nov
20

La Tor Sapienza di cui nessuno parla

imgNon erano molti i giornalisti presenti ieri a piazza Cesare De Cupis. Totalmente assenti i politici. I protagonisti ieri erano le persone – tante, circa 300 – che hanno animato questa piazza, distante meno di 2 chilometri da viale Giorgio Morandi. Il viale, quello sì, da una settimana al centro delle cronache, capitoline e non solo (per approfondimenti vedi qui).

Di chi è la colpa?”, questo il nome con cui, sui social network, veniva identificata l’assemblea di ieri. “Di chi è la colpa?” di quello che è successo la settimana scorsa, ossia delle bombe carta, dei sassi e delle minacce lanciate a più riprese dai residenti contro il centro di accoglienza che ospitava minori stranieri sito, appunto, in viale Giorgio Morandi? “Di chi è la colpa?”, ci si è chiesto in questi giorni ascoltando le accese lamentele, le proteste e la rabbia dei cittadini residenti in quella parte del quartiere Tor Sapienza, intervistati da televisioni e giornali.

Un minimo comun denominatore lega i tanti e diversi interventi che si sono succeduti ieri durante il microfono aperto: l’individuazione della responsabilità di quanto successo nel ruolo svolto dalla istituzioni pubbliche. O meglio non svolto. “La rivolta è comprensibile, l’obiettivo però è sbagliato. Non c’entrano i rifugiati. Il bersaglio devono essere le istituzioni pubbliche”, afferma uno storico residente del quartiere. Sono infatti istituzionali le responsabilità dei recenti fatti avvenuti a Tor Sapienza, un quartiere progressivamente abbandonato a sé stesso. Mancanza di servizi, illuminazione assente, mezzi pubblici a singhiozzo si associano alla totale inesistenza di servizi sociali e culturali, dove invece sono molto presenti spaccio, microcriminalità e prostituzione. La rabbia delle persone è giusta, è stato detto più volte nei diversi interventi. Ma non c’entrano nulla i cittadini stranieri, anch’essi ammassati, proprio come i residenti, nella periferia della città, in un’unica struttura a sei piani gestita dalla cooperativa Un Sorriso, dove sono stati portati minori stranieri non accompagnati, richiedenti asilo e rifugiati. Al momento solo questi ultimi, inseriti in un progetto Sprar (Servizio Protezioni Richiedenti Asilo) sono ancora presenti nel centro, ancora sorvegliato dalla camionette della polizia. I minori sono stati trasferiti in altre strutture. Minori che, è bene ricordarlo, fuggono da zone di conflitto e persecuzioni. E che qui hanno ritrovato una nuova guerriglia.
“La base è mortificata!” denuncia un residente storico. E, quando sale la frustrazione di una base sociale bistrattata, la strumentalizzazione è più semplice. Come è successo a Tor Sapienza: alcuni interventi sottolineano la presenza, nel quartiere, di persone “venute da fuori”, membri di organizzazioni di estrema destra, che hanno cavalcato la rabbia dei residenti, inascoltati dalla classe politica, convogliandola verso “lo straniero” e trasformandola in un fortissimo razzismo. La stessa strumentalizzazione compiuta da alcuni politici che, se fino a poco tempo fa chiedevano a gran voce l’istituzione della Padania come stato a sé ora, a caccia di elettori, rincorrono il disagio espresso in alcune zone dell’intero territorio nazionale, Tor Sapienza compresa.

E poi ci sono altre responsabilità. “Dov’è finita la sinistra?” ci si chiede da più parti. L’assenza di alcune associazioni storicamente impegnate nella difesa dei diritti si fa sentire, così come di una parte politica capace di raccogliere i problemi presenti e affrontarli davvero. Viene scatenata, attualmente, una guerra tra poveri, sottolinea la piazza. Mentre quello che servirebbe è un attento e costante lavoro politico e culturale, in tutte le periferie della città, non solo a Tor Sapienza, “perché i problemi sorti qua verranno fuori anche in altre zone, e in alcune già li abbiamo visti”, come afferma A., operatrice sociale.
Manca un lavoro politico, sociale e culturale: e da qui occorre ripartire. Per questo l’assemblea pubblica non è stato un momento fine a sé stesso, ma la tappa di un percorso comune da rilanciare. Lo si farà insieme martedì 25 davanti al centro culturale Giorgio Morandi, che ha sede proprio nel complesso Ater dell’omonimo viale.

nov
18

Roma, bombe a mano vicino a insediamento rom

romIeri, lunedì 17 novembre, tre ordigni sono stati rinvenuti all’interno della ex cartiera dove si trova il cosiddetto “Centro di raccolta rom”, in via Salaria, a Roma. Delle tre bombe a mano rinvenute in un borsone vicino ai cassonetti dell’immondizia, due sono riproduzioni. La terza, invece, è una bomba vera e propria, secondo le prime informazioni risalente alla II Guerra mondiale. A ritrovarle un residente del Centro.
Gli ordigni sono stati rimossi dagli artificieri dei carabinieri, chiamati degli stessi residenti, “molto spaventati da quanto accaduto”, come testimoniato dai membri dell’Associazione 21 Luglio accorsi sul posto. “Un gesto grave e inaccettabile” come afferma l’associazione, “a prescindere dalla veridicità o meno degli ordigni”. Un gesto “che sembra assumere i contorni di un crimine motivato dall’odio e volto a creare panico e intimidazione”.

