lug
24

Augusta: nudi nel porto

31e287c4-c534-48b7-93f1-d46fc1c85c6f (1)Uomini nudi chinati sotto le tubature delle condotte idriche per lavarsi. L’immagine sta facendo il giro della rete. Sono uomini nel cortile del porto commerciale di Augusta, in Sicilia. Uomini – e donne – appena arrivati in Italia dopo uno dei tanti estenuanti e pericolosi viaggi in mare, passando prima per il deserto e il Maghreb.

A raccontarlo c’è l’articolo scritto da Rosa Tomarchio e pubblicato da webmarte.tvdove si vede anche la fotografia.
La giornalista riferisce di “uomini e donne, senza distinzioni di età, completamente nudi. Senza alcuna distinzione di sesso e di luogo di pertinenza dove poter nascondere le proprie nudità. Non si può stare in piedi. Solo accovacciati sotto il getto d’acqua. Questo passa il governo. Tra le condotte idriche alte un metro da terra, [..] nessun separè tra la zona donne e la zona uomini. Tutti insieme nudi nello stesso cortile, a pochi metri le une dagli altri”.
Lo stile usato dalla giornalista nell’articolo lascia spazio a dubbi e possibile critiche sulle parole scelte e sui toni. Ma l’immagine, la situazione, se davvero corrispondono a verità, lasciano senza parole. “Uno spaccato di vita terribile, scioccante” commenta la giornalista. Almeno, così dovrebbe essere: l’immagine ha un precedente molto vicino, seppur non identico. Come non pensare infatti ai migranti nudi e irrorati dal getto del disinfettante antiscabbia, nel centro di “accoglienza” di Lampedusa (ne abbiamo parlato qui)? Una vergogna, uno scandalo, si disse. Ma, evidentemente, al peggio non c’è mai fine. Lontano dagli sguardi mediatici e dalle istituzioni, i centri siciliani sono totalmente al collasso. In situazioni come queste, troppo spesso l’umanità, il rispetto, la dignità passano in secondo piano. Le associazioni che operano sul campo da tempo parlano di una situazione totalmente ingestibile, dove avvengono continue violazioni (qui la testimonianza di Carmen Cordaro, avvocato del circolo arci Thomas Sankara a Messina, e le ultime info sui centri dall’associazione Sicilia Borderline).
Intanto, il centro di Lampedusa, proprio quello incriminato per i “getti antiscabbia”, è stato riaperto: venerdì scorso sul molo sono sbarcate 1400 persone, per lo più di origine eritrea, somala o siriana. Il centro è chiuso per dei lavori di ristrutturazione, ma viene riaperto d’urgenza, e ad occuparsene è ancora la cooperativa Lampedusa Accoglienza, proprio quella che aveva messo in atto i “getti” anti-scabbia.
Abbiamo cercato di contattare attivisti di Augusta per verificare ciò che è successo senza riuscirci. Cercheremo di farlo nelle prossime ore.

lug
24

Il mare. C’è un prima e c’è un dopo.

imagesPrima di prendere il mare. Dal reinsediamento alla missione umanitaria. Questo il titolo del convegno promosso dalla Presidenza della Camera Martedì 23 luglio, aperto oltre che ai rappresentanti delle istituzioni e alla stampa, anche alle organizzazioni della società civile.

