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Cronache di ordinario razzismo

Cronache di ordinario razzismo

Cronachediordinariorazzismo.org è un sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria in collaborazione con persone, associazioni e movimenti che si battono per le pari opportunità e la garanzia dei diritti di cittadinanza per tutti.

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La Scuola e la costruzione dell’“identità italiana”

23 Settembre 2026

Roberta Pomponi

Tra il gennaio 2025 e il gennaio 2026, attraverso il nostro lavoro di monitoraggio del razzismo quotidiano, abbiamo documentato alcuni episodi di razzismo legati al mondo della scuola e dell’istruzione. Le diverse forme in cui il razzismo si è manifestato in questo contesto riflettono la natura complessa e stratificata del mondo scolastico. 

Si registrano episodi di violenza fisica fra studenti e studentesse: il 4 novembre 2025 a Brescia un ragazzo di origine straniera di 14 anni viene picchiato da due coetanei che riprendono l’aggressione col cellulare; stessa dinamica si verifica a Roseto degli Abruzzi, il 6 ottobre, quando un cittadino indiano di 16 anni viene aggredito da due coetanei, mentre il tutto viene ripreso con lo smartphone da un gruppo di studenti. Le violenze verbali coinvolgono poi anche il corpo docente: a Recale un’insegnante di scuola elementare viene condannata in secondo grado, nel gennaio 2026, a due anni e otto mesi di reclusione per maltrattamenti e lesioni ai danni dei suoi alunni, con l’aggravante di discriminazione razzista per insulti e umiliazioni ripetute nei confronti di uno studente cinese di 6 anni (le indagini erano iniziate nel 2017); il 29 gennaio 2025 a Roma, alcuni studenti di un liceo nel quartiere Trieste insultano un operatore di sostegno afrodiscendente, mentre sta accompagnando un bambino della scuola elementare vicina.

Tra le violenze verbali, svariati sono stati i casi documentati di scritte e striscioni razzisti nell’ambito scolastico: ad esempio, ad Ancona, il 17 maggio 2025, alcuni studenti di una scuola media attaccano in una delle aule dell’istituto un cartello che riporta svastiche e la scritta “bruciamo gli ebrei, i gay, i n***i”, e la firma degli autori (tutti maschi tra i 12 e i 14 anni). Diversi infine sono stati gli episodi di manifestazioni di apologia del fascismo da parte di giovani, e i presidi di gruppi di estrema destra. A Torino nell’ottobre 2025, davanti a un liceo artistico, alcuni membri di Gioventù Nazionale distribuiscono dei volantini, contenenti idee razziste e un linguaggio discriminatorio, agli studenti in entrata a scuola; in risposta dei giovani del collettivo studentesco li invitano ad andarsene e sono aggrediti di conseguenza.

A questi si aggiungono episodi che coinvolgono attori istituzionali, sia interni al mondo dell’istruzione sia esterni, come alcuni esponenti politici: uffici scolastici regionali che chiedono, per volontà del Ministero dell’Istruzione e del Merito e senza offrire chiare ragioni, il censimento di alunne e alunni palestinesi; un istituto scolastico che raccoglierebbe in fase di accoglienza degli studenti informazioni sulla regolarità del soggiorno; un’università che impedisce a studenti e studentesse provenienti dall’estero di presentare l’ISEE parificato per ottenere agevolazioni sulla tassazione; un’eurodeputata che presenta alla Camera un disegno di legge per vietare l’uso di hijab e chador nelle scuole.

Le Nuove Indicazioni per la scuola: un’identità da costruire

Questi episodi non possono certo restituirci una fotografia complessiva della diffusione della discriminazione razzista nel mondo della scuola, possono tuttavia offrirci alcuni elementi “spia” per comprendere come questo stia cambiando. O, più correttamente, come a livello istituzionale si stia cercando di trasformarlo. 

Per contestualizzare la riflessione è utile avvalersi di un dato fornito dal Dossier statistico Immigrazione 2025: nell’anno scolastico 2023/2024, l’11,6% degli alunni e delle alunne presenti nella scuola italiana ha una cittadinanza non italiana e il 65,2% di questi è nato in Italia. 

Una scuola quindi sempre più plurale in un momento storico in cui la politica sembra ricercare l’“unità” monolitica dell’identità italiana. Sembrerebbe, infatti, questa la ratio alla base delle “Nuove indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione” pubblicate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nel novembre 2025 e a cui hanno fatto seguito le “Indicazioni nazionali per i Licei” nell’aprile 2026. 

