set
30

Bambino rapito, “è stato uno slavo”. Ma è tutto inventato.

download (1)Si è diffusa velocemente la notizia del rapimento di un bambino di tre anni a Borgaro Torinese, in Piemonte. E l’attribuzione del rapimento a dei “sospetti slavi” è stata praticamente automatica.
Ma la notizia non era vera: il padre del bambino aveva perso il figlio nella ressa della festa del patrono e, colto dal timore che gli potessero togliere la patria potestà, ha inscenato il rapimento. La smentita, rapida, è arrivata oggi, a solo un giorno di distanza dal fatto. Ma un solo giorno è stato sufficiente per far riemergere con forza lo stereotipo del rom rapitore di bambini, pregiudizio che, in questa vicenda, trapela da diversi punti di vista.

Di fronte a una situazione di insicurezza – il timore di perdere la patria potestà – l’uomo non ha esitato a trovare un capro espiatorio, un responsabile facile da incolpare, individuato immediatamente nell’ “uomo che parlava slavo”.
Aspetto che è stato avvalorato dai mass media e dalla polizia.

Molti quotidiani nazionali e locali hanno parlato di “caccia allo slavo”, riportando dei dettagli che poi, alla luce dei fatti, si sono rivelati falsi: il tentato rapimento di un altro bambino, poi la discesa da un’auto grigia di un uomo “slavo”, che prende con sé il bambino di tre anni e viene inseguito e bloccato dal padre. Choc nel Torinese: tentato sequestro di un bimbo, si cerca un uomo di origine slava, è il titolo usato da Rainews.it, “Tentato sequestro bimbo, si cerca slavo. Fuggiva con in braccio il bambino, lo ha raggiunto il padre”, il titolo dell’Ansa, Tentano di rapire un bambino alla fiera. Sorpresi, fuggono in auto: caccia a due slavi”, scrive Il Giornale, e Il Secolo XIX: “Torino, è uno slavo il rapitore di bambini”. Solo per fare alcuni esempi.

Dopo l’accusa del padre, per le persone residenti nel campo rom più vicino a Borgaro sono iniziati i controlli, come denunciato dall’associazione Aizo: “Stamattina alle 11 le forze dell’ordine hanno perquisito le baracche dei rom che abitano in Strada Aereoporto a Torino, naturalmente non hanno trovato alcun indizio. Ancora una volta lo stereotipo dello zingaro rapitore di bambini ha vinto!”, scriveva ieri l’associazione sul proprio profilo Facebook. “Poteva trasformarsi in un’altra Continassa: altri raid, altre spedizioni punitive, altre baracche in fiamme. Per quelle falsità irresponsabili delle persone avrebbero potuto rimetterci la vita”: così VesnaVuletic, presidentessa di Idea Rom intervistata dal quotidiano La Stampa, ricordando quando, sempre in Piemonte, la notizia – falsa – dello stupro di una ragazza diede vita a una campagna mediatica estremamente stigmatizzante, e alla violenza dei residenti del quartiere coinvolto, che culminò nell’incendio del campo rom della zona (ne abbiamo parlato qui). “Con questo pregiudizio nell’aria, basta che in un mercato una donna rom sfiori un bambino perché la gente la accusi”, afferma Vuletic. Un pregiudizio che, nonostante analisi e ricerche storiografiche ne evidenzino la totale infondatezza, appare sempre più radicato nella società.

 

set
30

Regolamento Dublino, il Viminale: “Tutti identificati, anche con la forza”

impronta_immigrato_NTutti i cittadini stranieri che transitano dall’Italia dovranno essere identificati, nessuno escluso: sarebbe questo, in sintesi, il messaggio contenuto nella circolare interna diramata a prefetti e questure dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Viminale, di cui da notizia il quotidiano l’Avvenire.

La circolare servirebbe a placare le polemiche sul mancato rispetto del Regolamento Dublino: secondo il regolamento, un migrante che vuole chiedere protezione internazionale deve inoltrare domanda nel primo paese di ingresso. Quest’ultimo dovrebbe, quindi, identificare tutte le persone al loro arrivo. Una procedura su cui si sono accese numerose polemiche dopo quanto dichiarato il mese scorso dal ministro degli Interni bavarese Joachim Herrmann:”È un fatto che l’Italia di proposito in molti casi non prende i dati personali e le impronte digitali, così che i migranti possono chiedere asilo in un altro Paese e non essere rinviati in Italia”, affermava Herrmann, in aperta polemica con l’omologo italiano Angelino Alfano.

“Il problema non è la mancata volontà dell’Italia a prendere le impronte dei polpastrelli: sono i profughi specialmente siriani ed eritrei che si rifiutano di lasciare tracce del loro passaggio perché vogliono raggiungere per esempio la Germania, l’Olanda o la Francia dove possono contare sul sostegno di amici o parenti”, spiegava allora il direttore del Cir Christopher Hein, sottolineando l’impossibilità “di obbligare con la forza all’identificazione, a meno che non intervenga l’autorizzazione di un giudice”.

La realtà è che, di fronte al desiderio delle persone di autodeterminare il proprio futuro, sarebbe necessario modificare il Regolamento: una posizione che il direttore del Cir condivide con Nils Muiznieks, Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, e ribadita in diverse occasioni dalle associazioni che si occupano della garanzia dei diritti dei migranti. “Penso che quella di Dublino 2 sia una politica ingiusta ed un peso insostenibile per alcuni Stati membri, come l’Italia, la Grecia, Malta”, dichiarava nel febbraio 2013 Muiznieks. Parole a cui ha fatto eco Hein nella risposta alla polemica di Hermann: “Il regolamento di Dublino è paradossale per i richiedenti asilo e per i Paesi europei”.

