce e azioni a proposito. La stessa Commissione Europea si è espressa in merito: nell’aprile del 2012, rispondendo a un esposto presentato dall’Asgi, ha sottolineato come l’uso della cittadinanza dell’assicurato come fattore per definire le tariffe RC Auto fosse contrario al diritto dell’Unione europea, in quanto “restrizione discriminatoria della libertà di fruire di un servizio che non appare giustificata, poiché la cittadinanza non ha un impatto sulla capacità di guida degli utenti”.

Proprio “al fine di evitare comportamenti discriminatori”, l’Ivass invita le imprese di assicurazione a realizzare “ogni attività che si renda necessaria dal punto di vista organizzativo ed operativo affinché i preventivi elaborati ed i contratti del ramo r.c.auto non tengano in considerazione il Paese di nascita dell’assicurato”.

 

 

 

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Assegno per famiglie numerose anche per chi ha un permesso di soggiorno valido per lavoro: domande entro il 31 gennaio

imagesAncora pochissimi giorni per richiedere l’assegno per famiglie numerose: il termine per presentare le domande presso il proprio Comune di residenza è il 31 gennaio. La domanda può essere inoltrata dal genitore naturale (e/o adottivo e/o preadottivo) di almeno tre minori conviventi e iscritti nella suo stesso stato di famiglia. In base alla Direttiva europea 2011/98, a questa prestazione sociale hanno diritto tutti i cittadini stranieri in possesso di un permesso di soggiorno valido per poter lavorare in Italia (ad. es. un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, famiglia o attesa occupazione), oltre ai cittadini che detengono un permesso di soggiorno per lungosoggiornanti, ai titolari di protezione internazionale e ai familiari di cittadini comunitari. La Direttiva infatti garantisce a tutti i lavoratori non comunitari le medesime prestazioni assistenziali che sono riconosciute ai cittadini dello Stato che li ospita. Nonostante ciò l’Italia, pur avendo recepito la Direttiva all’interno del proprio ordinamento con il Decreto legislativo 4 marzo 2014 n. 40, in vigore dal 6 aprile 2014, non ha adeguato il diritto interno, mantenendo invece le clausole di esclusione che impediscono la parità di trattamento relativamente alle prestazioni sociali.
Tra queste prestazioni vi è anche l’assegno INPS ai nuclei familiari con almeno tre figli minori, previsto dall’art. 65 L. 448/98 e successive modifiche: ma, ai sensi del Regolamento CE n. 883/2004,  tale assegno va considerato come una prestazione sociale rientrante nel campo di applicazione della Direttiva, che è in vigore dal 25 dicembre 2013, data in cui è scaduto il termine per il recepimento nel diritto interno. Per questo, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) “invita i cittadini stranieri, genitori di almeno 3 o più figli minori a carico e conviventi, verificati gli altri requisiti, a presentare presso il proprio Comune di residenza entro e non altre il 31 gennaio 2015 la richiesta di assegno per famiglie numerose. Altresì l’ASGI invita i Comuni ad accogliere le richieste“.

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Rom, la Commissione diritti umani: chiudere il Best House e superare la logica dei ‘campi’

downloadNel centro ‘Best House Rom’ è in atto una sistematica violazione dei diritti umani. Circa 300 rom, di cui più della metà minori, vivono in una condizione di segregazione abitativa e sociale”. Lo scrivono i senatori Luigi Manconi e Manuela Serra della Commissione Diritti Umani del Senato, in una nota congiunta diffusa dopo la visita alla struttura di ‘accoglienza’ per rom sita in via Visso 12, nella periferia est della Capitale. I senatori hanno visitato il ‘Best House’ insieme al consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, all’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese e al presidente dell’Associazione 21 Luglio Carlo Stasolla. “In questo edificio, in stanze piccolissime dove vivono anche fino a dodici persone, ammassate, ci sono bambini che non possono vedere la luce del sole perché non esistono finestre”, ha affermato l’assessore Danese, ricordando inoltre che “il centro ha costi altissimi per l’amministrazione comunale, oltre 700 euro al mese a persona, e non possiede i requisiti igienico-sanitari”. Condizioni che la 21 Luglio denuncia da anni: proprio la settimana scorsa l’associazione ha presentato un esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, per chiedere l’accertamento della trasparenza degli atti che hanno portato all’apertura e al funzionamento del centro di ‘accoglienza’. Secondo i dati raccolti dalla 21 Luglio, infatti, la gestione del centro sarebbe stata affidata alla Cooperativa Inopera non dopo un bando di gara, bensì in modo diretto, con una determinazione dirigenziale del Comune di Roma. Inoltre, alla struttura mancherebbero i requisiti previsti dalla normativa regionale riguardante le strutture socio-assistenziali nella Regione Lazio. L’associazione ha infine segnalato le intimidazioni subite da chi ha denunciato le condizioni del centro. Intimidazioni rivelate già lo scorso novembre anche dalla senatrice Serra: “Qui mancano i diritti umani, è un anno che ci occupiamo di campi rom, e non ho mai visto niente del genere. Qui le persone sono terrorizzate dal parlare con l’esterno”. (Per info vedi qui).