Il Centro di via Salaria, in cui vivono 380 rom, tra cui circa 200 minori, è uno dei 3 “campi di raccolta” creati nel 2009 a Roma. Di fatto dei “campi rom” identici agli altri, denominati “villaggi attrezzati”, ma in muratura, come sottolinea l’associazione, che nel suo dossier descrive la situazione all’interno dello spazio dell’ex Cartiera.

“Auspichiamo una immediata e ferma condanna, da parte delle istituzioni locali e nazionali, rispetto a quanto accaduto – dichiara l’associazione – È quanto mai opportuno evitare, prodigando ogni sforzo possibile, che la tensione che in questi giorni ha riguardato rifugiati, immigrati e rom nel quartiere di Tor Sapienza si sposti in altre zone della città alimentato da un pericoloso spirito di emulazione».

nov
13

Tor Sapienza: se il rancore si trasforma in razzismo

Tor-sapienza-striscioni-razzistiPer la seconda notte di seguito, il centro di accoglienza sito in viale Giorgio Morandi, nel quartiere Tor Sapienza -periferia est di Roma -, è stato oggetto di una violenta aggressione. Bombe carta, pietre e fumogeni sono stati lanciati all’indirizzo del centro, che non ospita “circa 60 nigeriani”, come è stato scritto dalla maggioranza dei quotidiani: “in realtà è una enorme struttura su sei piani che ospita un CPA (centro di prima accoglienza dedicato ai minori stranieri non accompagnati), uno SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), una casa famiglia, e uffici della cooperativa”, sottolinea una operatrice della struttura. La cooperativa è Un Sorriso, che gestisce il centro su appalto del Viminale.

Dopo l’aggressione avvenuta tra lunedì e martedì, anche questa notte circa un centinaio di persone hanno assalito il centro. “E’ stata un’iniziativa spontanea di alcuni abitanti esasperati. Non è una questione di razzismo né di ronde, siamo solo stanchi, non ne possiamo più. Negli ultimi giorni ci sono stati scippi, un tentativo di stupro e furti negli appartamenti”, affermava ieri, dopo la prima nottata di tensione, Tommaso Ippoliti, presidente del comitato di quartiere Tor Sapienza, di cui il quotidiano La Repubblica riporta le parole. “E’ da tempo che segnaliamo la nostra situazione alle istituzioni, che però non intervengono. Abbiamo bisogno di aiuto perché ormai siamo al limite”.

L’aggressione al centro avvenuta due notti fa sarebbe scaturita proprio dopo il tentativo di violenza che una ragazza avrebbe subito nel parco di via Tranquillo Cremona. Secondo le voci che girano nel quartiere “sarebbero stati alcuni dell’est”. Un’indicazione estremamente generica e non supportata da indagini. Ad ogni modo, nel centro non è presente alcuna persona “dell’est”. Così come gli episodi per cui si lamentano i cittadini residenti non sono riconducibili – almeno non tutti – ai migranti del centro di accoglienza, che secondo gli abitanti del quartiere si esporrebbero nudi dalle finestre, molestando i passanti. “Stop invasione”, “Basta immigrati incivili”, si legge su due striscioni. La collera è stata dunque canalizzata contro i migranti presenti nel centro. Ma se ci si sofferma su quanto successo e sulle parole dei residenti, si ha piuttosto l’impressione di trovarsi di fronte a un coacervo di rabbia covata, senso di abbandono, percezione di esclusione dal tessuto sociale. Sentimenti facilmente strumentalizzabili dall’estremismo di destra. “Viva il duce”, “bruciamoli”, “negri di m…”, “andate a casa vostra a violentare le donne” sono alcune delle frasi che hanno accompagnato le aggressioni. Anche se chi era presente, operatori e attivisti accorsi per capire cosa stava succedendo, parla più di singoli individui che di veri e propri gruppi organizzati. Anche se non è mancato, durante le aggressioni, l’intervento di alcuni membri dei movimenti di estrema destra.

Viale Giorgio Morandi è circondata da edifici enormi. Molte sono case popolari. Da anni i residenti si lamentano per la prostituzione presente nelle strade, dove i rapporti sessuali vengono consumati alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, anche dei minorenni. Lo stesso per quanto riguarda lo spaccio di sostanze stupefacenti. L’illuminazione del quartiere è carente: i lampioni, sempre rotti, secondo le testimonianze degli abitanti sarebbero stati riparati in fretta e furia solo dopo l’aggressione di lunedì sera. “Il quartiere di Tor Sapienza, e in particolar modo le case popolari di viale Giorgio Morandi, sono luoghi di situazioni sociali precarie”, scrive una operatrice del centro, che ogni giorno entra in quella struttura ora bersaglio dell’esasperazione dei residenti. Le condizioni in cui versa il quartiere rappresentano il terreno fertile per lo sviluppo di “ideologie fasciste e razziste veramente pesanti”, denuncia ancora l’operatrice. Non è infatti la prima volta che i migranti del centro subiscono aggressioni e minacce. Anche gli operatori spesso vengono presi di mira, in quanto colpevoli di aiutare “gli stranieri”. Alle segnalazioni degli operatori, è sempre seguito un nulla di fatto.
Lo stesso si può dire per le varie richieste avanzate dagli abitanti: da anni i cittadini chiedono una maggiore presenza delle istituzioni. Alessandro Rosi, assessore al sociale del V municipio, oggi si è recato nel quartiere: “E’ riduttivo pensare che il problema siano 36 ragazzi adolescenti (i minori attualmente presenti nel piano dedicato alla prima accoglienza). Il disagio è più grande”, afferma.

