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Costi disumani
Roma, giovedì 30 maggio, ore 11, presso la Camera dei Deputati, Palazzo Marini, Sala della Mercede, via della Mercede 55
Lunaria ti invita alla presentazione di
“Costi disumani. La spesa pubblica per il contrasto dell’immigrazione irregolare”
Partecipano: Loredana Leo (ASGI), Filippo Miraglia (ARCI), Giulio Marcon
(Deputato Sel), Grazia Naletto (Lunaria), Piero Soldini (CGIL)
Coordina Roberta Carlini (Giornalista, Redazione Sbilanciamoci.info)
Respingere, espellere, rimpatriare: è ciò che fanno i paesi europei nell’ambito di quelle che vengono
definite in modo più raffinato “le politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare”. Queste politiche hanno un costo sebbene in Italia siano in pochi a parlarne.
Dal 2005 al 2012 sono stati stanziati in Italia almeno un miliardo e seicento milioni di euro per finanziare le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare: una spesa pubblica significativa, largamente inefficiente e, irrispettosa dei diritti umani fondamentali dei migranti.
Costi disumani propone una ricognizione dei costi delle politiche del rifiuto funzionali a garantire il controllo dei mari e delle frontiere, la detenzione dei migranti nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e lo sviluppo della cooperazione con i paesi terzi finalizzata al contrasto dell’immigrazione irregolare.
I dati e le informazioni raccolti fanno luce su una materia che, per la sua delicatezza, richiederebbe sicuramente una maggiore trasparenza e una più attenta valutazione sia da parte degli attori istituzionali sia da parte dell’opinione pubblica considerando i costi, elevatissimi, che l’attuale sistema di governo delle politiche migratorie comporta in termini di vite umane e di violazioni dei diritti umani fondamentali.
Nel corso della presentazione verrà distribuita copia del rapporto. Per consultare l’indice clicca qui.
Clicca qui per scaricare la locandina.
Per partecipare alla presentazione è necessario iscriversi entro il 28 maggio inviando una mail a: comunicazione@lunaria.org
Per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca.
Costi disumani è stato realizzato grazie al sostegno di Open Society Foundations
Ufficio stampa: 06.8841880 – 349.0806967 comunicazione@lunaria.org
Lunaria, via Buonarroti 39, 00185 Roma; 068841880; antirazzismo@lunaria.org; www.lunaria.org
“Se dico rom..”
Il 7 maggio, l’associazione Naga presenterà il rapporto “Se dico rom.. Indagine sulla rappresentazione dei cittadini rom e sinti nella stampa italiana”.
Il lavoro è il frutto del monitoraggio di nove testate – nazionali e locali – svolto tra giugno 2012 e marzo 2013 dai volontari dell’associazione, portato avanti per verificare come vengono affrontate, nella stampa, le notizie che riguardano rom e sinti o che, semplicemente, vi fanno riferimento.
L’appuntamento è per martedì 7 maggio, alle ore 11.00, presso la sede dell’associazione, in Via Zamenhof 7 A, Milano
Unhcr: aumentate le domande d’asilo, ma non in Italia
“Nuovi e vecchi conflitti – tra i quali quelli in Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia – hanno contribuito lo scorso anno all’aumento dell’8% nel numero di domande d’asilo presentate nei paesi industrializzati durante il 2012, con l’incremento più deciso registrato tra le domande d’asilo inoltrate da cittadini siriani”: lo afferma il rapporto pubblicato oggi dall’Unhcr “Asylum Levels and Trends in Industrialized Countries 2012”.
Secondo i dati diffusi dall’Unhcr, sono state complessivamente 479.300 le richieste d’asilo registrate nei 44 paesi presi in esame: si tratta del totale annuale più alto dal 2003. Una cifra che, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, conferma una generale tendenza in aumento, legata ai numerosi conflitti presenti a livello mondiale. “Le guerre costringono sempre più persone a cercare asilo” ha affermato l’Alto Commissario per i Rifugiati António Guterres, che ha esortato i paesi a “mantenere aperte le frontiere a chi fugge per mettere in salvo la propria vita”, sottolineando inoltre l’urgente necessità di “sostenere il sistema internazionale d’asilo”.