La posizione assunta ora dall’Italia, e dall’Europa, sembra invece andare nella direzione opposta: “Alcuni Stati membri lamentano con crescente insistenza il mancato fotosegnalamento di numerosi migranti che, dopo esser giunti in Italia, proseguono il viaggio verso i Paesi del Nord Europa – si leggerebbe nella circolare visionata da L’Avvenire – Ciò determina la necessità d’affrontare la situazione emergenziale con rinnovata cura nelle attività d’identificazione e fotosegnalamento dei migranti”. Attività rese difficili dal “rilevante numero di gruppi soccorsi”: per superare le difficoltà, il documento dispone che “lo straniero deve essere sempre sottoposto a rilievi foto dattiloscopici e segnaletici [..] prescindendo dalla puntuale identificazione sulla base dell’esibizione del documento di viaggio, se posseduto” o anche “dall’inesistenza di motivi di dubbio sulla dichiarata identità. Ciò tanto più se sussista il sospetto che abbia presentato domanda di asilo in qualche altro Paese Ue”.

“Ci siamo battuti per ottenere un corridoio umanitario che facilitasse il passaggio dei profughi e invece ci ritroviamo un cambiamento nemmeno annunciato delle procedure di accoglienza: la situazione è grave e preoccupante e cambierà parecchio il nostro lavoro”, commenta don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità. Del resto, ad essere preoccupati sono tutti gli enti che si occupano di accoglienza e tutela dei diritti: “Le impronte saranno prese a tutti. Ciò vuol dire che avremo più persone da accogliere nei prossimi mesi. Questo aggraverà una situazione già al collasso”, spiega Filippo Miraglia, vicepresidente Arci, all’agenzia stampa Redattore sociale.

Le misure contenute nella circolare interna, infatti, rischiano da una parte di mettere in crisi un sistema di accoglienza già inadeguato, e dall’altra di impedire alle persone di raggiungere paesi maggiormente organizzati su questo fronte e, soprattutto, i propri familiari: sono infatti moltissimi i richiedenti asilo, in particolare eritrei e siriani, che vorrebbero ricongiungersi ai parenti già residenti nei paesi del Nord Europa.

La soluzione, naturalmente, non può essere la violazione di regole che l’Italia, è bene sottolinearlo, ha approvato insieme agli altri paesi membri dell’Unione Europea: piuttosto, “il governo si adoperi per far rivedere la normativa in sede europea a fronte dello sforzo che sta sostenendo l’Italia, ormai porta d’accesso europea dal Mediterraneo”, afferma il direttore della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego. Nel frattempo, l’Italia si dovrebbe dotare “di un piano nazionale asilo come gli altri partner europei, che accolgono fino a cinque volte più di noi” ricorda monsignor Perego.

C’è poi un altro aspetto che preoccupa le associazioni: cosa succederà se una persona si opporrà all’identificazione? “Si usa la forza anche se è un richiedente asilo?” chiede Christopher Hein. Stando a quanto riportato dall’Avvenire, sì. “Il rifiuto di farsi fotosegnalare costituisce reato. In ogni caso, la polizia procederà all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali anche con l’uso della forza se necessario”: sarebbe scritto su un volantino redatto in cinque lingue diverse – visionato, come la circolare interna, dal quotidiano – che dovrebbe essere distribuito a ogni migrante giunto sul suolo italiano.

set
29

Giovane suicida, la famiglia: “discriminato al lavoro perché straniero”

images (4)Ci potrebbe essere una grave discriminazione sul lavoro all’origine del drammatico suicidio di Kemal Smajlovic, il 26enne di origine bosniaca che lunedì scorso si è tolto la vita gettandosi dalla finestra del suo appartamento a Cuorgnè, in provincia di Torino.

La famiglia di Kemal Smajlovic era arrivata in Italia nel 1993, dopo essere fuggita dalla guerra in Bosnia. Il padre, insieme alla moglie – morta in seguito per una malattia – e ai tre figli, si era stabilito a Cuorgè, comune piemontese di circa diecimila abitanti, dove l’uomo aveva trovato lavoro. Da sette anni, Kemal era impiegato come operaio presso la Roveda, una piccola officina metalmeccanica di Pont Canavese.
Stando alle dichiarazioni rilasciate dai familiari ai quotidiani locali, il posto di lavoro sarebbe diventato particolarmente ostile al giovane. “Kemal mi parlava di discriminazioni, di battute acide sul fatto che fosse musulmano, di isolamento, di una riunione in cui i suoi colleghi avevano votato per mandarlo via”, denuncia il padre, che ricorda le parole del figlio: “Al lavoro non mi vogliono più. Perché sono straniero, perché sono musulmano”. “Kemal diceva di essere stato isolato – sottolinea la sorella – Mi parlava di stupide battute sul Ramadan. Situazioni spiacevoli che hanno pesato parecchio su un equilibrio psicologico molto delicato”.
Proprio poche ore prima di togliersi la vita, Kemal era stato colto da un attacco d’ansia sul posto di lavoro: si era recato al pronto soccorso, da cui era stato dimesso poche ore dopo.

L’azienda in cui il giovane lavorava non ha voluto rilasciare dichiarazioni ai giornalisti.
I carabinieri hanno avviato le indagini per fare luce sulla vicenda e sulla situazione lavorativa che, se confermata, sarebbe estremamente grave.