Il convegno è stato organizzato su sollecitazione del sen. Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e dell’associazione A buon diritto, a partire dal “Piano di ammissione umanitaria” presentato subito dopo la strage del 3 ottobre scorso. “Il cuore del piano- come ha spiegato lo stesso Manconi- è anticipare le richieste di protezione internazionale nei paesi di transito” grazie a una Rete diplomatica del servizio europeo di azione estera e con la collaborazione di Acnur e delle organizzazioni umanitarie internazionali. L’apertura di corridoi umanitari e la riforma del Regolamento Dublino III sono le altre proposte avanzate nel piano.
La sollecitazione effettuata con il convegno si colloca esplicitamente nel semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea perchè, ha ricordato il senatore, “la vera questione è la volontà politica“. E si tratta di vedere se il Presidente del Consiglio ne ha, aggiungiamo noi.
Che cosa fare prima che i migranti si avventurino in viaggi che mettono a rischio la loro vita? Cosa fare di Mare nostrum? Quali le politiche alternative che potrebbero essere adottate a livello nazionale ed europeo?
Che “nel Mediterraneo è in corso una guerra tra le persone e il mare” (parole pronunciate in apertura dalla Presidente della Camera) è purtroppo ormai noto a chiunque legga un giornale. Ma è una mezza verità. A questo bisogna aggiungere che nella guerra c’è un terzo attore ed è l’Europa, intesa come Unione Europea ma anche come sommatoria dei suoi stati membri.
Considerazione imbarazzante per un’alta carica dello Stato e dunque omessa ma più o meno implicita nelle sue parole: “il Mediterraneo è una frontiera europea, il salvataggio in mare deve essere una responsabilità condivisa”.
Purtroppo tra le proposte suggerite torna anche quella dell’affidamento all’agenzia europea Frontex della missione di salvataggio e soccorso in mare: “il mandato di Frontex è stato ampliato ma non è sufficiente”. Insomma l’unica strada possibile sembra quella della militarizzazione degli interventi di soccorso in mare.
Ma, ci chiediamo noi, come può un’agenzia istituita per altri fini (il controllo dei mari e delle frontiere esterne ai fini del contrasto dell’immigrazione irregolare) svolgere questo ruolo? Per altro l’Europa (in sede di Consiglio europeo) ha risposto negativamente, nonostante ciò che ha affermato di nuovo ieri il Ministro dell’Interno. Secondo la Commissaria Malstrom Frontex “è troppo piccola per svolgere questo ruolo”.
L’altra proposta chiave su cui si è soffermata la Presidente della Camera è quella delle operazioni di reinsediamento: “le organizzazioni internazionali, insieme all’Easo, potrebbero intervistare i profughi nei paesi di transito e selezionare le persone da trasferire in Europa”.
Perchè ciò sia possibile serve la volontà politica ha ricordato la presidente, considerazione ribadita dal delegato Unhcr per il Sud Europa Lauren Jollens e da Christopher Hein, direttore del Cir.
Se il 2013 è stato un anno straordinario con il più alto numero di migranti forzati dalla seconda guerra mondiale in poi (51,2 milioni nel mondo, 6 milioni in più rispetto al 2012), la maggioranza di queste persone vive nel Sud del mondo (86%), in Occidente arriva solo il 14%. Dunque: il flusso di profughi e richiedenti asilo che arriva in Italia è sicuramente eccezionale, “siamo costretti a un grande sforzo, ma questo sforzo va inquadrato nel contesto internazionale”.
“Le frontiere post seconda guerra mondiale sono saltate o si sono spostate in paesi di cui non sappiamo nulla”: constata infatti il sottosegretario agli affari Esteri Mario Giro. Dunque ciò che serve “sono una nuova politica estera comune a livello europeo e, a livello nazionale, nuovi strumenti di presenza diplomatica anche temporanei.” Non è chiarissimo a cosa si pensi.
Applicazione della direttiva europea sulla protezione temporanea (mai applicata), creazione di presidi internazionali nei paesi di origine e di transito, assunzione da parte dell’Unione Europea della competenza in materia di politiche migratorie (a tutt’oggi competenza riservata agli stati nazionali), apertura di corridoi umanitari (“non è vero che fungerebbero da attrazione, sono le condizioni in cui vivono a spingere le persone a partire”), protezione internazionale estesa ai figli dei rifugiati, ampliamento delle maglie dei ricongiungimenti familiari: queste le ricette proposte da Giro.
Meno, per così dire, nuove le parole del Ministro dell’Interno Alfano. Sebbene affermi che “sarei ipocrita se dicessi che vedere le 365 bare in fila a Lampedusa non mi ha fatto cambiare approccio per ciò che riguarda l’immigrazione”, sembra che il suo approccio sia purtroppo sempre e prevalentemente sicuritario. Il Ministro ha prevalentemente scaricato sul Ministero degli Affari Esteri le responsabilità del “cosa fare prima del mare” individuando nelle frontiere il tema centrale. “Neanche gli storici più esperti possono individuare nella storia una confederazione di stati che abbia eliminato le frontiere interne senza presidiare quelle esterne.” E quindi i circa 1,8 miliardi di euro a ciò destinati dall’Unione Europea tra il 2007 e il 2013, (518 milioni quelli destinati a Frontex tra il 2006 e il 2012) a cosa sarebbero serviti?
C’è qualcuno nelle stanze ministeriali che pensa seriamente che le frontiere europee esterne sono “aperte”?
C’è il rischio in Europa di una deriva xenofoba“. Come si combatte secondo il Ministro? “Selezionando i richiedenti asilo lì”. Lì dove? Come ha ben spiegato il Delegato dell’Unhcr Lauren Jollens (l’intervento migliore, capace di evidenziare l’impraticabilità attuale di alcune delle proposte avanzate nel convegno), “servono soluzioni commisurabili all’entità del problema da affrontare”.
Per Jollens “procedure di valutazione delle domande di asilo nei paesi di transito non sono possibili in mancanza di condizioni di sicurezza“. L’Unhcr ha dovuto lasciare la Libia, solo per fare un esempio non del tutto secondario.
D’altra parte, “l’accettazione delle domande di asilo nelle ambasciate europee rischia di non risultare gestibile a meno che non siano effettuati investimenti consistenti”. Le persone da reinsediare nel 2013, ricorda Jollens, erano 3 milioni. L’Unhcr ha lanciato un appello ai paesi europei; hanno risposto 22 paesi dando la disponibilità ad accogliere 35mila persone, di cui 25mila sono state accolte dalla Germania.
35mila su 3 milioni.
Il delegato ha concluso ricordando che serve un approccio globale: non è possibile concentrarsi solo su una singola fase (una critica implicita all’impostazione del convegno?). “Qualsiasi soluzione percorsa non può consistere in un tentativo di delegare la gestione del fenomeno ad altri paesi.” Più chiaro e trasparente non avrebbe potuto essere.
Per concludere, il convegno non è stato affatto inutile come spesso capita in iniziative simili. Ci sono proposte, a partire da quella di un’iniziativa italiana per la riforma del regolamento Dublino III, dalla richiesta di applicare la Direttiva Ue sulla protezione temporanea e dalla proposta di modificare (in senso favorevole agli interessati) la legislazione sui ricongiungimenti familiari che sono condivisibili.
Resta almeno a noi la sensazione che ieri nella Sala della Regina non si sia parlato, se non in via incidentale, del sistema di accoglienza che nel frattempo diventa urgente rafforzare. Qui. Ed ora.