Gli Stati Uniti sono il paese che ha ricevuto il più alto numero di richieste (83.400 domande, 7.400 in più rispetto al 2011). Nel Vecchio Continente le domande sono state 355.500 (327.600 nel 2011). La Germania ha avuto il più alto numero di richieste (64.500, il 41% in più rispetto al 2011), seguita da Francia (54.900 domande, +5%) e Svezia (43.900 domande, +48%).
Opposta la situazione in Italia, dove ci sono sono state 15.700 domande, meno della metà rispetto al 2011. Una diminuzione dovuta, secondo l’Unhcr, al ridotto numero di arrivi via mare.
E’ proprio il dato italiano che contribuisce ad abbassare il numero di domande di asilo in Europa meridionale del 27% (48.600 domande).
Per quanto riguarda i paesi di provenienza delle domande, l’Afghanistan risulta essere, come nel 2011, il paese da cui arrivano il maggior numero di richieste (36.600 domande nel 2012, 36.200 nel 2011), seguito dalla Siria. In particolare, il conflitto siriano ha provocato un aumento del 191% nel numero di domande presentate (24.800).
Come sottolineato dall’Unhcr, il numero di domande d’asilo non corrisponde a quello delle persone a cui viene effettivamente riconosciuto lo status di rifugiato, né può essere considerato un indicatore dell’immigrazione: nella maggior parte dei casi, le persone che fuggono da un conflitto cercano di rimanere nei paesi limitrofi, sperando di poter tornare a casa. Un esempio di questa tendenza si può ritrovare proprio nella situazione siriana: 24.800 persone hanno presentato domanda d’asilo nei paesi industrializzati, mentre oltre 1,1 milioni di rifugiati siriani si trovano nei paesi circostanti.
Clicca qui per scaricare il rapporto.
Msf lascia il Marocco: “Violenze inaudite contro i cittadini subsahariani”
Dura condanna da Medici Senza Frontiere circa il comportamento assunto dal Marocco, e in particolare dal Dipartimento per l’immigrazione del Ministero dell’interno, rispetto ai cittadini subsahariani che viaggiano verso l’Europa.
Secondo Msf, le autorità marocchine starebbero ricoprendo il “ruolo di gendarme dell’Europa”, adottando una logica esclusivamente securitaria “in contraddizione con il rispetto dei diritti dell’uomo”.
Per protestare contro questa situazione, l’organizzazione umanitaria ha deciso di lasciare il paese nordafricano, denunciando la situazione nel rapporto “Violences, vulnérabilité et migration: bloqués aux portes de l’Europe”.
In Marocco si nota una “recrudescenza delle retate della polizia, e un aumento delle espulsioni verso l’Algeria di molte persone, tra cui diversi soggetti altamente vulnerabili come donne incinte, feriti e minori”, sottolinea il dossier.
Secondo l’organizzazione, i migranti sarebbero vittime di gravi violenze perpetrate dalla polizia: “Dall’aprile scorso l’associazione ha curato diversi cittadini subsahariani che riportavano fratture agli arti, alle mascelle, commozioni cerebrali. Sono ferite coerenti con le testimonianze dei migranti, risultato delle aggressioni portate avanti dalle forze dell’ordine”, afferma David Cantero, coordinatore generale di Msf in Marocco.
La situazione denunciata da Msf è di generale violenza e totale precarietà delle condizioni di vita dei cittadini subsahariani, privati di assistenza e vittime di sfruttamento e abusi, tanto da parte di associazioni criminali quanto, appunto, delle istituzioni.
Il rapporto è scaricabile in inglese e francese.
Msf ha inoltre creato un sito web, in cui poter avere, in maniera rapida e diretta, un quadro della situazione dei cittadini subsahariani presenti in Marocco. Il sito è in francese, spagnolo e presto in inglese.
Miur: rapporto sugli alunni non italiani. “Stranieri” fino a quando?