Camminando per il quartiere, ascoltando i residenti, gli operatori del centro di accoglienza e i migranti presenti nella struttura, la sensazione è che la vita, a Tor Sapienza, non sia troppo facile in generale. Né per i residenti, né per i migranti del centro. Oggi uno di loro, un ragazzo minorenne originario del Bangladesh, è stato aggredito fuori dal centro e ora si trova in ospedale. “Sono ragazzi che hanno già vissuto maltrattamenti e che dovrebbero essere protetti” – afferma l’operatrice – “ragazzi che per colpa di una organizzazione della legge italiana folle aspettano da più di un anno i loro documenti”. Anche loro esasperati dalle attese burocratiche, esausti per le condizioni precarie in cui vivono all’interno del centro, nato nel 2011 a seguito dell’Emergenza Nord Africa, diventato centro per minori e ora anche Sprar. Il tutto senza alcun reale cambiamento strutturale, con gli operatori sommersi di lavoro che effettuano turni di notte massacranti per uno stipendio irrisorio considerate le responsabilità che gravano su di loro. Durante le aggressioni, ad esempio, “sono stati lasciati soli due operatori in turno con 90 utenti, 100 poliziotti in assetto antisommossa e un quartiere in rivolta. Cooperativa: assente. Come sempre”, afferma un operatore accorso ieri al centro.

“Siamo arrivati alla disperazione. Siamo sempre al punto di partenza”, commenta una donna del comitato di quartiere. “Non se la prendono – afferma parlando dei vicini di casa che urlano arrabbiati – con chi ha la pelle scura, se la prendono perché non sono tutelati e dopo alcuni episodi francamente preoccupanti hanno reagito. Questa è una periferia depressa e impoverita. Chi si farà carico del loro problema?“.
“Noi stiamo intervenendo con alcuni strumenti che abbiamo, potenziando le telecamere e i controlli – ha commentato l’assessore alla Roma Produttiva, Marta Leonori, intervenendo a Le Strade di Roma su Radio Città Futura – Dove ci sono delle tensioni bisogna agire con ‘puzzle’ di interventi che non siano solo il presidio delle forze dell’ordine ma anche ricreare una serie di opportunità per i quartieri affinché non si sentano trascurati”. Giusto. Per ora però l’unico intervento che si è visto è quello della polizia, sull’onda dell’emergenza che si è creata.

Ieri, durante l’assemblea, alcuni dei presenti proponevano un’analisi critica: “Ma non capite che è una guerra tra poveri? Non vedete che questi son stati scaricati come noi lontano dal centro, come la spazzatura?”. Alcuni annuiscono. La maggior parte, però, si organizza per partecipare alla manifestazione di sabato 15, a piazza dell’Esquilino. Un appuntamento lanciato dal Coordinamento Ponte di Nona, dal Coordinamento periferie e da gruppi di estrema destra “per manifestare contro il degrado in cui versa Roma”: lo si legge sul sito di Gianni Alemanno, il quale annuncia la propria partecipazione. Impossibile non ricordare che proprio lui fino all’anno scorso amministrava la città. Impossibile non pensare alla strumentalizzazione di situazioni, che necessitano piuttosto di interventi sociali e attenzione politica: invece, da alcune parti si soffia sul fuoco. “Ogni violenza va sempre condannata ma l’immigrazione incontrollata e il razzismo nei confronti degli italiani rischia di alimentare reazioni sbagliate”, afferma Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, annunciando che la prossima settimana visiterà i territori romani.
Al di là delle frasi demagogiche, l’immigrazione non ha nulla a che vedere con quanto sta succedendo a TorSapienza, che ricalca alcune situazioni già viste in altre periferie romane. La responsabilità è tutta politica. Interi territori sono stati abbandonati da istituzioni sorde agli appelli dei residenti. Nessuno si è fatto carico di alcune questioni sociali, che sono state semplicemente delocalizzate, diventando problemi che si sono sedimentati fino a esplodere con forza contro il capro espiatorio più facile da trovare.
A Tor Sapienza la responsabilità politica è palese, da qualsiasi punto di vista si osservi la situazione: l’insediamento rom di via Salviati è la palese dimostrazione dell’assenza di politiche sociali inclusive verso la minoranza rom, segregata e ghettizzata, abbandonata in condizioni indegne di un paese civile. La microcriminalità è diffusa, lo spaccio totalmente tollerato. I servizi per le persone sono assenti, in un territorio trasformato in quartiere-dormitorio. Per non parlare dell’accoglienza dei migranti: un piano del centro è stato trasformato in Sprar da un giorno all’altro, senza che ci sia stato un reale cambiamento strutturale. I servizi di accoglienza sono esternalizzati, come avviene in tutto il territorio nazionale, e la gestione è in appalto a cooperative, cosa che ha dato vita a un giro di affari le cui conseguenze negative ricadono sui migranti “ospiti” e sugli operatori sociali. In generale gli interventi politici, quando ci sono, restano solo nell’ambito dell’emergenza e dell’ordine pubblico: non c’è alcuna costruzione di un tessuto sociale, di una rete, di percorsi di inclusione duraturi. Occorre ora una risposta forte: delle associazioni e dei singoli che, rifiutando di essere strumentalizzati a fini propagandistici, riconoscano i reali responsabili di una situazione prevedibile, e a loro chiedano conto.