lug
23

Onu: preoccupazione per detenuti e stranieri

images (1)Detenzione amministrativa, rimpatri sommari, ricorso massiccio alla misura di custodia cautelare. Sono questi alcuni degli aspetti su cui il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, in visita in Italia per monitorare l’applicazione delle raccomandazioni fatte nel 2008, esprime “preoccupazione”.
Il gruppo ha incontrato le ong italiane Antigone e Save the children e visitato diversi luoghi di detenzione sul territorio nazionale.
Il risultato è piuttosto allarmante, nonostante ci siano alcune novità giudicate dalla delegazione come positive. Tra queste, le recenti riforme introdotte con il Decreto Legge n. 92 del 2014, relative alla riduzione della durata delle pene, al sovraffollamento nelle carceri e al regime di custodia cautelare. Misura, quest’ultima, che nel caso di cittadini stranieri e rom, anche minorenni, rimane “sproporzionata”, come definisce l’associazione Antigone.

Non solo: se è positiva la recente abolizione dell’”aggravante dell’immigrazione irregolare” nel diritto penale, così come sono importanti le misure adottate dal Parlamento per abrogare il reato di “ingresso e soggiorno illegale”, resta preoccupante la permanenza del reato come illecito amministrativo. Inoltre, il gruppo di lavoro, pur accogliendo come incoraggianti “le recenti iniziative legislative per ridurre il periodo massimo di trattenimento a 12 mesi, o addirittura a sei”, resta “seriamente preoccupato per la durata della detenzione amministrativa (con un limite massimo stabilito per legge di 18 mesi) e per le condizioni di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE)”. Condizioni che ledono quotidianamente i diritti umani e che non rispondono ad alcuno standard minimo: per questo, la riduzione dei tempi di permanenza può essere vista solo come un passaggio definitivo prima della loro chiusura.

Del resto, è proprio Mads Andenas, esperto di diritti umani che dirige il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, a sottolineare che “quando gli standard minimi non possono essere garantiti in altro modo il rimedio è la scarcerazione“.

Sull’aspetto pratico, Andenas ha ribadito la necessità, più volte sollevata da diverse associazioni, di procedere con l’identificazione dei migranti detenuti direttamente in carcere, evitando il loro trasferimento all’interno delle strutture di detenzione amministrativa. “Abbiamo trovato che un numero significativo di detenuti in CIE sono cittadini stranieri che, prima di essere inviati in questi centri, sono stati condannati per reati penali e detenuti in carcere – ha affermato Andenas – Chiediamo al governo di evitare il trasferimento al Cie dei migranti detenuti, che dovrebbero essere identificati durante la detenzione in carcere”.

La delegazione delle Nazioni Unite ha inoltre preso atto, anche grazie alle segnalazioni delle associazioni, di rimpatri sommari di individui, compresi minori non accompagnati e adulti richiedenti asilo, nel quadro di accordi bilaterali di rimpatrio: situazione aggravata da accertamenti inadeguati se non inesistente circa l’età dei migranti, oltre che dalla mancanza pressoché totale di un sistema che informi le persone circa i propri diritti, lasciandole così in balia della discrezione personale dei funzionari.
Qui la nota del gruppo di lavoro.

lug
22

“Carneficine quasi quotidiane”

download (3)“E’ brutto dirlo ma mi sto abituando a queste carneficine, diventate quasi quotidiane”. A parlare è il maresciallo capo Giuseppe Palmisano, comandante della motovedetta che venerdì sera ha tratto in salvo circa 400 persone. Ventinove, però, non ce l’hanno fatta: sono morte nella stiva, asfissiate dalle esalazioni del motore. Tra loro, un bambino di 1 anno. Un mercantile danese ha avvistato nella notte tra venerdì e sabato l’imbarcazione sulla quale viaggiavano, recuperando i passeggeri con l’aiuto della marina italiana.

Si teme invece che siano più di 60 le vittime del naufragio avvenuto in acque libiche a una trentina di miglia dalla costa, sempre venerdì. Sono stati i superstiti a spiegare all’equipaggio del mercantile che li ha recuperati, dirottato dalla guardia costiera italiana, di essere partiti da un porto libico in “più del doppio”.
Mentre è di ieri la notizia di un gommone semiaffondato, recuperato da due navi, un elicottero e un mercantile battente bandiere delle Bermuda, che ha imbarcato 66 migranti e di cui 5 privi di vita. Secondo le testimonianze dei superstiti sarebbero state ottanta le persone a bordo del gommone.