Quadruplicati, in dieci anni. Le nostre scuole, come ormai sappiamo bene, sono cambiate a vista d’occhio in questi ultimi anni. Oggi a Milano è stato presentato il Rapporto “Alunni con cittadinanza non italiana”: ormai è diventato un appuntamento annuale molto interessante, perché permette di fotografare uno degli aspetti di più forte innovazione e “rottura” all’interno del sistema scolastico italiano: quello della presenza tra i banchi di scuola di bambini e ragazzi che hanno un background culturale straniero. Una realtà a cui finora – per la verità – non è mai seguita una politica nazionale di supporto. Dal punto di vista della rilevazione dei dati, e dell’analisi degli stessi, va però dato atto al Ministero dell’Istruzione di prestare ormai da anni una grande attenzione. Tant’è che il Rapporto ha fatto un passo avanti, aggiungendo alla consueta rilevazione tre capitoli di approfondimento e analisi: uno sugli alunni nati in Italia, uno sui risultati degli studenti di origine rom e uno sulle scuole a più alta frequenza di ragazzi di origine straniera. Il Rapporto, come già l’anno scorso, è curato dal Ministero dell’Istruzione in collaborazione con l’Ismu. Le due persone che fanno da capofila al progetto sono Vinicio Ongini per il Miur e Mariagrazia Santagati per l’Ismu.
Qualche numero. Intanto qualche numero: nel 2001/2002, quindi dieci anni fa, gli alunni stranieri in Italia erano solo il 2,2% sul totale. Ovvero 196.414 persone. Oggi sono l’8,4%: 755.939 persone. Il maggior aumento si rileva sia nelle scuole superiori che nelle scuole dell’infanzia. Ragazzi “ricongiunti”? Che cioè raggiungono i propri genitori dall’estero? Sì, ma non solo. Perché il fenomeno è spiegabile da un lato con la conclusione del ciclo scolastico da parte di una “generazione” – che fa pensare anche a una minore dispersione scolastica rispetto al passato – dall’altra, come vedremo, il dato delle scuole dell’infanzia nasconde una sorpresa rispetto al passato: cresce in modo significativo, infatti, l’incidenza di chi è nato in Italia. E, dunque, può essere considerato “straniero” solo per legge. Una legge che appare sempre più vetusta.
Le diverse scelte scolastiche. Un dato interessante riguarda le diverse scelte scolastiche degli alunni con origine straniera. Intanto per quanto riguarda la scuola statale e non statale: nell’anno scolastico 2011/2012, l’89,8% degli stranieri e l’85,9% degli italiani frequenta le scuole statali, mentre il 10,2% degli stranieri e il 14,1% degli italiani frequenta le scuole non statali. Quindi, per le persone di origine straniera è più probabile scegliere di frequentare una scuola pubblica, rispetto a un alunno italiano. Tuttavia, rispetto all’anno scorso, rileva il Rapporto che “si assiste a un lieve incremento nella scelta della scuola non statale sia per gli italiani sia per gli stranieri”.
Una differenza, piuttosto nota, tra italiani e “stranieri” riguarda poi la scelta delle scuole di secondo grado: come si sa – e il Rapporto lo conferma anche quest’anno – per i ragazzi di origine straniera è più probabile scegliere un percorso professionale o tecnico rispetto a un ragazzo italiano. Eppure anche su questo fronte le cose stanno lentamente cambiando. Dai dati del Rapporto, infatti, si evince che – da un lato – c’è una leggera crescita degli alunni con cittadinanza non italiana che scelgono il liceo (in un anno la percentuale è cresciuta di un punto). Ma è soprattutto interessante osservare le dinamiche che differenziano i ragazzi di origine straniera nati in Italia da chi è arrivato più tardi (i dati, purtroppo, mettono in uno stesso calderone chi è arrivato a dieci anni rispetto a chi è arrivato a tre): si osserva, ad esempio, che tra i primi ci si indirizza con più facilità verso i tecnici rispetto ai professionali, e con una percentuale maggiore verso i licei. L’elemento di essere nato in Italia, insomma, non è “superfluo” ma evidenzia una maggiore probabilità di adeguare le proprie scelte a quelle dei ragazzi italiani “da generazioni”.
