Posts Tagged ‘carceri’

lug
23

Onu: preoccupazione per detenuti e stranieri

images (1)Detenzione amministrativa, rimpatri sommari, ricorso massiccio alla misura di custodia cautelare. Sono questi alcuni degli aspetti su cui il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, in visita in Italia per monitorare l’applicazione delle raccomandazioni fatte nel 2008, esprime “preoccupazione”.
Il gruppo ha incontrato le ong italiane Antigone e Save the children e visitato diversi luoghi di detenzione sul territorio nazionale.
Il risultato è piuttosto allarmante, nonostante ci siano alcune novità giudicate dalla delegazione come positive. Tra queste, le recenti riforme introdotte con il Decreto Legge n. 92 del 2014, relative alla riduzione della durata delle pene, al sovraffollamento nelle carceri e al regime di custodia cautelare. Misura, quest’ultima, che nel caso di cittadini stranieri e rom, anche minorenni, rimane “sproporzionata”, come definisce l’associazione Antigone.

Non solo: se è positiva la recente abolizione dell’”aggravante dell’immigrazione irregolare” nel diritto penale, così come sono importanti le misure adottate dal Parlamento per abrogare il reato di “ingresso e soggiorno illegale”, resta preoccupante la permanenza del reato come illecito amministrativo. Inoltre, il gruppo di lavoro, pur accogliendo come incoraggianti “le recenti iniziative legislative per ridurre il periodo massimo di trattenimento a 12 mesi, o addirittura a sei”, resta “seriamente preoccupato per la durata della detenzione amministrativa (con un limite massimo stabilito per legge di 18 mesi) e per le condizioni di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE)”. Condizioni che ledono quotidianamente i diritti umani e che non rispondono ad alcuno standard minimo: per questo, la riduzione dei tempi di permanenza può essere vista solo come un passaggio definitivo prima della loro chiusura.

Del resto, è proprio Mads Andenas, esperto di diritti umani che dirige il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, a sottolineare che “quando gli standard minimi non possono essere garantiti in altro modo il rimedio è la scarcerazione“.

Sull’aspetto pratico, Andenas ha ribadito la necessità, più volte sollevata da diverse associazioni, di procedere con l’identificazione dei migranti detenuti direttamente in carcere, evitando il loro trasferimento all’interno delle strutture di detenzione amministrativa. “Abbiamo trovato che un numero significativo di detenuti in CIE sono cittadini stranieri che, prima di essere inviati in questi centri, sono stati condannati per reati penali e detenuti in carcere – ha affermato Andenas – Chiediamo al governo di evitare il trasferimento al Cie dei migranti detenuti, che dovrebbero essere identificati durante la detenzione in carcere”.

La delegazione delle Nazioni Unite ha inoltre preso atto, anche grazie alle segnalazioni delle associazioni, di rimpatri sommari di individui, compresi minori non accompagnati e adulti richiedenti asilo, nel quadro di accordi bilaterali di rimpatrio: situazione aggravata da accertamenti inadeguati se non inesistente circa l’età dei migranti, oltre che dalla mancanza pressoché totale di un sistema che informi le persone circa i propri diritti, lasciandole così in balia della discrezione personale dei funzionari.
Qui la nota del gruppo di lavoro.

apr
16

Milano: tra polemiche, rivolte e denunce, ripare il Cie di via Corelli

download (3)Speravamo non aprisse più. Non dopo le parole del presidente della Camera penale di Milano, che l’aveva definito una struttura ideologica che serve solo a tranquillizzare la pancia di questo Paese [..], peggio di un carcere. Non dopo le rivolte, le denunce. Invece, il Cie milanese di via Corelli riaprirà. Quest’estate, con 140 posti e 40 euro pro die per detenuto, dopo tre mesi di chiusura “per ristrutturazione”. Le virgolette sono d’obbligo, per sottolineare che la struttura è stata sottoposta a lavori non per l’usura del tempo, bensì per le continue rivolte delle persone detenute da mesi, private della propria libertà personale in condizioni inumane e degradanti solo perchè senza regolare permesso di soggiorno.