La situazione del Best House è dunque da tempo conosciuta dalle istituzioni, e lo stesso sindaco di Roma Ignazio Marino si è recentemente espresso in merito, impegnandosi, in una nota rivolta a Stasolla e Magi, “a trovare una soluzione alternativa per le donne, gli uomini e i bambini che oggi vivono in condizioni non dignitose”. Gli fa eco oggi l’assessore Danese: “Il ‘Best House’ va chiuso. Mi sto preoccupando di trovare un sistema di accoglienza rispettoso dei diritti delle persone e stiamo effettuando un monitoraggio al riguardo. Entro un paio di mesi conto di sistemare tutto”.

Ma non è solo il ‘Best House’ a dover essere eliminato: come sottolineato dai membri della delegazione in visita alla struttura, “vanno superati i ‘campi rom’, attraverso l’individuazione dei percorsi di inclusione sociale previsti dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti in Italia”.

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Crotone, la protesta dei richiedenti asilo è ancora senza risposta

crotoneUn gruppo di circa cinquanta richiedenti asilo residenti nel Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, ha bloccato ieri mattina la strada statale 106. I motivi della protesta sono le condizioni in cui versa la struttura e il ritardo nel rilascio dei permessi di soggiorno per protezione internazionale. Dopo circa un’ora la circolazione è tornata regolare, e i richiedenti asilo sono rientrati nella struttura. Solo la settimana scorsa sei richiedenti asilo sono stati denunciati dai carabinieri di Isola Capo Rizzuto per violenza privata e interruzione di pubblico servizio, per aver bloccato la strada comunale davanti al centro e aver chiuso il cancello del cortile del Cara, impedendo al personale addetto al servizio di ristorazione di lasciare la struttura.
Non è la prima volta che al centro di accoglienza Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto si verificano proteste legate alle condizioni in cui versa la struttura e all’iter burocratico per il rilascio dei documenti: anzi, a ben vedere, è da anni che si cerca di sollevare l’attenzione sulla situazione, senza che però si verifichi alcun cambiamento dello status quo.

Già nell‘estate del 2011 alcuni richiedenti asilo avevano dato vita a una protesta all’interno del Cara, bloccando anche la strada statale 106 jonica (per info vedi qui).
Ad agosto 2013 Cecile Kyenge, allora ministra per l’Integrazione, decideva di visitare il Cara, proprio a seguito dell’ennesima protesta messa in atto dai richiedenti asilo. A settembre dello stesso anno la parlamentare del Pd Antezza Maria presentava un’interrogazione rivolta al Ministro dell’interno, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali e al Ministro per l’integrazione, chiedendo di verificare lo stato di accoglienza e assistenza dei minori presenti nel Cara (qui il testo dell’interrogazione). Il mese dopo usciva un’inchiesta su La Repubblica a firma di Raffaella Cosentino, dove venivano denunciate le condizioni di sovraffollamento (“la capienza ufficiale del centro per richiedenti asilo è di 729 posti contro 1600 presenze, di cui solo 250 dormono in edifici in muratura. Tutti gli altri in vecchi container che dividono in 9 o più persone”), la gara al ribasso per la gestione (“La Misericordia, cooperativa che da oltre 10 anni coordina il centro, gestisce la struttura con 21,4 euro al giorno a persona, l’importo più basso d’Italia”), e i lunghissimi tempi di attesa per il riconoscimento della protezione internazionale (“il direttore del Cara ammette che ci sono persone rimaste nel centro anche 19 mesi”. Qui tutta l’inchiesta).