Gli alunni “stranieri” nati in Italia. Uno dei capitoli senza dubbio più interessanti di questo Rapporto riguarda gli alunni con cittadinanza straniera nati in Italia o i “neo arrivati” perché – come rileva Vinicio Ongini nel capitolo da lui curato – si tratta di un argomento che ha molto fatto discutere perché la legge sulla cittadinanza del ’92 è considerata ormai antiquata e inadeguata. Tuttavia, per ora, le proposte sul tavolo sono diverse ma non si è mai giunti a una concreta azione. Eppure i “numeri” premono. Scrive Ongini: “Nell’anno scolastico 2011/2012, gli alunni stranieri ma nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila, il 34,7%. La crescita progressiva è di quasi dieci punti percentuali. È interessante notare – prosegue Ongini – che nelle scuole dell’infanzia i bambini nati in Italia sono l’80,4%, più di otto su dieci (cfr. Tab. 3.3), ma in alcune regioni la percentuale è ancora più alta e supera ad esempio l’87% in Veneto e l’85% nelle Marche, sfiora l’84% in Lombardia e l’83% in Emilia Romagna; mentre, al contrario, non raggiunge il 50% nel Molise e lo supera di poco in Calabria, Campania e Basilicata”. Quindi: la nuova Italia, quella “meticcia”, fatta di persone a tutti gli effetti italiane (tranne che per il passaporto, almeno per ora…) ma con un background culturale straniero sono ormai tantissimi, e lo si vede nelle scuole delle infanzia, quelle frequentate dai bambini dai 3 ai 5 anni, dove rappresentano 8 su 10 alunni “stranieri”. Si può quasi dire che non esistono quasi più “stranieri”, nonostante si debba aggiungere che – ovviamente – è più facile trovare alunni nati in Italia nella fascia d’età infantile: se una mamma ha deciso di venire a lavorare in Italia lasciando il figlio nel paese di origine non lo fa venire in Italia da piccolissimo, ma aspetta che sia più autonomo. Ma il trend esiste eccome, e lo si nota anche dai numeri delle scuole secondarie di secondo grado: “In generale – annota Ongini – negli ultimi cinque anni, ogni dodici mesi, la percentuale di nati in Italia fra gli stranieri è cresciuta di due o tre punti percentuali, dal 34,7% del 2007/2008 al 44,2% del 2011/2012; e, nei singoli ordini di scuola, in tale lasso di tempo è passata dal 71,2% all’80,4% nelle scuole dell’infanzia, dal 41,1% al 54,1% nelle primarie, dal 17,8% al 27,9% nelle secondarie di primo grado e dal 6,8% al 10,2% nelle secondarie di secondo grado. In altri termini, negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila)”.
Le scuole a “alto impatto”. In Italia esistono scuole dove la presenza degli alunni con cittadinanza non italiana supera quota 50%. Non sono molte, solo 400, ma il Rapporto quest’anno è andato a vedere chi sono e dove. “In generale negli ultimi cinque anni, ogni dodici mesi, la percentuale di nati in Italia fra gli stranieri è cresciuta di due o tre punti percentuali, dal 34,7% del 2007/2008 al 44,2% del 2011/2012; e, nei singoli ordini di scuola, in tale lasso di tempo è passata dal 71,2% all’80,4% nelle scuole dell’infanzia, dal 41,1% al 54,1% nelle primarie, dal 17,8% al 27,9% nelle secondarie di primo grado e dal 6,8% al 10,2% nelle secondarie di secondo grado. In altri termini, negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila)”, scrive Maddalena Colombo. Su questo fronte se da un lato si evidenzia che la famosa “circolare Gelmini” del 2010 che voleva imporre un “tetto” di presenza straniera del 30% ha avuto poco successo, dall’altra si evidenzia che le scuole a maggioranza straniera non sono molte, e più che altro hanno una distribuzione geografica molto sbilanciata: quasi assenti al sud, sono maggiormente concentrate nel centro-nord. Inoltre una ulteriore concentrazione viene rilevata in alcuni tipi di scuola: ad esempio negli istituti professionali. Con il rischio che alcune di queste scuole possano essere considerate tout court delle “enclaves” per stranieri poco dotati: “Le scuole secondarie (e specialmente quelle di secondo grado) a forte concentrazione o a maggioranza straniera registrano una bassa frequenza di ragazzi nati in Italia – osserva Colombo – che possono manifestare problemi di integrazione, non solo sul piano scolastico, ma anche linguistico, familiare, socio-lavorativo, ecc. Si tenga anche presente che la composizione multietnica delle scuole secondarie di secondo grado è dovuta in larga misura a processi di selezione sociale non casuale bensì orientata dal bisogno degli allievi stranieri di un percorso formativo professionalizzante, a cui fa riscontro la minore probabilità di accoglienza e di successo nei percorsi liceali. Si viene così a determinare il rischio, per le scuole secondarie di secondo grado che assorbono una forte domanda di istruzione da parte degli stranieri, di creare delle enclaves di gioventù di origine immigrata. Queste incorrono nella probabilità di rimanere isolate rispetto alla realtà degli autoctoni e lontane dall’idea di una multietnicità equilibrata, nonché dall’obiettivo della piena integrazione. Ne sono un esempio i corsi serali, promossi dagli istituti di istruzione superiore: anche in presenza di un’offerta diversificata di indirizzi di studio (area tecnico-professionale e liceale, con corsi diurni e serali), sovente compaiono tra le scuole a maggioranza straniera.