Il Prefetto Francesco Paolo Tronca ha firmato l’appalto che dà alla società francese Gepsa la gestione della struttura, mentre dei detenuti si occuperà l’associazione culturale di Agrigento Acuarinto. La Gepsa, di proprietà della multinazionale dell’energia Gdf Suez, in Francia si occupa, guarda caso, di carceri (Gepsa sta infatti per Gestion etablissements penitenciers services auxiliares), ed è già stata coinvolta nella gestione dei Cie italiani: nel 2011 ha vinto la gara d’appalto per il Cie e per il Cara di Gradisca d’Isonzo, insieme alla cooperativa romana Synnergasia e alla stessa Acuarinto. Gestione che in realtà è stata bloccata sul nascere a causa di vizi e irregolarità, e per cui la Gepsa ha ancora aperto un contenzioso. Questione aperta anche per quanto riguarda il Cara di Castelnuovo di Porto (Roma), gestito per due anni dalla Gepsa, che ha iniziato poi una battaglia legale con la nuova società vincitrice dell’appalto, la cooperativa Eriches29.

“Mi opporrò alla riapertura. Chiederò spiegazioni alla Prefettura di Milano e al Viminale”, annuncia il deputato del Pd Khalid Chaouki, aggiungendo: “Ci aspettiamo una indicazione precisa sul tema Cie, ma fino adesso, rispetto all’esecutivo di Letta, questo governo ha poca chiarezza negli obiettivi”.

Di fianco al Cie è previsto anche un centro di accoglienza per richiedenti asilo: “la conferma – dichiara l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino – che i Cie sono luoghi di detenzione. Avevo chiesto che quello di via Corelli non venisse riaperto, ma trasformato in un luogo d’accoglienza. Un’occasione persa”.

L’obiettivo del centro è “il controllo”, denuncia il Naga. Per questo, “il fatto che sia dannoso, inutile, disfunzionale, diseconomico, un buco nero dove vengono ogni giorno violati i diritti dei cittadini stranieri reclusi, non ha nessuna rilevanza perché l’obiettivo non è né l’identificazione, né l’espulsione”. Inoltre, “dato che la ristrutturazione è avvenuta a seguito di una distruzione da parte dei detenuti e visto che le ribellioni interne sono state l’unica vera forma di contrasto ai CIE, immaginiamo che la nuova versione del CIE conterrà strumenti e dispositivi che tenteranno di neutralizzare ogni forma di rivolta attraverso meccanismi di sottomissione e costrizione”, sottolinea Luca Cusani, presidente del Naga. “Nel vuoto abissale della politica è evidente, una volta di più, che l’ordine pubblico e le carceri rimangono i soli strumenti per non- affrontare l’immigrazione: un fenomeno della realtà e non un’emergenza da dover controllare!”.

Come afferma giustamente Cusani, spesso in merito a questioni legate all’immigrazione si parla di emergenza e imprevedibilità. Ma è da molto tempo che attivisti e associazioni denunciano le condizioni in cui versa il sistema Cie – condizioni che sono alla base delle proteste dei detenuti – e ne chiedono la chiusura. Ancora una volta, l’atteggiamento della politica appare miope e sordo. Fino alla prossima “emergenza”?

dic
13

L’Europa ci guarda: il nuovo rapporto di Antigone

download (1)Giovedì prossimo, 19 dicembre, Antigone presenta L’Europa ci guarda. Decimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia (Edizioni Gruppo Abele, 2013).

Nel rapporto l’associazione illustra attraverso, il monitoraggio dei dati, l’attuale panorama del sistema penitenziario italiano, troppo spesso fatto di violenze e sovraffollamento.

Durante la presentazione sono previsti gli interventi di Nobila Scafuro, la mamma di Federico Perna, il 34enne morto lo scorso novembre mentre era detenuto nel carcere di Poggioreale, e del fondatore di Antigone ed attuale presidente della Commissione ministeriale sul sovraffollamento degli istituti di pena italiani Mauro Palma, che spiegherà come il Ministero si sta muovendo per superare le disumane condizioni di detenzione italiane.

Verrà ricostruita anche la storia di Alfredo Liotta, detenuto morto a 41 anni nella Casa circondariale Cavadonna di Siracusa, il cui caso, dopo una prima archiviazione, è stato riaperto grazie alla denuncia presentata proprio da Antigone.