Circa due mesi fa, dopo una visita alla struttura effettuata con la campagna LasciateCIEntrare, i parlamentari di Sel Celeste Costantino, Stefano Quaranta e Erasmo Palazzotto hanno presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno, chiedendo di fare chiarezza sulle “gravi condizioni, inumane e degradanti” in cui versa il centro (qui il testo dell’interrogazione). Una chiarezza che non è mai arrivata, visto che il Ministero dell’Interno – rappresentato in questo caso dal sottosegretario Domenico Manzione – non sembra rilevare alcuna criticità all’interno della struttura. Secondo Manzione, i problemi gestionali o strutturali sarebbero dovuti “all’incidenza degli eccezionali flussi migratori che hanno interessato il territorio della provincia di Crotone”, nonché a “atti vandalici o usi impropri da parte degli ospiti” (qui l’intera risposta all’interrogazione parlamentare).

Ad oggi, la situazione del Cara risulta, nonostante le denunce e le proteste, immutata.

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‘Best House Rom’: esposto della 21luglio all’Autorità Nazionale Anticorruzione

downloadUn esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione: lo ha presentato l’Associazione 21 luglio, per chiedere l’accertamento della trasparenza degli atti che hanno portato all’apertura e al funzionamento del “Best House Rom”, situato a Roma in via Visso 12.

Il centro, classificato dall’Agenzia del territorio come struttura riservata per deposito di merci, è attualmente utilizzato come ‘centro di accoglienza’ per i cittadini rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di Castel Romano. La gestione del servizio è stata affidata alla Cooperativa Inopera, nata alla fine del 2008. Secondo l’associazione, l’assegnazione è avvenuta in modo diretto, con una determinazione dirigenziale del Comune di Roma datata 6 luglio 2012 e firmata da Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento Promozione delle Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale, oggi indagato per associazione di tipo mafioso e corruzione aggravata. Sempre con una determinazione dirigenziale, il 16 dicembre 2013 l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale ha disposto un ampliamento dell’accoglienza per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dal ‘villaggio attrezzato’ di via della Cesarina.

In questi anni, circa 300 rom, tra cui 160 minori, sono stati ‘accolti’ giornalmente nei locali del ‘Best House Rom’: locali che, oltre a non garantire la metratura minima prevista dalla legge, non sono dotati di finestre o punti luce. Il 12 novembre 2014 la senatrice Manuela Serra, membro della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato visitava la struttura, per poi dichiarare: “Qui mancano i diritti umani, è un anno che ci occupiamo di campi rom, e non ho mai visto niente del genere. Qui le persone sono terrorizzate dal parlare con l’esterno”. Le visite e i dati raccolti in merito al ‘Best House Rom’ sottolineano come la struttura non rispetti i requisiti strutturali e organizzativi previsti dalla normativa regionale che regola l’apertura e il funzionamento delle strutture socio-assistenziali nella Regione Lazio. Ciononostante, il centro continua ad accogliere famiglie rom, peraltro con costi elevatissimi: nel 2014 la gestione è costata all’Amministrazione Comunale una cifra stimata superiore ai 3 milioni di euro. E’ proprio alla luce della documentazione raccolta che l’Associazione 21 luglio ha presentato un esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, diretto da Raffaele Canton.

Proprio dal ‘Best House Rom’ a novembre 20 persone, tra cui 22 minori, sono stati cacciati senza alcun preavviso. Il provvedimento di espulsione, firmato dal Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma – e nello specifico dalla responsabile della Direzione Accoglienza e Inclusione Ivana Bigari – già allora si profilava come illegittimo, poiché non supportato, come dimostrano le verifiche effettuate dall’Associazione 21 luglio, da alcuna motivazione che trovi riscontro nella realtà dei fatti. Secondo le istituzioni, l’espulsione sarebbe stata legata alla mancata frequenza scolastica dei bambini, e al comportamento non consono, da parte di tre minori, nei confronti di alcuni operatori della struttura. Ma sul primo punto l’Associazione 21 luglio ha ottenuto dall’Istituto scolastico interessato tutti i certificati di frequenza scolastica dei minori coinvolti, mentre sul secondo non esiste alcuna denuncia scritta né verifica degli eventi e dei soggetti lesi. Alla luce di ciò, l’espulsione sembrerebbe riconducibile più a “un puro atto di abuso politico e rappresaglia perpetuato ai danni di persone che hanno contribuito a denunciare situazioni di violazioni di diritti e malagestione di questa struttura”, come sottolineato dalla senatrice Manuela Serra, che segnala addirittura l’esistenza di “una petizione scritta in italiano dalla Cooperativa INOPERA, e fatta firmare dagli ospiti del centro, in cui si dichiarano felici di stare lì e trattati con rispetto, sotto la minaccia di finire per strada come le due famiglie”. L’associazione 21 luglio fa eco a quanto dichiarato dalla senatrice, evidenziando che “gli unici fatti riscontrati sono le proteste portate avanti dai cittadini rom lo scorso 17 ottobre a Torino, dove due degli uomini colpiti dal provvedimento di espulsione avevano partecipato alla Conferenza sulla Carta dei Diritti Sociali organizzata dal Consiglio d’Europa, denunciando le condizioni di vita critiche all’interno del “Best House Rom” di via Visso, segnalate già nel marzo 2014.dall’Associazione 21 luglio nel rapporto “Senza Luce”.