Gli alunni rom, sinti e camminanti. Un altro interessante capitolo riguarda la rilevazione della frequenza degli alunni rom, sinti e camminanti. E’ questo il capitolo che rileva i dati più “impressionanti”: gli alunni rom iscritti nell’anno scolastico 2011/2012 sono 11.899. E’ il numero più basso degli ultimi cinque anni, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2010/2011. Un vero tracollo, e una evidente denuncia nei confronti degli strumenti di integrazione e scolarizzazione rivolte alle comunità rom: con ogni evidenza poco efficaci. Significativo, tra l’altro, è il calo di iscritti nelle scuole superiori di secondo grado (con una variazione del -26% dal 2007/2008 al 2011/2012) scesi a sole 134 unità di cui 10 in tutto il Nord Ovest. Proprio così: in tutto il nord-ovest, province ricche come quella di Torino, ci sono solo 10 alunni di etnia rom nelle scuole superiori. Ma il calo è generalizzato: -5,7% alle elementari rispetto ai cinque anni precedenti, nelle scuole dell’infanzia -5,8%, mentre risulta leggermente in crescita il numero di iscritti nelle scuole secondarie di primo grado. Con la premessa che il Rapporto prende in esame i dati degli “iscritti” che potrebbero essere diversi dai frequentanti, il quadro diventa ancora più allarmante. Il capitolo del Rapporto dedicato ai rom rivela che la maggiore dispersione avviene tra scuola di primo grado e scuola di secondo grado. E anche qui la province del Nord Ovest sono le più interessanti, perché se da un lato registrano il maggior numero di alunni rom iscritti alle scuole secondarie di primo grado (955), dall’altro si rileva il più basso numero di alunni rom iscritti nel secondo grado (10). Ma pure alcune regioni non scherzano: in Lombardia, a fronte di 527 rom nelle scuole secondarie di primo grado, gli alunni frequentanti quelle di secondo grado nel 2011/2012 siano solamente 4, ovvero in proporzione inferiore ad uno ogni cento rispetto agli studenti nell’ordine di scuola precedente; in Liguria si passa da 54 iscritti alle secondarie di primo grado a 0 nel secondo grado. Ma quali sono le Regioni in cui i rom vanno di più a scuola (dato ovviamente legato alla maggiore presenza di alunni rom)? Le cinque regioni con il numero più alto di alunni rom sono: il Lazio, 2.227; la Lombardia, 1.727; il Piemonte, 1.316; il Veneto, 1.067; la Calabria, 954. (Tab. 5.5 e Figg. 5.1 e 5.2). Lazio, Lombardia, Piemonte sono, negli ultimi cinque anni, stabilmente al primo posto per numerosità. A questo va aggiunto che la percentuale delle bambine e delle ragazze diminuisce con il crescere degli ordini di scuola. Conclusioni? “Sono dati che dimostrano la scarsa efficacia delle politiche di inclusione e di scolarizzazione attuate in Italia negli ultimi anni – scrive Vinicio Ongini del Miur, che ha curato il capitolo – La scolarizzazione dei bambini e ragazzi rom presenta alcuni nodi specifici non affrontati o affrontati in modo insufficiente, ed esasperati, come è scritto nel rapporto Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), Strategia nazionale d’inclusione dei rom, sinti e camminanti, 2012: “Dai livelli di povertà e di analfabetismo ancora assai diffusi nella popolazione rom, dall’emergenza abitativa che contraddistingue molte famiglie e dagli stereotipi negativi diffusi nella percezione dell’opinione pubblica”. Altri problemi – continua Ongini – chiamano direttamente in causa il Ministero dell’Istruzione, quali la mancanza di un quadro di dati sui minori in obbligo di istruzione e dei tantissimi che neanche sono iscritti a scuola, sull’irregolarità della presenza in classe, sugli esiti scolastici, sui molti alunni rom certificati come portatori di disabilità, sull’uso improprio del sostegno come strategia didattica”.