L’appuntamento è per giovedì 19 dicembre, alle ore 10.30, presso il Cesv-Spes, Via Liberiana 17, Roma.

Clicca qui per info.

ott
14

Quali diritti in Europa? Incontro a Roma

download (2)L’Università Roma Tre e le associazioni Antigone e Progetto Diritti organizzano, con il sostegno di Open Society Foundations, Carceri, immigrazione, diritti umani nello spazio costituzionale europeo.

Moltissimi gli interventi: tra gli altri, saranno presenti il Presidente della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri, il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino, la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

L’appuntamento è per martedì 15 e mercoledì 16 ottobre, dalle 15.30, presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, sala del Consiglio, Via Ostiense 159, Roma.

Clicca qui per il programma completo

nov
20

“Senza dignità”: il rapporto dell’Osservatorio Antigone

E’ questo il titolo del nono Rapporto Nazionale sulle condizioni di detenzione, redatto dall’Osservatorio dell’associazione Antigone.

Da nove anni, l’Osservatorio visita tutti gli istituti di pena presenti sul territorio nazionale, illustrando la situazione nelle carceri, le problematiche, i dati sui detenuti e avanzando proposte di miglioramento. Quest’anno, per la prima volta, il Rapporto è accompagnato da un documento web, “Inside Carceri”, composto da video, fotografie e dati audio ripresi all’interno di 25 Istituti di pena italiani.

Come è noto, uno dei maggiori problemi delle carceri italiane risulta il sovraffollamento: come afferma il rapporto, “l’Italia resta il paese con le carceri più sovraffollate nell’Unione Europea”. Il tasso di affollamento “è oggi infatti del 142,5% (oltre 140 detenuti ogni 100 posti). La media europea è del 99,6%”. Una situazione che non è migliorata nemmeno dopo la dichiarazione dello stato di emergenza per il sovraffollamento carcerario, che risale al 13 gennaio 2010, anzi: “il numero dei detenuti al 31/12/2009, subito prima della dichiarazione dello stato di emergenza, era di 64.791. Al 31/10/2012 la presenza era di 66.685 detenuti, 1.894 in più”, per lo più uomini, in maggioranza italiani.

I 23.789 detenuti stranieri costituiscono il 35,6% dei detenuti, una percentuale ormai stabile da tempo, come indica il Rapporto, che ha “pochi paragoni in Europa”.

La presenza degli stranieri nelle carceri italiane è da ricondurre in buona parte alle ultime modifiche normative in materia di immigrazione, che hanno prodotto maggiori flussi all’interno del sistema carcerario, tanto che tra le proposte per migliorare la situazione negli istituti penitenziari, e in particolare il sovraffollamento, l’Osservatorio indica la necessità di “intervenire in modo drastico sulle tre leggi che producono – senza benefici per la sicurezza collettiva – i maggiori flussi di ingresso in carcere: la legge ex-Cirielli, la legge Fini-Giovanardi e la legge Bossi-Fini”.

In particolare, il Rapporto indica come l’art. 14, commi 5 ter e 5 quater, del Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, modificato dalla legge n.94 del 15 luglio 2009 ) è stato giudicato incompatibile con la Direttiva europea sui rimpatri, peraltro recepita dall’Italia in ritardo. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 28 aprile 2011 ha infatti affermato l’incompatibilità tra il diritto comunitario e la legge italiana, che puniva con il carcere l’inottemperanza all’ordine di espulsione da parte di un cittadino irregolarmente presente sul territorio nazionale. A seguito della sentenza della Corte Europea, con il Decreto-legge n. 89/2011 l’Italia ha completato il recepimento della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari, e della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini irregolari di Paesi terzi, escludendo il ricorso al carcere. Nonostante ciò, il Rapporto rileva come ad oggi “la percentuale degli stranieri tra i detenuti è scesa di poco rispetto al dicembre del 2010, quando era del 36,7%”.

Per quanto riguarda i reati, quelli maggiormente diffusi tra i detenuti stranieri sono “quelli previsti dalla legge sulle droghe” Fini-Giovanardi, una delle normative che secondo il Rapporto andrebbe rivista.