Per informazioni e approfondimenti clicca qui. 

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Irpinia: fare luce..sui veri problemi

cgGiubbotti catarifrangenti obbligatori per i cittadini di origine straniera: è questo il contenuto dell’ordinanza emanata da Angelo Lanza, sindaco del comune di Flumeri, in provincia di Avellino. Alla base della decisione ci sarebbe un’esigenza “di tutela della pubblica e privata incolumità”, come si legge nel testo dell’ordinanza. Incolumità? Capiamo perché. Le persone interessate dal provvedimento comunale risiedono attualmente nell’agriturismo Petrilli, in via Scampata, trasformato in struttura di accoglienza e gestito dalla cooperativa Engel. Un luogo poco collegato dai mezzi pubblici con il resto del territorio comunale: proprio per questo, i cittadini stranieri – che nello specifico sono richiedenti protezione internazionale – sono costretti a spostarsi a piedi, percorrendo anche le strade a scorrimento veloce. Situazione che si tradurrebbe in una certa pericolosità: stando alle dichiarazioni del primo cittadino, molti automobilisti avrebbero segnalato di aver scampato non pochi incidenti, soprattutto quando la visibilità è più scarsa. Da qui dunque l’ordinanza, “al fine di evitare il rischio di incidenti che coinvolgano tali extracomunitari in transito lungo le arterie comunali, e permettere agli automobilisti di individuare per tempo i pedoni lungo i cigli stradali”.

Il sindaco di Flumeri dovrebbe preoccuparsi delle reali condizioni in cui vivono i migranti ospitati nei suoi comuni”: è questa la reazione del segretario della Cgil irpina Vincenzo Petruizziello. Da tempo il sindacato denuncia la mancanza di una convenzione con il trasporto pubblico. “Abbiamo chiesto con urgenza al Prefetto di convocare il tavolo di concertazione con le cooperative e con i sindaci, invitando anche il direttore dell’Air – Autoservizi Irpini – Costantino Preziosi, per mettere in campo una convenzione di solidarietà per il trasporto di questi ragazzi – ha affermato Petruzziello -. Siamo ancora in attesa della convocazione, ma invitiamo sin da ora il sindaco Lanza a partecipare. In questo modo potrà comprendere il nostro concetto di sicurezza e di diritto alla mobilità”.