Le chiama carneficine quasi quotidiane, il maresciallo Palmisano: e non potrebbero esserci parole più adeguate.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), tra venerdì e sabato scorsi “sono stati registrati oltre 5.200 arrivi e si calcola che le vittime di naufragi e avvelenamenti da monossido di carbonio potrebbero essere oltre 100, mentre molti di più sarebbero i dispersi: 60 persone al largo della Libia a cui purtroppo si potrebbero aggiungere le 240 persone di nazionalità eritrea che, stando ai racconti di molti testimoni e familiari, sarebbero partite sempre dalla Libia lo scorso 27 giugno e mai arrivate a destinazione né soccorse in alto mare”.

Dobbiamo trovare più risorse per Frontex Plus, ma il problema dell’immigrazione va risolto alla radice”, afferma il presidente del Consiglio Matteo Renzi da Maputo (Mozambico), prima tappa del suo viaggio in Africa. Ancora una volta, constatiamo che l’unica proposta del governo è l’ampliamento di un’agenzia per il controllo delle frontiere, attiva dal 2006, che evidentemente non è riuscita a impedire tutte queste carneficine. Il motivo è che non è il suo scopo: l’obiettivo dell’agenzia è infatti il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti respinti alle frontiere.

Salvare vite umane sarebbe invece lo scopo dell’iniziativa di un’imprenditrice italiana (attiva nel settore assicurativo) e di suo marito, che starebbe per avviare la missione Migrant Offshore Aid Station (MOAS): una nave di 43 metri, con personale specializzato a bordo, e due elicotteri che invieranno le immagini all’imbarcazione. Dicono di essere stati ispirati dalle parole di Papa Francesco, “contribuire in prima persona ad aiutare gli altri, con le risorse e le capacità che abbiamo”.
Secondo quanto riportato da redattore sociale “il Moas non vuole competere con le operazioni di salvataggio italiane e maltesi ma offrire assistenza alle persone in difficoltà fino all’arrivo delle autorità competenti.” Se questa è la missione è sicuramente lodevole, resta a noi il dubbio profondo che la salvezza delle persone debba e possa dipendere dall’atto di “beneficienza” di un privato (se di questo solo tratta).

Il punto è un altro. Tante persone scappano su imbarcazioni di fortuna da guerre, conflitti, povertà estrema. Le migrazioni, le fughe di profughi e potenziali richiedenti asilo sono profondamente legate al contesto internazionale e ai conflitti in corso sui quali è difficile, ammesso che sia possibile, intervenire nel brevissimo termine.

Nel breve termine si potrebbe fare altro, torniamo a ripeterlo ancora. Si potrebbero aprire dei canali umanitari con il coinvolgimento delle Nazioni Unite. Si potrebbe applicare la Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE), che prevede “norme comuni a tutti gli Stati membri per la concessione di una protezione temporanea alle persone che fuggono dai loro paesi, in caso di afflusso massiccio di sfollati nell’Unione”.

Poi c’è tutto quello che avviene dopo gli sbarchi. “Bisogna utilizzare le caserme per l’accoglienza transitoria dei migranti, come strategia di supporto per fare in modo che gli immigrati trovino accoglienza e poi vadano via. Non dobbiamo tenerli qui, perché la quasi totalità non vuole stare in Italia”. Le parole del ministro dell’interno Angelino Alfano esplicitano una verità estremamente grave: le persone non vogliono rimanere in Italia, e il governo dovrebbe chiedersi il perché, piuttosto che pensare di predisporre altri centri di smistamento, come li definisce Sicilia Borderline, un’associazione impegnata sul territorio siciliano, in diretto contatto con tutti i problemi che stanno affrontando i comuni della regione.
“La situazione nei diversi centri di accoglienza sul territorio siciliano è rimasta sostanzialmente invariata. Emergenza, improvvisazione e approssimazione sono stati ancora una volta elementi distintivi nella gestione dell’accoglienza. In Sicilia il “sistema” di accoglienza dei richiedenti asilo, già collassato da mesi, è rimasto in una condizione di equilibrio instabile grazie ad un maggior numero di trasferimenti dei migranti verso altre regioni italiane. Le condizioni di vita all’interno del CARA di Pian del Lago a Caltanissetta restano totalmente inadeguate ed aggravate dal costante sovraffollamento della struttura. Inoltre, di fronte al centro governativo, si sono nuovamente formati accampamenti irregolari ed invivibili – tre in tutto – in cui abitano numerosi richiedenti asilo in una condizione di totale subalternità che li espone a rischi notevoli, come ad esempio il business delle residenze a pagamento”, scrive l’associazione (qui più info).

Secondo l’ultimo rapporto dell’Osce l’Italia è il paese in assoluto con il maggior flusso di immigrati, ma non è capace di integrarli nella società.

 

lug
17

Servizio Civile: Renzi chiude ai giovani stranieri

download (2)E’ trascorsa solo una settimana da quando il sottosegretario al lavoro Luigi Bobba annunciava la volontà del governo di aprire il Servizio Civile Nazionale a giovani stranieri regolarmente soggiornanti, e già arriva la smentita.

Abbiamo scelto nel disegno di legge di non affidare il servizio civile universale se non ai cittadini italiani”, ha dichiarato ieri il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, proseguendo: “Su questo so che ci saranno polemiche. Noi abbiamo scelto nel disegno di legge di non affidarlo se non ai cittadini italiani. Poi io penso sia maturo il tema di fare una riflessione sulla cittadinanza, e lo inseriamo come d’accordo nel tema sui diritti che affronteremo immediatamente dopo approvata in prima lettura la fase delle riforme costituzionali. Il passaggio è che se il servizio civile essendo servizio alla Patria, non può che essere affidato se non a cittadini italiani”.
“È stata una sorpresa anche per me”, ha spiegato a Redattore Sociale il sottosegretario al Lavoro Bobba.