Rom(a) Underground
Martedì 19 febbraio, l’Associazione 21 luglio presenterà il rapporto “Rom(a) Underground. Libro bianco sulla condizione dell’infanzia rom a Roma”.
Il volume, redatto tra il 1° ottobre e il 31 dicembre 2012, documenta le condizioni di vita dei minori rom presenti a Roma. Secondo le stime ufficiali, dei 7.000 rom presenti negli insediamenti formali e informali della capitale, il 53% è costituito da minori. Il volume indaga l’impatto che le politiche capitoline del Piano nomadi hanno avuto su questi minori: “sono gli stessi bambini che commentano che cosa questo Piano abbia comportato nel loro quotidiano”, afferma Vincenzo Spadafora, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, che sarà presente alla presentazione del volume.
Nel corso dell’evento verrà proiettato in anteprima il video “Campo Sosta”, di Stefano Liberti e Enrico Parenti, prodotto da Zalab con il sostegno di Osi. L’appuntamento è per martedì 19 febbraio, alle ore 17,00 presso la Sala Ersoch, largo G.B. Marzi, 10 (ex Mattatoio) a Roma.
“Senza dignità”: il rapporto dell’Osservatorio Antigone
E’ questo il titolo del nono Rapporto Nazionale sulle condizioni di detenzione, redatto dall’Osservatorio dell’associazione Antigone.
Da nove anni, l’Osservatorio visita tutti gli istituti di pena presenti sul territorio nazionale, illustrando la situazione nelle carceri, le problematiche, i dati sui detenuti e avanzando proposte di miglioramento. Quest’anno, per la prima volta, il Rapporto è accompagnato da un documento web, “Inside Carceri”, composto da video, fotografie e dati audio ripresi all’interno di 25 Istituti di pena italiani.
Come è noto, uno dei maggiori problemi delle carceri italiane risulta il sovraffollamento: come afferma il rapporto, “l’Italia resta il paese con le carceri più sovraffollate nell’Unione Europea”. Il tasso di affollamento “è oggi infatti del 142,5% (oltre 140 detenuti ogni 100 posti). La media europea è del 99,6%”. Una situazione che non è migliorata nemmeno dopo la dichiarazione dello stato di emergenza per il sovraffollamento carcerario, che risale al 13 gennaio 2010, anzi: “il numero dei detenuti al 31/12/2009, subito prima della dichiarazione dello stato di emergenza, era di 64.791. Al 31/10/2012 la presenza era di 66.685 detenuti, 1.894 in più”, per lo più uomini, in maggioranza italiani.
I 23.789 detenuti stranieri costituiscono il 35,6% dei detenuti, una percentuale ormai stabile da tempo, come indica il Rapporto, che ha “pochi paragoni in Europa”.
La presenza degli stranieri nelle carceri italiane è da ricondurre in buona parte alle ultime modifiche normative in materia di immigrazione, che hanno prodotto maggiori flussi all’interno del sistema carcerario, tanto che tra le proposte per migliorare la situazione negli istituti penitenziari, e in particolare il sovraffollamento, l’Osservatorio indica la necessità di “intervenire in modo drastico sulle tre leggi che producono – senza benefici per la sicurezza collettiva – i maggiori flussi di ingresso in carcere: la legge ex-Cirielli, la legge Fini-Giovanardi e la legge Bossi-Fini”.
In particolare, il Rapporto indica come l’art. 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, modificato dalla legge n.94 del 15 luglio 2009 ) è stato giudicato incompatibile con la Direttiva europea sui rimpatri, peraltro recepita dall’Italia in ritardo. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 28 aprile 2011 ha infatti affermato l’incompatibilità tra il diritto comunitario e la legge italiana, che puniva con il carcere l’inottemperanza all’ordine di espulsione da parte di un cittadino irregolarmente presente sul territorio nazionale. A seguito della sentenza della Corte Europea, con il Decreto-legge n. 89/2011 l’Italia ha completato il recepimento della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari, e della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini irregolari di Paesi terzi, escludendo il ricorso al carcere. Nonostante ciò, il Rapporto rileva come ad oggi “la percentuale degli stranieri tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando era del 36,7%”.