Non è la prima volta che la Cgil denuncia problemi e criticità relative alla gestione dell’accoglienza nel territorio irpino. E l’aspetto sollevato dall’ordinanza del sindaco Lanza fa emergere, anche se in modo indiretto, una mancanza molto importante nel sistema di accoglienza, nonché una carenza di attenzione da parte dell’amministrazione. Il fatto che le persone siano costrette dall’assenza di mezzi pubblici a camminare – anche al freddo, anche di notte, anche su strade a scorrimento veloce – per raggiungere il centro abitato, la dice lunga sulle possibilità di inserimento nel tessuto sociale pensate per i richiedenti asilo. Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’assenza del sindaco ai tavoli di coordinamento tra associazioni e istituzioni, da tempo sollecitati dalla Cgil al fine di coordinare l’accoglienza. Proprio in riferimento a questo, Petruzziello ha affermato: “Invece di avanzare proposte ridicole come questa, il sindaco potrebbe partecipare ai tavoli in Prefettura e lavorare insieme a noi a politiche per l’integrazione”. Nello specifico, Petruzziello si riferisce all‘incontro tenutosi lo scorso 15 gennaio con il Prefetto, dopo il presidio effettuato dal sindacato sotto il Palazzo di Governo. Un’azione – l’ennesima – pensata per segnalare le condizioni di disagio in cui versano i richiedenti asilo ospitati nella provincia di Avellino – circa seicento persone, in prevalenza provenienti da Nigeria, Ghana, Mali, Costa D’Avorio, Siria, Pakistan. Le denunce sollevate dalla Cgil in merito alle condizioni di accoglienza riservate ai richiedenti asilo nel territorio dell’Irpinia non sono nuove, e rilevano assistenza sanitaria pressoché assente, servizi lacunosi all’interno dei centri, quando non, addirittura, violenze: a dicembre il deputato del Pd Khalid Chouki e Jasmine Accardo, membro della campagna LasciateCIEntrare, denunciavano le gravi minacce e i soprusi subiti dai richiedenti asilo in una struttura di accoglienza a Capaccio, gestita proprio dalla Engel (per approfondimenti vedi qui e qui). Nello specifico, il sindacato avrebbe rilevato – e da tempo segnalato alle autorità – alcune incongruenze nel servizio di assistenza prestato dalle cooperative incaricate per l’Irpinia, in particolare proprio dalla Cooperativa Engel Italia srl: “Ci giungono notizie non rassicuranti – scrive la Cgil in un comunicato – in merito al rapporto intrattenuto con i migranti e con le strutture ospitanti, nonché con gli operatori di assistenza, alle inadempienze riguardanti la mancata consegna del vestiario e di quanto necessario all’igiene personale, oltre al fatto della mancata erogazione del pocket money fermo per la stragrande maggioranza al mese di settembre 2014” (per un approfondimento si veda qui, qui e qui). “Diventa paradossale – prosegue Petruzziello – preoccuparsi di ordinare giubbotti catarifrangenti facendo finta di non vedere che in molti casi questi ragazzi stanno affrontando il rigido inverno irpino senza giacconi e senza scarpe adeguate alla stagione. Tutte cose previste dalla convenzione ministeriale ma che purtroppo non sempre vengono fornite dalle cooperative che gestiscono l’accoglienza”.

Nonostante le manifestazioni di protesta e le denunce, la situazione non è cambiata: per questo la Cgil da tempo chiede l’istituzione di un “tavolo permanente sull’immigrazione, per sviluppare sinergie con enti pubblici, associazioni di volontariato e tutti quei soggetti interessati ad una fattiva collaborazione”(vedi qui). Perché l’ “l’accoglienza senza controllo diventa solo un business per le cooperative che vincono gli appalti”, denuncia la Cgil. Al presidio dello scorso 15 gennaio ha preso parte anche don Vitaliano della Sala: “Abbiamo il dovere – ha affermato don della Sala – di ospitare e di farlo al meglio, i soldi ci sono ma vanno spesi bene e la Prefettura deve controllare che le cooperative trattino con umanità e dignità. Anche la Procura deve indagare e colpire chi specula su questi ragazzi che scappano da situazioni di guerra e povertà estrema”.

Nel frattempo, il deputato di Sel Giancarlo Giordano è intervenuto sul caso, depositando un’interrogazione in cui si chiede al Ministro degli Interni Angelino Alfano “quali iniziative urgenti, per quanto di competenza, intende intraprendere al fine di favorire l’immediato ritiro e annullamento dell’ordinanza sindacale e quali concrete iniziative il Governo stia approntando per la provincia di Avellino al fine di garantire ai circa 600 profughi la giusta accoglienza, alle istituzioni responsabili e ai soggetti sociali operanti sul territorio le risorse, le strutture e gli strumenti necessari per favorire la gestione di tale emergenza umanitaria”.

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Ragazzo sikh allontanato dal campo di basket: è ora di cambiare le regole!