Il rapporto dedica un approfondimento ai casi di “salute negata”. Tra i sei casi raccontati nel rapporto c’è quello di un cittadino ruandese deceduto a Roma nel settembre scorso. Così lo racconta Antigone:

“N. C. 1962 Anno di nascita: 1962, decesso nel 2012 Nazionalità: Ruanda Extracomunitario, in Italia – a suo dire – da 28 anni, ma privo di permesso di soggiorno e di ogni altro tipo di documento. Capisce l’italiano ma lo parla in maniera rudimentale. Non è mai riuscito a vedere o a mettersi in contatto con l’avvocato d’ufficio. Non riesce ad acquisire copia della cartella clinica perché non dispone dei pochi euro necessari per le fotocopie. È affetto da insufficienza renale cronica (due dialisi settimanali) e da una grave cardiopatia di natura non ben precisata per mancanza di adeguati accertamenti. Muore all’Ospedale Pertini nel settembre 2012 probabilmente durante una dialisi. Non è stato possibile acquisire notizie certe sulle modalità e sulle cause della morte.”

Ad un mese dalla fine dell’anno, i detenuti morti in carcere sono 93 di cui ben 50 per suicidio e tre le violenze gravi riscontrate.

Il Rapporto identifica le figure professionali che non dovrebbero mancare all’interno delle strutture penitenziarie, considerando anche che “nel tempo sono cambiate le caratteristiche della popolazione detenuta (maggiore presenza di stranieri, di persone con problemi psichici o di tossicodipendenza)”: vanno quindi “promosse nuove figure professionali, ossia mediatori culturali, psichiatri e psicoterapeuti, agenti di sviluppo locale”. Per quanto riguarda i mediatori culturali, il rapporto è di 1 a 74: ovvero c’è un mediatore ogni 74 detenuti.

Clicca qui sintesi del rapporto:

Vai al web document Inside Carceri: http://www.insidecarceri.com/

 

 

nov
19

Camere Penali: Cie peggiori delle carceri, vanno chiusi

Per la prima volta, una delegazione dell’Unione Camere Penali Italiane è entrata all’interno di un Cie, quello di Gradisca d’Isonzo a Gorizia.

La delegazione, guidata dal Presidente Valerio Spigarelli, insieme agli Avvocati Annamaria Alborghetti e Antonella Calcaterra dell’Osservatorio Carceri UCPI e al Presidente della Camera Penale di Gorizia, l’Avvocato Riccardo Cattarini, ha potuto verificare le condizioni di vita delle persone trattenute all’interno della struttura detentiva.

A seguito della visita, l’Unione delle Camere Penali Italiane ha dichiarato l’illegalità del sistema Cie, considerato “una vera e propria detenzione amministrativa, peraltro proibita dal nostro ordinamento”, luoghi dove le persone sono private “delle garanzie minime a tutela della dignità umana”.

Di seguito pubblichiamo il comunicato dell’ UCPI:

Dalle carceri ai Centri di identificazione ed espulsione. Per la prima volta, le Camere Penali varcano le porte di un CIE, quello di Gradisca d’Isonzo a Gorizia. Una delegazione dell’Unione Camere Penali Italiane, guidata dal Presidente Valerio Spigarelli, insieme agli Avvocati Annamaria Alborghetti e Antonella Calcaterra dell’Osservatorio Carceri UCPI e al Presidente della Camera Penale di Gorizia, Avv. Riccardo Cattarini, ha verificato le condizioni di vita di coloro che vi sono ospitati, le problematiche della struttura e le criticità. E’ un luogo di effettiva detenzione dove gli stranieri, in vista dell’espulsione, in attesa della sola identificazione, sono trattenuti anche per tempi fino a 18 mesi. E ciò in condizioni igieniche desolanti, ammassati anche in dieci nelle celle. I CIE sono luoghi, almeno in questo caso, peggiori delle carceri, dove le persone sono private della libertà e delle garanzie minime a tutela della dignità umana. Di fatto si tratta di una vera e propria detenzione amministrativa, peraltro proibita dal nostro ordinamento, che non gode di alcuna delle garanzie giurisdizionali previste dalla normativa penitenziaria.