 

 

set
25

Roma chiama, le istituzioni latitano

imagesPaura, guerra tra poveri, immigrati, crisi. E ancora abbandono delle istituzioni, violenza, razzismo. Sono alcune delle parole che in questi giorni rimbalzano tra siti web e quotidiani, nel tentativo di ricostruire quanto sta succedendo nelle periferie di Roma, e nella ricerca, compiuta da alcuni, di fornire un’analisi che vada al di là della mera cronaca dei fatti.

A Corcolle, periferia est di Roma, fuori dal Raccordo Anulare, sabato scorso circa quaranta cittadini stranieri hanno bloccato un autobus dell’agenzia di trasporti municipale Atac, e l’hanno danneggiato lanciando sassi, pugni, bottiglie. Un vetro è andato in frantumi, l’autista, una donna di trentatre anni, non ha fortunatamente riportato lesioni, ma si è impaurita molto.
Il giorno dopo nello stesso quartiere è andata in scena un’altra aggressione, ancora a opera di un gruppo di migranti, contro un altro bus Atac guidato da un’altra giovane donna. Le conseguenze sono state diverse. Un nutrito gruppo di residenti ha inscenato una protesta, bloccando la via Polense. Alcuni immigrati sono stati aggrediti, uno è finito in ospedale. Gli abitanti del quartiere stanno organizzando delle ronde e chiedono il trasferimento dei migranti presenti nell’edificio di via Novafeltria, da poco tempo adibito a Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo). La questura sembra voler accogliere la proposta. Il municipio si dice sensibile al tema dell’inclusione sociale, ma sottolinea la necessità di una migliore gestione dell’accoglienza e di una distribuzione diversa dei richiedenti asilo nel territorio capitolino.
Gli autisti Atac chiedono garanzie di sicurezza. I migranti non escono più dal Cara per paura di ritorsioni, e lamentano che spesso sono costretti ad aspettare gli autobus per ore perché spesso gli autisti non si fermerebbero, impedendo loro l’accesso.

Anche il quartiere di Torpignattara si trova nella periferia est di Roma, ma molto più vicino al centro cittadino rispetto a Corcolle. Per intenderci, venti minuti, con i mezzi pubblici, dalla stazione Termini. Una forte presenza di cittadini stranieri, per lo più di origine bengalese e pakistana, caratterizza il quartiere. Giovedì notte, un 28enne pakistano è morto, ucciso dai colpi di un ragazzo italiano di diciassette anni. La vittima si chiamava Muhammad Shahzad Khan, “aveva 28 anni, una moglie e un bambino di tre mesi in Pakistan. Aveva perso il lavoro e questo l’aveva turbato. Era un po’ scosso, cantava le sure del Corano, ma non dava fastidio a nessuno”, dichiara all’agenzia stampa Redattore Sociale Ejaz Ahmad, mediatore culturale e giornalista pakistano in Italia dall’89, caporedattore del giornale in lingua urdu per pakistani in Italia Azad. “Muhammad Shahzad Khan non era ubriaco e non era un senzatetto come scritto dai giornali in questi giorni. Aveva un figlio di tre mesi che non aveva mai visto. Moglie e figlio erano in Pakistan. Lui era qui per lavorare. Aveva i documenti in regola e non era un senzatetto, come hanno scritto. In questo periodo viveva in una casa di accoglienza, nei pressi del quartiere. Vendeva qualcosa per strada per sopravvivere. Era turbato per la sua condizione economica [..] Era un po’ disturbato, questo è vero, ma non dava fastidio a nessuno. Cantava per strada le sure del Corano e in italiano diceva ‘io sono musulmano, sono pakistano’. Per strada non dormiva, questo è sicuro, me l’hanno detto tutti i negozianti della zona. Girava per queste strade perché qui è una ‘Little India’, ma anche se fosse vero che dormiva per strada, non puoi uccidere una persona a pugni. C’è un po’ di odio razziale che sta aumentando in questa zona”.
Il ragazzo italiano di 17 anni arrestato, risiede nella zona, e ha ammesso di aver colpito Shahzad.

Anche in questo caso le conseguenze sono state diverse. Un gruppo di amici e conoscenti del minorenne ha manifestato in solidarietà del ragazzo, parlando di “disgrazia”. Alcune associazioni e singoli attivi sul tema dei diritti, dell’antirazzismo, dell’attivismo della società civile, hanno organizzato una manifestazione, Mamma Torpigna, per abbracciare idealmente il quartiere e i suoi abitanti, evitando di trovare nello “straniero” il capro espiatorio dei problemi del territorio. Altri residenti, invece, hanno iniziato a parlare della necessità di tutelarsi contro “quelli”, “gli stranieri”. Per domenica prossima la comunità pakistana ha organizzato una manifestazione.

Di cose da dire ce ne sarebbero moltissime. Ogni soggetto è portatore di istanze diverse, e far emergere l’uno o l’altro punto di vista è una scelta che è già stata fatta, in questi giorni: alcuni media hanno posto l’accento sulla “violenza degli immigrati”, altri sul razzismo degli italiani, altri ancora su un – ennesimo – “allarme sicurezza” nella città.