Per quanto riguarda i reati, quelli maggiormente diffusi tra i detenuti stranieri sono “quelli previsti dalla legge sulle droghe” Fini-Giovanardi, una delle normative che secondo il Rapporto andrebbe rivista.
Il rapporto dedica un approfondimento ai casi di “salute negata”. Tra i sei casi raccontati nel rapporto c’è quello di un cittadino ruandese deceduto a Roma nel settembre scorso. Così lo racconta Antigone:
“N. C. 1962 Anno di nascita: 1962, decesso nel 2012 Nazionalità: Ruanda Extracomunitario, in Italia – a suo dire – da 28 anni, ma privo di permesso di soggiorno e di ogni altro tipo di documento. Capisce l’italiano ma lo parla in maniera rudimentale. Non è mai riuscito a vedere o a mettersi in contatto con l’avvocato d’ufficio. Non riesce ad acquisire copia della cartella clinica perché non dispone dei pochi euro necessari per le fotocopie. È affetto da insufficienza renale cronica (due dialisi settimanali) e da una grave cardiopatia di natura non ben precisata per mancanza di adeguati accertamenti. Muore all’Ospedale Pertini nel settembre 2012 probabilmente durante una dialisi. Non è stato possibile acquisire notizie certe sulle modalità e sulle cause della morte.”
Ad un mese dalla fine dell’anno, i detenuti morti in carcere sono 93 di cui ben 50 per suicidio e tre le violenze gravi riscontrate.
Il Rapporto identifica le figure professionali che non dovrebbero mancare all’interno delle strutture penitenziarie, considerando anche che “nel tempo sono cambiate le caratteristiche della popolazione detenuta (maggiore presenza di stranieri, di persone con problemi psichici o di tossicodipendenza)”: vanno quindi “promosse nuove figure professionali, ossia mediatori culturali, psichiatri e psicoterapeuti, agenti di sviluppo locale”. Per quanto riguarda i mediatori culturali, il rapporto è di 1 a 74: ovvero c’è un mediatore ogni 74 detenuti.
Clicca qui sintesi del rapporto:
Vai al web document Inside Carceri: http://www.insidecarceri.com/
Facce d’Italia all’Unicef
L’Unicef Italia invita alla presentazione del rapporto “Facce d’Italia. Condizione e prospettive dei minorenni di origine straniera”.
L’evento si terrà giovedì 15 novembre, presso la sede dell’Unicef in via Palestro 68, a Roma.
Per partecipare è necessario prenotarsi inviando una mail a campagne@unicef.it
Clicca qui per scaricare il programma
Caritas-Migrantes presentano il Dossier Statistico Immigrazione
La Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes e la Caritas diocesana di Roma presenteranno martedì 30 ottobre il “Dossier Statistico Immigrazione 2012”, giunto alla sua ventiduesima edizione.
La presentazione del rapporto si terrà alle ore 10.30 presso il Teatro Orione, in via Tortona 7. Sono previste in contemporanea presentazioni nelle altre regioni italiane.
Per informazioni: idos@dossierimmigrazione.it
Scarica il programma: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2012_Invito_Dossier.pdf
Missione in Italia dello Special Rapporteur ONU dei diritti umani dei migranti
Una scarsa attenzione ai diritti umani: questo il messaggio che emerge dall’analisi compiuta dallo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui Diritti dei Migranti, François Crépeau, a seguito della sua missione in Italia. Tra il 30 settembre e l’8 ottobre, Crepau ha incontrato rappresentanti del governo e della società civile e visitato diverse zone del paese e alcuni Cie, tra cui quello di Ponte Galeria a Roma, di Milo a Trapani e di Palese a Bari.
L’8 ottobre è stato pubblicato un primo resoconto della sua visita in Italia che si colloca nel contesto di un più ampio studio sui diritti umani dei migranti alle frontiere dell’Unione Europea che verrà presentato al Consiglio per i diritti umani nel giugno 2013.
La nota si focalizza sulle politiche di controllo delle frontiere e sul sistema di accoglienza e trattenimento dei migranti all’interno del territorio nazionale.