 

nov
12

Respingimenti: Italia condannata per la seconda volta. L’appello delle associazioni.

POLICE-LOOK-OUT-TO-SEA-AT-006La Corte Europea per i diritti dell’uomo (Cedu) ha nuovamente condannato l’Italia per aver messo in atto respingimenti collettivi. Già il 23 febbraio 2012, con la cosiddetta “sentenza Hirsi”, la Corte di Strasburgo condannava l’Italia per aver respinto in Libia circa duecento persone, violando l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani -trattamenti degradanti e tortura-, l’articolo 4 del Protocollo 4 -interdizione di espulsioni collettive- e l’articolo 13 -impossibilità di ricorso- (vedi qui per approfondimenti).

A distanza di due anni arriva una nuova, identica condanna. La sentenza, datata 21 ottobre 2014, riguarda quello che è conosciuto come il “caso Sharifi e altri contro Italia e Grecia” (Per una ricostruzione dettagliata si rimanda all’articolo di Alessandra Sciurba pubblicato su Melting Pot). Le violazioni per cui l’Italia è stata condannata si riferiscono, ancora una volta, agli art. 3, 13 e 4 Protocollo 4.

Nonostante le varie pronunce della Corte, però, i respingimenti proseguono. “E’ infatti notizia del 29 ottobre 2014 che al porto di Ancona le forze dell’ordine abbiano respinto in Grecia 16 persone di cittadinanza iraniana, siriana e irachena imbarcatisi su un traghetto della Minoan, nascosti tra le ruote dei Tir o in mezzo al carico. Solo cinque scoperti nella stessa occasione sono stati ammessi alla procedura di asilo”, denunciano le associazioni Terre des Hommes International Federation, Medici Senza Frontiere Italia e Asgi, che insieme alla campagna LasciateCIEntrare lanciano un appello alle istituzioni italiane ed europee. E’ infatti frequente l’applicazione di quelle che le associazioni chiamano “modalità semplificate” per le procedure di respingimento, attuate sulla base di accordi bilaterali tra stati: prassi “di respingimento collettivo che privano i migranti dei più elementari diritti di difesa e di informazione, in quanto, al di là della stessa possibilità di formalizzare una richiesta di asilo”, alle persone viene tolta “la possibilità di fare valere qualsiasi altra causa ostativa rispetto al respingimento immediato”, effettuato verso paesi terzi non sicuri come la Libia, l’Egitto, la Turchia, la Grecia. Una situazione a cui le associazioni chiedono di porre fine, “in ottemperanza a quanto sancito dalla Cedu, nonché dalla convenzioni internazionali e direttive europee in tema di Protezione internazionale e diritto all’Asilo”.

Segnaliamo l’appello, invitando alla diffusione.

Roma, 7 Novembre 2014
Al Gentile Presidente del Consiglio, Matteo Renzi
Al Gentile Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni
Al Gentile Ministro dell’Interno, Angelino Alfano
Al Gentile Alto Commissario PESC della UE, Federica Mogherini