Nelle Nuove Indicazioni, la scuola appare come una vera e propria fucina dell’identità italiana, rappresentata come unica, compatta e omogenea. Nel tentativo di costruire quella che Faso ha definito «una patria di cartapesta» (Faso G., “Le regole non piovono dal cielo”, Pungitopo editrice, 2026), si propone un’idea dell’identità come qualcosa che può essere confezionato attraverso il curriculum scolastico, trasmesso al discente e recepito, se non interiorizzato, integralmente, così come è stato concepito. Ecco quindi che lo studio della lingua e della letteratura (Bibbia inclusa), della storia e della geografia, con una particolare centralità attribuita a quella italiana e occidentale, così come quello della musica sembra assumere una funzione strumentale nella costruzione di tale identità. Se, infatti, questa centralità ha sempre avuto una rilevanza concreta nell’impostazione di tali insegnamenti, appare significativo il fatto che essa venga ora esplicitamente tematizzata e inscritta entro una prospettiva nazionalista.

Non a caso riguardo l’insegnamento della storia nella scuola primaria si scrive: 

Nella scuola primaria sembra poi necessario che l’insegnamento abbia al centro le origini della civiltà occidentale, su cui si fonda anche la nostra storia nazionale e la nostra identità, sia al fine di far maturare nell’alunno la consapevolezza della propria identità di persona e di cittadino, sia – vista la sempre maggiore presenza di giovani provenienti da altre culture – al fine di favorire l’integrazione di questi ultimi, integrazione che dipende anche, in modo determinante, dalla conoscenza dell’identità storico-culturale del paese in cui ci si trova a vivere.(Ministero dell’Istruzione e del Merito, “Indicazioni Nazionali per il curricolo Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione”, 2025, p 34)

Per la geografia: 

La geografia intende contribuire alla costruzione della identità del cittadino formando persone autonome e capaci di vivere nella realtà, sviluppando conoscenze di geografia fisica, politica, umana, ed economica nelle diverse scale geografiche: spazi vissuti, comuni, regioni, Italia, Europa e mondo. Non si può essere, infatti, cittadini consapevoli se non si sa collocare appropriatamente i luoghi della propria identità, a scala locale e globale, nello spazio fisico e sociale, a cominciare dal proprio comune, regione e dai principali riferimenti geografici dell’Italia e dell’Europa. (Ibid, p, 60)

Per la musica: 

Lo studio della Musica è fondamentale per conoscere una parte di inestimabile valore del nostro patrimonio identitario grazie al quale l’Italia è nota nel mondo.(ibid, p.85)

Le Nuove Indicazioni rappresentano un cambiamento radicale di direzione rispetto a quelle del 2012: se nel 2012, come affermato dal Professor Ianes, si respirava “un orizzonte di globalità, di complessità”, ora tutto è filtrato da una visione eurocentrica o italocentrica. Il mondo si restringe, solo alcuni saperi sono necessari per la comunità studentesca italiana all’interno di un sistema scolastico schiacciato sulla verticalità e sulla disciplina. Gli alunni e le alunne sembrano essere concepiti come recipienti pronti a contenere, ad assorbire, anche mnemonicamente e soprattutto acriticamente, ciò che viene loro impartito dalla figura del magister, senza che siano adeguatamente considerati i differenti background culturali presenti nelle classi.   

La pluralità genera timore e rifiuto in chi ci governa, per questo sembra non essere contemplata e di conseguenza affrontata nella sua complessità. Come già osservato, lo studio della storia e della lingua italiana sono finalizzate a favorire l’“integrazione” degli alunni e delle alunne di origine straniera. Un’integrazione che, in questo caso, sembrerebbe configurarsi piuttosto come assimilazione.

La sfida per conquistare l’identità italiana oltre i banchi di scuola

In quest’ottica, nell’agosto 2026, il Ministro dell’Istruzione ha dichiarato pubblicamente che proporrà “di rendere obbligatorio lo studio dell’italiano per quei genitori i cui figli non vanno bene a scuola o hanno problemi all’interno della comunità scolastica perché non si può perdere a casa quello che si impara a scuola”.