Il governo non sembra quindi intenzionato a recepire le varie sentenze dei tribunali e della Corte d’Appello, che definiscono il Servizio Civile non come uno strumento di difesa della patria, bensì come un mezzo per promuovere la solidarietà sociale. Proprio per questo, tutte le sentenze hanno sempre sancito il carattere discriminatorio dell’esclusione dai bandi dei giovani privi di cittadinanza italiana, ordinando contestualmente al governo di modificare i requisiti di accesso.

Ad oggi, però, nulla è cambiato. Forse, la modifica di alcuni aspetti pratici che si ripercuotono sulla vita delle persone – come la possibilità di accedere al SCN – potrebbe essere un buon modo per aprire la strada non ad “una riflessione sulla cittadinanza”, ma all’approvazione di una riforma della legge in materia. Un’occasione che il governo non vuole evidentemente cogliere.

Dal 7 marzo 2012 giacciono alla Camera le due proposte di legge di iniziativa popolare depositate dalla campagna l’Italia sono anch’io sulla cittadinanza e il diritto di voto insieme a ad un’altra ventina di proposte parlamentari. Nel corso della campagna di raccolta firme le “riflessioni”, le dichiarazioni favorevoli alla riforma e gli annunci di interventi tempestivi sono stati innumerevoli. Il dibattito pubblico sul tema non è mancato, compresi numerosi sondaggi che testimoniano come gran parte dell’opinione pubblica italiana sia favorevole a facilitare l’acquisizione della cittadinanza.
Non di riflessioni dunque avremmo bisogno, ma di scelte concrete che garantiscano i diritti di cittadinanza. Che, come la dichiarazione di ieri del Presidente del Consiglio dimostra, tarderanno ad arrivare.
Per la cronaca: il dibattito nella Commissione Affari Costituzionali sulla riforma della cittadinanza, dopo un breve singulto, è di nuovo bloccato.

 

lug
17

Tubercolosi, Ausl e Comune smentiscono i sindacati di polizia

downloadAllo stato attuale non ci sono evidenze di casi di malattia fra il personale della Polizia, così come non si sono evidenziati casi di malattia fra i soggetti di recentissima immigrazione”. Con questa nota congiunta Ausl e Comune di Ferrara smentiscono i sindacati di polizia Sap e Siap, che ieri hanno denunciato due casi di Tbc tra i poliziotti di Ferrara, contagiati – secondo i sindacati di polizia – durante le operazioni di accoglienza degli immigrati.

Nello specifico, i due casi segnalati dai sindacati sono risultati positivi al test Mantoux, “il sistema più diffuso per verificare se una persona è venuta a contatto con il bacillo di Koch l’agente responsabile della malattia, e il sistema immunitario ha reagito di conseguenza”, spiega la dottoressa Marisa Cova, responsabile del servizio Igiene Pubblica dell’Asl.
L’azienda sanitaria ferrarese ha sottolineato che “in base a quanto previsto dai programmi di controllo della diffusione della Tubercolosi, tutto il personale della Polizia impegnato nelle operazioni di gestione dei migranti è stato sottoposto a controlli con il test cutaneo alla tubercolina, mentre gli immigrati sono stati sottoposti a controllo clinico-radiologico volto a escludere la presenza della malattia con esito negativo”.
Nessun allarme quindi, nonostante da più parti si sia subito gridato all’emergenza. “Un POLIZIOTTO in servizio a Ferrara, a contatto con immigrati arrivati sul posto, è stato contagiato dai batteri della TUBERCOLOSI. Mare loro, malattie nostre”, commentava Salvini subito dopo la dichiarazione di Sap e Siap. Il quotidiano Il Tempo, invece, lanciava subito l’ennesimo “allarme immigrati”, scrivendo “tubercolosi, meningite e chissà quante altre malattie dovranno contrarre i nostri poliziotti impegnati nel fronteggiare decine di migliaia di migranti”.

lug
17

L’invasione dell’allarmismo

images (1)Invasione: di qualsiasi cosa che irrompa in un luogo occupandolo. In patologia, la diffusione nell’organismo di agenti infettivi”. La definizione è dell’enciclopedia Treccani. Se si avevano dei dubbi, quindi, che si dipanino subito: la parola scelta da L’Epresso per titolare l’articolo di Stefano Pitrelli e Michele Sasso è tutt’altro che neutra. “Invasione”, a caratteri cubitali. Sopra, la fotografia di un gruppo di migranti su una nave della Marina Militare (qui l’articolo).