imagesAllontanato dall’arbitro durante una partita di basket: è successo a un ragazzo minorenne sabato scorso, durante l’incontro di campionato bergamasco under 17 tra Roosters Presezzo e Sebino basket Villongo.
Il ragazzo, un giovane di fede sikh della squadra del Villongo, stava giocando indossando il copricapo caratteristico della sua religione: ed è proprio questo l’elemento che gli è costato l’allontanamento dal campo, deciso dal giudice di gara. La squadra del Villongo si è opposta, lasciando il campo alla fine del primo tempo in segno di protesta. Ora la Fip (Federazione Italiana Pallacanestro) dovrà decidere se far vincere a tavolino il Presezzo: che comunque ha solidarizzato con gli avversari, tanto che la partita è poi continuata in modo amichevole, con il giovane di fede sikh in campo.
“Il nostro giocatore scende in campo con il turbante da cinque anni e nessuno aveva mai avuto da ridire. Non era mai successo prima e speriamo che non succeda più”, ha dichiarato Riccardo Paris, responsabile del settore giovanile del Villongo.
In realtà, il regolamento vieta di giocare indossando dei copricapi. Ma, stando a quanto sottolineato da Paris, “la Fiba (International Basketball Federation) ha autorizzato l’uso di copricapi religiosi tra dilettanti e giovani, proprio per incentivare il basket”. Gli fa eco Germano Foglieni, responsabile ufficio gare della federazione italiana basket per le province di Bergamo, Lecco e Sondrio: “La Fiba ha proibito tutti i copricapi più spessi di 5 cm l’estate scorsa, ma poi ha anche emesso una circolare per invitare alla tolleranza nelle categorie non professionistiche e giovanili. E infatti il ragazzo finora ha sempre giocato, non ci sono mai stati problemi. L’arbitro formalmente ha ragione, però il regolamento andrebbe interpretato con buon senso e sensibilità. Lo sport deve includere, non escludere”. Anche Gianni Petrucci, presidente della Fip, si è espresso sull’accaduto: “l’arbitro ha sbagliato – ha dichiarato a Panorama – le regole della tolleranza e del buon senso vanno oltre quelle scritte, tenendo anche conto che si era in un campionato giovanile e quindi in un contesto in cui ancora di più lo sport deve essere modello di integrazione”.

Siamo d’accordo: lo sport deve essere strumento di inclusione e conoscenza reciproca, quindi ben vengano le circolari ‘di apertura’. Sorge però una domanda: non sarebbe più semplice modificare una volta per tutte il regolamento? Una posizione ufficiale in merito farebbe sicuramente maggiore chiarezza di qualunque invito alla “tolleranza”, e aiuterebbe gli arbitri a prendere decisioni corrette, sia dal punto di vista delle regole sia dell’interpretazione. Tanto più che la norma relativa al divieto di indossare copricapi, introdotta nel regolamento Fiba nel giugno 2014, ha creato non pochi problemi a molti giocatori di religione sikh, non solo a Bergamo ma in tutto il mondo: chi non ha rinunciato al basket ha dovuto tagliarsi i capelli (che per i precetti religiosi sikh non andrebbero mai tagliati). “Non capiscono che per me non è solo un copricapo. È parte del mio corpo. Per giustificare la norma, mi hanno detto che qualcuno potrebbe nascondere un’arma pericolosa dentro il turbante. Ma questo non ha alcun senso. Gli indiani hanno sempre giocato indossando il patka – versione ridotta del turbante- e non è mai accaduto nulla”, racconta il giocatore Amjyot Singh (vedi qui).

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Bonus bebé solo per lungosoggiornanti. Asgi: illegittimo

imagesDal 1° gennaio 2015, per ogni figlio nato o adottato tra il 1º gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, lo stato riconosce un contributo mensile, pari a 960 euro annui. Lo stabilisce la legge 23 dicembre 2014, n. 190 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato” (legge di stabilità 2015). Una norma che l’Asgi definisce “illegittima, perché viola la parità di trattamento prevista dall’art. 12 della Direttiva 2011/98/UE del Parlamento e del Consiglio europeo”. Infatti, l’assegno per i nuovi nati o adottati potrà essere richiesto, oltre che dai cittadini italiani e comunitari, solo dai cittadini stranieri titolari di permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo. Ma secondo quanto stabilito dalla Direttiva 2011/98/UE – che all’art. 3 elenca espressamente le prestazioni familiari e le prestazioni di maternità – “il bonus bebé deve essere garantito anche ai cittadini stranieri titolari di un permesso di soggiorno che consente di lavorare in Italia, poiché essi beneficiano dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano”. Inoltre “esso va garantito anche ai cittadini stranieri titolari dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria”. Per questo, Asgi invita i cittadini stranieri in possesso di un permesso di soggiorno valido per lavorare in Italia, genitori dei bambini nati o che nasceranno dopo il 1° gennaio 2015, “a presentare comunque la domanda per il bonus bebè secondo le modalità che verranno definite nel Decreto attuativo, previsto entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di stabilità”.