APPELLO, FERMINO I RESPINGIMENTI

Come certamente saprete la Corte Europea per i diritti dell’uomo ha nuovamente condannato il Governo Italiano per i respingimenti collettivi (decisione Sharifi contro Italia e Grecia del 21.10.2014) per la violazione dell’art. 13 Cedu (diritto a un ricorso effettivo) combinato con l’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) “perché le autorità italiane hanno esposto i ricorrenti, rimandandoli in Grecia, ai rischi conseguenti alle falle della procedura di asilo in quel paese” e per violazione dell’art. 4, Protocollo 4 (divieto di espulsioni collettive).
La Cedu, si legge nel comunicato stampa immediatamente successivo alla sentenza, “condivide la preoccupazione di diversi osservatori rispetto ai respingimenti automatici attuati dalle autorità frontaliere italiane nei porti dell’Adriatico, di persone che sono il più delle volte consegnate immediatamente ai comandanti dei traghetti per essere ricondotte in Grecia, essendo in tal modo private di ogni diritto procedurale e materiale”.
Le nostre organizzazioni condividono le considerazioni e le preoccupazioni della Corte Europea dei diritti dell’Uomo. “E’ infatti notizia del 29 ottobre 2014 che al porto di Ancona le forze dell’ordine abbiano respinto in Grecia 16 persone di cittadinanza iraniana, siriana e irachena imbarcatisi su un traghetto della Minoan, nascosti tra le ruote dei Tir o in mezzo al carico. Solo cinque scoperti nella stessa occasione sono stati ammessi alla procedura di asilo”.
Notizie di questi giorni, lanciata da RTM, parlano di un respingimento di circa 50 egiziani giunti a Pozzallo in un’imbarcazione con a bordo 329 persone partite dall’Egitto nove giorni prima.
Questi respingimenti non si collocano certo nell’ambito di applicazione del regolamento Dublino perché nessuno dei respinti ha potuto o voluto formalizzare una richiesta di asilo. Si è data applicazione ancora una volta da una parte all’Accordo tra Italia e Grecia del 1999 che prevede modalità “semplificate” per le procedure di respingimento verso la Grecia senza nessuna delle garanzie che comunque il regolamento frontiere prevede in favore di qualunque migrante faccia ingresso nel territorio di uno stato appartenente all’area Schengen e dall’altra gli accordi bilaterali di riammissione tra Italia ed Egitto.  Paese che non può comunque essere definito un “paese terzo sicuro”, come risulta dai rapporti internazionali delle principali agenzie umanitarie che il nostro governo e la comunità internazionale non può ignorare.
Queste procedure semplificate di respingimento collettivo, privano i migranti dei più elementari diritti di difesa e di informazione, in quanto, al di là della stessa possibilità di formalizzare una richiesta di asilo, priva le persone della possibilità di fare valere qualsiasi altra causa ostativa rispetto al respingimento immediato e si pone in totale contrapposizione con le disposizioni europee e con la giurisprudenza della Cedu.
Per tali ragioni le nostre organizzazioni, consapevoli che le suddette pratiche collettive e sommarie di respingimento verso Paesi certamente non sicuri, quali, oltre la Grecia, per effetto di possibili respingimenti a catena, la Libia, l’Egitto e la Turchia, lungi dall’essere state inibite rischiano di moltiplicarsi anche quale conseguenza del termine dell’operazione Mare Nostrum, che potrebbe comportare un maggiore afflusso di potenziali richiedenti asilo o comunque di migranti irregolari, alle frontiere portuali ed aeroportuali, chiedono al  Governo Italiano l’impegno di far cessare immediatamente qualsiasi procedura di respingimento di migranti, in ottemperanza a quanto sancito dalla Cedu, nonchè dalla convenzioni  internazionali e direttive europee in tema di Protezione internazionale e diritto all’Asilo.
Vi chiediamo altresì di imporre il rispetto del suddetto divieto di espulsione o respingimento collettivi anche in applicazione del Regolamento frontiere Schengen 562 del 2006, il quale, invece, deve essere interpretato e applicato in conformità alla CEDU, con l’esame individuale di ogni persona, anche agli altri Stati membri e ciò in forza del ruolo dell’Italia in questo semestre di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.

Raffaele K. Salinari, Presidente Terre des Hommes International Federation
Loris De Filippi, Presidente Medici Senza Frontiere Italia
Lorenzo Trucco, Presidente Asgi – Associazione Studi Giuridici Immigrazione
Gabriella Guido, Portavoce Campagna LasciateCIEntrare

Per adesioni : info@lasciatecientrare.it

nov
11

Nuova sanzione per Tavecchio

imagesPensavamo fosse un capitolo chiuso. E invece, a distanza di un mese, ritorna protagonista (in negativo), ancora lui, Carlo Tavecchio, attuale presidente della Lega Calcio. Si è fatto un gran parlare di questa vicenda, e anche noi abbiamo detto la nostra a più riprese (qui e qui). Ma, ora, il sigillo finale (forse?) lo mette direttamente la Fifa. Nonostante la gran parte della stampa sminuisca l’accaduto, continuando a definire le parole proferite da Tavecchio una “gaffe razzista”, la brutta figura che ha fatto fare al calcio italiano è ora mondiale. La Fifa, nel suo comunicato ufficiale, stigmatizzando la frase razzista di Tavecchio su Optì Poba e i “mangia banane”, ribadisce che la sua linea “contro ogni forma di discriminazione è inequivocabile”. Fra le motivazioni della sanzione, la violazione dell’articolo 3 dello statuto Fifa (“che proibisce espressamente ogni tipo di discriminazione per motivi di razza, colore della pelle, etnia, nazione, estrazione sociale, genere, lingua, religione, appartenenza politica, ricchezza, nascita o orientamento sessuale”) e la volontà di combattere con risolutezza ogni forma di razzismo, cosa “che richiede punizioni severe, per ribadire con chiarezza che la discriminazione non deve aver posto nel gioco del calcio”. Di conseguenza, Tavecchio non potrà ricoprire alcuna carica Fifa per un periodo di sei mesi, a partire dal 7 ottobre. Ma anche questa sanzione “mondiale” sembra non toccare Tavecchio, che non si scompone minimamente e continua a rimanere al suo posto. Anzi, non manca di rilasciare ancora una volta dichiarazioni “equivoche” e discutibili: «Non contesterò mai quanto deciso, ma faccio presente che ho tre figli in adozione africani». E intanto Tavecchio fa scuola. Accade, sempre in questi giorni, che anche il presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, venga deferito dalla Federcalcio per aver utilizzato “un’espressione discutibile” nei confronti di Erik Thohir, presidente dell’Inter: “E’ ingiusto che Moratti sia stato trattato così, sono molto dispiaciuto per lui. Io glielo avevo detto: caccia via quel filippino…”. Thohir, dal canto suo, dopo la bufera mediatica, prova a gettare acqua sul fuoco, dimostrando di non aver ritenuto la frase di Ferrero come un’offesa troppo grave (“Ferrero si è scusato, gli ho parlato, gli ho detto che dobbiamo incontrarci per parlare del futuro del calcio”). Ma anche in questo caso, l’ufficialità del deferimento della Procura federale, con motivazioni piuttosto pesanti (“dichiarazioni lesive, offensive e discriminatorie per motivi etnici”), non sortisce alcun effetto concreto. Chissà se potrà essere sufficiente per imparare la “lezione” e non ripetere più frasi come queste. Chi lo darà un definitivo calcio al razzismo?