Al di là della cronaca dei fatti, che in questi giorni continua a riempirsi di utili dettagli, dichiarazioni di politici e prese di posizione mediatiche, la visione d’insieme fa emergere dei tratti comuni.
Prima di tutto pesa l’assenza delle istituzioni e la totale mancanza di relazioni tra queste e le periferie. I residenti di Corcolle, quando sono scesi in strada a manifestare, hanno detto di “non farcela più” e di voler solo “vivere tranquilli”. Gli operatori del Cara hanno spiegato che molti richiedenti asilo si erano già lamentati della totale mancanza, per loro, del servizio di trasporto pubblico.
La manifestazione delle associazioni e dei residenti di Torpignattara era già stata fissata, prima ancora del brutale omicidio del giovane 28enne. Così come nei giorni prima alcuni residenti avevano manifestato contro lo spaccio e la criminalità nel quartiere.
I comportamenti dei soggetti protagonisti di questi due episodi sembrano – e sono – reazioni di esasperazione. Hanno naturalmente delle specificità, ma il filo conduttore è la mancanza di risposte a istanze che gli abitanti dei territori hanno portato alla luce da tempo. Perché l’amministrazione comunale non ha sentito, almeno di fronte a questi due gravissimi episodi, l’urgente bisogno di andare nei due quartieri?
In questa situazione, è facile che prendano piede, e spazio, discorsi populisti e razzisti. L’abbandono delle periferie, l’incuria e la diffidenza prendono il posto di una sana e partecipata socialità. La criminalità ha gioco facile. E’ una spirale che è già in movimento: per fermarla la presenza delle istituzioni è fondamentale. Il rischio, dietro l’angolo, è che una questione sociale venga derubricata a un problema di sicurezza; che invece dei responsabili vengano identificati dei capri espiatori, e che al posto di costruire risposte sociali si diano, al massimo, soluzioni tampone di stampo sicuritario. Una mancanza di presa in carico che, alla lunga, può rischiare di far apparire “normale” episodi di violenza come questi.

Per evitare che questo pericoloso processo di “normalizzazione” della violenza prenda piede, e per ricordare la vittima, i comitati di quartiere e le associazioni stanno organizzando una manifestazione prevista per domenica sera alle 18. Un corteo partirà da via della Maranella per arrivare in via Lodovico Pavoni, dove si è consumato l’omicidio. “Faremo una manifestazione per ricordare la morte si Shahzad e la convivenza a rischio”, spiega Ahmad.
Oggi invece, venerdì 26 settembre, alle 18:30 verrà tenuta, nella parrocchia di San Barnaba, una veglia di preghiera organizzata insieme alla Comunità di Sant’Egidio. Nel frattempo a Roma è arrivato lo zio della vittima.

set
23

Asgi: il nuovo bando Miur esclude gli stranieri

images (4)Nuovo bando, vecchie discriminazioni. Con il Decreto Ministeriale 717 del 5 settembre 2014, il Miur ha pubblicato il bando per il reclutamento del personale ATA (Ausiliario, Tecnico e Amministrativo) previsto negli istituti scolastici per gli anni 2014/2015, 2015/2016 e 2016/2017. Tra i requisiti per partecipare, la cittadinanza italiana o comunitaria.
Una decisione “inspiegabile” secondo l’Asgi, perché “in totale contrasto con l’art. 38 d.lgs. 165/02 come modificato dall’art. 7, L. 6.8.2013 n. 97”, la cosiddetta Legge Europea 2013. Una legge che, entrata in vigore più di un anno fa, ha modificato la normativa sul pubblico impiego “estendendo l’accesso alla funzione pubblica anche ai cittadini di Stati terzi non membri dell’Unione europea protetti dal diritto dell’Unione europea, ovvero – sottolinea Asgi – i familiari di cittadini di Stati membri UE, i ‘lungo soggiornanti’ di cui alla direttiva 109/2003 e i rifugiati e titolari di protezione sussidiaria”.

“Un evidente errore materiale del Miur”, commenta Asgi, che evidenzia anche come non sia “neppure immaginabile che le funzioni in questione possano farsi rientrare tra quelle attinenti l’esercizio di pubbliche funzioni o la tutela dell’interesse nazionale di cui al DPCM 7.02.1994 n. 174, come peraltro reso evidente dal fatto che il bando è aperto ai cittadini comunitari”.

L’associazione ha inviato una lettera al ministero per sollecitare una rapida modifica del bando e la sua riapertura posticipata (ad oggi la data ultima per la presentazione della domanda è l’8 ottobre 2014), così da consentire la diffusione della notizia e garantire l’effettiva possibilità di partecipazione dei cittadini stranieri, a parità di condizione con quelli italiani e di altri Stati membri UE (qui il testo della lettera).

Ma la violazione della Legge europea 2013 contenuta nel bando del Miur non è un caso singolo né sporadico: sono infatti frequenti le amministrazioni pubbliche – statali, regionali e locali – che non si conformano alle modifiche apportate dalla legge n. 97/2013. Sulla questione Asgi è intervenuta più volte, da una parte sollecitando le stesse amministrazioni a modificare i bandi di concorso, dall’altra rivolgendosi direttamente alle istituzioni nazionali: è di un mese fa la lettera (qui il testo) che l’associazione ha inviato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica, alla Conferenza delle Regioni, a UPI, ANCI e per conoscenza all’UNAR, chiedendo la piena applicazione della normativa. A tal fine, l’Asgi ha sollecitato i destinatari della lettera ad “adottare ogni tipo di intervento utile affinché tutte le amministrazioni pubbliche italiane siano edotte delle modifiche intervenute con la legge n. 97/2013 e che i bandi per i concorsi pubblici adottino una formulazione chiara ed uniforme pienamente conforme al nuovo testo dell’art. 38 del d.lgs. n. 165/2001”. Modifiche che, comunque, secondo l’associazione non esauriscono la questione dell’accesso alla funzione pubblica degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, in quanto “insufficienti a realizzare la piena parità di trattamento prevista dall’art. 2 c. 3 del T.U. immigrazione in applicazione della Convenzione OIL n. 143/1975”: secondo la Convenzione infatti l’accesso al pubblico impiego dovrebbe essere garantito a tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, e non solo ad alcune categorie destinatarie di protezione.