Il messaggio sotteso colpisce subito, rimarcato nel sottotitolo: Si temono 120mila sbarchi e un miliardo di spesa. Un costo che l’Italia da sola non può sostenere. E i centri sono già nel caos.
Numeri e costi. A questo, nel dibattito pubblico odierno, è stata ridotta la “questione migratoria”. Con un tocco ansiogeno – neppure troppo lieve – : si temono, caos, non può sostenere..
Tutti elementi che ritornano costantemente.
La situazione è senza precedenti, di dimensioni bibliche. E’ questo l’incipit dell’articolo che, subito, parla dell’operazione Mare Nostrum. In questi termini: L’Italia ha aperto un varco nel Mediterraneo, garantendo con la sua flotta il soccorso e il trasferimento nel nostro Paese a chiunque prenda il largo. Un’operazione [..] che ha drasticamente ridotto il numero di vittime nella traversata. Ma per ogni barcone che viene salvato, altre migliaia di persone si accalcano sulle spiagge. Ma: l’avversativo sembra quasi suggerire il concetto che sì, Mare Nostrum salverà anche delle vite umane, ma il contraltare è l‘esodo di migliaia di persone, di una marea di disperati che l’Italia accoglie, e che secondo i giornalisti de L’Espresso rappresentano un costo economico e sociale enorme. Di che portata? Lo si spiega nel paragrafo intitolato Onda umana. Basandosi sulle stime del Viminale e sui dati del Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm), Pitrelli e Sasso parlano di 600 milioni spesi per assisterli (dall’inizio di Mare Nostrum). Ma il carico per la collettività è in realtà molto più alto: proprio stando ai dati del Pdm, dall’inizio dell’operazione il conto è di 172 milioni. Il bilancio di un anno di missione potrebbe superare i 237 milioni. Forse abbiamo capito male, ma 237 milioni sono meno di 600. Sono stime, previsioni future e ipotesi che, seppur con il condizionale, hanno l’inevitabile effetto di creare nel lettore ansia e timore, in particolare in anni di tagli, disoccupazione, crisi economica. Tra l’altro, a ben vedere, gli stessi giornalisti specificano che la stima è in parte virtuale, perché alcuni costi ci sarebbero anche se le navi rimanessero ferme.

Qual’è invece la realtà attuale? Per che tipo di assistenza vengono usati tutti questi soldi, viene da chiedere guardando le cifre elencate nell’articolo. Il vero nodo è che tutto viene gestito all’insegna dell’emergenza, arrangiandosi. Ecco che, dismesse le cifre urlate e abbandonati i toni allarmistici, la realtà può finalmente emergere.
Non ci sono accordi formali per il transito dei profughi verso il resto d’Europa. Le nostre autorità stanno tacitamente violando le regole che impongono l’identificazione al momento dello sbarco, permettendo così a siriani ed eritrei di fare domanda d’asilo altrove. Per chi resta invece c’è una grande incertezza. Non esiste una regia centrale.
Eccolo il nodo, ed ecco le persone, che fanno capolino tra i numeri e i dati, tra le ondate e le invasioni.
Una situazione di “emergenza” che emergenza non è, e lo evidenziano anche Pitrelli e Sasso. L’Italia, come ha appena sottolineato un rapporto dell’Osce, è il paese in assoluto con il maggior flusso di immigrati ma non è capace di integrarli nella società. Questo accadeva anche prima della recessione, oggi le chance di trovare un lavoro sono ancora più ridotte. E ancora: la rete dei centri dove dare vitto e alloggio si è intasata già a inizio dell’anno. Da allora sostanzialmente si improvvisa.
Di fronte a questa situazione, parlare di “emergenza” è scorretto semanticamente: “inadeguatezza e problematiche strutturali” è forse più pertinente. E, di fronte a tutto questo, la frase di prima, una marea di disperati che l’Italia accoglie, perde, almeno un po’, di senso.

Nelle convenzioni sancite con i gestori dei vari centri di accoglienza sono elencati diversi servizi, ma la realtà è ben diversa: mancanza di luce e acqua, nessuna distribuzione di vestiti o assistenza medica, strutture fatiscenti, senza nessun servizio di assistenza. Queste sono le situazioni presenti in alcuni centri, presi ad esempio dai due giornalisti. In generale, una situazione di dignità negata agli ospiti costretti spesso a vivere in pietose condizioni igieniche, cibo immangiabile, pochi mediatori culturali e assistenti legali. Il tutto con l’ombra pesante della speculazione: i trenta euro al giorno a persona stanziati, stando all’articolo, dal Ministero dell’Interno, sono una strada libera per affaristi senza scrupoli e associazioni last minute, per criminalità e politici a caccia di voti. Insomma, dall’invasione vissuta con timore si arriva a dire Grazie sbarchi, visti i fondi portati dall’onda lunga degli sbarchi e il conseguente salvataggio di posti di lavoro.

Il ruolo dei media si dimostra sempre più importante nella conoscenza, o meno, di un fenomeno che fa ormai parte della quotidianità del nostro paese. La scelta dei termini, dei titoli, dei toni, non è irrilevante. Pochi giorni fa Nando Pagnoncelli (ne abbiamo parlato qui) evidenziava, commentando un sondaggio pubblicato dal Corriere della sera, un “pesante problema di informazione” che lascia spazio a un dibattito “drammatizzante” per quanto riguarda l’immigrazione e la presenza di cittadini stranieri in Italia.
Se ne dovrebbe tenere sempre conto, quando si ha a che fare con un fenomeno dalle innumerevoli sfaccettature.