nov
11

Aggressione razzista alla partita juniores, ragazzo in ospedale

sport“Negro di m…”, poi calci e pugni. E’ accaduto sabato scorso, 8 novembre, in Umbria, al termine della partita di calcio juniores Petrignano di Assisi-Terni Est. La vittima è un 18enne ecuadoriano, in Italia da diversi anni, al momento ricoverato nel reparto di chirurgia con un “trauma addominale chiuso e pelvico”. L’aggressione è avvenuta sul campo di calcio di Petrignano, sotto gli occhi di tutti i presenti. “L’arbitro aveva appena fischiato la fine della partita — spiega ai giornali locali l’avvocato difensore della vittima, Antonio Cozza— quando tra un compagno di squadra del giovane ecuadoriano e un avversario si è acceso un parapiglia. Il giovane ecuadoriano è intervenuto per tranquillizzare gli animi e portare via l’amico quando è stato aggredito con la bandierina dal guardalinee ternano. E’ stato strattonato e, una volta a terra, pestato davanti agli altri giocatori e alla madre che dalla tribuna si è precipitata in campo. Sono stati trenta secondi terribili durante i quali sono volati calci, pugni e invettive razziste. Gli hanno urlato che doveva ‘tornarsene al Paese suo’ in quanto è uno ‘straniero’, che è un ‘negro di m…’”. Secondo le prima ricostruzioni sembra che nessuno abbia chiamato le forze dell’ordine. Inoltre, gli avvocati lamentano l’assenza dell’associazione sportiva: “Nessuno è andato a trovarlo”, denunciano gli avvocati al Corriere dell’Umbria.

Un episodio di violenza razzista gravissimo, che coinvolge, ancora una volta, il mondo dello sport, in particolare del calcio, spesso teatro di offese e insulti razzisti. “E’ un atto indegno, ancora una volta il calcio invece che aggregare diventa momento di razzismo e violenza – afferma Cozza – Il ragazzo è terrorizzato, la famiglia è incredula. Chiederemo alla Figc di prendere provvedimenti. Il ragazzo poteva morire. E’ stato aggredito da mezza squadra e anche dal guardalinee, è assurdo che nessuno sia intervenuto”. La famiglia della vittima ha annunciato di voler sporgere denuncia.

“Assistere a quello che è accaduto oggi alla fine della partita del campionato regionale Juniores tra Petrignano e Terni Est, è un immagine che con il calcio giocato non c’entra nulla”, si legge sul profilo Facebook della squadra dilettantistica del Petrignano. E’ vero, la violenta aggressione non c’entra nulla con il calcio, e relegarla esclusivamente al mondo dello sport sarebbe riduttivo. I giovani protagonisti della violenza; gli spettatori che, stando alle prime testimonianze, non sarebbero intervenuti; gli allenatori e i presidenti di entrambe le squadre; tutte le persone coinvolte in questa drammatica vicenda; lo sport stesso: non sono elementi a sé. Fanno parte della società, che farebbe bene a mettersi in discussione a partire da ciò che è successo.

nov
05

Corte di Strasburgo: l’Italia non offre garanzie ai richiedenti asilo

download (1)Vista la situazione attuale del sistema di accoglienza in Italia, non è infondata la possibilità che un numero ragguardevole di richiedenti asilo rimanga senza alloggio, o sia sistemato in centri sovraffollati, in condizione insalubri e dove si verificano episodi di violenza”. A scriverlo è la Corte di Strasburgo, in una sentenza senza precedenti con cui accoglie il ricorso presentato da una famiglia di cittadini afghani attualmente residenti in Svizzera.
Padre, madre e sei figli nel 2011 avevano raggiunto l’Europa con l’intenzione di chiedere protezione internazionale. Essendo arrivati sulla costa calabrese, in base al regolamento Dublino era l’Italia il paese competente a esaminare la richiesta. Ma la famiglia aveva preferito spostarsi prima in Austria e poi in Svizzera, pensando di trovare migliori condizioni di accoglienza. Un’idea in effetti confermata ora dalla Corte di Strasburgo, che per la prima volta ha emesso una sentenza contraria ai rinvii di richiedenti asilo verso l’Italia. Secondo la Corte, a causa di “deficienze strutturali” del sistema di accoglienza SPRAR, i richiedenti asilo rimandati in Italia potrebbero incorrere in “trattamenti inumani e degradanti”. Per questo, la Corte ha stabilito una possibile condanna nei confronti della Svizzera, che potrebbe incorrere nella violazione dell’articolo 3. della Cedu qualora dovesse inviare in Italia la famiglia senza aver prima ricevuto garanzie dal Governo italiano rispetto alle condizioni di accoglienza.
“Una decisione simile finora era stata presa solo nei confronti della Grecia”, afferma Asgi, che ha attivamente preso parte al giudizio supportando i difensori dei ricorrenti con un report sugli “Aspetti critici del sistema di protezione internazionale in Italia” ( qui il commento di Asgi). La Commissione europea, pur dichiarando che “valuterà attentamente la sentenza CEDU e le sue possibili implicazioni per il funzionamento del sistema di asilo in Italia e nell’Unione europea”, ha sottolineato come spetti “in primo luogo agli Stati membri trarre le conclusioni da questo giudizio, e, in particolare, valutare quali implicazioni essa dovrebbe avere per le decisioni che si possono adottare in merito ai trasferimenti Dublino in Italia, oltre che per il modo in cui tali trasferimenti vengono effettuati” (qui il comunicato della Commissione).