 

set
18

Cie, Senato: un primo passo verso la riduzione dei tempi di detenzione

downloadIl Senato ha approvato ieri l’art.3 comma E della Legge Europea (ddl 1533), accogliendo un emendamento a firma Manconi – Lo Giudice. L’emendamento prevede che il trattenimento di una persona all’interno di un Cie (Centro di Identificazione ed espulsione) non potrà superare i 90 giorni. L’intervento di Palazzo Madama modifica così i tempi di detenzione, fino ad oggi di 18 mesi in base all’estensione voluta nel 2011 dall’allora governo Berlusconi e dall’ex ministro dell’Interno Maroni, che aveva triplicato il periodo di trattenimento (dal 2009 era di sei mesi). Un aumento dei tempi di detenzione che “non ha migliorato il tasso di espulsioni, e ha prodotto una maggiore tensione all’interno dei CIE: tra quanti vengono trattenuti, solo il 42% viene espulso”, sottolinea il senatore Manconi.

Spetterà ora alla Camera dei deputati confermare la modifica, in un passaggio che secondo il senatore Luigi Manconi si compirà presto “perché in questa legge sono contenuti adempimenti che l’Italia deve assolutamente rispettare sulle relazioni a livello europee”. Osservazione ribadita anche dal senatore Gualdani: “In generale, si adegua il diritto interno alle norme comunitarie anche alla luce della loro interpretazione recata da alcune sentenze della Corte di giustizia europea”, ha affermato nel suo intervento.
“Soddisfazione” è stata espressa da Gabriella Guido, coordinatrice della campagna LasciateCIEntrare, che comunque sottolinea: “Speriamo che i pochi centri ancora rimasti aperti vengano svuotati e riconvertiti in strutture d’accoglienza, visto che l’urgenza in questo momento è assicurare una degna accoglienza dei profughi”. Anche Alberto Barbieri, coordinatore di Medici per i Diritti Umani, accoglie in modo positivo il cambiamento, che segna “un’inversione di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi anni”. Ciò non toglie che la misura resti “insufficiente”: Medu, insieme a molte altre associazioni, ha più volte denunciato l’inadeguatezza del sistema Cie nel contrasto all’immigrazione irregolare, oltre che le quotidiane violazioni dei diritti e della dignità delle persone detenute. “Chiediamo da tempo che tutti i Cie operativi vengano chiusi, perché sono manifestamente inadeguati dal punto di vista strutturale, e di ridurre la detenzione amministrativa a estrema ratio, come dice la direttiva europea”, conclude Barbieri.

Una posizione condivisa anche dai firmatari dell’emendamento: “Ritengo che i Cie vadano aboliti perché tutto dimostra la loro irrazionalità, anche rispetto allo scopo dichiarato, e la loro inefficienza e i loro costi abnormi, in più per me è cruciale che siano luoghi di mortificazione della dignità umana – ha dichiarato Manconi, ricordando inoltre che nei Cie vengono trattenute persone che “non hanno commesso alcun reato, ma che si trovano solo in uno stato di irregolarità amministrativa”. “In attesa di avere la forza politica per superarli definitivamente, penso sia importante arrivare per lo meno a ridurne in maniera drastica la pericolosità”, ha sottolineato Manconi.

Ora, il governo dovrà scegliere: mantenere un sistema inefficace, costoso e disumano, o cambiare rotta smantellandolo definitivamente.

 

set
18

L’ipocrisia dell’UE sulle stragi di migranti

images (5)“L’Europa aiuterà l’Oim nelle sue indagini, ma di fronte a trafficanti così senza scrupoli e spietati c’è poco che noi possiamo fare”: Michele Cercone, portavoce della Commissaria UE agli Affari Interni Cecilia Malmstrom, commenta così le stragi di migranti avvenute nel Mar Mediterraneo negli ultimi giorni, su cui hanno preso parola Oim e Unhcr (ne abbiamo parlato qui). Duecento persone hanno perso la vita martedì notte al largo delle coste libiche, nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano. Una strage che si somma a quella che ha avuto luogo la scorsa settimana al largo di Malta: secondo le stime dell’Oim, i dispersi sarebbero 500. In base alle testimonianze dei sopravvissuti, il naufragio sarebbe stato causato dagli stessi scafisti.

Un aspetto su cui l’Ue sembra focalizzare strumentalmente l’attenzione, rimuovendo così le proprie responsabilità e puntando il dito contro “i trafficanti criminali”: “i morti nel mar Mediterraneo non sono incidenti, sono omicidi“, dichiara Cercone. Omicidi. Già. Ma chi sono i mandanti? La provocazione è forte, ma pesa come un macigno anche l‘ipocrisia dell’Unione Europea quando afferma di “non poter fare nulla”.