 

 

 

 

lug
16

Cie di Gradisca: nessuna chiarezza dal Governo. Intanto, i lavori proseguono.

images (1)All’indomani della visita al Cie di Gradisca, sono tanti i dubbi sollevati dai membri della delegazione, composta da due consiglieri regionali (Giulio Lauri di Sel e Silvana Cremaschi del Pd), dalla vicepresidente della Provincia Di Gorizia, dall’assessore all’immigrazione del comune di Gradisca, dal sindaco di Sagrado e dai membri dell’associazione Tenda per la Pace e Diritti e di LasciateCIEntrare.

La visita è stata effettuata con l’obiettivo di verificare lo stato dei lavori della struttura, chiusa dallo scorso novembre ma, va sottolineato, non per le innumerevoli denunce provenienti sia da figure istituzionali sia da associazioni del terzo settore, bensì in seguito alle dure proteste delle persone detenute nel centro, scaturite in uno sciopero della fame e nel danneggiamento delle stanze. Una chiusura, in altre parole, dettata dall’inagibilità della struttura.

“Gli interventi interessano anche le gabbie che sormontano le vasche – ha spiegato Lauri – e ci chiediamo se l’obiettivo, nonostante le rassicurazioni del ministro Alfano, non sia riaprire il Cie”. Il consigliere si riferisce a quanto dichiarato a maggio dal ministro dell’Interno durante l’incontro con il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo Schengen e di vigilanza sull’attività di Europol (l’agenzia di polizia europea). In realtà, in quell’occasione il responsabile del Viminale, rispondendo a un’interrogazione presentata dall’onorevole Giorgio Brandolin, ipotizzò la riapertura del centro e la sua “possibile destinazione all’accoglienza dei richiedenti protezione, in considerazione del loro crescente numero”, prospettando quindi una trasformazione – non confermata da dichiarazioni ufficiali – del Cie in Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo). Anche il prefetto di Gorizia Vittorio Zappalorto aveva affermato che “il ministro Alfano ha assicurato di voler seguire le istanze del territorio”, sottolineando che “i politici locali hanno assunto un orientamento ben preciso sull’argomento”. Un orientamento contrario ai Cie, ma anche ai Cara, strutture di grandi dimensioni che non si sono mostrate, in questi anni, in grado di offrire un’accoglienza adeguata ai richiedenti asilo, ma finalizzate piuttosto al loro controllo.

Il primo dubbio della delegazione è proprio questo, quindi: capire che destinazione d’uso si vuole dare alla struttura. Inoltre, “nel corso della visita ci è stato spiegato che il valore dell’appalto del primo lotto dei lavori ammonta a circa 800 mila euro”, ha proseguito il consigliere di Sel, domandandosi “come è possibile che in un momento di grave crisi economica il Governo investa una quantità così ingente di risorse per il rifacimento di una struttura il cui utilizzo non è nè certo nè specificato”. A prescindere dalla finalità della struttura, ancora non chiarita dal Governo, la delegazione ha chiesto “perché non vengono rimosse le inferriate e le gabbie di sicurezza non compatibili con il rispetto dei diritti umani delle persone che dovrebbero eventualmente soggiornarvi”.
E, sempre a proposito di rispetto dei diritti delle persone, ma in questo caso dei lavoratori, rimane irrisolta “la questione del pagamento degli stipendi arretrati dei lavoratori che hanno fatto funzionare il CIE e continuano a gestire il CARA, e del versamento alla regione dei finanziamenti per la cassa integrazione in deroga degli stessi lavoratori da febbraio senza stipendio. Se è veramente incerto – conclude Lauri – il futuro della ex Caserma Polonio, non aveva senso iniziare a usare le risorse onorando gli impegni con lavoratori?”

Qui un approfondimenti, con fotografie e video, di Nicola Grigion di Melting Pot, membro della delegazione.

lug
15

Padova: grave violenza razzista, vittime due minorenni

image“Non so perché ce l’avesse con noi”. Questa la reazione, incredula, del 17enne originario del Bangladesh vittima, insieme al fratello di soli 11 anni, di un gravissimo atto di violenza razzista avvenuto a Padova venerdì scorso intorno alle 13.30

I due ragazzi stavano andando in bicicletta verso il quartiere dell’Arcella, dove si trova la moschea della città, quando un uomo di 50 anni è sceso dalla propria auto, colpendoli con un cric e insultandoli con frasi razziste. L’aggressore è poi scappato, mentre sul posto arrivavano le forze dell’ordine.
L’undicenne ha riportato le ferite più importanti al gomito, giudicate guaribili in 8 giorni. Le due giovani vittime hanno sporto denuncia, accompagnate dal padre, in Italia da 17 anni, che si è detto “sconcertato”.
L’aggressore è stato poi individuato grazie al numero di targa della vettura, ricordato dalle vittime.