Per approfondimenti clicca qui e qui 

 

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E adesso?

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La gravità di quanto successo a Parigi impone una riflessione attenta, fuori dalle retoriche, dalle semplificazioni e dalle facili strumentalizzazioni. Per questo abbiamo preferito evitare le reazioni istintive e i commenti ad effetto, limitandoci, in questi giorni, a osservare, a leggere, a pensare, in un esercizio di critica e ragionamento. I tragici fatti di Parigi non devono e non possono riempire i profili social e le prime pagine per qualche giorno, per poi essere dimenticati e sostituiti da altre notizie di attualità. Ci si deve fermare: per questo abbiamo pubblicato e diffuso analisi critiche e approfondite, sviluppate da punti di vista diversi. Ragionamenti che ci aiutano a ragionare. Li riproponiamo in un documento unitario, per una più agile lettura. A seguire, alcune dichiarazioni politiche emerse di questi giorni: un esercizio di consapevolezza rispetto a quello che è l’attuale discorso politico.

Apri e scarica il documento con le analisi e le dichiarazioni politiche.

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Du jamais vu … 50 casi di islamofobia in 5 giorni

download (2)Due giorni fa, l’Osservatorio contro l’islamofobia del Conseil français du culte musulman (CFCM) ha reso pubblico il numero degli atti razzisti e anti-musulmani, avvenuti in Francia dopo l’attentato alla redazione di “Charlie Hebdo”. Secondo il presidente di quest’osservatorio, Abdallah Zekri, che cita i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, si sono succeduti, in pochi giorni, ben 21 “atti” (sparatorie, incendi, ecc …) e 33 “minacce” (insulti, scritte, ecc …). Questo conteggio non tiene conto degli atti accaduti a Parigi città e nella sua banlieue, e non include il principio d’incendio dell’11 gennaio presso la moschea in costruzione a Poitiers.

Zekri, riferisce il quotidiano Le Monde, si dice “scandalizzato” da queste cifre: un “jamais-vu” in meno di una settimana. “I musulmani sono chiusi in trappola, fra coloro che uccidono in nome dell’Islam e gli estremisti di destra che vogliono sfogarsi sui musulmani e riversano su di loro discorsi fortemente stigmatizzanti”, prosegue Zekri (come riportato da francetvinfo.fr). Quello che sconcerta di più, è che gli ultimi dati ufficiali disponibili, basati sulle denunce effettivamente censite dalla polizia, contano un totale di 110 atti (intesi come azioni e minacce) per i primi 9 mesi del 2014, in diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2013 (158), come riporta l’Huffington Post. E in soli 5 giorni del 2015, ci sono stati più di 50 casi.
Oltre all’ultimo attacco, in ordine di tempo, alla moschea in costruzione a Poitiers, procedendo a ritroso, troviamo una successione inquietante di fatti: dalle scritte razziste e islamofobe (“Mort aux Arabes”, “Islam on va vous niquer – Charlie”, “Dehors les Arabes”, “Arabi fora”, ecc…), alle svastiche, alle teste di maiale e carcasse di cinghiale poste agli ingressi delle moschee, sino alle sassaiole, agli spari di arma da fuoco contro le moschee stesse e agli incendi.
Di fronte a questa impressionante sequenza di atti di islamofobia, è intervenuto anche il Primo ministro, Manuel Valls, che su Twitter ha assicurato ai suoi “compatriotes musulmans” il massimo sostegno (lo riporta France 24). Sarà sufficiente un cinguettio del Primo ministro a rassicurare la comunità musulmana francese, gravemente scossa, e a fermare questo rigurgito di islamofobia?

Per approfondire:

http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2015/01/12/01016-20150112ARTFIG00395-les-actes-anti-musulmans-se-multiplient-depuis-l-attaque-de-charlie-hebdo.php

http://www.lemonde.fr/societe/article/2015/01/12/une-vingtaine-d-actions-contre-la-communaute-musulmane-recensees_4554633_3224.html

http://www.francetvinfo.fr/faits-divers/attaque-au-siege-de-charlie-hebdo/carte-une-serie-d-actes-islamophobes-touche-la-france-depuis-les-attentats_794961.html

http://www.huffingtonpost.fr/2015/01/12/islamophobie-actes-anti-musulmans-france-attentat-charlie-hebdo_n_6456444.html

 

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