“Ci chiediamo se queste persone sarebbero mai partite se non ci fosse stata l’operazione Mare Nostrum”, domanda invece il capogruppo della Lega Nord alla Camera Massimiliano Fedriga.
La risposta è si. Sarebbero partite perché il mondo, al di là dei confini che l’Europa sta fortificando sempre di più, versa in quella che l’Unhcr ha definito una “emergenza umanitaria senza precedenti”. Perché, ad esempio, tra i superstiti ci sono due ragazzi palestinesi fuggiti ai bombardamenti israeliani su Gaza, che al 18 agosto avevano fatto oltre 2.000 vittime e più di 10.000 feriti (dato diffuso dal Ministero della Salute palestinese). Perché tra i sopravvissuti a questa ennesima e terribile strage ci sono alcuni cittadini siriani, dove la guerra sta facendo talmente tante vittime che il 7 gennaio scorso l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha fatto sapere che non avrebbe più aggiornato il numero dei morti.

In situazioni come queste tutti – anche noi – proverebbero a fuggire, con ogni mezzo a disposizione. L’assenza di mezzi legali e sicuri per raggiungere il paese di destinazione mette queste persone nelle mani degli scafisti senza scrupoli. Per questo l’Unione europea dovrebbe mettere in campo delle risposte diverse, schierandosi dalla parte di chi fugge. L’Unione dovrebbe garantire il diritto all’asilo e alla protezione internazionale, sancito dalla Convenzione di Ginevra, con l’apertura di canali umanitari per l’ingresso di chi fugge da guerre e persecuzioni, e l’applicazione della Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE).

Le ultime mosse dell’Unione europea vanno nella direzione totalmente opposta, del resto confermando la linea di chiusura da sempre assunta dall’Ue e dagli stati membri. Il nuovo presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker ha sottolineato la necessità di “contrastare l’immigrazione irregolare, proteggere i confini europei” e, nello stesso tempo, aiutare l’Europa “a far fronte alle carenze di competenze attraendo i talenti di cui ha bisogno”. Per fare ciò, si è avvalso di un nuovo commissario con delega all’immigrazione, l’ex ministro della Difesa greco Dimitris Avramopoulos, la cui posizione sul fenomeno migratorio si esplica nella frase “proteggere la nostra società e i nostri confini”. (ne abbiamo parlato qui).
Nella “Strategia europea per il contrasto al traffico di esseri umani” si prevede “un’alleanza delle imprese contro il traffico di esseri umani” consistente, tra l’altro, “nell‘impegno delle aziende a non assumere immigrati vittime di tratta”, come riferito da Maurizio Molinari su Redattore Sociale.
L’obiettivo dichiarato di Triton, la nuova missione annunciata pochi giorni fa e ancora in discussione, è “controllare le frontiere e combattere l’immigrazione irregolare”, mentre non c’è alcuna intenzione di avviare nuovi interventi che abbiano come priorità il soccorso dei migranti in mare.
L’Unione europea potrebbe farlo: semplicemente, non lo vuole fare.

set
17

Una morte che si poteva evitare

polizia-roma-via-gasperina-omicidio-600x300Durante la serata di domenica 14 settembre, nella periferia fiorentina, in zona Novoli, una ventina di giovani nigeriani (alcune testate giornalistiche riportano “circa quaranta”) stanno festeggiando, in una abitazione privata, il compleanno di un’amica. Intorno alle 22.30, alcuni residenti della zona, forse infastiditi dal volume della musica o dal vocio intenso, chiamano il 113 (pur non essendo i rumori oltre la fascia oraria consentita per legge, ndr). Intervengono dapprima quattro agenti della Polizia che però perdono il controllo della situazione. Secondo le ricostruzioni effettuate dalla stampa (con il beneficio del dubbio), risulta che alla vista degli agenti, molti dei presenti nell’appartamento, abbiano cercato di uscire dal palazzo. Fra questi, il 18enne nigeriano Raphael Godwin, che passando attraverso una finestra e, calandosi da una grondaia, è scivolato precipitando sull’asfalto da un’altezza di circa 10 metri. Inutili i soccorsi. Raphael è morto sul colpo, sbattendo la testa. Al di là del fatto che questa notizia è stata trattata quasi esclusivamente dalla cronaca locale, i pochi articoli pubblicati riportano quasi tutti la stessa agenzia di stampa Ansa. Una citazione a parte meritano il Corriere Fiorentino e la Repubblica di Firenze (sempre cronache locali, ndr), che hanno dedicato un paio di articoli “fuori dal coro”, ma non per questo esenti da gravi semplificazioni e mistificazioni della notizia.
Della gravità di una morte così atroce e così assurda, nessuna menzione. Viene invece dedicata attenzione a particolari della vita di Raphael che con la sua morte non hanno nulla a che vedere. “Aveva un respingimento, era arrivato in Italia con un barcone”, scrive Mugnaini su firenze.repubblica.it, 15 settembre, “La prima ‘traccia’ del ragazzo in Italia risale allo scorso 11 luglio, quando è stato fotosegnalato e ‘respinto’ dalla Questura di Salerno. In genere il respingimento viene assegnato a chi arriva per mare. A seguito del respingimento, Godwin aveva fatto richiesta di asilo politico presso la questura di Bari. Pare che la sua nuova richiesta di regolarizzazione fosse ancora al vaglio delle autorità”. E ancora: “Servirà ad appurare soprattutto le condizioni psicofisiche della vittima e se avesse assunto alcol o droghe”. Altri dettagli sono poi forniti sulla festeggiata: “Gli agenti erano impegnati nell’identificazione dell’organizzatrice della festa, una trentenne nigeriana che stava scontando una condanna agli arresti domiciliari”, su Corriere Fiorentino, 15 settembre.
Sempre Mugnaini su firenze.repubblica.it del 15 settembre, raccoglie e riporta le lamentele dei cittadini del quartiere dando voce a un coro di voci che attacca e criminalizza i migranti sulla base di stereotipi e pregiudizi, utilizzando toni e termini che, nel complesso, contribuiscono a diffondere un clima di ingiustificato allarme sociale che potrebbe incitare l’adozione di comportamenti intolleranti e xenofobi. «C’era un baccano infernale domenica sera… gente che entrava, gente che usciva dal palazzo, urla, musica a tutto volume… per forza alla fine hanno chiamato la polizia!», «Gli africani urlavano di tutto a medici e infermieri. Poi hanno circondato l’ambulanza e cominciato a spaccare tutto», «Di sicuro a Novoli ci sono troppi immigrati, l’integrazione è fallita», «Metà italiani e metà stranieri…. è una proporzione sostenibile? Finirà che stranieri diventeremo noi, a casa nostra… La verità è che in questo pezzo di periferia dimenticata da tutti, gli appartamenti affittati agli immigrati sono troppi e spesso si trasformano in porti di mare da cui entra ed esce chiunque, senza alcun controllo… gli immigrati fanno casino a tutte le ore, persino quando cucinano bisogna chiudere le finestre per non far entrare il puzzo in casa».
La triste e amara verità ce la fa notare Edwige Jeanne Dansuo, 37 anni, originaria di Togo, proprietaria dell’appartamento in cui si stava tenendo la festa di compleanno: “Questa tragedia si poteva evitare in un modo molto semplice. Bastava che i vicini, prima di chiamare la polizia, venissero a suonarmi il campanello. ‘Signora guardi che state facendo troppo rumore, potrebbe abbassare un po’ la musica?’ Se mi avessero detto questo, io avrei chiesto di fare più piano e quel povero ragazzo non sarebbe morto in questo modo atroce. Ma poi, cosa c’è di male a dare una festa di compleanno in casa propria? Eravamo in tutto neppure venti persone, abbiamo iniziato a festeggiare alle 19.30, poco prima delle 22.30 stavano già andando tutti a letto … mi domando: sarebbe finita così se fossimo stati italiani?”. Ce lo stiamo chiedendo anche noi.