La polizia ha avviato le indagini. Alcuni giornali locali parlano di un’aggressione scaturita da un diverbio legato al mancato rispetto del codice stradale. Intanto, i carabinieri hanno depositato in Procura la denuncia nei confronti dell’aggressore, accusato di ingiurie e lesioni volontarie personali. Stando a quanto riferito dalle giovani vittime, l’uomo si sarebbe già reso protagonista di episodi razzisti contro un altro ragazzo proveniente dal Bangladesh, insultato, secondo le parole di una delle vittime, per il colore della pelle. Inoltre, le vittime hanno dichiarato ai carabinieri che nessuno sarebbe intervenuto durante l’aggressione: “Tutti guardavano ma non c’è stata una persona che sia venuta in nostro aiuto. Solo quando quell’uomo se n’è andato qualcuno si è avvicinato a chiederci come stavamo”.

In attesa di fare luce su quanto successo, rimane il dato di fatto: un’aggressione estremamente violenta commessa da un adulto su due minorenni, feriti e insultati per la loro origine nazionale. Mentre la società resta a guardare.

 

 

 

lug
15

Castel Volturno e la caccia ai migranti: metafora di un Paese senza memoria

images (1)di Annamaria Rivera

Niente cambia nel nostro infelice paese per ciò che riguarda l’atteggiamento delle istituzioni e dell’opinione pubblica verso l’immigrazione. Che ormai ha quarant’anni, è parte costitutiva del nostro tessuto sociale e produttivo, eppure tuttora è rappresentata in chiave allarmistica, come emergenza e questione d’ordine pubblico, come marea e invasione. E questo contribuisce ad alimentare quella forma di paranoia di massa che, a sua volta, produce una singolare deformazione percettiva: secondo l’ultimo sondaggio dell’Ipsos, il 69% del campione intervistato pensa che i migranti (in realtà, intorno all’8% della popolazione) siano una percentuale di gran lunga più elevata.

Niente cambia, di sostanziale, e tutto ricompare, come se, paradossalmente, la nostra storia fosse punteggiata da continui balzi all’indietro. E’ il ritorno del rimosso, potremmo dire, mai elaborato, quindi sempre pronto a riemergere. Ritorna Castel Volturno, questa volta nella forma minore di una “semplice” gambizzazione, a colpi d’arma da fuoco, ai danni di due cittadini ivoriani. E si ripropone il consueto trattamento mediatico della notizia, volto a minimizzare, a descrivere aggressioni e stragi razziste come scontri, risse o liti: “Immigrati. Lite con feriti nel casertano”, titolava due giorni fa lastampa.it.

Niente è cambiato, soprattutto, nelle relazioni di classe: in agricoltura come in altri settori, il profitto è garantito dallo sfruttamento estremo dei lavoratori immigrati, dalla loro de-umanizzazione e riduzione a mere braccia da lavoro. Nelle campagne e nei cantieri niente è cambiato da quando, nel suo rapporto del 6 marzo 2009, l’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro, organismo dell’Onu) richiamava duramente l’Italia per il trattamento inflitto ai nuovi meteci: “maltrattamenti, salari bassi e pagati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico, in cui parte della paga è trattenuta dall’impresa per un posto in dormitori affollati, senza acqua né elettricità”.

Né possiamo sperare che questo episodio “minore” richiami alla memoria collettiva la strage di Castel Volturno del 18 settembre 2008, compiuta dall’ala scissionista del “clan dei casalesi” di Giuseppe Setola, che fece ben sette vittime: un italiano e sei giovani lavoratori immigrati (quattro di loro provenienti dal Ghana, due dal Togo, fra loro due rifugiati). E quindi induca le autorità a prevenire il rischio di altre violenze, a smorzare le tensioni con la popolazione locale, a provvedere affinché i migranti siano protetti e sia loro garantito rispetto, diritti, condizioni dignitose di lavoro e di vita.

Nel 2008, quella che i magistrati avrebbero definito “un’aggressione terroristica a tutti gli effetti, una sorta di caccia al nero, una strage di persone estranee a ogni propensione criminale” fu dapprima raccontata dai media come un regolamento di conti fra clan: la prima cronaca che repubblica.it dedicò alla strage recava nel titolo e nel sottotitolo le parole-chiave “scontro a fuoco” e “clan degli immigrati”.

In quella occasione, Maroni, ministro dell’Interno, invece di piangere le vittime e condannare duramente l’eccidio, annunciò la costruzione di dieci nuovi lager per migranti e gravi limitazioni al diritto di ricongiungimento familiare. Similmente, oggi Alfano si guarda bene dal deplorare severamente l’aggressione armata, come sarebbe suo dovere. Ne approfitta, invece, per riproporre la litania del “non possiamo accogliere tutti”. E di fatto assolve gli autori dell’aggressione, due italiani, affermando: “È chiaro che quando c’è uno sbilanciamento tra persone straniere e cittadini italiani si creano momenti di tensione”.

E non v’è un Renzi che richiami il ministro dell’Interno e lo induca a correggere affermazioni così gravi. No, il nostro Napoleone in sedicesimo ha altro d’urgente cui pensare: anzitutto distruggere alcuni pilastri della carta costituzionale.

Per ora c’è da contare solo sugli stessi lavoratori immigrati e sulla pur debole rete di solidarietà che li sostiene. Per fortuna, da alcuni anni a questa parte, quando le braccia da lavoro aliene diventano corpi-bersagli, son solite rivoltarsi, in tal modo affermando almeno dignità e superiorità morale.

L’articolo è publicato anche su Il Manifesto e MicroMega.