Secondo Asgi, ci sarebbero altri 20 ricorsi pendenti presso la Corte: tutti relativi a situazioni simili a quella della famiglia afghana.

nov
05

Borgaro Torinese: ordine pubblico e questioni sociali

downloadUna nuova, futura riunione ad hoc. E’ questo il risultato dell’incontro che si è tenuto ieri in Consiglio Comunale a Torino, sulla questione dei “bus separati” proposti dal sindaco di Borgaro Torinese Claudio Gambino (Pd). “Le ripetute intemperanze di alcuni abitanti del campo nomadi di strada dell’Aeroporto – nel territorio comunale del capoluogo piemontese – nei confronti di alcuni passeggeri avevano portato l’amministrazione comunale borgarese a lanciare la proposta di far fermare al campo nomadi solo una linea apposita”, si legge su CittAgorà, periodico del Consiglio comunale torinese. Un’idea che l’amministrazione locale aveva definito “una provocazione” dopo le polemiche suscitate (per una ricostruzione della situazione vedi qui).
Ad oggi, però, sembra che la questione sia stata affrontata esclusivamente come un problema di ordine pubblico. Sul bus 69, rimasto fortunatamente uno solo, “sono stati introdotti controllori – con il mandato di non consentire il viaggio a nessuno che fosse sprovvisto di biglietto – spalleggiati da agenti di Polizia Municipale. GTT ha inoltre destinato alla linea solo veicoli muniti di telecamere. Agenti della Polizia di Stato e Carabinieri, in borghese, svolgeranno servizio sui pullman”, si legge nel comunicato. Provvedimenti forse utili a tamponare la situazione, se davvero problematica. Ma solo temporaneamente: perché, se a Borgaro si riscontra una frizione tra italiani e rom, sarebbero molto più utili interventi sociali volti al confronto e alla conoscenza reciproca. “Noi qua a Torino, in Italia, siamo a casa, perché siamo tutti nati e cresciuti qua. Noi ci siamo integrati in Italia, ma loro non ci hanno ancora riconosciuto come parte dell’Italia”, affermano alcuni ragazzi residenti nel “campo rom” di Borgaro in un video pubblicato da Il Fatto Quotidiano. La questione è quindi più ampia di come la descrive il Consiglio Comunale. Che però, almeno stando a quanto scritto sulla nota, non sembra prendere in considerazione l’idea di affrontarla da un punto di vista diverso rispetto a quello dell’ordine pubblico. Anzi: “il dibattito si è allargato alla più generale gestione delle problematiche relative ai campi nomadi nel territorio torinese”, si legge sempre sul periodico. Problematiche relative ai campi nomadi. Ma la situazione di Borgaro fa emergere altro: la necessità di smettere di considerare i rom meramente come un problema, pensandoli piuttosto come parte attiva della cittadinanza, aprendo quindi spazi di dialogo e confronto e garantendo diritti e doveri uguali per tutti, rom e non.

Come attivisti antirazzisti, siamo convinti che i problemi, laddove ci siano, vadano affrontati con consapevolezza e tempestività, non creando ulteriori fratture sociali..Segregare e dividere non è una soluzione: piuttosto, acuisce il senso di non appartenenza alla società di alcune persone, in questo caso i cittadini rom, già confinati lontano dalle città nei “campi”. Per questo, con l’associazione Straniamenti abbiamo lanciato una campagna contro la proposta del sindaco di Borgaro Torinese.
Una campagna che ora rilanciamo e allarghiamo a tutta l’amministrazione torinese, chiedendo di individuare soluzioni attente ai diritti umani e non stigmatizzanti, in linea con la costruzione di una società includente, attenta al superamento dei problemi e non finalizzata alla creazione di nuove barriere.

Qui tutte le lettere inviate finora al sindaco di Borgaro Torinese.

nov
04

I rom? Ai forni. Parola di consigliera.