set
17

700 morti in pochi giorni, Unhcr: emergenza umanitaria. Silenzio dell’UE.

downloadMentre la Commissione Ue fa sapere che il compito del neo Commissario europeo con delega all’immigrazione sarà quello di “aiutare l’Europa a far fronte alle carenze di competenze e attrarre i talenti di cui ha bisogno“, le associazioni lanciano l’allarme sul “bilancio pesantissimo” delle ultime stragi di migranti avvenute nel Mar Mediterraneo. Il numero delle persone che hanno perso la vita nell’ultima settimana è terrificante: “Con il naufragio di questa notte a largo della Libia sarebbero 700 le persone morte in mare in questi ultimi giorni”, afferma l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Duecento persone hanno infatti perso la vita nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano, avvenuto ieri notte al largo delle coste libiche. Trentasei i sopravvissuti, più di venti i dispersi.
Una strage che si somma a quella che ha avuto luogo la scorsa settimana al largo di Malta: secondo le stime dell’Oim, i dispersi sarebbero 500. In base alle testimonianze di due superstiti – due giovani palestinesi fuggiti dai bombardamenti israeliani su Gaza – a causare l’incidente sarebbero stati gli stessi scafisti: al rifiuto dei migranti di spostarsi su un’altra imbarcazione, più piccola e precaria, gli scafisti, che viaggiavano su un altro natante, avrebbero speronato la barca dei migranti, facendola affondare. I due ragazzi palestinesi, che viaggiavano insieme a cittadini siriani, palestinesi, egiziani e sudanesi, sono stati tratti in salvo dal peschereccio panamense “Pegasus” e portati a Pozzallo, in Sicilia, insieme ad altre 386 persone che viaggiavano a bordo di un’altra imbarcazione, intercettata nella stessa area.

“Questi tragici eventi dimostrano come da una parte sia necessario che le operazioni di soccorso in alto mare continuino a essere svolte in acque internazionali, così come fa Mare Nostrum, e dall’altra quale sia il grado di aberrazione raggiunto dai trafficanti”: così l’Oim che, appellandosi alla comunità internazionale affinché “si adoperi in modo efficace per fermare questi criminali”, ha sottolineato: “L’unico modo per rendere impotenti queste organizzazioni è cominciare ad aprire canali legali di entrata in Europa per tutte quelle persone, uomini, donne, bambini, che fuggono dai loro paesi in cerca di protezione”.

Anche l’Unhcr ha evidenziato la necessità di affiancare alle “operazioni di salvataggio” misure che possano garantire “una via sicura per la protezione a queste persone. La maggior parte di essi – ha ricordato la portavoce Carlotta Sami – sono rifugiati, e quindi occorre che riescano ad arrivare in Europa senza mettere a rischio la propria vita”. “Chiediamo di aumentare le posizioni per i programmi di reinsediamento, di aprire i programmi di ammissione umanitaria e di incentivare i programmi per studenti e per bambini in età scolare, oltre a prevedere visti di carattere umanitario anche per ragioni di impiego”, ha sottolineato Sami, chiamando in causa direttamente l’Unione Europea: “E’ fondamentale che ci sia un cappello europeo alle operazioni di salvataggio, e vogliamo essere fiduciosi che il governo italiano voglia continuare: sarebbe impensabile che Mare nostrum o qualsiasi operazione di salvataggio, venisse diminuita nell’intensità, in questo momento così grave. L’Europa deve fare uno sforzo collettivo”.