Con riferimento agli arrivi via mare, il Relatore definisce Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere europee, “un servizio di intelligence e informazione”, i cui obiettivi di sicurezza (contrasto dell’immigrazione irregolare e del traffico di persone) sembrano lasciare in ombra la considerazione dei diritti umani. Il controllo delle frontiere, cui si legano gli accordi di cooperazione stretti dall’Italia con i paesi vicini, destano particolare preoccupazione: il Rapporteur lamenta “l’assenza di standard minimi per il rispetto dei diritti umani”, nonostante la condanna emessa dalla Corte Europea dei Diritti Umani ai danni dell’Italia, arrivata a seguito dei respingimenti forzati effettuati verso la Libia (caso Hirsi). A tal proposito, il Rapporteur pone l’attenzione sul recente processo verbale con cui l’Italia ha negoziato una nuova cooperazione con la Libia in materia di migrazioni, in cui mancherebbero informazioni dettagliate sull’impegno libico a rafforzare la tutela dei diritti umani dei migranti.
Anche “la progressiva esternalizzazione del controllo delle frontiere” viene criticata da Crépeau: il sostegno logistico dato dai paesi europei a Stati terzi per il rafforzamento delle strategie di intercettazione dei migranti viene visto con preoccupazione, soprattutto nel caso della cooperazione tra Italia e Libia, considerando le “persistenti difficoltà delle autorità libiche, e le violazioni dei diritti umani dei migranti in territorio libico”. Alla luce di tale situazione, il Relatore raccomanda che questi accordi “non portino a rimpatri forzati di migranti, compiuti sia dalle autorità italiane sia da quelle libiche, sostenute logisticamente dagli italiani”. Anche gli accordi con Egitto e Tunisia destano allarme: “cittadini egiziani e tunisini vengono trattenuti in strutture temporanee, addirittura aeroportuali, non accessibili alle associazioni delle società civile”. Crépeau raccomanda dunque che vengano stabilite “procedure trasparenti per assicurare la cooperazione, sempre tenendo conto dei diritti umani e della salvaguardia della dignità e dei diritti dei migranti”.
Preoccupazione viene espressa anche per quanto riguarda la pratica dei respingimenti dei migranti verso la Grecia senza che sia tutelato il diritto di asilo: “l’Italia dovrebbe proibire formalmente la prassi dei respingimenti informali e automatici verso la Grecia”, paese che, con la sentenza M.S.S. v Greece, la Corte europea dei diritti umani ha dichiarato non sicuro per i richiedenti asilo e i migranti. Secondo il Rapporteur, “tutte le autorità devono ricevere un addestramento formale sulle implicazioni che le loro azioni hanno sui diritti umani; inoltre, assistenti legali, organizzazioni nazionali e internazionali, incluso l’UNHCR e l’OIM, devono avere pieno accesso alle aree portuali e aeroportuali in cui i migranti potrebbero essere presenti”.
A proposito dei Centri di Identificazione ed Espulsione, il Relatore afferma che indipendentemente dalla terminologia che usano le autorità italiane, “questi centri sono strutture che dovrebbero essere considerate luoghi di detenzione, in base alle leggi internazionali”. Descrivendo la situazione dei Cie, il Relatore parla di “mancanza delle attività necessarie, arbitrarietà nella presa di decisioni, assistenza medica carente, scarsa assistenza legale, impossibilità di accesso per le associazioni non governative, strutture spoglie”. Viene espressa preoccupazione anche per “l’alto numero di persone che dalle carceri vengono trasferite nei Cie: dovrebbe essere avviato un processo di identificazione all’inizio di ogni periodo di detenzione, così da evitare superflui trattenimenti successivi” e il prolungamento del periodo di trattenimento nei centri fino a un massimo di 18 mesi, pur previsto da una Direttiva europea, è considerato eccessivo rispetto all’obiettivo di identificare qualcuno.
La mancanza di un’autorità con poteri investigativi sulle attività dei centri, così come l’impossibilità di accesso per la maggior parte delle associazioni e organizzazioni non governative, sono fonte di preoccupazione: il Rapporteur auspica dunque l’istituzione di “una rete di ONG, organismi internazionali, giornalisti e avvocati che possano liberamente accedere e monitorare i centri di detenzione”.
Infine il Rapporteur si sofferma anche sulla carenza di un sistema nazionale di dati dettagliati, disaggregati e pubblici sull’immigrazione e sulle politiche migratorie auspicandone lo sviluppo considerandolo indispensabile per la realizzazione di politiche migratorie capaci di rispettare i diritti umani
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