Idea ripresa a un mese di distanza dalla Presidente del Consiglio che, in un intervento alla festa di Gioventù Nazionale il 20 settembre, ha annunciato un Consiglio dei Ministri in cui saranno varate diverse misure sulla scuola: l’obbligo dello studio della lingua italiana per i genitori di studenti con gravi problemi di inserimento scolastico; il divieto per le ragazze di indossare burqa e niqab a scuola; il limite del 30% di studenti “stranieri” per ogni classe (sembrerebbe per ora non riguardare coloro che sono in possesso di passaporto dell’Ue e le persone con background migratorio se hanno una buona conoscenza della lingua italiana). Secondo la Presidente del Consiglio “non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza: non si può fare”.

Si amplia così il raggio d’azione attraverso cui la scuola può intervenire nei processi di “integrazione” delle famiglie straniere, presentando come misure di sostegno agli studenti e alle studentesse provvedimenti che, al contrario, possono contribuire al loro allontanamento o, quantomeno, alimentare in una parte della popolazione studentesca la percezione di essere considerata “ospite”, anziché componente strutturale e ordinaria della comunità scolastica.

Infine, un elemento apparentemente meno connesso, ma in realtà strettamente interrelato e che ci aiuta a dipingere il quadro generale. Ad agosto viene resa pubblica la decisione di eliminare il canale televisivo Rai Scuola, nato da una convenzione tra Rai e Ministero dell’Istruzione, rinnovata costantemente per cinquant’anni dal 1964 al 2014. Sarà sostituito dal 1 ottobre 2026 dal canale Italiana. La Rai presenta l’iniziativa come un canale volto ad attivare «emozioni identitarie e personali» attraverso il racconto di persone, paesaggi, tradizioni, trasformazioni, artigianato, imprese, ambiente, enogastronomia, turismo, folklore, innovazione e cultura popolare.” Anche questo passaggio sembra inserirsi nel più grande processo di costruzione e diffusione di una precisa narrazione identitaria dell’Italia. 

Il quadro generale si delinea

Vediamo allora come l’operazione che si sta portando avanti per il mondo della scuola si inserisca in un quadro più ampio. Sin dal suo insediamento, questo Governo ha promosso una precisa idea di identità italiana, fondata sulle radici classiche della cultura occidentale, sulla cristianità e sulla bianchezza. Questa narrazione identitaria è funzionale alla creazione di un clima sociale caratterizzato da polarizzazione, divisione e rifiuto di ciò che viene percepito come “altro” da sé, fornendo al contempo il presupposto per la legittimazione e la progressiva attuazione di politiche sempre più restrittive e criminalizzanti, in particolare in materia di immigrazione.

Ma il Governo sta perseguendo anche un altro scopo attraverso la scuola: sperimentare nel “micro” ciò che cerca sempre più di attuare nel “macro”, ovvero formare una cittadinanza asservita alle regole senza mai metterle in discussione. La frase più volte citata dal Ministro dell’Istruzione, «la cultura della regola inizia dallo studio della grammatica», sembra condensare questa concezione autoritaria della scuola. Una scuola che trasmette norme, nella quale la grammatica, disciplina per antonomasia concepita come l’ambito delle regole e dei dettami, simbolicamente, finisce per assumere un ruolo analogo a quello che leggi e decreti dovrebbero avere nella vita civile. 

Ne deriva quindi la visione di una scuola come «luogo di difesa identitaria» e di esercizio del potere autoritario, mentre vengono ignorati i suoi problemi strutturali, che gli studenti e le studentesse, di ritorno ai banchi, stanno già denunciando: dalle strutture fatiscenti a un’educazione civica spesso «adoperata per proseguire il programma», fino all’introduzione di nuove norme censorie attraverso il Ddl Valditara sull’educazione sessuo-affettiva.

La scuola, come gli studenti e le studentesse stanno dimostrando, non può entrare nel gioco della propaganda politica né essere piegata a un progetto politico univoco: l’istruzione deve rimanere libera, complessa e plurale, e deve essere garantita a tutte e tutti in condizioni di uguaglianza, come sancito dalla nostra Costituzione. Solo in questo modo potrà contribuire a formare cittadini e cittadine capaci di acquisire gli strumenti necessari per leggere e comprendere un mondo in cui i confini sono sempre più labili, al di là delle narrazioni e degli obiettivi perseguiti dai governi, in Italia come negli altri Paesi dell’Unione Europea.

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Filed Under: News, Primo piano Tagged With: approfondimento, scuola

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