“Ad oggi – ha proseguito la portavoce Unhcr – secondo questo triste conteggio che teniamo ogni giorno, abbiamo largamente superato le 2500 vittime, di cui almeno 2200 solo da giugno. A queste si aggiungono le vittime dei conflitti. C’è in atto un’emergenza umanitaria senza precedenti – ha sottolineato la portavoce Unhcr – nel 2013 abbiamo registrato 51 milioni di persone in fuga nel mondo, il numero più alto dalla seconda guerra mondiale. Nel 2014 supereremo di sicuro questo numero, abbiamo nove milioni di persone in fuga all’interno e verso l’esterno della Siria, in Ucraina e in Iraq. E’ una situazione estremamente grave”.

Di fronte a quello che è un vero e proprio “bollettino di guerra”, il silenzio dell’Unione Europea è incomprensibile e inaccettabile.

set
16

UE: Avramopoulos Commissario europeo su Immigrazione e Affari interni. Le perplessità delle associazioni

images (4)Dimitris Avramopoulos è il nuovo Commissario europeo con delega a Immigrazione e Affari Interni. Scelto dal neopresidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker, la sua nomina desta molti dubbi tra ong, associazioni e commentatori.

Diplomatico greco ed esponente del partito conservatore Nea Demokratia, Avramopoulos è stato per otto anni sindaco di Atene, oltre a ricoprire il ruolo di ministro della Difesa nel governo conservatore di Samara. Nei precedenti esecutivi è stato titolare di Esteri, Turismo, Salute.

Molti ricordano la fotografia che lo immortala, a fine 2013, nella regione del fiume Evros, al confine con la Turchia, in posa mentre punta un mitra verso l’orizzonte. Un gesto decisamente contestabile, ancora di più per il territorio in cui ebbe luogo: la zona è una delle frontiere più delicate d’Europa, sia per via delle relazioni con la Turchia, sia per il passaggio di molti migranti. Proprio per ostacolare questi ultimi, l’allora governo Papandreou fece costruire una barriera di filo spinato: una “vergogna” secondo le associazioni per i diritti umani. La ex commissaria agli affari interni Cecilia Malmstrom si rifiutò di concedere i finanziamenti UE per la sua costruzione; il suo successore Avramopoulos invece elogiò l’iniziativa del governo greco, sottolineando la necessità di “proteggere la nostra società e i nostri confini dall’immigrazione irregolare”.

Il concetto di “protezione dei confini e della cultura” deve essere particolarmente caro a Avramopoulos: “Tu di dove sei? Macedone? E allora perché non parli greco?” aveva risposto, pochi mesi prima della visita nella zona di confine, a un giornalista che gli chiedeva di esprimere la propria posizione sulla disputa relativa al nome della Repubblica balcanica (così la Grecia definisce la Macedonia, non riconoscendole il nome, con cui il paese ellenico designa una sua regione nel nord del Paese). Non esattamente una risposta dialogante.

Forse sempre il concetto di “protezione dei confini” è alla base dei chilometri di ringhiere che Avramopoulos fece costruire ad Atene durante il suo primo mandato, dal 1994 al 1998.

La scelta di un ex ministro della Difesa – e di Avramopoulos in particolare – per governare affari interni e questione migratoria, sembra una dichiarazione di intenti circa la posizione assunta dalla nuova presidenza della Commissione europea in merito all’immigrazione. Nella lettera di incarico inviata da Junker a Avramopoulos, non viene fatto alcun riferimento all’opportunità di applicare la Direttiva Europea sulla Protezione Temporanea (2001/55/CE), prevedendo la possibilità di offrire una tutela immediata alle persone sfollate quando vi è il rischio che il sistema di asilo non possa far fronte in maniera soddisfacente all’intensificarsi degli arrivi. Una misura quanto mai necessaria visto lo scenario internazionale, che tuttavia non viene mai menzionato nella lettera di inizio mandato. Così come non viene ipotizzata alcuna riforma del regolamento Dublino III, e nemmeno l’apertura, in collaborazione con le Nazioni Unite, di canali di ingresso per le persone bisognose di protezione internazionale. Dal presidente della Commissione nessun accenno alle stragi, numerose e terribili, che continuano a verificarsi nel Mar Mediterraneo. Del resto, stando alle parole di Junker il compito del Commissario sarebbe quello di “aiutare l’Europa a far fronte alle carenze di competenze e attrarre i talenti di cui ha bisogno“. Gli obiettivi strategici che Junker affida a Avramopoulos sono il contrasto dell’immigrazione irregolare, il controllo delle frontiere esterne tramite il rafforzamento di Frontex e delle guardie costiere, e il consolidamento della cooperazione con i paesi terzi, incentrata sulla lotta al terrorismo e sugli accordi di riammissione: nessun accenno alla necessità di interrompere la collaborazione con i paesi che non garantiscono la tutela dei diritti umani.
Proprio la Grecia è stata condannata più volte dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per il trattamento riservato ai migranti, in aperta violazione di alcuni articoli della Convenzione europea sui diritti dell’uomo; inoltre, diverse associazioni e ong hanno denunciato le pratiche discriminatorie e profondamente lesive messe in atto dal paese ellenico nei confronti dei migranti e dei richiedenti protezione internazionale.

L’Unione Europea si trincera sempre di più: se c’era bisogno di un ulteriore segnale, è arrivato.