download (2)Se tra i cani ci sono razze che vengono più predisposte a aggredire, perché non ammettiamo che i rom sono più portati a commettere certi reati?”. E ancora: “4 case in una settimana a Motta…giovedì ho segnalato che davanti a me ed i miei vicini c’era una zingara ma non si può accusare..se non cambiano le leggi i nostri figli cresceranno in un mondo orribile!”. Infine: “Le telecamere servono per punire tutti ‘sti bastardi! Comunque niente gattabuia, ci vorrebbero i forni…metto a disposizione la mia taverna. Se vedete del fumo strano che esce dal tetto non vi preoccupate”. Sono le frasi scritte sul proprio profilo Facebook da Massimilla Conti, trentenne consigliera comunale eletta nella lista civica di centrodestra “Liberamente Motta”a Motta Visconti, un comune di 7mila abitanti in provincia di Milano. “Uscite indegne”, ha commentato il segretario locale del Pd Leonardo Morici, che ha chiesto le dimissioni di Conti: “E’ inconcepibile che una persona che esprime concetti di questa gravità, che violano Costituzione e codice penale, sieda in un consiglio comunale. Chiedere il ritorno dei forni crematori è un limite che non si può oltrepassare”. Ma la consigliera respinge le accuse: “Non sono razzista. E’ stato lo sfogo di un momento. In un anno ho subito due furti e uno a pochi giorni dalla scomparsa di mia madre. I ladri mi hanno portato via molti suoi ricordi”. A questa reazione di Conti, il deputato Pd Vinicio Peluffo ha annunciato che presenterà un’interrogazione urgente al ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Le frasi scritte da Conti sono estremamente gravi, esattamente come le parole con cui ha provato a spiegarsi. Si propone un collegamento, dato per scontato, tra ladri e rom, invocando addirittura nuove leggi. Forse per rendere possibile la segnalazione di persone solo perché rom (in attesa che lo stigma si allarghi ad altri gruppi umani e sociali)? Ci chiediamo inoltre se il fatto di subire un danno da parte di una persona giustifichi la condanna di un intero popolo, la sua stigmatizzazione generale e il ricorso a frasi che rievocano un passato agghiacciante. “Sono una persona umana e ho usato Facebook come fanno tutti, ho commentato le frasi di un amico con leggerezza”, si giustifica la Conti, mentre arriva la difesa del sindaco Primo De Giuli: “Il consigliere ha usato frasi sbagliate per esprimere amarezza per gli episodi di delinquenza, ma non erano rivolte ai rom in particolare. E soprattutto non parlava a nome della nostra lista. Sono cavolate che si scrivono su Facebook, che, oltre a essere sbagliate, non sono opportune, dato il ruolo che ricopre”.
In realtà, il riferimento ai rom non può essere equivocato. E le frasi segnalate non sono “cavolate”, bensì commenti gravi che rispecchiano una precisa mentalità. Lo stesso si può dire della “leggerezza” con cui vengono scritte e giustificate. Ed è proprio il fatto che, come affermato dalla consigliera, lo “fanno tutti”, “con leggerezza”, che deve far riflettere.
Conti è infatti in buona compagnia.
A Borgaro Torinese il sindaco del Pd ha proposto l’istituzione di un bus per soli rom: dopo le critiche suscitate la proposta è stata definita “una provocazione” per ovviare a un “problema di ordine pubblico” (ne abbiamo parlato qui).
Mercoledì scorso il segretario della Lega Nord Matteo Salvini scriveva su Facebook: “Gli zingarelli minorenni che rubano, non possono finire in galera”. Post seguito da diversi commenti tra cui “Forni”, “Una pistola in bocca e fagli saltare a tutti il cervello”, “Dopo un po di mascelle rotte e femori fratturati si calmano subito”, “Sono quelli che odio di più. Una mano di botte ben date e via nel fiume”, “Riaprire le camere a gas hitleriane non sarà così facile”. All’ingresso del parco Rotta Po di Occhiobello, nei pressi di Rovigo, un cartello vieta l’accesso ai “nomadi”, consentendolo a tutti gli altri cittadini, come denunciato dal periodico Biancoenero (ne abbiamo parlato qui). Sono solo tre esempi recenti delle discriminazioni a cui sono soggetti, nell’Italia del 2014, i cittadini rom: dimostrazioni dell’antiziganismo ancora troppo presente nella società, che dimostra di non avere alcuna memoria collettiva riguardo a quanto subito dal popolo rom.

Tra il 1933 e il 1945 furono uccise 500.000 persone rom e sinti. La maggior parte morì nei campi di concentramento nazisti. Prima, molti passarono dai campi di internamento fascisti presenti in Italia. Un genocidio che oggi viene ricordato con il nome di Porrajmos. Un ricordo evidentemente troppo flebile.

nov
04

“Vietato l’accesso ai nomadi”

cartello“Vietato l’accesso ai nomadi”. Non alle auto, come si potrebbe pensare guardando l’immagine sul cartello apposto all’ingresso del parco Rotta Po di Occhiobello, in provincia di Rovigo. La sosta è consentita. A tutti, eccetto a “i nomadi”, unici destinatari del divieto. Lo ha deciso l’amministrazione comunale, e sul cartello campeggia proprio il logo del comune. Una “discriminazione razziale”, come denunciato dal periodico Biancoenero, che ha segnalato il cartello al Procuratore della Repubblica e all’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziali), chiedendo la verifica della “violazione di diritti costituzionali quali, ad esempio, l’Art.3 «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…», e l’Art.16 «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale…»”.

Nel frattempo c’è chi plaude all’iniziativa, come Daniele Margotti, responsabile della Lega Nord di Occhiobello, secondo cui “nessun campo nomade o presenza di nomadi è autorizzata nella zona. Riteniamo che la presenza di nomadi crea solo degrado e danneggia l’immagine del territorio”. Frasi condannate dal direttore di Bianconero, che ha chiesto al Procuratore “la verifica degli estremi del reato di discriminazione e incitamento all’odio razziale”.

Clicca qui per leggere la lettera di Biancoenero al Procuratore e all’Unar